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Full text of "La giovinezza di Leone X. [microform] 32 tavole fuori testo, un panorama, e una carta storica"

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LA aiOVINEZZA 



DEL FUTUEO LEONE X 




II papa. 

Domenico Aimo, il Varignana - Aracoeli. Roma. R. GabineHo Fofografìco - Roma, 



G. Bj gieOTTI 



LA GIOViìSfÈZZA DI 

LEONE X 



32 TAVOLE FUORI TESTO - UN PANORAMA 
OD (30 E UNA CARTA STORICA e© e© 




Milano - ULRICO HOEPLI - Editore 




II papa. 

Domenico Aimo, il Varignana - Aracoeli. Roma. R. GabineKo Folografico - Roma, 



G. B. RICOTTI 



LA GIOVINEZZA DI 







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32 TAVOLE FUORI TESTO - UN PANORAMA 
OD OD E UNA CARTA STORICA gd c© 




Milano - ULRICO HOEPLI - Editore 



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PROPRIETÀ RISERVATA 



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Scuola Tipografica nel Pio Istituto pei Figli della Provvidenza 



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MARIA CLOTILDE 

VINCENZO . EMILIO • FRANCESCO 

ANNUNZIATA • ANNA LUCIA • ROSA 

MARCO ■ GIUSEPPE ZENO 

FIGLIUOLI CABISSIMI 

LETIZIA E SPEBANZA DELLA MIA "VITA 

BENE AtTGUBANDO E BENEDICENDO 



Ti presento alla fine, lettore, questo mio lavoro, già 
promesso da troppo tempo. E forse tu lo avresti dovuto 
attendere ancora assai, se il giudizio benevolo di alcuni 
Uomini egregi e la premura di uno di loro particolar- 
mente cortese non avessero spinto un editore coraggioso 
ad offrirtelo. Agli Accademici de' Lincei, e in modo 
speciale a Michelangelo ScJiipa e a Pietro Silverio 
Leicht relatori, a Michele Scherillo, che propose, e a 
Ulrico Hoepli, che assunse la pubblicazione, vada 
perciò il mio ringraziamento pi'ìi vivo. 

E anche sia detta la mia gratitudine a guanti mi 
aiutarono nel raccogliere o nel riscontrare notizie, e in 
primo luogo agli ufficiali, dotti e gentili, dei nostri 
Archivi di Stato e dell'Archivio papale. 

A . te poi, lettore, la preghiera di essere benigno a 
un lavoro condotto attraverso difficoltà molte e ben gravi, 
di famiglia e di ufficio. La quale preghiera io non ti 
rivolgo per me. Poiché, iii verità, mi dorrebbe sopra 
tutto che lo scarso successo, toccato per mia colpa al- 
l'ardimento orrnai troppo raro dell'editore, trattenesse 
lui ed altri dal pubblicare opere migliori di questa, con 
danno di quelle ricerche pazienti, fondamento primo 
di ogni sintesi storica, alle quali vorrei richiamati gli 
studiosi, e i. giovani in particolare. 

Sta sano. 

G. B. PlCOTTI 
Pisa, 19 marzo 1927. 



INDICE - SOMM AEIO 



CAPITOLO I. 

La prima educazione e l'indole del giovinetto . . . .p. 1 

I. La carriera segnata fin dalla nascita - Giovanni bambino - 
n. dissidio fra Clarice e Lorenzo quanto all'educazione. — 
II. n Poliziano primo maestro - Il Poliziano e madonna 
Cleurice - Agnolo cessa dall'ufficio di precettore. — m. I 
nuovi maestri: Martino della Commedia - Sante da Dico- 
mano - Bernardo Michelozzi. — IV. I grecisti: Urbano 
Valeriane - Demetrio Calcondila - Gregorio da Spoleto. 
— V. Il palazzo di via Larga nella prima età di Gio- 
vanni - I compagni del giovinetto - Firenze medicea. — 
VI. La cultura di Giovanni de' Medici nelle lettere, nelle 
scienze, nella teologia - L'inclinazione all'arte. — VH. L'in- 
dole di Giovanni: la pietà religiosa, il costume — Lentezza f 
di atti e frivolezza di vita. 

Note al Capitolo I p. 23 



CAPITOLO II. 

La caccia dei benefizi p. 67 

I. JM[esser Giovarmi chierico e protonotario - Perchè si cer- 
cassero benefizi in Francia - L'abbazia di Font-douce - 
La speranza dell'arcivescovado di Aix - La Ohaise-Dieu. 
— IL Nuova caccia in terra francese - L'abbazia du 
Pin e la prammatica - Ancora la Chaìse-Dieu - H prio- 
rato di Santa Gemma. — III. I benefìzi toscani e i disegni 
di Lorenzo - La politica beneficiale dei Fiorentini — Il 
canonicato della cattedrale - La precettoria dì Sant'An- 
tonio in Firenze. — IV. Benefizi minori nel dominio 
fiorentino - Le badie di San Michele d'Arezzo e dei SS. Giu- 
sto e Clemente di Volterra - Passignano e Coltibuono - 
Desideri e ripulse - I benefizi di Carlo de' Medici - Una 



INDICE SOMMAKIO 



sosta forzata e l'ultiina caccia in Toscana. — V. L'ab- 
bazia di Monte Cassino sentinella della Chiesa - I re di 
Sicilia e- l'abbazia - L'usurpazione di Ferrante e la pace 
del 1486 - La concessione regia e papale a Giovanni 
de' Medici - Importanza e ricchezza dell'abbazia. — 
VI. I sospetti di Lodovico Sforza - L'abbazia di Mori- 
mondo a Giovanni — L'opera del Moro per ottenergliela, 

- "VT. L'amministrazione spirituale de' benefìzi medicei 

- La riforma di Morimondo - Giovanni proposto di Prato 

- Il governo cassinese: Giovanni Tizi, Andrea Cambini, 
Baccio Ugolini. — "VTII. L'armninistrazione del patri- 
monio cassinese - L'azione dell'Ugolini e la Corte - Que- 
stioni economiche e giurisdizionali - L'opera del Baccio - 
I benefìzi di Giovanni strumento di politica medicea - 
La predicazione di frate Girolarao. 

Note al Capitolo II p. 123 



CAPITOLO III. 

La cr&aziorie d'un cardinale tredicenne p. 160 

I. Perchè Lorenzo cercasse il cappello a uno de' suoi — Sisto IV 
e, da prima, Innocenzo Vili non favorevoli ai Medici - 
Relazioni politiche, economiche e personali più intime 
fra il papa e Lorenzo dopo la guerra dei baroni - H ma- 
trimonio di Maddalena de' Medici e di Franceschetto 
Cibo — II. Le pratiche per Rinaldo Orsini - Gentile 
Becchi proposto al cappello - Una parola dell'oratore 
Lanf redini: prime incertezze di Lorenzo - Questi si de- 
cide a chiedere il cappello per il figliuolo. — III. Propen- 
sione di Innocenzo Vili per Giovanni e motivi di essa - 
Il papa e il Sacro Collegio - I cardinali e il disegno in fa- 
vore di Giovanni - Il Lanfredini all'opera. — IV. Alla ri- 
cerca di un fondamento sicuro - Giuliano deUa Rovere: 
sue promesse e sua esitanza - I consigli di Marco Barbo 
e l'opera di Giuliano - Il sonno del papa e le lettere di 
Lorenzo de' Medici. Opposizione invincibile del Barbo - 
Appare vana ogni speranza nel Vincola. — V. Ascanio 
Sforza - Decisivo appoggio dato da lui alla creazione di 
Giovanni - I pensieri e le opere dello Sforza e del Borgia - 
L'adesione del Collegio - Pericolose promesse medicee 
ad Ascanio e a Rodrigo. — VT. Giovanni de' Medici dia- 
cono e dottore in diritto canonico — Attesa in Firenze - 
La creazione cardinalizia del 9 marzo 1489 - Feste, omaggi 



INDICE SOMMARIO XI 



di letterati e consigli prudenti. — VII. La gratitudine di 
Lorenzo - Nuovi timori - La bolla del cardinalato - La 
designazione degli esecutori della bolla - Presentazione 
delle lettere papali e delle insegne cardinalizie - Signi- 
ficato e valore della creazione di Giovanni. 

Note al Capitolo III ' p. 208 



CAPITOLO IV. 
Vita studentesca pisana p. 235 

I. Gli studi consigliati al giovinetto - Pisa, quando v'andò 
Giovanni de' Medici - La casa da San Matteo - L'univer- 
sità pisana nel triennio 1489-92: la Sapienza - Dottori 
famosi. — II. Il bidello Bartolomeo di Pasquino e gli 
studi di monsignore - Il diritto canonico a Pisa - Scolari, 
stipendi e maestri - Antonio Cocchi e Filippo Decio. — 
III. Giovanni de' Medici nella vita universitaria pisana - 
Onori e preghiere - Il contegno del giovinetto e il profitto 
suo. — IV. La famiglia di Giovanni studente - Matteo 
da Cascia - Il Bonciani - Ser Stefano da Castrocaro - 
Andrea Cambini - PandoKo della Lima. — V. Gentile Bec- 
chi, educatore di Giovanni - La cultura e il carattere dell'A- 
retino - Le relazioni fra lui e il giovinetto. — VI. Iacopo 
Gherardi da Volterra, maestro di cerimonie e consigliere. 
— VII. Compagni della vita pisana - Francesco Secco - 
Cesare Borgia. — Vili. Il lungo, arduo e tremendo 
esame e la fine degli studi. 

Note al Capitolo IV p. 273 



CAPITOLO V. 

Nello splendore della porpora p. 295 

I. L'opera del Lanfredini per la pubblicazione del cardina- 
lato e le esitazioni del papa - La creazione cardinalizia 
di Federigo Sanseverino e di Maffeo Gerardo; nuove 
difficoltà per la pubblicazione del Medici - L'amicizia 
fra Lorenzo de' Medici e Innocenzo Vili ó le disposi- 
zioni del papa verso Giovanni. — IL La malattia del 
papa - L'oratore fiorentino a. Roma e la Signoria di Fi- 
renze per Giovanni - Giovanni ad Arezzo - Le pratiche 
del Pandolfini e il fervore di Giuliano della Rovere - 



XII INDICE SOMMARIO 



Nuove trattative e nuovo rifiuto del papa. — III. L'ac- 
cordo fra il papa e re Ferrante - La questione del cap- 
pello del Malleacense - Intrighi del papa con i Medici: 
falsificazdone della bolla del cardinalato — H diniego del 
cappello al Sanseverino e le sue conseguenze per i Medici. 
— IV. La cerimonia del prendere il cappello — L'in- 
gresso solenne in Firenze - Feste pubbliche e private - 
Doni - Omaggi letterari. — V. La lettera di Lorenzo a 
Giovanni nell'andata a Roma - La corapagnia del cardi- 
nale nel viaggio - Piero Dolfìn, Pierfilippo Pandolfìni e 
Filippo Valori - L'accoglienza a Siena - La visita agli 
Orsini. — VI. L'ingresso del cardinale in Roma - Le prime 
visite — H primo concistoro - La casa di Giovanni in 
Campofiore - Le prime cerimonie e le visite - Quale im- 
pressione facesse in Roma Giovanni - Quale ufficio Lo- 
renzo volesse commettergli. 

Note al Capitolo V p. 341 

CAPITOLO VI. 

Senza guida '.. . . .p. 356 

I. La morte di Lorenzo de' Medici - Il pericolo per la Si- 
gnoria medicea . — II. La successione di Piero - Unani- 
mità di condoglianze e d'offerte - La gara delle potenze 
avverse intomo a Piero e a Giovanni de' Medici. — - III. I 
sentimenti del cardinale aUa morte del padre - Giovanni 
e Piero de' Medici - Maneggi economici in Curia - Brighe 
politiche. — IV. La nomina a legato del Patrimonio - 
QuaU vantaggi sembrasse presentar© — L'autorità reale 
del legato — La scarsa azione di Giovanni. — V. La lega- 
zione nel dominio fiorentino - La fine del primo soggiorno 
a Roma - Perchè Giovanni tornasse a Firenze - L'ingresso 
del legato — H contegno di lui in città. — VI. Vita tran- 
quilla fuor di Firenze — L'entrata solenne in Prato.' 

Note al Capitolo VI p. .388 

CAPITOLO VII 
Nd conclave p. 401 

I. Le condizioni politiche dell'ItaUa negli ultimi mesi di 
Innocenzo VIII - La morte del papa e le sue conseguenze 
— H. Apparente accordo fra le potenze italiane per una 



INDICE SOMMARIO XHI 



buona elezione - La serenissima lega - Le rivalità nel 
S.ro Collegio e i segni estemi di nuova concordia - I papa- 
bili e il loro carattere conciliativo. — III. I veri disegni di 
Ferrante d'Aragona still'elezione papale - Giuliano della 
Rovere, candidato aragonese - Minacce alla libertà del 
conclave - La prima grande battaglia della nuova guerra 
fra Italiani. — IV. La difficile condizione del cardinale 
de' Medici e dei Fiorentini - L'atteggiamento di Piero - 
Gli ordini al cardinale per il suo viaggio a Roma - Il 
« balio » Niccolò Michelozzi — Il doppio giuoco di Piero 
e il legarsi di Giovanni con Ascanio Sforza — Piero corre 
ai ripari - La condizione di Giovanni migliora un poco 
prima del conclave. — V. L'orazione d'apertura del 
conclave - Le due fazioni, del Vincola e dello Sforza, e 
i loro candidati - Rodrigo Borgia, candidato segreto di 
Ascanio - I primi scrutini in favore del Caraf a — Opera 
prudente del cardinale de' Medici - Ascanio si scopre per 
il Borgia - Premi del Borgia allo Sforza e alla sua fa- 
zione - Maneggi simoniaci con gli avversari - I patti 
gravi e vergognosi con i cardinali romani. — VE. L'accordo 
simoniaco fra l'Orsini e il Borgia in favore del Medici - 
H turbainento del cardinale per il contegno di Ascanio - 
Consigli di un'interessata pmdenza — Giovanni patteggia 
e cede - Cedono gli tiltimi: calano il Vincola e i suoi. — 
Vn. L'unanime elezione di Alessandro VI - L'esultanza 
pubblica apparente e il vero trionfo sforzesco - I senti- 
menti dei Fiorentini e di Piero de' Medici - Piero sfoga 
il suo malanimo sopra il fratello - La lettera di Giovanni 
a Piero, del 21 d'agosto - Lamenti e illusioni del giovi- 
, netto - Lo scarso credito del cardinale in Roma - H si- 
lenzioso suo ritomo nell'ombra. 

Note al Capitolo VII p. 444 



CAPITOLO Vili. 
NelVombra p. 465 

I. Contrasti economici e politici fra Alessandro VE e i Medici: 
la questione dell' Anguillara e di Cervetri - H cardinale 
de' Medici risente gli efietti del malumore del papa: il 
salario della legazione del Patrimonio - Ninna autorità 
del cardinale nella legazione. — - II. Il cardinale chiede 
una nunziatura in Francia — Si accenna a xtn. ritomo di 
lui a Roma - La creazione cardinalizia del settembre 1493 



XIV INBICE SOMMARIO 



- Le pratiche papali per ottenere il voto del Medici - I 
propositi di Piero - La lettera di Giovarmi al papa - 
Le trattative per la creazione di un cardinale fiorentino - 
I Medici rimangono con le beffe - Dimostrazioni simu- 
late. — III. Il papa invita Giovanni a raggiungerlo nel 
Patrimonio - Il viaggio papale - Giovanni si sottrae al- 
l'invito - Scontento del pontefice - Nuova chiamata per 
il Natale: il Medici, non obbedendo cade ia discredito - 
Ragioni della ritrosia del cardinale - Il papa vuole to- 
gliere al cardinale de' Medici la legazione del Patrimonio 

- Brighe per l'abbazia di Morimondo. — IV. Il cardinale 
vive di frequente fuori di Firenze - Non si occupa di 
polìtica - Scarsa autorità sua nelle cose fiorentine - Il 
cardinale è intermediario presso Piero per gli amici - 
Ragioni dell'intervento suo - Il pensiero del cardinale 
quanto al governo della città - Mediocrità di vita e d'in- 
gegno. 

Note al Capitolo Vili p. 523 

CAPITOLO IX. 

La catastrofe p. 554 

I. Il carattere di Piero de' Medici - Minacce esteme ed in- 
terne alla signoria medicea — La politica di Piero. — 
IL IndiSerenza o cecità di Giovanni di fronte al peri- 
colo - Il papa, nell'ottobre 1494, chiede il cardinale quasi 
ostaggio - Giovanni parte per Roma e s'arresta a Passi- 
gnano - Ritomo in Firenze. — III. La rovina imminente 
su Piero de' Medici - L'andata di Piero al campo del re di 
Francia - Gli intendimenti di Piero - Le conseguenze del- 
l'andata. — IV. Il cardinale in Firenze - Giorni tempestosi 

- Le pratiche di Piero col re - La rivoluzione pacifica del 
5 novembre. — V. Piero torna a Firenze - Sue titubanze 
e timori - Il cardinale scende nelle vie ed è fermato - 
La fuga — La miseria e l'esìlio. 

Conclusione p. 590 

Note al Capitolo IX » 594 

Qualche ceiwo sulle tavole illustrative » 609 

. Appendice I: Lettere giovanili » 617 

Appendice II: Documenti illustrativi » 647 

Indice dei nomi di persona e di luogo. . » 711 



ABBREVIAZIONI 

Ar. = Archivio della E. Società Romana di Storia patria 

ASF = R. Archivio di Stato di Firenze 

ASM = R. Archivio di Stato di Milano 

ASMo = R. Archivio di Stato di Modena 

ASR = R. Archivio di Stato di Roma 

Asti = Archivio storico italiano 

ASV = R. Archivio di Stato di Venezia 

AV = Archivio vaticano 

BNF = R. Biblioteca nazionale centrale di Firenze 

Gsli = Giornale storico della letteratura italiana 

M.a.P. = Fondo « Mediceo avanti il Principato » del R. 
Archivio di Stato di Firenze 




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CAPITOLO I *) 

LA PRIMA EDUCAZIONE E l'INDOLE DEL GIOVINETTO 



La camera segnata fin dalla nascita - Giovanni bambino - 
Il dissidio fra Clarice e Lorenzo quanto all'educazione. — 
IL II Poliziano primo maestro - Il Poliziano e madonna 
Clarice - Agnolo cessa dall'ufficio di precettore. — III. I 
nuovi maestri: Martino della Commedia - Sante da Dico- 
mano - Bernardo Michelozzi. — IV. I grecisti: Urbano 
Valeriano - Demetrio Calcondila - Gregorio da Spoleto. 

— V. Il palazzo di via Larga nella prima età di Gio- 
vanni - I compagni del giovinetto - Firenze medicea. 

— VT. La cultura di Giovanni de' Medici nelle lettere, 
nelle scienze, nella teologia — L'inclinazione all'arte. — 
VTI. L'indole di Giovanni: la pietà religiosa, il costume. 
Lentezza d'atti e frivolezza di vita. 



I. 

Narrarono compiacenti adulatori dei papi me- 
dicei e tramandò a noi Paolo Giovio che madonna 
Clarice de' Medici, quand'era per dare alla, luce 
Giovannij sognasse di partorire in Santa Repa- 
rata un leone di smisurata grandezza e di mitezza 
singolare (1). E Giovanni Perloto, quando Leone X 
era vivente e glorioso, s'affissava nel cielo, e nel 
Sagittario, nella stella di Venere, nel muovere 



*) Questo capitolo fu pubblicato a parte come saggio 
{Potenza, «Fiilgur», 1919). 

1. — PicoTTi, Leone Xi 



CAPITOLO I 



del sole in quella tarda giornata autunnale, che 
avea visto le prime ore del figliuolo di Lorenzo, 
cercava i presagi della facondia, deUa purezza, 
del triregno promessi al bambino (2). Ma ne 
leone pareva, notò già bene il Roscoe, il fanciullo 
Giovanni, né v'era in lui alcun segno della gran- 
dezza futura (3). 

Assai verisimile è piuttosto quel che pure fu 
detto, che Lorenzo destinasse fin dalla nascita 
questo suo secondo figliuolo, non dirò già aUa 
vita sacerdotale, che ai gravi doveri di questa po- 
chi pensavano allora, ma alla carriera prelati- 
zia (4). Nella famigHa borghese e mercantesca del 
magnifico Lorenzo, come nell'altre famighe sorte 
dal popolo, non era costume ancora che uno 
de' fìghuoh fosse volto alla prelatura: Donato, 
Filippo, Antonio de' Medici, che salirono a dignità 
vescovile, Pandolfo, Averardo, Luigi, Leonardo, 
canonici, erano di rami' della famigHa diversi e 
meno ricchi di danaro e d'autorità (5); Carlo, fi- 
gliuolo di Cosimo, era illegittimo, e non giunse, in 
ogni modo, a più. alto grado che di protonotario, 
canonico della cattedrale di Firenze e proposto di 
Prato, Avvicinandosi però i Medici non pure aUa 
realtà, ma aUe forme esterne del principato, era 
necessario che si mettessero anche in questo per 
la via, nella quale camminavano le famighe prin- 
cipesche d'Itaha; come i Gonzaga, gli Estensi, i 
marchesi di Monferrato, i Savoia, gh Sforza, così 
il ramo de' Medici, che aveva in Firenze la signoria, 
doveva fregiarsi di un cappello vescovile o cardiiia- 
Hzio. A chi vi fosse prescelto, era assicurata più 
ricca e onorevole vita, che non convenisse a un 
cadetto, e data più alta speranza che d'essere 
duca o marchese o signore; a chi rimaneva nel se- 
colo, al capo della casa specialmente, era doppio 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 3 

vantaggio, per il crescere delle ricchezze e dell'au- 
torità familiare con le grasse prebende e i molti 
appoggi, che offriva la Chiesa, e per essergh levato 
di torno un competitore, che poteva riuscire fa- 
stidioso. In una famigha di mercanti, due fratelli 
d'età poco diversa giungevano facilmente a sta- 
re d'accordo, perchè nelle varie occupazioni della 
mercatura era posto per tutti e il numero degh 
uomini giovava qui, anziché danneggiare; ma 
nell'autorità di capo dello Stato due persone ad 
un tempo erano troppe, e i maneggi di Fihppo di 
Eresse e di Lodovico Sforza mostravano bene 
quanta briga potesse dare alla famigha princi- 
pesca uno de' cadetti, che non fosse uomo di 
Chiesa. A Firenze, Cosimo de' Medici aveva la- 
sciato prudentemente nell'ombra Lorenzo; in- 
torno a Piero aveva fatto il vuoto la morte; Lo- 
renzo di Piero aveva cercato già la porpora per 
il fratello Giuliano e forse vi pensava ancora, 
quando ghelo tolse il pugnale de' Pazzi — e sa 
Iddio solo come ghene increscesse! — (6); nascen- 
dogli poi, in quegh anni medesimi, un secondo 
fìghuolo, di poco minore del primogenito, era na- 
turale che lo riserbasse al chericato. E, quando, 
nel momento della nascita, che fu nel palazzo me- 
diceo di via Larga l'il dicembre 1475, a tredici 
ore, o in quel del battesimo, il giorno stesso, in 
San Giovanni, fu imposto al bambino, fra il nome 
di Giovanni, caro alla famigha, e quello, abituale 
per i battezzati a Firenze, di Romolo, il nome di 
Damaso, il pontefice poeta commemorato dalla 
Chiesa in quel giorno (7), balenò forse alla mente 
di Lorenzo de' Medici il pensiero che quel fìghuolo 
avesse anche una volta a congiungere, all'ombra 
del manto papale, la fede cristiana e la cultura 
latina? 



CAPITOLO I 



Certo, dissenziente in molt' altri punti, s'accor- 
dava in questo con Lorenzo" la madre del bambino, 
Clarice Orsini, che nella borghese Firenze avrebbe 
portato volentieri le consuetudini signorili della 
sua casa. Molti pronotari e vescovi e cardinali ave- 
vano avuti gh Orsini: Rinaldo, fratello di Clarice, 
era arcivescovo di Firenze, Battista, cugino suo, 
cardinale; in ogni conclave gH Orsini avevano au- 
torità grande, anche se, per il timore dell'ambi- 
zione loro, di rado era data a uno di essi la tiara. 
E madonna* Clarice, a cui doveva pesare che man- 
casse alla sua nuova famiglia ogni dignità baro- 
nale, si poteva confortare nel pensiero che, al- 
meno, da lei nascesse un prelato, un porporato 
forse, fors'anche un papa futuro. 

Ma non alle fortune, sperate dai genitori per 
lui, aveva la mente il piccolo Giovanni; e quel che 
si narrò di una maturità di pensieri, di parole, di 
atti, per la quale egli non sarebbe mai stato fan- 
ciullo (8), non ha nulla di vero. E qui è bene; per- 
chè, se non piace la incurante leggerezza, con la 
quale egh tenne poi altissimi uffici, fino al supremo 
nella cristianità, neppure ameremmo rappresen- 
tarcelo bambino precocemente vecchio, che ve- 
nisse innanzi grave e compassato, con gli occhi 
assorti in un'ambiziosa visione del futuro. Gii 
accenni non molti, che si trovano di lui nel car- 
teggio mediceo, lo dipingono graziosamente: « Que- 
sti fanciulli — scrive aUa nonna Lucrezia ser 
Niccolò Michelozzi, il 9 giugno 1477 — è una alle- 
grezza a vederli; tengono, come soglono, in sollazzo 
tutta la casa, ìnaxime Giovanni che vuole andare da 
se e non vuole essere tenuto: grida, salta, et fassi ri- 
sentire, in modo che ci vuole essere per uno ». Ed 
Agnolo Poliziano, per far rifiorire di un sorriso 
le labbra di Lorenzo, turbato da gravi affanni e 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 5 

timori, gli racconta, da Pistoia, il 31 d'agosto del 
terribile 1478: « Giovanni se ne va tutto il dì in sul 
cavallino e tirasi drieto tutto questo popolo)); e il 
giorno prima, scrivendogli per madonna Clarice, 
che si doleva della troppo lunga e quasi ostinata 
sua assenza, aveva toccato, per muoverlo a ve- 
nire, una nota gentile di domestiéa intimità : « Gio- 
vanni vuol sempre intendere che novelle habbiamo 
di voi et tuttavia dice: Quando verrà Loencio?)); 
tanto era l'affetto che la donna, la quale pure non 
si poteva lodar troppo del marito, aveva saputo 
ispirare a' figliuoletti per lui ! Ecco, in una lettera 
della piccola Lucrezia alla nonna, da Cafaggiuolo, 
7 luglio 1479, un ricordo di golosità fanciullesca: 
« GiovoMni vi manda a chiedere de zucherini et dice 
che quegli gli mandasti furono pochi » ; e in una a 
Lorenzo, ch'è a Napoli fra mille cure, un quadretto 
gustoso: « Giovanni si va volentieri a letto a buona 
ora; e dice: Io non mi desto in tutta notte. È grasso 
e fresco)) (9). • 

Qualche anno dopo, il 12 maggio del 1485, il 
fanciullo non ancora decenne, ma già messere e 
protonotario ed abate, corre, con quegli altri «a- 
gnoU di festa e di letizia », che sono i frateUi suoi e 
il cugino GiuHo, incontro alla mamma, che ri- 
torna dalla cura del Bagno a Morbo, ed è preso in 
collo, « con tanta allegrezza e baci e gloria che non 
ve lo poterei dire con cento lettere)), come scrive il 
buon Matteo Franco (10). Il quale ce lo presenta 
allora con « un buon viso, non di molto colorCj ma 
sanozzo e naturale)), come Domenico Ghirlan- 
daio lo dipinge, con l'ampia faccia, il labbro 
inferiore sporgente, la bocca semiaperta, il pic- 
colo naso camuso, i lunghi capelli spioventi, in 
quel ritratto della cappella Sassetti in Santa Tri- 
nità, ch'è il solo, che noi abbiamo de' primi suoi 



CAPITOLO I 



anni (11). Un fanciullone prosperoso dunque, se 
non bello; e, moralmente, un fanciullo amorevole e 
docile, non caparbio, non insolente, non « disohhe- 
dientuzzo)), come il fratello Pierino, un ((.buony> fan- 
ciullo, quale si compiaceva di dirlo il padre (12). 
Ma, come nell'aspetto, pure non isgradevole, di 
lui bambino si additarono giustamente i primi se- 
gni del Rivolto prosaico, quasi volgare» e della sfor- 
mata obesità di lui fatto grande (13), così non 
s'ingannerebbe forse chi, in quegli accenni alla 
gola e alla pigrizia del fanciuUetto, vedesse un 
primo manifestarsi, non curato, come suole avve- 
nire, dagli educatori, della inerte e gaudente 
mollezza, che piìi si sarebbe deplorata in lui, car- 
dinale e j)ontefìce. Certo a un buon medico di 
quell'età lì sonno, la pigrizia, la pinguedine, la 
bianchezza del colorito non potevano sfuggire 
come sintomi di un temperamento flemmatico, 
di tale temperamento, cioè, che non a tutti piaceva 
riconoscere in se stessi o nei propri figMuoK (14). 

Nei primi anni il fanciullo, come usavano a Fi- 
renze, era affidato aUa madre, donna aspra con i 
familiari ed altera, come quella che troppo sentiva 
l'orgogHo della casa natale, e, per il contrasto fra 
l'educazione sua e la Hbera vita di Firenze, cruc- 
ciata spesso e crucciosa; ma fedéle al marito, 
amante di lui, ch'era distratto dalle brighe poli- 
tiche, dalle lettere, da non leciti amori, e tene- 
rissima ai fìghuoli, ch'ella aveva sempre con sé 
e che vedemmo farlesi incontro con tanto affetto 
dopo una breve sua assenza. La tenerezza di lei 
era anzi soverchia, in quello almeno che si rife- 
riva agli studi, dei quali né sapeva Clarice apprez- 
zare quanto valessero per sé, né comprendere 
quanto fossero necessari a chi doveva tenere il 
primo posto in Firenze, o come vantaggiosi a chi 



PKIMA educazione; e indole DEIi GIOVINETTO 7 

volesse brillare in quella corte romana, nella quale 
trionfava ogni giorno più lo spirito del rinasci- 
mento. Così indulgeva alla naturale svogHatezza 
de' suoi fanciulli, fino a rimproverare chi aveva il 
compito di educarli, come se ne sopraccaricasse 
la intelligenza ancora tenera (15). Ben altrimenti 
Lorenzo, che pure amava i figliuoli fino a mesco- 
larsi, con grave e inopportuno scandalo del Ma- 
chiavelli, &a i loro giuochi puerili, voleva ch'essi 
acquistassero quella cultura, senza la quale, se- 
condo un suo detto, gh uomini anche più eccellenti 
in dignità morivano in un'ambigua aspettazione 
di gloria: e parve a Cristoforo Landino ch'egH in 
questo compisse tutte le parti di ottimo e sapien- 
tissimo padre (16). 



II. 

Il bambino aveva appena tre anni, quando, 
pure rimanendo a fianco della madre, fu dato ad 
istruire, come già aU'età stessa il fratello Piero, 
ad Agnolo Poliziano (17). Lorenzo de' Medici, che 
aveva quasi tritato il suo giovine chente due 
anni e più, prima di affidargH l'educazione di 
Piero, e lo aveva poi veduto in questa aUa prova, 
mostrava ora insieme e quanto apprezzasse il 
maestro e come volesse allevato anche il suo se- 
condo fìghuolo. Non penso già ch'egH credesse con- 
venire al fanciullo destinato alla Chiesa un'edu- 
cazione in tutto simile a quella che s'addiceva al 
futuro signore di Krenze, poiché, anzi, egH si 
vanterà più tardi presso il papa di nutrire quel 
figliuolo, che egH aveva « fatto prete » — ed era 
aUora di nove anni! — « di costumi e di lettere.... in 
modo che non abbia da vergognarsi fra gli altri» (18). 



CAPITOLO I 



Ma una squisita cultura di lettere gli pareva neces- 
saria anche ad un ecclesiastico, in un'età, nella 
quale, come doveva dire più tardi con forte parola 
frate Girolamo, nelle case de' prelati e de' 
gran maestri non s'attendeva se non a 
poesia e ad arte oratoria e questi si davano 
« ad intendere, con Virgilio e Orazio e Cicerone, 
saper regger Vanirne)) (19). 

Cosi, prima nella solitudine piovosa di Cafag- 
giuolo, poi nella quiete della villa di Careggi, dove 
Lorenzo voleva che la famiglia stesse al sicuro in 
quel periodo burrascoso di peste e di guerra, il 
PoHziano cominciò l'ufficio suo presso Giovanm' de' 
Medici, fin dai primi elementi, dall'insegnargh a 
compitare, che non doveva esser cosa piacevole 
per un letterato già illustre ; e faceva che il bambino 
alternasse la fatica deUa mente con l'esercizio, 
che il padre aveva raccomandato di non trascu- 
rare, perchè si addestrasse, come scriveva Agnolo 
stesso in nome dell'altro suo alunno Piero, « non 
meno il corpo che V animo » (20). Il fanciuUetto pro- 
fittava, così che al maestro pareva « d'ingegno da 
haverne honore)), e, poiché, per fortuna di messer 
Agnolo, Clarice, che in quei giorni divenne madre 
di Giuliano, stette qualche tempo lontana, in breve 
sapeva già sillabare (21). Se il Poliziano aggiun- 
gesse altra istruzione rehgiosa o morale, adatta 
all'età e aUa futura condizione del fanciullo, non 
so; certo non ve n'è accenno nelle lettere sue o di 
Piero, dalle quah parrebbe che egh, quantùnque 
fosse prete e priore, si contentasse di condurre al- 
cuna volta il bambino a udir Messa e, del resto, 
lo lasciasse biasciare, • come poteva, l'ufficio con 
qualche altro prete di casa (22). Perchè Agnolo Po- 
Hziano avrebbe saputo, dove occorresse, montare 
in pulpito e pronunziare qualche dotta orazione, 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 9 

scintillante di citazioni classiche e di eleganze squi- 
site; ma all'umile e fruttuoso insegnamento del. 
catechismo e della morale cristiana non mi pare 
che fosse in alcun modo disposto. 

RisaHva intanto a Cafaggiuolo, verso la metà 
d'aprile del 1479, madonna Clarice; e ricomincia- 
Yano tra lei ed il maestro i dissensi, che erano 
già stati vivi, rispetto all'educazione di Piero, 
negh ultimi mesi dell'anno precedente, quando 
ella era con i fanciulli. Giovanni fu tolto dal fianco 
del PoKziano e obbHgato a impratichirsi nella let- 
tura, anziché su un classico latino secondo il co- 
stume dell'educazione umanistica, sul Salterio, po- 
niamo pure che fosse su quello, che MarsiHo Ficino 
aveva tradotto per Clarice non senza eleganza (23). 
E non fu già ch'ella potesse sperare, in un bam- 
bino di poco più di tre anni, alcun frutto spirituale 
dall'alta poesia dei salmi; bensì, donna pratica 
quanto il marito, ma con altri criteri dai suoi, 
ella voleva preparare, come poteva, il fìgUuoletto 
alla vita clericale, a cui l'avevano destinato, pa- 
rendole certo che leggere o biasciare salmi spedita- 
mente occorresse ad un ecclesiastico assai più che 
ogni cultura di lettere. 

Mentre si trattava soltanto di Piero, il Poliziano 
aveva resistito, sapendo bene di avere per sé la 
ferma volontà di Lorenzo e la più viva simpatia 
di Lucrezia Tornabuoni, la nonna dei fanciulM, 
colta e gentile e disposta per l'inclinazione naturale 
e la conoscenza della vita fiorentina, ad apprez- 
zare e il valore e il profitto della cultura (24). Ma, 
quanto a Giovanni, non par che avesse così chiara 
l'intenzione del padre, perchè, suggerendo a Piero 
l'argomento di una graziosa letterina per lui, 
gli faceva parlare de' suoi studi, senza accennare, 
come soleva, a quelH di Giovanni, e, accompa- 



10 CAPITOLO I 



gnando la letterina a Lorenzo con una sua, nar- 
rava quel che aveva fatto Clarice e aggiungeva 
rassegnatamente ch'egli non lo approvava, ma 
che, alla fine, Lorenzo vedesse (25). Quel che abbia 
risposto Lorenzo, non ci è noto; ma è probabile 
ch'egli, non volendo aggiungere una briga dome- 
stica alle politiche, già gravi e tormentose abba- 
stanza, non si sia curato d'intervenire efficace- 
mente; certo, meno d'un mese dopo, ai primi 
di maggio, il PoKziano veniva cacciato da Cafag- 
giuolo. E tornò bensì piti tardi in casa Medici, 
dov'era negK ultimi m^esi dell'anno, e, dopo una 
nuova e più fiera tempesta, fu riaccolto per sem- 
pre all'ombra del benefico lauro; ed anche riebbe 
l'educazione di Piero e salì maestro suUa cattedra 
di quello Studio, ove poco innanzi sedeva, disce- 
polo: ma la cura di Giovanni non ebbe più (26). Si 
direbbe che fosse risolta così la domestica lite fra 
Lorenzo e la donna sua: quel de' fighuoU, ch'era 
destinato a vivere e ad essere primo in Firenze, 
fosse educato come piaceva a Lorenzo, l'altro, 
che doveva, prima o poi, passare in Roma e vivere 
con il cardinale, l'arcivescovo e gh altri Orsini 
e del credito loro farsi appoggio a sahre, avesse 
tale educazione, che, senza corrispondere in tutto 
al pensiero di madonna Clarice, non le fosse troppo 
sgradita. 

A questo modo, se la grande fama di Agnolo Po- 
hziano fece sì che ai lodatori di Leone piacesse 
dirlo suo allievo (27), realmente questi l'ebbe 
maestro appena qualche mese, e in una età nella 
quale riusciva per lui inutile affatto la cultura del 
precettore dottissimo. Ed io non me ne dorrò 
troppo, perchè, in verità, il priore di San Paolo 
non era, per altri rispetti, educatore che s'addi- 
cesse a un futuro pontefice; ma penso che, almeno. 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 11 



le lacune nella formazione intellettuale di Gio- 
vanni de' Medici e quello che nel letterato e nel 
mecenate fu detto bene dilettantismo, non si 
sarebbero dovuti lamentare, se l'istruzione di lui 
fosse stata compiuta dall'uomo, che sapeva, come 
nessun altro in quell'età, rinnovare la classica 
eleganza con una freschezza di forma tutta mo- 
derna e aveva tracciato per i suoi alunni un pro- 
gramma secondo le norme migHori della peda- 
gogia rinverdita. 



III. 

I nuovi maestri, ai quali Giovanni fu affidato, 
valevano moralmente non molto piti, intellettual- 
mente senza confronto meno del Poliziano. Di 
un Martino della Commedia, che tenne da prima il 
posto dì messer Agnolo, abbiamo soltanto le lodi, 
che Clarice faceva scrivere da Agnolo stesso, poco 
avanti che quegh entrasse in casa: « giovane costu- 
mato y> <i buono giovane et.... ancora docto y>, almeno 
a giudizio di Costanza vedova e di Lorenzo figliuolo 
di Bemardetto de' Medici, presso de' quah egli era 
precettore (28). Ch'egh fosse molto « costumato » 
non parrebbe, perchè non solo .va compreso fra 
quegli invidiosi, che cercavano con arte sottile 
di toghere al Poliziano la fiducia de' suoi padroni; 
ma sappiamo che pose la mano senza scrupolo' 
sui hbri preparati da Agnolo per l'educazione di 
Piero e fin sui commenti, le interpretazioni e le 
altre opericciuole, ch'erano frutto delle fatiche 
di lui e dovevano essere offerte a Lorenzo (29). Ma 
a docto ^y non era per certo, mentre non resta di 
lui altro ricordo, che in quella lettera di Clarice e 
in due di Piero; il metodo poi, ch'egh teneva nel- 



12 CAPITÓ1.0 r 



l'istruire questo fanciullo, non dice troppo bene 
della perizia di lui quale maestro. Giovanni sem- 
bra che non facesse con lui soverchio profìtto, se 
una lettera di Piero del 22 maggio dà ancora come 
cosa nuova ch'egh sapeva sillabare: al Poliziano 
dovette parere senza dubbio ch'egh, come Piero, 
perdesse con quel maestro il suo tempo (30). 

Poco dopo, l'incarico dell'educazione di Piero 
fu dato a Bernardo Michelozzi, che lo tenne pro- 
babilmente fino al ritorno definitivo del Pohziano, 
in principio d'estate del 1480 (31). Ma fors'egli 
parve, da prima, troppo solenne maestro per il 
piccolo Giovanni: Piero, rispondendo, il 28 lu- 
gho 1482, al fratello, che l'aveva pregato di rac- 
comandarlo al maestro suo Agnolo, chiedeva, a 
sua volta, d'essere raccomandato a Clarice ed 
a « Xanthio » (32), cioè, senza dubbio, a quel ser 
Sante di Lorenzo da Dicomano, che dal 1484 fu 
maestro di grammatica ai giovinetti nello Studio 
di Firenze e tenne il posto sino aUa morte, nel 
1491 (33). Quanto costui valesse, non so dire, 
perchè a giudicarlo non basta un solo distico, 
che ho trovato di lui, autografo, in un mano- 
scritto fiorentino (34); dall'umiltà dell'ufficio, 
ch'egh ebbe con lo stucchevole Naldi e con un 
Piero Domizio, un Luca da CoUe, un Antonio 
di Bernardo pure da CoUe, un Giovanni' Dome- 
nico da Pistoia, presso che ignoti, e dall'onorario 
modesto, che discese, contro il costume, da set- 
tantacinque fiorini a sessanta e a cinquanta, si 
potrebbe argomentare che non valesse molto. 

Tuttavia il Michelozzi divenne presto — non 
saprei dire quando con certezza — il vero pre- 
cettore di Giovanni de' Medici e fu anche cu- 
ratore di lui fanciullo negh atti beneficiah, come, 
più tardi, faniihare di lui sahto a maggior di- 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 13 



gnità (35). Figliuolo di Michelozzo, l'architetto 
carissimo ai Medici, fratello a quel Niccolò, che 
fu uno de' più devoti ed abili esecutori della 
poHtica medicea, messer Bernardo, che doveva 
essere aUora neUa piena maturità del suo inge- 
gno (36), godeva, come apparisce da molti indizi, 
la maggiore fiducia di Lorenzo e di Clarice. E 
certo egU era uomo di vasta, se non profonda, 
cultura e tenuto a Firenze in gran conto. Agnolo 
PoUziano, anche quando lo vedeva con ramma- 
rico prendere il suo posto accanto a Piero, non 
aveva per lui. una parola amara, contentandosi 
di dire che non sapeva come si potesse raggua- 
gliare il tessuto di Bernardo col suo, o di 
mostrare qualche dubbio che quegh con la erudi- 
zione unisse l'attività e la diligenza necessaria a 
compiere fruttuosamente l'opera, ch'egli avea co- 
minciata; più tardi, cessate quelle prime gare, lo 
elogiava ne' Miscellanei come uomo dotto 
nell'una e nell'altra lingua, alla qual lode il 
Mchelozzi rispondeva, com'era dovere, con un 
carme encomiastico (37). E Marsilio, dicendolo, 
con ' fina adulazione, rivale, gli manda saiuti 
come a un suo « per quam dilectissimo » e, rice- 
vendone certe invettive, forse scherzose, gli ri- 
sponde con garbo valere tanto la sua musa e 
cantare così bellamente da rendere gradite fino 
le imprecazioni, ond'egU è mosso a pregarlo 
d'intonare, per accrescergli diletto, la pahno- 
dia (38). A Naldo Naldi CaDiopea stessa, con- 
ducendolo presso la sacra fonte di Aganippe, ha 
predetto che, se Bernardo seguiterà a coltivare 
le Muse, diffonderà così largamente il suo nome 
per le terre Esperie e così accrescerà la sua fama 
per le case del Lazio, come scorre per tutto il 
paese e inonda la selva dell'acqua sua vitrea 



14 CAPITOLO I 



il sacro Permesso. Un Benedetto Muzio vorrebbe 
saper correre i gioghi del Parnaso e gustare la 
sacra onda CastaKa per inalzare Bernardo, per 
metterlo innanzi quanto a pietà al figlio di An- 
chise, per dirlo più grande di Ordero. Che più? 
la Musa stessa gode, secondo un buon poeta 
friulano, di toghere dal capo di Febo l'alloro e 
cingerne le tempie mortah (39). 

In verità, così grandi lodi sono difficilmente 
giustificate dai pochi versi, che ci rimangono del 
Michelozzi, corretti bensì e non privi di una certa 
scioltezza; ma non tali che si distinguano per copia, 
o per novità di concetti, o per eleganza di forma, 
tra le infinite poesie di quel tempo (40). Bernardo 
però non era soltanto poeta, ma buon parlatore, 
« elegantissirmis rhector », come lo diceva fin dal 
1473 Benedetto Colucci (41), e studioso di filo- 
sofìa, sicché il FicÌQO lo noverava tra i suoi udi- 
tori (42) ; ed anche era, o si voleva far parere, cono- 
scitore del diritto canonico, nel quale ebbe la 
laurea in Firenze il 16 luglio 1482 (43). I libri, ,che 
egli possedeva o togheva a prestito dalla bibho- 
teca medicea, mostrano un notevole interesse di 
lui per gh studi più vari. Gli epigrammi di Mar- 
ziale e i Saturnali di Macrobio, de' quali aveva o 
si faceva prestare codici, che sono ricordati dal 
Poliziano (44), e molto più le opere di Silio Ita- 
lico e di Apuleio, ch'egh tolse di bibhoteca (45), 
lascerebbero supporre una predilezione per gli 
scrittori dell'età postaugustea, o almeno un'oppo- 
sizione ben chiara contro l'esclusività dei Cice- 
roniani; la quale tendenza di lui ci può essere con- 
fermata dalla stima in cui il PoHziano lo tenne (46). 
Quanto poi agli autori greci, egh trascorre più 
largamente, da Omero, del quale cerca anche i 
commenti di Eustazio, ad Euripide, da Pindaro 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 15 



a Senofonte; e di filosofìa vuol leggere la Repub- 
blica di Platone e la Metafisica di Aristotele e di 
teologia i Sermoni del Nazianzeno e le opere at- 
tribuite a Dionisio Areopagita: ma poi ancora 
i teoremi di Euclide e l'osservazione ciclica delle 
cose celesti di Cleomedé, il trattato di Antemio 
sui paradossi di meccanica, uno scritto di Ero- 
diano De varietafe linguarum, uno di Demetrio 
Contra Macharium (47). Ma questa varietà stessa 
ed il fatto ch'egli domandava troppi libri e troppo 
diversi ad un tempo (48), ci danno l'impressione 
ch'ei H delibasse con il gusto di un dilettante, 
anziché assaporarli riposatamente per ricavarne 
succo di soda cultura. Con ben altra serietà di 
erudito e di critico, Agnolo Poliziano soleva tempe- 
stare di postille i margini e le interhnee dei libri, 
che prendeva a studiare, e ne traeva le note origi- 
nali ed acute de' suoi Miscellanei. Così, da quel 
suo maestro Giovanni de' Medici poteva essere 
condotto per i prati fioriti del Lazio e forse per 
opera sua intravvedere già le bellezze dell'Eliade 
sacra; ma non credo che trovasse in lui una guida 
sicura a conoscere profondamente i tesori delle 
lettere classiche. 

E meno che mai poteva messere Bernardo farsi 
educatore a Giovanni, non con la parola che vale 
poco, ma con l'esempio, in quegH ingenui costumi, 
nei quah un panegirista di Leone lo dice addottri- 
nato da lui (49). Prete, pievano, canonico della 
cattedrale di Firenze, vescovo futuro, Bernardo 
Michelozzi (50), per quanto un suo lodatore lo 
chiamasse « pietate sacerdos insignis », era moral- 
mente troppo diverso da quel ch'addiceva alla 
qualità sua ed all'ufficio. Non io guarderò troppo 
il ritratto orribile, che fa di lui in certi epigrammi 
ser Piero da Bibbiena, di lui profanatore della 



16 CAPITOLO I 



memoria dei padri innocenti, degenere da quella 
sua casa pura e lucida come l'astro del mattino, 
superbo e livido per invidia, simulatore d'ami- 
cizia ma avvezzo come il Parto a lanciare frecce 
avvelenate fuggendo, visitatore ipocrita di chiese 
e ingannevole espositore di sante dottrine, ladro, 
beone, macchiato di turpitudine orrenda (51): di 
gentilezze siffatte, o peggiori, siano dette o no 
seriamente, abbondano i versi dei chenti medicei. 
E riconoscerò volentieri che alcuni suoi distici 
a Bartolomeo Ridolfi, nei quah si vide un ecci- 
tamento a cantare cose moUi e lascive, non furono 
intesi bene, perchè non altro contengono che un 
garbato annunzio d'una prima visita all'amico (52). 
Ma, se è del Michelozzi, come parrebbe, U verso 
« Mihi sit cripta poculumì), non aveva torto il 
Bibbiena di dirlo augurio non conveniente a poeta 
sacro (53), né ad uomo di vita severa e di casti- 
gata parola avrebbe un Zanobi Pace osato scrivere 
certa sconcezza, alla quale poi messere Bernardo 
rispose nello stesso tono, senza mostrare sdegno 
o vergogna (54). Anche quando il Michelozzi canta 
di cose sacre e vuole spiegare al giovinetto car- 
dinale de' Medici il significato dei ceri hturgici 
o della festa della Candelora, non riesce ad ele- 
varsi sopra ad una forzata interpretazione sim- 
boKca, o a trarre un suggerimento morale, che 
non sia affatto generico; porremmo anzi dire, 
sottilizzando, che nemmeno sappia interpretare 
bene il simbolo, perchè il fuoco di Dio può di- 
struggere la carne, ma nessun morahsta cristiano 
pensò mai che dovesse perire con questa anche 
lo spirito {5S). 




o 



cu 



E 

E 

co 



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16 CAPITOLO I 



memoria dei padri innocenti, degenere da quella 
sua casa pura e lucida come l'astro del mattino, 
superbo e livido per invidia, simulatore d'ami- 
cizia ma avvezzo come il Parto a lanciare frecce 
avvelenate fuggendo, visitatore ipocrita di chiese 
e ingannevole espositore di sante dottrine, ladro, 
beone, macchiato di turpitudine orrenda (51): di 
gentilezze siffatte, o peggiori, siano dette o no 
seriamente, abbondano i versi dei chenti medicei. 
E riconoscerò volentieri che alcuni suoi distici 
a Bartolomeo E-idolfi, nei quah si vide un ecci- 
tamento a cantare cose molli e lascive, non furono 
intesi bene, perchè non altro contengono che un 
garbato annunzio d'una prima visita all'amico (52). 
Ma, se è del IVIichelozzi, come parrebbe, il verso 
« Milli sit criiota foculum », non aveva torto il 
Bibbiena di dirlo augurio non conveniente a poeta 
sacro (53), né ad uomo di vita severa e di casti- 
gata parola avrebbe un Zanobi Pace osato scrivere 
certa sconcezza, alla queJe ]30Ì messere Bernardo 
rispose nello stesso tono, senza mostrare sdegno 
o vergogna (54). Anche quando il Michelozzi canta 
di cose sacre e vuole spiegare al giovinetto car- 
dinale de' Medici il significato dei ceri hturgici 
o della festa della, Candelora, non riesce ad ele- 
varsi sopra ad una forzata interpretazione sim- 
bolica, o a trarre un suggerimento morale, che 
non sia affatto generico; pobremmo anzi dire, 
sottihzzando, che nemmeno sappia interpretare 
bene il simbolo, perchè il fuoco di Dio può di- 
struggere la carne, ma nessun moralista cristiano 
pensò mai che dovesse perire con questa anche 
lo spirito (65). 




o 



E 



n: 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 17 



IV. 

Con il Michelozzi ebbero, per un tempo più 
o meno lungo, l'incarico d'istruire Giovanni de' 
Medici anche altri maestri, e più celebri. Per ve- 
rità, molti fra coloro, che sono ricordati in tale 
ufficio, come il Verino, il Franco, l'Adriani, un 
Pietro da Egina, l'Argiropulo, Piero Crinito, 
non penso gh abbiano mai insegnato parola; e 
furono posti fra gU educatori di lui per equivoco, 
o, forse, alcuna volta per fantasia di biografi, ai 
quah parve che tutti fossero chiamati presso il 
futuro pontefice, quanti erano uomini dotti in 
Firenze (56). E, se Varino Favorino scriverà molto 
più tardi d'averlo addottrinato nel greco, credo 
che questo non sia stato prima della cacciata, 
quando il Camerte istruiva i giovinetti di Fi- 
renze ne' buoni costumi e nella grammatica e 
Giovanni era quasi sempre fuor di città; ma dopo 
che il Medici, passata già la prima tempesta del- 
l' esiho, ebbe aperto signorilmente alla cultura 
del Lazio e dell'Eliade il suo splendido palazzo 
di Roma (57). 

Invece gh insegnarono, fin da questi primi suoi 
anni. Urbano Valeriano, Demetrio Calcondila, 
Gregorio da Spoleto. Urbano, da vecchio, quando 
il glorioso alunno era già disceso, fra il pianto 
degh mnanisti, nella tomba, si compiaceva nel 
ricordare d'averlo, ancora giovinetto, istruito nelle 
lettere greche: e Giovanni Pierio, dedicando, pa- 
recchi anni dopo, i suoi versi a Caterina de' Me- 
dici, aggiungeva che lo zio era stato, in quella 
discipHna, il primo maestro di papa Leone (58). 
Ed era maestro insigne. Pellegrino ed apostolo 

2. — PicOTTi, Leone X. 



18 CAPITOLO I 



dello studio del greco, il Bellunese era versato 
in questa lingua, come forse niun altro nel tempo 
suo, e, mentre andava compilando una gramma- 
tica lodatissima, viveva a Firenze, come a Venezia 
più. tardi, in istretta unione intellettuale con gli 
uomini piii illustri di quella, che gli piacque di 
chiamare poi vecchia accademia di letterati e 
di poeti fiorentini (59). Ed anche, se possiamo cre- 
dere al nipote suo, era esempio mirabile di ope- 
rosità e di modestia, povero, come s'addiceva a 
religioso minorità, e schivo di ricchezze e d'o- 
nori (60). Ma non pare ch'egh sia rimasto lunga- 
mente al fianco di Giovanni, perchè nessun docu- 
mento mediceo lo ricorda; e questi era allora in 
tale età, dagh otto ai tredici anni, che non poteva 
profittare molto della dottrina dell'insigne elle- 
nista (61). 

Relazioni alquanto più strette ebbe Giovanni 
con Demetrio Calcondila. Infatti l'Alcionio, che 
scrisse nel pontificato di Leone ed ebbe verisi- 
mihnente da questo e dal cardinale GiuJio molti 
particolari sulla sua vita, pone sulle labbra di 
lui il ricordo di un fatto, ch'egH fanciullo aveva 
udito narrare dal Calcondila, e più innanzi fa che 
Giuho dia lode alla valentia del pontefice nella 
lingua greca, la, quale aveva appresa « ah ineunte 
pueritiayi da Demetrio principe dell'attica elo- 
quenza (62). E pei" vero, nulla impedisce di cre- 
dere che il Calcondila, il quale era in Firenze già 
dal 1473 e fin dal settembre del 1475 era maestro 
nello Studio (63), alternasse le lezioni pubbhche 
di morale e di poetica e le cure per l'edizione di 
Omero con l'insegnamento al fighuolo di Lorenzo 
de' Medici. E l'uomo erudito e facondo, per udire 
il quale Agnolo Pohziano .dimenticava fin la be- 
vanda ed il cibo, a cui il Reuchhn af&dava il 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 19 

fratello mandato per addottrinarsi in Firenze, po- 
teva esser davvero al giovinetto un maestro eccel- 
lente. Forse erano incominciati appena, o certo 
non erano finiti gli studi greci di Giovanni, quando 
Demetrio, che non si teneva pago del trattamento 
fattogli in Firenze e accusava il tiranno di obbli- 
garlo a rimanere contro sua voglia, pensò che ap- 
punto l'educazione di quel fanciullo gli potesse dar 
modo di uscire di prigionia con sicurezza ed onore. 
Scrisse infatti, il 30 novembre del 1488, all'amico 
Giovanni Lorenzi, pregandolo di operare che da 
Roma si persuadesse al magnifico d'inviarvi il 
figliuolo e farlo accompagnare da Demetrio, cosa 
onorevole per il ragazzo e vantaggiosa quanto 
all'istruzione di lettere e all'educazione del co- 
stume (64). Ma Giovamu de' Medici, creato poco 
dopo cardinale, non andò a Roma, bensì a Pisa a 
studiarvi il diritto. E, se il Calcondila ci, apparisce 
una volta, nelle vacanze scolastiche, presso di 
lui a Passignano, forse per tenere il luogo di Gre- 
gorio da Spoleto, ch'era malato (65), e se ebbe e 
notò con giustificata compiacenza l'onore che il 
cardinale fosse padrino di due suoi figliuoH (66), 
neppur egh potè, legato com'era alla cattedra 
dello Stucho, essergh vicino in quegh anni dell'ado- 
lescenza matura, nei quah soltanto sarebbe riu- 
scito a fare ch'egh gustasse tutta la bellezza del- 
l'arte ellenica. 

Efi&cacia maggiore sull'educazione del futuro 
pontefice ebbe invece Gregorio da Spoleto, quan- 
tunque il suo nome sia quasi ignoto ai biografi di 
Leone. Il buon maestro, che digrossò Ludovico Ario- 
sto, quand'era legno ancor rude, e del giovine ven- 
tenne, che appena riusciva a leggere Fedro, seppe 
fare in due anni l'elegante cantore di Filiroe (67), 
era allora a Firenze, in età ancor fresca, precettore 



20 CAPITOLÒ I 



di Franciotto Orsini, un nipote di madonna Cla- 
rice, che Lorenzo faceva educare con grande cura; 
ed anche dava lezioni ad altri giovinetti fiorentini 
come a quel Michele Verino, che fu speranza così 
viva e così amaro e precoce rimpianto di chiunque 
amasse vedere unite poesia gentile e onestà di 
costume (68). Quantunque l'Orsini non sempre 
dimorasse in casa Medici, aveva tuttavia comuni 
in qualche parte con il cugino gli studi (69); non 
è quindi improbabile che quel suo precettore, che 
lodavano già come illustre per dottrina e virtù, 
insegnasse a Giovanni, prima ancora che Fran- 
ciotto, sul principio del 1487, si rivolgesse, com'era 
costume deUa sua famiglia baronale, dagH studi 
aUe arti di guerra (70). E potè, in quel primo tempo, 
avere compagno nell'onorevole e vantaggioso uf- 
ficio il Calcondila, col quale sembra che avesse 
particolare intimità (71), Certo, r8 gennaio del 
1489, egli era in casa di Lorenzo, quale pedagogo, 
od anzi, come scriveva un maestro Matteo da 
Tolentino, « pedonomo » di Giovanni de' Medici, ac- 
canto al quale apparisce il 24 e 26 di febbraioj 
quando al giovinetto furono conferiti gh ordini 
del suddiaconato e del diaconato e data la laurea 
in diritto canonico; e con lui rimase tutto quel- 
l'anno e il seguente (72), E Giovanni faceva testi- 
monianza al padre dei servigi ch'egh aveva resi 
« con tanto amore et affectioné quanto è possibile », 
dolendosi che, dopo tant'anni da che egU era in 
casa, non avesse ancora avuto nulla; ed era vero, 
perchè, dove altri servitori medicei di merito assai 
minore avevano parrocchie e prebende e si pote- 
vano fregiare dell'appellativo di messere, lo Spo- 
letino rimaneva ancora, nel febbraio del 1490, 
« Gregorio di casa)) (73). Ma almeno aveva l'af- 
fetto del discepolo: quando a Passignano egh era 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 21 

malato così a lungo e gravemente che, per la debo- 
lezza della complessione, si temeva non avesse a 
scampare, Giovanni, ormai cardinale, era « tucto 
il dì alla hoccha)) di lui e s'affliggeva della sua 
infermità, né voleva consentire che lo traspor- 
tassero, come il padre desiderava, a Firenze (74). 
Piti tardi, nella primavera del 1491, quando parve 
bene allontanare Gregorio dal giovine cardinale, 
ch'era già vicino a prendere pubblicamente il 
cappello. Gentile Becchi insinuava mordacemente 
che il nuovo suo alunno si lasciasse vincere ancora 
da « certa instillacione gregoriana », che gii veniva 
da Firenze (75). Di che maniera fosse questa 
« instillacione » non è difficile indovinare e noi ve- 
dremo, del resto, a suo luogo: qui -essa è ricordata 
solo a provare come l'imagine cara del maestro 
spoletino rimanesse fitta nella mente ài Giovanni 
de' Medici, a quel modo che, più tardi, rimase 
nella mente di Ludovico Ariosto, anche dopo 
ch'egh fu tolto a lui « dalla sfortunata duchessa » e 
a questa poi dalla morte. 

Del metodo di Gregorio nell'educazione sap- 
piamo, purtroppo, assai poco. Se l'Ariosto ci dice 
ch'egh* iUenea d'ambe le lingue i bei secreti)), iHbri, 
ch'egh toghe va a prestito dalla bibhoteca medicea, 
mostrano insieme la preferenza di lui per il gteco 
e l'ampiezza de' suoi studi, che si stendevano fin 
alla parte più recente e più dotta della letteratura 
ellenica. Ma non credo che quei hbri servissero 
tutti per l'istruzione di Giovanni, perchè, se questi 
poteva a quindici anni leggere con profitto Livio 
e Tucidide, neppure la precocità de' giovinetti fio- 
rentini può far pensare che a dodici o tredici gh 
si ponessero, in mano i commenti di Alessandro 
d'Afrodisia ai metereologici di Aristotele, o lo 
si volesse avviare per quelh che Stazio chiamò i 



22 CAPITOI-O I 



nascondigli di Licofrone oscuro (76). Potremmo 
invece argomentare da una lettera di Michele 
Verino ch'egli, come il Poliziano, non tenesse in 
gran conto gli esercizi di versione da una lingua 
nell'altra, ma spingesse i discepoli, piti che a 
tradurre pedestremente, a cercare di rendere in 
composizioni nuove, in verso od in prosa, le ele- 
ganze delle antiche letterature. Ed anche sappiamo 
che disprezzava, fino a stimarle indegne di essere 
lette, le opere in volgare, quelle almeno di argo- 
mento leggiero, come le rime del Burchiello e le 
tavolette del Pulci, delle quali pure si diletta- 
vano gli uomini colti del circolo mediceo e fino il 
dotto e pudico Verino (77). Egli era insomma un 
umanista della prima maniera, sebbene la stima e 
l'affetto, che si ebbero per lui, e quell'epiteto di 
amabile, con cui lo chiama il geniale cantore di 
Orlando, escludano ogni sospetto d'arcigna pe- 
danteria. Quanto poi alle doti morali, certo suo 
« pispissera », che, secondo il Becchi, male era tol- 
lerato dalla famigha di Giovanni de' Medici, mo- 
stra com'egli non vedesse volentieri la rilassatezza 
e il disordine, che messer Gentile trovò a Pisa in- 
torno al cardinale; ma può anche far pensare che 
a lui mancassero e l'energia per opporvisi e quel 
« parlare aperto », del quale si vantò poi l'Are- 
tino (78). E forse questa sua debolezza spiega 
insieme la simpatia grande di Giovanni per lui 
e il non grande profitto, che questi trasse dal suo 
insegnamento. 

Maestri di filosofìa non credo abbia avuti Gio- 
vanni, almeno in questi primi suoi studi, quand'e- 
gh era ancora troppo fanciullo. Certo non l'eb- 
bero mai discepolo, come più d'uno credette, il 
Ficino od il Pico (79); e Giorgio Benigno Salviati, 
filosofo e teologo di qualche meritò, si vantò 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 23 



molto di essere stato maestro di Piero, al quale 
e a Giovamii offrì la sua Dialectica nova; ma che 
avesse insegnato a questo né egli disse mai, né 
dissero gli amici, che si affaticavano per lui, nep- 
pur quando v'era bisogno dell'aiuto del cardinale 
per conservare od accrescere l'autorità di Giorgio 
nell'ordine francescano, neppure quando Leone 
era già saHto al trono papale e il Salviati gU offriva 
scritti già antichi, in cui gli aveva presagito la 
tiara (80). 

V. 

Ma, ancor più che dai maestri, lo spirito di Gio- 
vanni de' Medici potè essere formato da quella 
dotta, gioconda, molteplice vita, che s'agitava in- 
tomo a lui. Nel sontuoso palazzo di via Larga, 
non si trattavano soltanto gli affari della prima 
casa bancaria del mondo, né soltanto si dirigeva 
la pohtica della città, che fu ago della bilancia d'I- 
talia; ma si raccoghevano, quasi a convito di 
sapienza e di gentilezza, quanti erano a Firenze 
uomini eruditi e geniali, o quanti, giungendo di 
fuori, vi si arrestassero, anche per poco. Lorenzo 
alternava le gravi cure con lo studio e le muse, 
discorreva di filosofìa con Marsiho e col Pico, di 
lettere col PoHziano, scriveva il Canzoniere e la 
Nencia, ì canti carnascialeschi e le laudi. Col Ru- 
cellai, il Bonsi, il Boninsegni, i Valori, i Soderini, 
i Vespucci s'incontrava, negh anni delle due am- 
bascerie o nel viaggio per Roma, Bernardo Bem- 
bo (81); PandoKo CoUenuccio, oratore dello Sforza 
di Pesaro, o podestà di Firenze, entrava in tanta 
amicizia con i. Medici da essere chiamato, fra i 
pochi intimi, ad assistere all'investitura del pro- 
tonotariato a Giovanni (82). E, se gh studi pisani 



24 CAPITOLO 1 



tolsero a questo di vedere ospite nella casa pa- 
terna Ermolao Barbaro ed ammirarne l'eleganza 
del parlare e la gravità del costume (83), almeno 
egli conobbe Giovanni ReuchHn, un dì quei pelle- 
grini, che la Germania assetata di sapere mandava 
ad abbeverarsi aUa fonte copiosa della cultura 
nostra, e dal tedesco già illustre per dottrina di 
greco, di filosofia, di diritto, e dai compagni suoi, 
il Biel, il Vergenhans, Petrus Jakobi, campioni 
del rinascimento in Germania, potè, ancor gio- 
vinetto, udire la celebrazione dell'umanesimo 
nostro (84). 

Sotto agli occhi suoi andava crescendo la bi- 
blioteca privata de' Medici, perchè il debito, che 
il re d'Ungheria aveva col banco mediceo, era 
sodisfatto con libri,, e Piero di Lorenzo e Agnolo 
Pohziano attendevano con ogni premura a fame 
copiare altri in gran ninnerò. E i volumi, che Gio- 
vanni tolse a prestito dalla libreria, e, piti assai, 
la cura, ch'egh ebbe di ricuperarla dopo la disper- 
sione, e il pregio, in cui la tenne nel palazzo ro- 
mano dì Sant'Eustachio, fanno prova ch'ei la co- 
noscesse già bene fin da quando essa era nella 
casa patema in Firenze (85), 

I corrispondenti medicei e gli oratori della re- 
pubblica fiorentina, in una lettera, che parlava 
di negozi di commercio, o riferiva un importante 
colloquio politico, davan notizia di un professore 
celebrato, che si poteva condurre a Firenze od 
a Pisa, d'una raccolta di carmi, d'una statua an- 
tica scoperta, d'un medaghere, d'una lira nuova 
e pregevole (86). E s'andavano accrescendo le 
collezioni meravigHose del palazzo di via Larga 
o del giardino di San Marco, sicché, ovunque 
l'occhio posasse, sugh arazzi o gli affreschi, sul- 
l'armi o sui rosari, sul prezioso vasellame cesel- 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 25 



lato o sulle maioliclie, sui quadri moderni o sulle 
antiche sculture, godeva dello spettacolo di una 
ricchezza non ostentata, che armoniosamente con- 
temperava l'intrinseco valore dell'oggetto e il buon 
gusto di chi l'aveva eseguito o raccolto (87). 

Sulle pareti della cappella di palazzo, di fianco 
all'altare di Dio, si svolgeva tutta la pompa di un 
corteo regale; e forse, sotto le spogHe di un re 
giovinetto, che, guardando dall'alto del suo de- 
striero bianco, pareva dimentico di essere venuto 
per adorare il nato Re delle genti e de' secoli, 
qualcuno credeva già di riconoscere, trasformata 
idealmente dall'arte di Benozzo, la figura del ma- 
gnifico Lorenzo de' Medici (88). Nella ^camera di 
monsignore », presso alle lettiere intarsiate, pro- 
tette da ricclii cortinaggi a verzura, coperte da 
panni d'arazzo e da cuscini di velluto broccato 
d'oro, erano colmi e storiette con il Crocifisso 
e i due ladroni o con una testa di dama, con 
Nostra Donna o la Poesia, erano cimieri e lance 
d'oro e specchi in rihevo, angeluzzi e « gnvdi », di 
bronzo; erano forzieri istoriati « della vittoria di 
Marcho Marcello della Sicilia » e spalliere con la 
giostra di Lorenzo; e la forza intelligente trion- 
fava con Ercole sulla forza bruta di Anteo (89). 

Tra i compagni del giovinetto, Franciotto Or- 
sini portava i costumi di quella nobiltà di Roma, 
la quale, se non aveva ancora schiuso l'animo al- 
l'incanto della cultura, aveva però nel tratto alcun 
che dell'antica magnificenza: e l'esempio di lui, 
congiungendosi con quello, ancor piti efficace, che 
veniva dalla madre, poteva dare al futuro cardinale 
e pontefice que' suoi modi, nella stessa affabilità, 
signorili, ch'erano così diversi dal contegno bor- 
ghesemente spigliato di Lorenzo de' Medici (90). 
Un altro romano, un altro papa futuro, Alessandro 



26 GAPITOLO'^ I 



Farnese, lodatissimo allora per cultura larga ed 
onesto costumie, recava a Firenze, dov'era venuto 
a compiere gli studi, le tradizioni della scuola di 
Pomponio, meno brillante e geniale della fioren- 
tina, ma superiore nella sicura conoscenza delle 
memorie, delle istituzioni, de' monumenti di 
Roma (91), Bernardo da Bibbiena si distingueva 
tra quei giovinetti per la vivacità dell'arguto suo 
ingegno, mentre Lorenzo Tornabuoni, alquanto 
maggiore di anni, cominciava ormai a dar saggio 
di quella splendida liberalità, che al popolo, anche 
fattosi nemico de' Medici, doveva renderlo caro 
e farlo rimpiangere, dopo l'atroce sua fine, come 
((Videa d'ogni gentile homo)> (92). E, se occorreva 
alcuna volta sollevare l'animo dagli studi severi, 
meglio assai de' capricci o de' lazzi buffoneschi di 
fra Mariano (93), poteva rallegrarlo il giocondo 
cantare o FaccapigKarsi, non si vedeva bene se 
da senno o per burla, del Franco, del Bellincioni, 
del Pulci. E le prodigiose geste di Morgante e le 
astuzie di Margutte non parevano sconvenire dopo 
l'intenta lettura delle imprese eroiche di AchiUe o 
dei sottili accorgimenti di Ulisse. 

JNella Firenze medicea il Ficino alternava le con- 
versazioni dell'Accademia, che dovevano far cri- 
stiano il platonismo e travestirono platonicamente 
il cristianesimo, con il tocco sapiente della cetra 
e un canto dolce siccome quello di Orfeo. Qui il 
Pico, se aveva rinunziato alle Muse, per conciliare 
Platone e Aristotele, la Cabala e il Cristo, s'inte- 
ressava tuttavia delle poesie di Lorenzo e degli 
epigrammi di Michele Marullo; qui Agnolo Poli- 
ziano preludeva a' suoi eruditi corsi accademici con 
una selva d'intonazione omerica o virgiliana, con 
un'elegia in lode di Ovidio, con un'ode non indegna 
di Orazio, o, maestro di filosofìa, irrideva i filo- 



PKIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 27 

sofi accigliati, disponendosi a interpretare lette- 
rariamente il profondo pensatore di Stagira; qui 
il Landino poteva brattare le sottili questioni delle 
dispute camaldolesi, o commentare Virgilio ed 
Orazio, od esporre dottamente la Commedia, 
mentre i discepoli suoi ripetevano ancora i bei 
versi giovanili del cantore di Xandra. Nel pa- 
lazzo de' Signori, Bartolomeo Scala deponeva la 
veste di cancelliere della repubblica per seguire 
poetando Lucrezio o Virgilio, per discutere d'imi- 
tazione ciceroniana o d'eclettismo nello scrivere 
latino, per camminare, ahi! troppo da lontano, 
sulle orme di Livio; e ser Alessandro Braccesi, fra 
un rogito notarile e una lettera diplomatica, po- 
teva tradurre le guerre civili di Appiano, cantare 
aUa burchia, celebrare gE amori e le bellezze di 
Flora. Né l'ufficio solenne di gonfaloniere o lo 
studio delle costituzioni sinodali della Chiesa fio- 
rentina impediva ad Amerigo Corsini di poetare 
sulla vita di Cosimo o di scrivere amorose elegie; 
né, contro ai presagi dell' Ammannati, la lira no- 
ceva alla fortuna poHtica od ecclesiastica di Baccio 
Ugolini (94). 

Se il giovinetto voleva entrare in chiesa a udir 
predica, potea vedere frate Mariano da Genazzano 
aggirarsi come ape nei campi verdeggianti de' 
poeti (95), quando pur non sahsse in pulpito ad 
esporre la parola di Dio il canonico Ficino o il 
venerabile messer Agnolo priore di San Paolo. 
Sull'altare, una Madonna dell' AngeHco sorrideva 
con dolcezza celeste ed angeH e beati genuflessi 
adoravano con fede ingenua, con profondo senti- 
mento di amore e di gioia, mentre le figure del 
Botticelli parevano assorte in un sogno misterioso 
e negh affreschi palpitava la gaia, ricca, esuberante 
vita fiorentina e sulle cantorie fanciulH intreccia- 



28 CAPITOLO I 



vano liete carole. Presso alla bella chiesa medicea 
di San Lorenzo s'udivano i cMerici prepararsi alla 
recitazione de' Menaechmi e. nel mordace prologo 
polizianesco, declamare contro agl'indiscreti cen- 
sori, cocollati, zoccolanti, cinti di corde, tristi 
venditori di santocchieria, profeti di sventura a 
una plebe paurosa: forse correva sottovoce il nome 
di alcun predicatore caro al popolo, se non già 
quello di certo rigido frate dì San Marco (96). 
Nel convento camaldolese di Santa Maria degli 
Angeli, nel quale pareva aggirarsi ancora l'ombra 
austera e gemale di Ambrogio Traversari, Gio- 
vanni era accolto con festa da Guido di Lorenzo 
d'Antonio, che Lorenzo de' Medici aveva im- 
provvisato priore (97), dotto uomo nelle lettere 
profane e nelle sacre; e ricordò egli medesimo, 
pontefice, d'avervi passato gran tempo nella sua 
adolescenza e quasi esservi stato educato (98). 
Ma non sempre quelle pareti risonavano di cantici 
sacri: spesso nella cattedra sacerdotale, accanto 
all'altare, sedeva un laico a insegnare filosofìa e da 
laici ascoltatori erano occupati gli stalli del coro: la 
casa dell'orazione era fatta scuola profana (99), 
E nel convento Giovanni vedeva rappresentare, 
nel carnovale del 1491, innanzi a una folla di 
ecclesiastici e di laici, nobili uomini ed eruditi, il 
giudizio di Salomone, autore un sacerdote assai 
perito, attori giovani monaci; e v'era tra essi chi 
faceva la parte di meretrice, con vesti acconcé e 
atti fin troppo efficaci: Giovanni plaudiva (100). 
L'anno dopo, il dramma era tutto diverso: erano 
poste in contrasto la vita rilassata di un monastero 
cistcrciense e la vita rigida di un camaldolese ed a 
questa era data la palma; al mutamento, assai 
più che le parole severe del generale dell'Ordine, 
aveva spinto quel soffio di riforma, che ahtava 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 29 



ormai in Firenze. Ma io temo che il cardinale 
giovinetto, rivolgendosi con un sorriso leggiero 
ad alcuno dei commensali, nel lauto convito che 
seguì allo spettacolo, dicesse che quella era briga 
di monaci, forse una pietra gittata dall'antico 
cistcrciense di Settimo, ora priore degh Angeli, 
contro i suoi confratelli di un tempo: briga di 
monaci, appunto come quella del frate agostiniano 
di Wittenberg contro i domenicani predicatori 
d'indulgenze (101). 



VI. 

Certo, elementi cosi diversi di cultura e di vita 
potevano formare quella siiigolare e armoniosa 
ricchezza deUo spirito, per la quale un italiano di 
quell'età, e un fiorentino in particolare, poteva 
essere insieme uomo di stato e di lettere, teologo 
e poeta, filosofo e musico, mercante ed • artista, 
delia quale ricchezza e armonia il magnifico Lo- 
renzo fu, in mezza ai molti e gravi difetti, esempio 
mirabile. Ma, se l'ape industriosa dal succo di 
tanti fiori traeva dolcezza di miele, molte far- 
falle s'aggiravano volando dall'uno all'altro fiore, 
senza posarsi stabilmente su alcuno, senza nutrirsi 
di alimento vitale. Ora, se io non erro, tale fu 
Giovanni de' Medici. Lasciando per ora da parte 
gh studi di legge, ai quah attese piti tardi, e quella 
sua laurea in diritto canonico, che, a tredici 
anni, non poteva essere se non una trista comme- 
dia, e rimanendo qui agh studi che dicevano allora 
di lettere ed arte, il corso dei quali si poteva con- 
siderare compiuto, quand'egh passò da Firenze a 
Pisa, non vi fu materia, di cui non sapesse, di cui 
anzi i lodatori non lo proclamassero dotto, ma 



30 CAPITOLO I 



anclae non ve ne fu alcuna, nella quale ei lasciasse 
orma durevole o anche soltanto sicura memoria 
di conoscitore profondo. 

La lingua volgare non aveva allora un posto 
proprio nell'istruzione dei giovinetti; e non si 
può discorrere senza molte riserve di un ritorno 
all'italiano neUa Firenze medicea (102), quando 
l'uomo, che meglio d'ogni altro dovrebbe rappre- 
sentare questo ritorno. Agnolo Poliziano, compo- 
nendo le 8tanze e l'Orfeo, diceva di avere arro- 
chita la gola, di essere oca fra i cigni d'ApoUo, e 
attendeva di ritrovare all'ombra del lauro la forza 
di spiegare l'ala a più alta impresa, al canto ome- 
rico deUe geste del novissimo Achille (103). Ma 
non per questo, Agnolo stesso lasciava di racco- 
ghere dalle labbra del popolo la fresca e sempUce 
sua poesia e adornarla di classiche gemme, ne la 
prosa latina o latineggi ante aveva fatto dimenti- 
care, quando si scrivesse per sé non per gli altri, 
per il popolo non per i dotti, la schietta Hmpi- 
dezza del trecento, in casa Medici, la buona Lu- 
crezia poetava in volgare con semphce garbo; Lo- 
renzo componeva versi e prose, ora imitando 
Dante e il Petrarca, ora facendo eco ai canti del 
popolo, mutando stile e soggetto, con disinvol- 
tura sempre e buon gusto; lo stesso Piero, che 
pure tanto male rispose alle cure del PoHziano, 
conosceva, ancor fanciulletto, i luoghi piti belli 
degh scrittori toscani e scriveva poi con vivezza 
ed energia, anche se, per la fretta, non sempre cor- 
rettamente e con garbo; ed Agnolo si raUegrava 
nel sentirlo cantare all'improvviso con molta f aci- 
htà e con pronunzia perfetta (104). Di papa Leone 
disse bensì il Giovio che sapeva scrivere lettere in 
itahano, come in latino, elegantemente e spedita- 
mente, e comporre versi toscani piacevoH per leg- 



PRIMA KDUCA2IOXE E INDOLE PEL, GIOVINETTO 31 

giadiissima giocondità (105); ma di questi versi 
nulla è rimasto, poiché non credo sia di lui, né, 
se fosse, gli farebbe onore, un sonetto in morte 
di fra Mariano, sciatto e triviale e non senza scon- 
cezza (106). E pure, se quei carmi avessero avuto 
un pregio anche scarso, la grande fama del loro 
autore U avrebbe salvati dall'oblio. Lettere fa- 
miliari egh scriveva senza novità o elevatezza di 
pensiero, con ripetizioni frequenti e frasi involute 
ed oscure, con una singolare negligenza e quasi 
mancanza del punteggiare, fino ad avere talvolta 
egh stesso vergogna di' essere così trascurato (107). 
A persone autorevoli o in caso di particolare ri- 
hevo, e fino per condolersi col fratello della morte 
del padre, faceva scrivere da segretari (108), sic- 
ché in una lettera di lui quindicenne il pontefice 
non trovava da ammirare che la firma, dalla quale 
parevagh « che monsignore fussi buono scriplore » 
(109); e quand'egh, a diciotto anni e già cardi- 
nale, ' dovette mandare ad Alessandro VI una let- 
tera in cosa di molto rihevo, Piero de' Medici, a 
cui, per certe ragioni, premeva mostrarne la 
spontaneità, volle che l'oratore estense notasse 
espressamente che essa era « scripta de manu pro- 
pria de dicto cardinale et composta per sua Signoria, 
quatte è molto litterata et dotata de bone parte et tale 
che non à d'havere invidia a nullo altro pare suo, 
comò manifeste apparet per le opere et vivere costu- 
mato de sua reverendissima Signoria» (110). Il 
qual,e « ricordo », in taH circostanze, lascia pen- 
sare che la letteratura del cardinale fosse assai 
meno manifesta di quel che a Piero non con- 
venisse allora far credere. 

Del latino gh antichi lo dissero conoscitore eccel- 
lente, e scrittori moderni di molta fama parlarono 
del ciceronianismo di lui. Ma a me non parrebbe 



32 . CAPITOLO I 



che queste sue tendenze ciceroniane fossero abba- 
stanza provate dal favore mostrato da lui più 
tardi al Bembo e al Sadoleto, dei quali certo egli 
apprezzava non meno l'abilità negli affari politici - 
che la purezza dello scrivere latino, o dall'appog- 
gio, per vero assai fiacco, ch'egli diede a Cristo- 
foro LongueU, méntre non abbiamo indizio ch'e- 
gli avesse comune con i suoi segretari il fervore per 
il grande Arpinate, e, neUa lotta combattutasi a 
Roma intorno al a cavaliere errante del ciceronia- 
nismo », lo vediamo nulla piti che spettatore largo 
d'applausi all'una parte ed all'altra (111). Certo, i 
progressi di lui giovinetto néUa hngua di Roma 
non furono troppo rapidi. Quand'egli aveva dieci 
anni, Piero, suo fratello, gh spiegava ancora i 
Bucolici di Virgiho (112); e sarebbe gran fatto per 
il tempo nostro, per quel tempo non era, mentre 
a sett'anni Piero studiava già VirgiHo, Stazio 
e le favole greche di Esopo, e a tredici parlava 
così scioltamente in latino come in toscano (113). 
Quando Giovanni, poco più che tredicenne, stava 
per recarsi a Pisa, l'oratore Lanfredini, dopo avere 
trasmesso il consigho di alcune persone benevole 
ch'egh lasciasse gh studi classici, esortava Lo- 
renzo a far che si discorresse con lui sempre iii 
latino, senza dubbio per fargh acquistare nella 
conversazione in questa hngua pratica maggiore 
che non avesse (114), la quale pratica tuttavia, se 
voghamo credere a un mordacissimo ferrarese, 
egh non possedeva ancora, quando entrò in Roma 
cardinale, così da far ridere a sue spese tutta la 
Corte (115). Sappiamo, per vero, ch'egh aveva 
spesso nelle mani gh scritti del Pohziano (116) e 
possiamo ritenere che non errasse l'Alcionio, attri- 
buendogh un dispregio aUora molto comune per 
gh scrittori e traduttori medioevah, che avevano 




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32 . CAPITOLO I 



che queste sue tendenze ciceroniane fossero abba- 
stanza provate dal favore mostrato da lui più 
tardi al Bembo e al Sadoleto, dei quali certo egli 
apprezzava non meno l'abilità negli affari politici 
che la purezza dello scrivere latino, o dall'appog- 
gio, per vero assai fiacco, ch'egH diede a Cristo- 
foro Longueil, mentre non abbiamo indizio ch'e- 
gli avesse comune con i suoi segretari il fervore per 
il grande Arpinate, e, nella lotta combattutasi a 
Roma intorno al « cavaliere errante del ciceronia- 
nismo », lo vediamo nulla piti che spettatore largo 
d'applausi all'una parte ed all'altra (111). Certo, i 
progressi di lui giovinetto nella Hngua di Roma 
non furono troppo rapidi. Quand'egli aveva dieci 
anni, Piero, suo fratello, gli spiegava ancora i 
Bucolici di Virgiho (112); e sarebbe gran fatto per 
il tempo nostro, per quel tempo non era, mentre 
a sett'anni Piero studiava già Virgiho, Stazio 
e le favole greche di Esopo, e a tredici parlava 
cosi scioltamente in latino come in toscano (113). 
Quando Giovanni, poco piti che tredicenne, stava 
per recarsi a Pisa, l'oratore Lanf redini, dopo avere 
trasmesso il consigho di alcune persone benevole 
ch'egh lasciasse gh studi classici, esortava Lo- 
renzo a far che si discorresse con lui sempre ih 
latino, senza dubbio per fargh acquistare neUa 
conversazione in questa lingua pratica maggiore 
che non avesse (114), la quale pratica tuttavia, se 
voghamo credere a un mordacissimo ferrarese, 
egh non possedeva ancora, quando entrò in Roma 
cardinale, così da far ridere a sue spese tutta la 
Corte (115). Sappiamo, per vero, ch'egh aveva 
spesso nelle mani gh scritti del Pohziano (116) e 
possiamo ritenere che non errasse l'Alcionio, attri- 
buendogh un dispregio allora molto comune per 
gh scrittori e traduttori medioevah, che avevano 




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PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 33 

offuscato di barbarismi lo splendore della lingua 
latina; ma, quando l'Alcionio stesso riferisce con 
alta ammirazione versi del pontefice, fiacchi, ma- 
nierati, riboccanti di arcaismi, siamo indotti a 
credere che tutto queUo ch'egli dice, della mira- 
bile purezza linguistica, della eleganza neUe pa- 
role, della hmpidezza neUo stile, per cui il Medici 
doveva essere anteposto allo stesso Poliziano, sia 
nuU' altro che adulazione (117). E, se può ammet- 
tersi che l'educazione fiorentina dei primi anni, e, 
piti forse, la romana dell'ultima giovinezza gli 
abbiano fatto acquistare buon gusto in fatto di 
latinità, conviene pur riconoscere ch'egli non 
lasciò alcuna prova di particolare valentia: nulla, 
che si possa con certezza dir suo, abbiamo in 
prosa latina; le frasi latine, inserite, secondo il 
costume di quel. tempo, nelle sue lettere italiane, 
sono talvolta scorrette, quasi mai eleganti; i pochi 
versi, tolti forse i distici che ricordano il caso la- 
grimevole del Mellini, sono opera di un dilettante 
e non fra i migliori (118). 

Anche nel greco i panegiristi lo proclamarono 
dottissimo (119); e non sarebbe gran meraviglia 
in una età, nella quale, secondo il Poliziano, la 
gioventti fiorentina parlava così facilmente e spe- 
ditamente quella lingua, come se Atene non fosse 
stata distrutta e occupata dai barbari, ma con 
ogni sua suppellettile fosse trasmigrata in Firen- 
ze (120). Ma il Giovio, che pure non è restio agli 
elogi, fa capire ch'egli di greco apprese solo 
quanto bastasse a rendere più sicura la cono- 
scenza del latino (121); e, ch'è più significativo, 
Urbano Valeriano e il nipote di questo, Giovanni, 
ricordano, come vedemmo, che il Bellunese gli 
era stato maestro, ma non dicono parola, come 
pur sarebbe da attendere, del profitto di lui; né 

3. — PicoxTi, Leone X. ' 



34 CAPITOLO I 



la dice il Camerte, pubblicando, appena morto 
Leone, quel dizionario greco, che sotto i suoi 
auspici era stato composto. Il cardinale si fa, per 
vero, dare a prestito dalla Hbreria medicea opere 
di autori greci: la esposizione della fede ortodossa 
di Giovanni Damasceno, il compendio storico di 
Costantino Manasse, il trattato di Proclo suUa teo- 
logia di Platone; ma non c'è modo di accertare se 
egli volesse leggerle nel testo greco, ovvero, com'è 
piti probabile, in una versione latina (122). Ch'egli 
poi avesse familiari le lingue orientali è asserzione 
più recente e gratuita (123): gli orientalisti nell'età 
di Giovanni Pico erano troppo rari, e Giovanni 
de' Medici sarebbe stato portato aUe stelle come 
una seconda fenice ! 

Il movimento filosofico, affermatosi da prima 
in Firenze quasi timidamente nei coUoqui dotti 
e giocondi di Santo Spirito, degli Angeli, di casa 
Saccbetti ó Acciainoli, aveva dalla fondazione del- 
l'Accademia platonica preso tanto vigore che 
nessun uomo, che fosse colto o aspirasse a cul- 
tura, poteva tenervisi estraneo. Così vedemmo or 
ora che Giovanni volle leggere Proclo, e può darsi 
ch'egh avesse preso davvero, come sperava Mar- 
silio, la traduzione fìciniana di Sinesio, che Piero^ 
aveva messa da banda lettone appena il proe- 
mio (124), e solesse avere tra le mani le opere 
del nuovo Platone mediceo (125). Nemmeno è 
improbabile ch'egli, secondo l'asserzione dell'Al- 
cionio (126), volesse più tardi conoscere anche la 
filosofìa aristoteHca, quasi per contrapposto al 
culto di Platone, che trionfava, quando egh era 
giovinetto, in Firenze. Ma non può essere vero 
che, non ancora ventenne, fosse chiamato dal 
dottissimo Barbaro a giudice delle sue versioni 
aristoteliche (127); né certo da quel suo eclettismo 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 35 



egli seppe trarre alcuna profondità di dottrina 
filosofica. 

In fatto poi di scienze, un Eaggio fiorentino 
scriveva che, fra gli studi dell'altre buone arti, 
nei quali Giovanni valeva assai, sopra tutto era 
amante dei matematici; ma, poiché queste parole 
son nel proemio di un'opera astrologica, dedi- 
cata a lui cardinale (128), non è facile dire se tali 
studi, dato pure che la lode non sia affatto gra- 
tuita, fossero altra cosa da quelle superstizioni, 
che il rinascimento umanistico nella sua cieca ado- 
razione dell'antico, aveva richiamate alla vita (129)' 
E di storia, se piace, al principio dell'anno che 
segnò la discesa dello straniero, vedere eh', egli 
prende in mano le storie fiorentine di Leonardo 
Bruni, come se volesse, innanzi alla minaccia im- 
minente, ritemprare l'animo con la forza delle an- 
tiche memorie, non sapremmo che cosa egh andasse 
a cercare nel compendio di Costantino Manasse, che 
gh poteva dare solo un'assai difettosa, parziale e 
talora puerile notizia dei fatti d'Oriente (130). 
Certo, se da tah fonti traeva quella ricchezza di 
cognizioni, per la quale, a dire del Giovio, sapea 
narrare la storia di tutte le genti e di tutte le età 
come esempio delle azioni sue (131), la cultura di 
lui doveva, anche in questa parte, essere piii appa- 
riscente che seria. Della geografìa non pare che si 
desse molta cura, se l'unico mappamondo, ch'egli 
possedeva, restava fuori di casa, come dimenticato, 
quantunque la famosa lettera e la carta del To- 
scanelh, la divagazione sugh antipodi del sapiente 
Astarotte, le « palle come mappamondi », conser- 
vate nella Hbreria e l'altre figurazioni geografiche 
del palazzo mediceo, dimostrino in quell'età un 
interesse piti grande per tah studi che non si sia 
forse creduto finora (132). 



36 CAPITOLO 1 



Ma, poiché Giovanni era destinato sin dalla 
culla alla vita clericale, parrebbe ragionevole sup- 
porre ch'egli avesse, in cambio, un'accurata istru- 
zione teologica. E tuttavia né mi avvenne di tro- 
vare fra i suoi maestri alcun teologo, né egH ebbe 
gradi o sedette scolaro in quel collegio teologico, 
che, dopo la ricostituzione dell'università di Pisa, 
rimaneva solo tra i collegi dell'antico Studio glo- 
rioso di Firenze (133). L'aver egh chiesto alla bi- 
blioteca l'esposizione del Damasceno della tede 
cattolica mostra certamente qualche interesse per 
gU studi religiosi, ma é anche, nella giovinezza, il 
solo indizio che di questo interesse io abbia tro- 
vato; certo quel suo fastidio per la barbarie hngui- 
stica dei Padri e Dottori lo rese, com'era vezzo 
dall'età, poco o punto sollecito del profìtto, che 
un cristiano e un uomo di Chiesa poteva trarre dal- 
l'opere monumentaH, fondamento della dottrina 
rehgiosa. 

Alle arti belle non poteva rimanere indifferente 
un fiorentino, un fìghuolo di Lorenzo de' Medici, 
in un'età, nella quale un gusto artistico squisito 
informava tutte le manifestazioni della vita. In- 
vano però cercheresti nel carteggio di Giovanni 
de' Medici, fino alla sua cacciata da Firenze, alcun 
cenno a cose d'arte: le raccomandazioni stesse, che 
usciranno così frequenti dalle sue labbra o dalla sua 
penna nei due anni della signoria di Piero, saranno 
qualche volta per uomini di studio, piti spesso 
per familiari o servitori, per artisti non mai. E, poi- 
ché egh pensò al restauro della chiesa diaconale di 
Santa Maria in Domnica in anni piti tardi (134) e, 
nei sette ch'egU fu proposto di Prato, non con- 
tinuò la nobile tradizione di Carlo de' Medici (135), 
é forza conchiudere che negli anni giovanili l'a- 
zione sua nel campo dell'arte fu nulla. Il fatto 



PRIMA EDUCAZIOJSE E INDOLE DEJL GIOVINETTO 37 

stesso che Lorenzo, nella lettera famosa a lui car- 
dinale, sentisse il bisogno di raccomandargli di 
preferire alle gioie e alla seta k qualche gentilezza di 
cose antiche >y (136), mi par segno che a tale prefe- 
renza non fosse bastata a disporlo la educazione 
sua in mezzo ai tesori della casa e del giardino me- 
diceo. Di un'arte sola tutte le testimonianze lo di- 
cono appassionato ed esperto, deUa musica, alla 
quale egli dava tante cure che un contemporaneo, 
pur non malevolo a lui, disse avervi egli consu- 
mato gran parte del tempo (137): udiva cantare 
volentieri e talvolta egli stesso cantava, sicché 
la satira lo presentò più tardi con la Hra tra le 
mani e una gioconda canzone sulle labbra, pur tra 
le guerre e le stragi (138), E tuttavia neppure in 
questo campo si può attribuirgli parte maggiore 
che di bongustaio e dilettante. 

Questa superficialità deUo spirito, che molte 
cose sfiorava, nessuna riusciva ad approfondire, 
fu certo l'effetto dell'indole, che Giovanni sortì 
da natura; ma fu conseguenza altresì del metodo ^ 

tenuto nella sua educazione, la quale, per lo 
sforzo di preparare il giovinetto alla carriera, 
che l'autorità e l'ambizione paterna gli apri- 
vano rapida, abbracciò troppe e troppo varie 
cose ad un tempo e dette piuttosto l'apparenza 
della cultura che la realtà. GH fu così impossibile, 
o certo difficile, trarre profitto daU' altre qualità, 
che pure egh aveva non trascurabili, memoria 
grande, ricca facilità di parola, ingegno pronto, 
vivace fantasia e una curiosità sempre sveglia, 
che lo portava a leggere e ricercare cose molte 
e diverse (139). 



38 CAPITOLO I 



VII. 

Lo stesso contrasto fra l'esterno e l'intimo, 
contrasto non volontario, né ben noto aUa co- 
scienza, ma non per questo meno vero, fu nel 
carattere morale di Giovanni de' Medici. Esem- 
pio di pietà religiosa egli ebbe forse dalla sua 
Toscana, dove la gioconda spensieratezza del 
rinascimento non aveva soffocato tra il popolo 
la fede antica e la pratica solenne del culto (140); 
ed ebbe certo dalla madre, donna rigida nei modi 
e angolosa, ma ricca di virtù, cristiana. JSfè fu 
estraneo alla sua educazione religiosa Lorenzo 
de' Medici, sia perchè voleva che il giovinetto 
non figurasse male in quella, che per lui doveva 
essere, purtroppo, non la missione, ma la pro- 
fessione, sia perchè egli stesso congiungeva stra- 
namente con la licenza del costume e la sete del 
dominio una fede, che, nel turbamento prodotto 
negli spiriti daUa rinascente idea pagana, potè 
ancora essere, e credo sia stata, sincera. Se il 
mettere in mano al bambino di tre anni il Sal- 
terio dovette a Lorenzo, come al Poliziano, pa- 
rere stranezza di madonna Clarice e se a quello, 
più che a questa, sembrò necessaria ad un uomo 
di Chiesa una ricca istruzione di lettere, credo 
che Lorenzo, non meno di Clarice, si rallegrasse 
più tardi che il fìghuolo avesse, come scriveva 
messer Agnolo, quasi succhiato col latte il culto 
della pietà e meditasse, ancor fanciullo, sui do- 
veri rehgiosi (141). Per attendere ai quah e pre- 
pararsi aUa vita cristiana, il giovinetto entrò, 
come prima forse Giuliano di Piero de' Medici, 
e, certo, Agnolo Pohziaiio, nella Compagnia del 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 39 



Vangelista e questa compagnia ricordava, poi 
con memoria affettuosa, dicendovisi quasi edu- 
cato: Lorenzo le dimostrava favore, scrivendo 
per essa la Rappresentazione de' santi Giovanni 
e Paolo, che fu recitata dal suo figliuolo Giuliano 
e da altri « aquilini », solendo questi alternare 
le rappresentazioni sacre con le tornate acca- 
demiche e i sermoni rehgiosi (142). E sincera fu 
la lode, che Lorenzo dette poi a Giovanni per 
avere udito ch'egli usava confessarsi e comuni- 
carsi più volte l'anno, senza che alcuno glielo 
ricordasse, perchè egli riteneva davvero, e con 
molta ragione, che non vi fosse « miglior via a 
conjservarsi nella gratta di Dio che lo abituarsi in 
simili modi et perseverarvi)) (143): soltanto il 
fatto ch'egli non conoscesse che per udita le pra- 
tiche rehgiose del fìghuolo può lasciar pensare 
che non se ne desse poi troppa cura. Quanto a 
Giovanni, in ogni modo, non solo Matteo Bosso, 
canonico regolare, che gh dette le insegne car- 
dinahzie, ma gh stessi reggitori della città, in 
un documento ufficiale, si mostravano ammirati 
della « grandissima devotione », con la quale, dopo 
essersi confessato il dì innanzi, s'era comunicato 
in quel giorno, « volendo come prudentissimo fare 
uno optimo et spiritual fondamento alla, sua di- 
gnità (144) ». Quanti, piti tardi, conobbero lui 
pontefice, lodarono la gravità composta e devota, 
con la quale egh soleva prender parte alle ceri- 
monie rehgiose, e serbarono memoria d'altri suoi 
atti di pietà (145). Ed io sono disposto a rite- 
nere, con un illustre storico dei papi, che questa 
pietà fosse anche allora sincera, molto più che 
la condizione dei tempi non era tale da obbhgare 
a finzioni in siffatta materia; ma, quando penso 
a quel ch'egh tollerò intomo a sé e quasi, assi- 



40 CAPITOLO I 



stendo e plaudendo, promosse, all'ambiziosa po- 
litica sua, agM atti deali, alla trascuranza o al 
dispregio de' piti gravi doveri del suo altissimo 
ufficio, credo di poter con diritto giudicare che, 
fin dalla prima sua educazione in Firenze, egli 
traesse quella disinvolta leggerezza, per la quale, 
nello studio di conciliare l'inconciliabile, d'ab- 
bracciare il cristianesimo antico e il rinato pa- 
ganesimo, la religiosità si andava ri ducendo, 
come efficacemente disse fra Girolamo, a « ceri- 
Tnonie estrinseche)) (146), né riusciva più. ad in- 
formare l'intimo pensiero e le azioni, senza di 
che non può essere pietà, che sia vera e perfetta, 
non apparente né difettosa. 

All'onestà del suo costume piace rendere omag- 
gio. In un tempo, in cui la corruzione era tanto 
diffusa da non destare piti alcun ribrezzo, in cui 
a Giovanni de' Mèdici cardinale si potevano accen- 
nare rimedi, de' quah nessuno oserebbe ora far 
parola ad un giovinetto (147), e a lui pontefice 
dedicare uno scritto, che parlava di . un nuovo, 
tristissimo effetto della sfrenatezza morale (148), 
la pudicizia di lui parve, e fu veramente, degna 
di meraviglia. Qualche insinuazione isolata sui 
costumi di lui, l'accusa chiara, ma assai generica 
del Guicciardini, il sospetto, messo innanzi da 
Francesco Vettori, che la sua virtù fosse simu- 
lata (149), non mi sembrano potersi accoghere, 
quando non solo il Naldì canta la sua purezza si- 
mile a queUa degli angeli e il Poliziano attesta che 
daUe sue labbrai non usciva parola anche soltanto 
leggiera od un po' Hcenziosa, ma il grave Dolfin 
ricorda ch'egH potè trascorrere e non tras- 
corse, ed Egidio da Viterbo, nella sua bizzarra 
esposizione dei salmi, trae un dei dieci versetti 
del salmo decimo a magnificare la pudicizia del 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 41 

decimo Leone (150), e, quel che più importa, nelle 
molte lettere di Giovanni, o che discorrono di lui, 
non v'è accenno a cosa meno che onesta (151). 

Invece quella intemperanza nel cibarsi e spe- 
cialmente nel bere, di cui lo accusarono più 
tardi, o, forse meglio, la sregolatezza, per la 
quale or digiunava, or si caricava di cibo (152), 
si può notare in lui ancora nell'età giovanile. Il 
padre, quand'egli va a Roma, sente il bisogno 
di raccomandargh che non faccia soverchio uso 
di cibi ricercati; l'anno dopo, Bernardo Torni, 
medico, a quei tempi, di grande fama, trovan- 
dolo a Calenzano infermo di fastidiosa- malattia 
della pelle, attribuisce questa alla regola tenuta 
« nel murar suo infino ad qui » e gli prescrive 
« Verdine della vita », ma con assai scarsa fiducia 
eh' ei lo vogha seguire (153). 

Di molt' altre quahtà buone o cattive, che si 
rivelarono più tardi nel cardinale e nel pontefice, 
egli, giovinetto, non ebbe occasione di dar saggio: 
non della costanza, con la quale seppe tollerare 
i'esiHo e la povertà, non deUa sagacia, con cui, 
fatto accorto dalla sventura, rialzò le condizioni 
della famigha e a sé, profugo da Firenze, malve- 
duto in Koma, preparò la via al pontificato. Né 
ebbe, in quei primi anni, occasione di perdonare 
offese; ma nemmeno di mostrare l'ingratitudine 
a chi lo aveva beneficato, o la poca fede alle 
promesse, ai giuramenti, agU impegni più so- 
lenni (154). E, disponendo ancora di poco o 
quasi nulla come di suo, non dette prova di 
quella magnifica, . anche se non sempre illumi- 
nata, hberahtà, che lo fece poi tanto ammirare, né 
della prodigahtà, per cui sciupò tesori faticosa- 
mente raccolti e, dal bisogno sempre rinascente 
d'ammassarne di nuovi, ebbe taccia di avarizia. 



'42 CAPITOLO I 



Ma, quando udiamo Stefano da Castrocaro, en- 
trato ai servigi di lui, scrivere di sé scherzosa- 
mente, che, da quando usava con preti, era « al- 
quanto diventato infingardo y> (155), e Lorenzo 
raccomandare al figliuolo di levarsi per tempo, 
e insistere ancora ser Stefano che il cardinale 
non dovrebbe la sera far così tardi per essere 
pronto ad alzarsi di buon'ora (156), ci torna 
alla mente com'egli, papa, non volesse fatica, 
la quale si potesse evitare, e in tutto fosse lento, 
nella vita privata, come neUa trattazione degli 
affari (157). Singolare e dannoso torpore, dal 
quale pareva che solo riuscisse a scuoterlo e a 
renderlo attivo il divertimento e, più che ogni 
altro divertimento, la caccia. A vent'anni nel 
palude di Fucecchio, egH era in piedi all'alba, 
né si dava pensiero del lugHo caldissimo; ven- 
t'anni dopo, la pinguedine e il sudore profuso 
e la cecità non gl'impediranno di saHre sopra 
alcun rialzo della campagna romana e, col vetro 
all'occhio, guardare, stimolare, plaudire: Sigi- 
smondo Tizio, lo dirà con dispregio « il caccia- 
tore^) (158). 

E certo nelle parole del cronista senese vibra 
l'odio antico della sua città contro la rivale 
dell'Amo; ma quanto sappiamo del carattere 
di Giovanni de' Medici e dell'educazione, ch'egH 
ebbe nella prima sua età, troppo bene dimostra 
come né la natura, né gli uomini l'avessero di- 
sposto agh alti e deHcatissimi uffici, a cui la for- 
tuna paterna e la sua lo portarono con tal ra- 
pidità che mai non s'era veduta l'eguale. 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOI-E DEL GIOVINETTO 43 



NOTE AL CAPITOLO I. 



(1) P. lovn. De vita Leonis X P. M. libri quatuor, Fi- 
renze, Torrentino, 1549, p. 65. Ma, che io sappia, niuno ac- 
cennò a questo sogno prima di lui, neppure il Naldi, che 
scrisse per la nascita di Giovanni un carme, ricco di presagi 
e di voti (BNF., Mglhch. VII. 9, 1057, car, 37 a; vedi qui 
appresso App. Il, doc. Il), neppure il Dolfin, che in una 
sua Oratio ad Leonem X P. M., sì domanda perchè questo 
uomo mitissimo abbia scelto" 'un tale nome ' (Mabtène-Dtt- 
BAND, Veterum scriptorum et monumentorum... amplissima 
colUctio, t. in, Parigi, Montallant, 1724, pag. 1213). 

(2) Oenethlion divi Leonis deoim,i Pont. Max.... per Ioan- 
NEM PebIìOtum, s. n. t., ma dedicato a Benedetto Accolti, 
a Roma, il 13 aprile 1518. 

(3) 6. RoscoE, Vita e pontificato di Leone X, trad. da 
L. Bossi, t. I, Milano, Sonzogno, 1816, p. 29. 

(4) Lo aifferma il Poliziano nella lettera a Innocenzo Vili 
per ringraziarlo della creazione cardinahzia di Giovanni 
(A. PoLiTiANi... Opera... omnia, Basilea, Episcopio iuniore, 
1553, p. 106). SuUa prelatura considerata quale carriera, ha 
belle osservazioni E. L. S. Hobsbtxrgh, Lorenzo the magnifi- 
cent and Florence in her golden age, London, Methuen, 1908, 
pp. 325-26. 

(5) Si vedano le tavole genealogiche de' Medici (V e VII) 
del Litta, nelle quali però non è registrato quell'Antonio 
di Iacopo de' Medici, frate conventuale, che fu teologo ed 
oratore insigne e vescovo di Marsico nuovo (cf. L. G. Ceb- 
BACCHCNi, Fasti teologali, ovvero notizie istoriche del collegio 
de" teologi della sacra università fiorentina, Firenze, Moùcke, 
1738, p. 160; Eubel, Hier. cath., II, 206). 

(6) SuUe trattative del 1472 e 73 per il cardinalato di Giu- 
liano, cf. A. Fabboni, Laurentii Medicis magnifici vita, II, 
Pisa, Grazioli, 1784, pp. 58-60 e 71, e A. von Reumono?, Lo- 
renzo de' Medici il Magnifico, II Aufl., Leipzig, Duncker 
et Humblot, 1883, I, pp. 251-53. Le pratiche non avevano 
condotto allora a buon fine; e fu questo un efietto ed ima causa 
ad un tempo dell'inimicizia fra Lorenzo ed il papa. Non è 
tuttavia senza significato che Giuliano, contro U costume 



44 NOTE AL CAPITOLO I 



della famiglia e della città, a venticinque anni, nel 1478, 
non avesse ancora moglie. L'amante, più o meno platonico, 
di Simonetta Vespucci, il padre di Giulio de' Medici non cer- 
cava probabilmente di « soggiogarsi alla teda legittima »; ma 
forse Lorenzo meditava ancora per Itiì l'antico disegno? 

(7) Nota battesimale di Giovanni: Arch. dell' Op. del 
Duomo di Firenze; cf. qui App. II, doc. I. Piero, suo fratello, 
era nato il 15 febbraio del 1471-72. 

(8) Vedi la lettera citata del Poliziano, la vita di Leone 
scritta dal Panvinio (in B. Platinae Historia... de vitis ponti- 
ficum. Colonia, Cholin, 1573, p. 340) e cf. G. Roscoe, Vita 
di Lorenzo de Medici detto il Magnifico, vers. di G. Mechebini, 
2» ed., t. Ili, Pisa, Didot, 1816, p. 144. 

(9) La lettera del Michelozzi a Lucrezia, al Bagno a Morbo, 
è in M. a. P., LXXX, 50; quella del Poliziano, ivi, CXXXVII, 
420, e nelle Prose volgari inedite e poesie latine e greche edite e 
inedite... raccolte e illitstrate da Is. del Lungo, Firenze, Bar- 
bèra, 1867, p. 61. Quella di Clarice, che è scritta dal Poliziano, 
è in M. a. P., XXXI, 238; la letteriaa di Lucr-ezia, ivi, 
LXXXV, 234, e in G. Volpi, Affetti di famiglia nel Quat- 
trocento, nella Vita Nuova, anno II, n. 50, Firenze, 14 di- 
cembre 1890. Per la lettera scritta a Lorenzo, a Napoli, il 
1° gennaio 1480, cf. Is. del Lungo, Letterine d'un bambino 
fiorentino, Firenze, Arte della stampa, 1887, nozze Bempo- 
rad-Vita, p. 31, n. 6. Sulla dimora della famiglia di Lorenzo 
a Pistoia, a Cafaggiuolo e in altre ville medicee, veda, chi 
voglia, il mio scritto Tra il poeta ed il lauro, Torino, Loescher, 
1915, pp. 44, 47, 57, 58, o in Gsli., LXVI, pp. 54, 57, 67, 68. 

(10) Is. DEL Lungo, Florentia, Firenze, Barbèra, 1897, 
p. 425. 

(11) Wabburg, Bildnishunst und Florentinisches Biir- 
gertum, I, Domenico Ghirlandaio in Santa Trinità; die Bild- 
nisse des Lorenzo de' Medici und seiner Angehdrigen, Leipzig, 
Seemann, 1901, p. 15. 

(12) Bartolomeo Cerretani riferisce che Lorenzo « usava 
dire che haveva uno figlolo armigero, questo era Piero; uno 
buono, questo era il chardinalé; un savio, questo era Quliano » 
{Historia fiorentina, ras. BNF., II. m. 74, car. 166 a). Il 
motto si legge diversamente nella relazione romana di ser 
Marino Zorzi, del 1517: « Ho trefoli, un bon, uno savio, unpazo. 
Il bon luliano, il savio il Papa, il pazo Piero testa grossa etc. » 
(Sanuto, Diari, XXIV, 90). 

(13) Si veda il bellissimo studio di V. Cian, Su l'icono- 
grafia di Leone X, negli Scritti varii di erudizione e di critica 
in onore di R. Renier, Toriao, Bocca, 1912, p. 565 sgg. Di 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 45 



un ritratto di Giovanni de' Medici cardinale, rimasto ignoto 
al Gian e che è in questo, mio lavoro pubblicato per la 
prima volta, do, per non prolungare qui la nota, qualche 
notizia mìTApp. Il, n. XXXV. 

(14) Cf. C. Pascal, QU epigrammi medioevali «De qtiattuor 
hum,orihtis » in Classici e neolatini, II, Aosta, 1906, pag. 278 
sgg.; l'uomo n flematiciis y> è descritto così: «Hic sonulentus, 
piger, in spwmam,ine multus - Huic hebes est sensus, pinguis 
facies, color albzis ». Ma Bernardo Torni, in tm suo curioso 
libretto De tuenda sanitate, dedicato al cardinale Giovanni, 
sebbene lasci intendere più volte quel che pensi di lui, non 
lo osa dire apertamente e si contenta di eniimerare gli indizi 
del temperamento collerico e del flenmaatico, « quibtis reveren- 
dissima Dominatio Tua percipiat quam kabeat complexionem » 
(Laurenz. PI. LXXIII, 34, fol. 1 b; 23 6-27 a). Non credo 
però che si possa ripetere col Reumont (II, 63) che Giovanni 
da fanciullo fosse di salute debole. H Poliziano, il 3 settem- 
bre 1477, lo dice solo infreddato (M. a. P., XXXV, 698; Prose 
e poesie, p. 51) e altra volta scrive al Michelozzi, a Pisa, d'una 
malattia, che non sembra leggiera, ma che aveva colpito 
tutti i figliuoli di Lorenzo, anche Pierino robustissimo {Op. 
omnia, 141-42). Nelle altre lettere, che parlano di lui bambino 
o fanciullo, è detto sempre ch'egli sta bene. Stilla costituzione 
fisica di Giovanni cf. G. PiERACcaNi, Le stirpe de" Medici di 
Cafaggivolo, Firenze, Vallecchi, 1924, 1, 205, dove sono anche 
molte osservazioni sul suo carattere morale. 

(15) Sul carattere di Clarice vedi Tra il poeta ed il lauro, 
p. 42 sgg. ((?sZi., LXVr, 62 sgg.); Pieeaccini, I, 126 sgg.: 
per le idee sue quanto all'educazione de' figliuoli, cf. Tra il 
poeta ecc., 47 (57) sgg. Giovanni nel carteggio mediceo di 
questo tempo, è sempre ricordato con la madre, fuorché nei 
giorni, in cui nacque Giuliano. 

(16) Machiavelli, Istorie fiorentine, VIII, 36; P. Cobtesii 
De cardinalatu « In Castro Cortesie » per Simone di Niccolò 
Nardi sanese, 1510, fol. Xin a; Chb. Landini In P. Vergila 
interpretationes prohemium, in Vergila Maronis... opera, « Flo- 
rentiae impressum .xv. Kal. aprilis 1487 ». 

(17) n Poliziano, nella lettera da Pistoia del 31 agosto 
1478 citata più su, parla degli studi di Piero, ma di Giovanni 
ricorda soltanto l'andar suo in sul cavallino. Scrivendo in- 
vece a Lucrezia, da Cafaggiuólo, il 18 dicembre, accenna scher- 
zosamente a' suoi scolari, ch'erano senza dubbio Piero e Gio- 
vanni (M. a. P., XXXVI, 1372 bis; Prose... e poesie, 67-68). 
E perciò verisimile che l'istruzione di questo cominciasse, 
quand'egli compì i tre anni (11 dicembre 1478). Per l'educa- 



46 NOTE AL CAPITOLO I 



zione di Piero, cf . Tra il poeta ed il lauro, 23 sgg. {QsU, LXV, 
285 sgg.). 

(18) Fabeosi, op. cit., -Il, p. 265. 

(19) Vedi uu passo della XXIII predica dell'Avvento 
1493, svil salmo: tjt quid. Deus, repulisti in finem? in P. Vil- 
liABi-E. Casanova, Scelta di prediche e scritti di fra CHrolamo 
Savonarola ecc., Firenze, Sansoni, 1898, p. 47. 

(20) Vedi la letterina del 19 gennaio 1478-79, ia M. a. P., 
X3LXVI, 69; e in Del Ltmao, Letterine, 9-10, con la data 
del 18. 

(21) Lettera del Poliziiano a Lorenzo, da Cafaggiuolo, 
16 aprile 1479: Tra il poeta ed il lauro, p. 78 (LXVI, 88). 

(22) Si vedano la lettera di Piero, da Pistoia, 21 settembre 
1478 (M. a. P., XXXI, 352; Del Lxtngo, 1. e, 7-8) e quella 
del Poliziano, da Cafaggiuolo, 18 dicembre, citata. Sulla vita 
sacerdotale del Poliziano,- cf. i miei Aneddoti poUzianeschi, 
Modena, Ferragutì, 1914, p. 16 sgg. (o negli Sttidi di storia 
e di critica dedicati a P. G. FaUetti, Bologna, Zanichelli, 
1915, p. 444 sgg.) e Tra il poeta ed il lauro, 35 sgg. (LXV, 
297 sgg.). 

(23) Cf . Reumont, II, 67. H Horsburgh dice che il Poliziano 
avrebbe voluto che Giovanni leggesse allora Platone (321); 
ma, per un bambino di tre anni, mi sembra che fosse tm po' 
troppo presto! 

(24) Su madonna Lucrezia, della quale tuttavia nessun 
documento od indizio determina l'efficacia sull'educazione 
di Giovanni, cf. la garbata monografia di G. Levajstini 
Peeboni, Lucrezia Tomabuoni, negli Stiidi storici e letterari, 
Firenze, Le Mounier, 1893. 

(25) La lettera di Piero, del 16 aprile 1479, è in M. a. P., 
XXXyn, 223; Del Lungo, Letterine, 11; quella del Poli- 
ziano, dello stesso giorno, fu citata di sopra. 

(26) Le cose riassunte qui formano oggetto della seconda 
parte della mia pagina già citata « Tra il poeta ed il lauro ». 

(27) Cf. fra i contemporanei, specialmente Raphaelis 
VoLATKBRANi Commentariorum urbanorum octo et triginta 
libri, Basilea, Froben ed Episcopio, 1544, fol. 246 6; I. Rett- 
CHLEN", De arte cabalistica libri tres, « Hagenau apud Tho- 
mam Anshehnum, mense martio .MDXvrr.», nella dedica a Leo- 
ne X; Desidebh Ebasmi Rotebodami Opv>s epistolarum, 
ed. Allen, t. II, Oxford, Clarendon, 1910, p. 80. Si narrò poi 
che Eberhard, conte del Wùrttenberg, venendo a Firenze 
nel marzo del 1482, vedesse raccolti in una stanza i figliuoli 
di Lorenzo, da un lato le feramine con Clarice, dall'altro i 
maschi col Poliziano (cf. Manlitjs, Locorum communium 



PRIMA -EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 47 



collectanea, Basilea, 1690, pp. 611-12). Ma, dove pure meri- 
tasse fede il tardivo racconto, si potrebbe sospettare che la 
scena fosse preparata a bello studio per far colpo sull'ospite 
illustre. Certo, una letterina di Piero del 28 luglio 1482 {App. 
n, doc. ni) mostra che il Poliziano era precettore dì lui solo : 
e Agnolo stesso, che pur si teneva tanto di essere maestro 
di Piero, in nessun luogo, dopo le lettere già ricordate e dopo 
una da Mantova del 19 marzo 1480 {Tra il poeta ed il lauro, 
82-83 [LXVI, 92-93]), si vanta di avere istruito quello che 
egli vide cardinale e legato del papa. Quanto ai latinucci del 
Mglbch. Vili, 1397 della Naz. di Firenze (car. 209 sgg.), che, 
secondo un'indicazione più recente del manoscritto, sareb- 
bero stati assegnati dal Poliziano a Giovanni, il Del Lungo 
dimostrò bene che servirono invece a Piero (Pomziano, Prose 
e poesie, XVIII-XIX; cf. 16 sgg.). 

(28) Lettera di Clarice a Lorenzo, da Cafaggiuolo, 24 
aprile 1479, di mano del Poliziano (M. a. P., XXXVII, 269; 
cf. Tra il poeta ed il lauro, 56 {LXVI, 66). 

(29) Ivi, doc. IV, pp. 79-80 (LXVI, 89-90); doc. V, 85 (96). 

(30) Vedi le lettere di Piero, del 22 e 26 maggio 1479, 
in M. a. P., XXII, 473, 481; Del Lungo, Letterine, 12-15, 
16-19; e cf. Tra il poeta ed il lauro, 66-68 (LXVI, 66-68). 
Per il giudizio del Poliziano, vedi la lettera a Lucrezia, da 
Fiesole, 18 luglio 1479: M. a. P., LXXX, 75; Prose e poesie, 73. 

(31) Il Michelozzi era già con Clarice e i fanciulli sin dal 
5 giugno 1479, come si rileva da uà lettera di Lorenzo alla 
moglie (M. a. P., LXXX, 143; M. Bebta Felice, Donne me- 
dicee avanti il principato, III, nella Eass. naz., a. XXVIII, 
voi, CXLIX, 1° maggio 1906, p. 65; per la data. Tra il poeta 
ed il lauro, p. 63 (63), n. 4. H 18 luglio però il Poliziano non 
era ancora certo ch'egli assumesse stabilmente il carico dell'e- 
ducazione di Piero. 

(32) M. a. P., XXXVIII. 490; vedi qui App. U, doc. III. 

(33) Lo trovo ricordato la prima volta quale maestro di 
grammatica in Firenze in uno stanziamento del 15 luglio 
1484, poi nel rotolo dell'anno scolastico seguente con uno 
stipendio di 75 fiorini all'anno: è ricondotto il 22 agosto 1485 
per un anno fermo e tmo a beneplacito, dal 1° novembre, 
con lo stesso stipendio, e ancora il 19 agosto 1486 per due 
anni e uno, ma per 60 fiorini. Il 24 gennaio 1486-1487 si di- 
chiarano finite col 1° novembre successivo le condotte pre- 
cedenti e ser Sante è riconfermato per wa. anno fermo e uno 
a beneplacito, con 30 fiorini, che il 6 settembre sono por- 
tati a 50; e con lo stesso stipendio e per il medesimo tempo 
è ricondotto il 17 ottobre 1489. È richiesto dell'armo di bene- 



48 ' NOTE AL CAPITOLO I 



placito per il 1490, ed è compreso nel rotolo del 1490; ma il 
15 d'aprile 1491 cessa d'iasegnare e miuore ciaque giorni 
dopo {ASF., Delib. circa lo Studio fiorentino e pisano dal 1484 
al 1492, Reg. 416, antico libro 4° dello Studio, 160 a, 211 b, 
114 6, 120 6, 121 a, 215 6, 131 a, 133 6, 197 6, 219 a; cf, 
anche ivi. Ricordi per lo Studio pisano dal 1481 al 1505, 
Reg. 415, car. 165 a). 

(34) Missa mihi se se pistoria cjninama fungi 

Te penes ofi&cio b'beriore putant. 

Sanctes Decomsmius ' 
retro: Spectabili viro ser Nicolao Michelozio, maiori meo 

singularissimo . 
BNF., II. II. 62, car. 130. 

(35) È curatore di Giovanni in atti dell' 8 novembre 1485, 

9 gennaio 1485-86, 5 settembre 1486 (ASF., Atti di ser Dome- 
nico di ser Giovanni Quiducci, G. 849, 1481, car. 157 a, 164 6; 
AUi di ser Simone Qrazzini da Staggia, G. 620, volume in cas- 
setta metallica, e. 265 a). Dell'ufficio del Michelozzi presso 
Giovanni cardinale sarà detto altrove. 

(36) Salvino Salvini lo dice nato nel 1457 {Vite dei nostri 
canonici, t. II, ma. dell' Arch. Capitol. di Firenze, aU'anno 
1489); ma le lodi, che il Colucci ne fa sia dal 1473, e l'essere 
egli ricordato il- 29 novembre 1474 come chierico fiorentiao 
e rettore della parrocchia di San Pietro in Frassina (Arezzo), 
senz'accenno ad età minore (ASF., Atti di ser Alessandro 
Braccesi, 1474-77, B. 2319, car. 40 a) lo fanno ritenere più 
vecchio di alcuni anni. Si vedano poi sopra di lui le notizie 
di L. Passerini, Cenni intorno alla famiglia dei Michelozzi, 
in Ricordi di famiglia — Per le nozze Michelozzi-Tassoni, Fi- 
renze, stamp. granducale, 1854, p. 11 sgg., e quelle, assai più 
diligenti e accurate, di A. Della Torre, Storia dell'Accademia 
platonica di Firenze, Firenze, Carnesecchi, 1902, p. 774 sgg. 

10 discorro di lui e degli altri maestri di Giovanni solo quanto 
basti a lumeggiare la parte che ciascuno di loro potè avere 
nella formazione spirituale del giovinetto. 

(37) Cf. la lettera del Poliziano del 18 luglio 1479, citata, 
l'altra da Mantova, 19 marzo 1480 {Tra il poeta ed il lauro, 
85 [LXVI, 95]) e il cap. XXin de' Miscellanei, Op. omnia, 
245). Il carme del Michelozzi è in un ms. cart. del sec. XV -XVI, 
intitolato «PoLiTiAOT Orationesì> ecc. (Laurenz. PI. LXXXX 
sup. 37, e. 126 6); vedilo, in parte, in Del Jjxxssqo, Florentia, 
121, n. 2. 

(38) Marsilh Ficini Opera... omnia, "Basilea,, «per Hen- 
ricum Petri», 1561, I, 882, 905. 

(39) Gli epigrammi del Naldi, del Muzio e di « Antonius 




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48 KOTE AL CAPITOLO I 



placito per il 1490, ed è compreso nel rotolo del 1490; ma il 
15 d'aprile 1491 cessa d'insegnare e muore cinque giorni 
dopo (ASF., Delib. circa lo Studio fiorentino e pisano dal 1484 
al 1492, Reg. 416, antico libro 4° dello Studio, 160 a, 211 6, 
114 6, 120 6, 121 a, 215 6, 131 o, 133 6, 197 6, 219 a; cf. 
anche ivi. Ricordi per lo Studio pisano dal 1481 al 1505, 
Reg. 415, car. 165 a). 

(34) Missa mihi se se pistoria cynnama fungi 

Te penes officio liberiore putant. 

Sanctes Decomanius ' 
retro: Spectabili viro ser Nicolao Michelozio, maiori meo 

singularissimo. 
BNF., II. II. 62, car. 130. 

(35) È curatore di Giovanni in atti dell' 8 novembre 1485, 

9 gennaio 1485-86, 5 settembre 1486 (ASF., Atti di ser Dome- 
nico di ser Giovanni Quiducci, G. 849, 1481, car. 157 a, 164 6; 
Atti di ser Simone Gr azzini da Staggia, G. 620, volume in cas- 
setta metallica, e. 265 a). Dell'ufficio del Michelozzi presso 
Giovanni cardinale sarà detto altrove. 

(36) Salvino Salvini lo dice nato nel 1457 (Vite dei nostri 
canonici, t. II, ms. dell'Ardi. Capitol. di Firenze, all'anno 
1489); ma le lodi, che il Colucci ne fa sin dal 1473, e l'essere 
egli ricordato il' 29 novembre 1474 come chierico fìorentmo 
e rettore della parrocchia di San Pietro in Frassina (Arezzo), 
senz'accenno ad età minore (ASF., Atti di ser Alessandro 
Braccesi, 1474-77, B. 2319, car. 40 a) lo fanno ritenere più 
vecchio di alcuni anni. Si vedano poi sopra di lui le notizie 
di L. Passerini, Cenni intorno alla famiglia dei Michelozzi, 
in Ricordi di famiglia — Per le nozze Michelozzi-Tassoni, Fi- 
renze, stamp. granducale, 1854, p. 11 sgg., e quelle, assai più 
diligenti e accurate, di A. Della Torre, Storia dell' Accade-mia 
platonica di Firenze, Firenze, Carnesecchi, 1902, p. 774 sgg. 

10 discorro di lui e degli altri maestri di Giovanni solo quanto 
basti a lumeggiare la parte che ciascuno di loro potè avere 
nella formazione spirituale del giovinetto. 

(37) Cf. la lettera del Poliziano del 18 luglio 1479, citata, 
l'altra da Mantova, 19 marzo 1480 {Tra il poeta ed il lauro, 
85 [LXVI, 95]) e il cap. XXIII de' Miscellanei, Op. omnia, 
245). Il carme del Michelozzi è in un ms. cart. del sec. XV -XVI, 
intitolato « PoLiTiANi Orationes » ecc. (Laurenz. PI. LXXXX 
sup. 37, e. 126 6); vedilo, in parte, in Del Lungo, Florentia, 
121, n. 2. 

(38) Marsilii Ficini Opera... omnia, Basilea, «per Hen- 
ricum Petri», 1561, I, 882, 905. 

(39) Gli epigrammi del Naldi, del Muzio e di « Antonius 




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PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 49 



Tùrrianus furlanus» — forse quello stesso Antonio della 
Torre, che fu condotto il 16 ottobre 1490 alla lezione straor- 
dinaria di jBsica nello Studio di Pisa (ASF., Ricordi ecc., 
Reg. 415, e. 161 a) — si leggono nel ms. II. ii. 62 della Naz. 
di Firenze, già ricordato, alle carte 94 a, 125 a, 84 a); quello 
del Naldi anche nel codice VII. 9. 1057 della stessa biblio- 
teca, e. 10 a-b. 

(40) Oltre all'elegia in lode del Poliziano, già ricordata, 
abbiamo del Michelozzi un distico in morte di Michele Ve- 
rino, la sola cosa, se non erro, che di lui sia stampata finora 
(con i distici del Verino, dei quali, non avendo potuto vedere 
la prima edizione, del 1487, cito questa: Michaelis Verini 
De puerorum morihus disticha, Lione, « apud Theobaldum 
Paganum», 1539, p. 13); tre epigrammi a Iacopo da Vol- 
terra (ms, Vàtic. Lai. 3912, Epistolae diversorum ad Vola- 
terranum, e. 41 6), i tre epigrammi al cardinale de' Medici 
e i carmi al Pace e al Ridolfi, di cui si parla qui appresso. 

(41) Benedicti Pistobiensis Declamationum lìber, ms. 
Laurenz. PI. LIV. 9, fol. 49 a; sulla data di quest'operetta, 
cf. Tra il poeta ed il lauro, 18 (LXV, 280), n. 2. Anche Fran- 
cesco Novello nel suo Compendium vitae Leonia papae X, 
« impressum Romae apud Antonium Bladum Asidanum 
anno gratiae .mdxxxvi. mi kal. mar. », e. 3 6, lo dice egregio 
oratore e « disertissimiis » in latino ed in greco. 

(42) FicàNi Opera, I, 937. 

(43) ASF., Atti di ser A. Braccesi, B. 2321, e. 32 o. Ma 
queste lauree fiorentine di personaggi, per nascita o per 
clientela, medicei sono sospette! 

(44) PoLiTiANi Misceli., 1. e, e cap. LXI, p. 278. 

(45) Per questi e per gli altri prestiti di libri al Miche- 
lozzi, vedi M. a. P., LXII, car. 129 a, LXIII, car. 138 6, 139 a, 
140 a; e cf. E. PiccoiiOMini, Ricerche intorno alle condizioni 
e alle vicende della libreria medicea privata, in Asti., ser. III, 
t. 21, Firenze, 1875, pp. 285-287. 

(46) Sull'opposizione del Poliziano ai ciceroniani, cf. 
R. Sabbadint, Storia del ciceronianismo, Torino, Loescher, 
1886, p. 34 sgg. 

(47) I « quinterni sciolti di Eustathio sopra Homero », che 
il Michelozzi pigliò a prestito dalla biblioteca medicea, sono 
probabilmente quelli che fiirono riuniti nell'attuale ms. PI. 
LIX. 43 della Laurenziana; l'opera di Cleomede è quella che 
si legge nel Laurenz. PI. LXIX. 13. I frammenti di Antemio 
non sono ricordati nei cataloghi del Bandini; quale opera di 
Elio Frediano e quale e di qual Demetrio il Michelozzi abbia 
veduto, confesso di non sapere. Degli altri autori vi sono 

4. — PicoTTi, Leone X. 



50 NOTE AL CAPITOLO I 



nella Laurenziana parecchi manoscritti anteriori- alla fine 
del secolo XV. 

(48) Così, per ricordare un esempio solo, il 14 ottobre 
1486, Antemio, Erodiano, Platone, Senofonte, Demetrio, 
Aristotele (M. a. P., LXIII, 139 a; Piccolomini, 287). 

(49) Novello, 1. e, 3 6. 

(50) Fu ordinato prete il 17 aprile 1484 (Arch. arciy. di 
Firenze, Lib. I di collazioni di ser Gabriele da Vaconda, 86 a) 
e fatto canonico nel 1489 (Salvini, 1. e, e Catalogo cronolo- 
gico de" canonici della Chiesa metropolitana fiorentina, Firenze, 
Cambiagi, 1782, p. 62). Era, come ricordai, rettore di San 
Pietro ìq Frassina già dal 1474 e, nel novembre 1487, ebbe 
la pieve di Santa Maria del Piano di Soara, per rinunzia di 
Giovanni de' Medici (cf. l'obbligazione alla Camera aposto- 
lica, del 4 di quel mese: ASR., Annate, n. 1449, e. 34 6). 
Fu creato vescovo di Forlì nel 1516 (Etjbel, ITI, 214), tre 
anni prima della morte, che lo colse il 7 marzo 15l9. 

(51) L'elogio è in un epigramma di Giovanni Capitone, 
chierico aretino, nel citato ms. II. ii. 62 deUa Naz. di Fi- 
renze, car. 99 a; gli epigrammi del Bibbiena, dei quali non 
so se io abbia inteso bene certe oscure e spesso sconcie allu- 
sioni, sono nello stesso manoscritto, carte 117o-119a. 

(52) Vedi ms. citato, 103 a (qui App. II, doc. IV); e per 
l'interpretazione, che io credo erronea, cf. Della Tobre, 775. 

(53) In \mo degli epigrammi ricordati « 'Hec est poetae 
sacri haec detestatio — Mihi sit cripta pocidum » (cod. citato, 
119 a). 

(54) Cod. citato, 100 a. 

(55) Ivi, lOé a {App. II, doc. IV). 

(56) Per il Verino, la congettura del Fabroni {Leonis X 
P. M. vita, t. I, Pisa, Landi, 1797, p. 6) fu accolta dal Laz- 
zari {Ugolino, e MicJiele Verino, studii biografici e critici, To- 
rino, Clatisen, 1897, p. 91; cf, anche 206-207); ma il silenzio 
che Ugolino, nella sua lettera a Ricciardo Becchi, rammen- 
tata dall'egregio amico mio (p. 206), tiene su tma circostanza 
così rilevante, la rende affatto improbabile^ Del Franco, 
scrive il Volpi {Un cortigiano di Lorenzo iX Magnifico, in 
Osli., XVII, 1891, p. 236) che insegnò a leggere ai figliuoli 
di Lorenzo; ma questi non mi sembrano essere quei « Figliuol 
di cupchi, messi e di trombetti - Stracciati et unti », che riduce- 
vano alla « gogna » ^ il povero ser Matteo (cf. sonetto LXI, 
nell'ed. s. n. t. del 1759, ap. 61). Marcello di Virgilio Adriani 
non potè istruire Giovanni come pubblico professore (cf. Fa- 
BBONi, op. cit., 166), perchè non ebbe la cattedra che il 
24 ottobre 1494 (cf. Aneddoti polizianeschi, cit., p. 8 [436], 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 51 



n. 3) pochi giorni innanzi' alla cacciata ds' Medici; né è pro- 
babile gli abbia insegnato privatamem^, sia perchè, avanti 
al 1489, nel quale anno il cardinale fu volto ad altri studi, 
egli ere* troppo giovine, sia perchè le circostanze della sua 
nomina a professore e gli uffici, ch'egli tenne in Firenze 
repubblicana, non attestano relazioni troppo cordiali con i 
Medici, sia, infine, perchè egli non ne fa cenno nella dedica 
a Leone del suo Dioscoride (Pedach Dioscoridis Anazabbei 
De medica materia libri sex, 'Firenze, Giunta, 1518). Di Pietro 
da Egina, che da molti è dato per maestro di greco a Gio- 
vanni, confesso schiettamente di non saper proprio nulla. 
L'Aigiropulp, ricordato dal Masi, Gli storici e la storia di 
Leone X, in Ntiovi studi è rifratti, Bologna, Zanichelli, 1894, 
p. 171), aveva lasciato Firenze -prima del 26 ottobre 1471 e 
non v'era tornato più (cf. G. Zippel, Per la biografia dell' Ar- 
giropulo, in Gsli., XXVIII, 1896, p. 107; C. Mabchesi, Bar- 
tolomeo della Fonte, Catania, Giannotta, 1900, p. 38, n. 3). 
Finalmente il Crinito, che, secondo il Poccianti {Gatalogus 
scHptorum florentinorum, Firenze, Giunta, 1589, p. 146) sa- 
rebbe stato il più caro tra i. precettori de' figliuoli di Lo- 
renzo, era, negli anni dell'educazione loro, ancora discepolo 
del Sassi e del Verino e appena dopo la loro cacciata cominciò 
ad essere maestro. 

(57) Enrico Mestioa, Varino Favorino Gamerte, Ancona, 
Morelli, 1888, p. 34, riconfermò giustamente, contro ai dubbi 
del Rosboe, che il Gamerte fosse tra i maestri di graco al pon- 
tefice. Ma Varino non entrò in relazione con i Medici che 
intomo al 1493 (cf. la dedica al cardinale Giulio del suo 
gran dizionario, pubblicato da Zaccaria Callergi nel 1523) 
e dal 2 ottobre dell'anno prima era maestro in Firenze, il 
quale ufficio, confermatogli anche per l'anno 1493-94, gli 
impediva di stare presso Giovanni (ASF. Delib. circa lo 
stvdio ecc., Reg. 417 (antico lib. 5), e. 94 6, 161 a, 162 a; 
Miscellanea di documenti riguardanti lo stvdio ecc., Reg. 420, 
e. 165 6; cf. anche A. Fabroni, Historia Academiae pisanae, 
I, Pisa, Mugnaini, 1791, p. 163, n. 1). Né egli potè nel 1494 
seguire il cardinale a Roma, dove Giovanni rientrò solo molto 
più tardi; né, anzi, lo seguì, nel primo tempo, in alcuna parte , 
perchè fu anche nei due anni seguenti alla cacciata de' Medici 
maestro di grammatica greca a Firenze e a Prato e soltanto 
nel 1496, quantunque fosse stato ricondotto, se ne andò da 
Firenze (ASF., 1. e, Reg. 417, 94 b, 163 b, 165 b, 166 6); 
né finalmente, abbiamo prova ch'egli fosse bibliotecario del 
cardinale prima del 1511, al quale anno l'Alcionio, citato 
dal Mestica (35), riferisce il suo dialogo. Nel 1514, prima 



52 NOTE AL CAPITOLO I 



d'essere fatto vescovo di Nocera, egli è fra i « cvbicvlarii » del 
papa (A. FebeajoIìI, Il ruolo deUa corte di Leone X, in Ar., a. 
XXXIV, 3-4 (135-136), 1911, p. 375. 

(58) Vedi la dedica a Benedetto Accolti della nuova edi- 
zione della grammatica, la quale dedica fu scritta a Venezia 
il 20 maggio 1523 e pubblicata postuma nel 1545 (Urbani 
BoLZAirai Beiìtxnensis Orammaticae institutiones in grae- 
cam linguam ecc., « Venetiis, apud haeredes Petri Rabani 
et socios, mense maio .mdxlv. ») e cf. Piebh Valeeiani 
Hexametri, odae et epigrammata, Venezia, Giolito, 1550, car. 2 a. 

(59) Dedica all'Accolti, citata; cf. L. Doglioni, Memorie 
di Urbanio Bolzanio bellunese, Belluno, Tissi, 1784, p. 20 sgg. 

(60) J. PiEBU VaIìEbxani BelIìTjnensis De litteratorum 
infelicitate libri duo, Venezia, Sarzina, 1620, pp. 100-102. 

(61) Giovanni Pierio dice infatti, nella dedica de' carmi 
ch'egli era protonotario e non ancora cardinale; perciò fu- 
rono gli anni dal 1483 al 1489. 

(62) Petri Aloyonh Medicea legatu^ de exsilio, « Venetiis, 
in aedibus Aldi et Andreae Asulani soceri, mense novembri 
.3ai»xxn. », car. 20 b, 69 a. 

(63) Sul Calcondila, cf. specialmente A. Bacini Conea- 
LONiERi - F. Gabotto, Notizie biografiche di D. C, nel Oiorn. 
ligustico, a. XIX, Genova, 1892, p. 241 sgg. 

(64) La lettera, eh'è nel codice Vatic. Lat. 3912 già ricor- 
dato, Jfu pubblicata da H. Noiret, {Huit lettres inédites de 
Démétriu^ Chalcondyle, in Mèi. d'arch. et d'histoire, VII, 
1887, p. 495 sgg.), il quale tuttavia neU'interpretarla e datarla 
cadde in un grave equivoco (cf. 477), giustamente rilevato 
da Vittorio Rossi {Niccolò Lelio Cosmico, poeta padovano del 
secolo XV, in Gsli., XIII, 1889, p. 112, n. 2): il cardinale, di 
cni si discorre nella lettera, non è il Medici, ma il Barbo; né 
il Galcondila si recò mai a Roma con quello. Ma Giovanni 
de' Medici è invece senza dubbio il fanciiillo ricordato da 
Demetrio; la lettera poi deve essere stata scritta il 30 no- 
vembre 1488, come, per non allimgare qui la nota*, mi pro- 
pongo di mostrare altrove. 

(65) Lettera di ser Stefano da Castrocaro a ser Piero 
da Bibbiena, 20 settembre 1490, (M, a. P., CXXIV, 205). 

(66) Di Teseo, nato il 7 aprile 1489, e di Giovanni Basilio, 
nato il 18 settembre 1490; cf. E. Legrand, Bibliographie 
hellénique, ou description raisonnée des ouvrages publiés en grec 
par des Orecs aux XV^ et XV I^ sièdes, t. II, Paris, Leroux, 
1885, pp. 305-6; Badini-Gabotto, 288, n. 3. È singolare 
che Salvino Salvini, pur così diligente raccoglitore di me- 
morie storiche fiorentine, dica maestro di Giovanni questo 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 53 



Basilio Calcoiidila, che ne fu invece figlioccio {Vite dei nostri 
canonici, t. II cit.). 

(67) Abiosto, Opere minori, ed. Polidori, Firenze, Le 
Monnier, 1857, t. I, 207 e 326; cf. Caudtjcci, La gioventù 
di Lodovico Ariosto, ecc., nelle Opere, voi. XV, Bologna, 
Zanichelli, 1905, p. 135 sgg. 

(68) Su Gregorio da Spoleto, vedi le notizie di G. Baruf- 
faldi iuniore (La vita di M. Ludovico Ariosto, Ferrara, Bian- 
chi e Negri, 1807, p. 81 sgg.), che sono ripetute dal Carducci. 
Ma la storia dei primi suoi anni, avanti che lo conoscesse 
l'Ariosto, è da rifare del tutto. Perchè il Gregorio da Spoleto, 
al quale maestro Matteo da Tolentino scrive, l'S gennaio 
1489, come ad «eruditissimo iuveni» (M. a. P., CHI, 115), 
non può essere il frate agostiniano, che era nominato rettore 
del convento di Siena nientemeno che trent'anni prima 
(L. ToBELLi, Secoli Agostiniani, t. VII, Bologna, Monti, 
1682, p. 84:), quantunque l'accennarsi in una lettera di Mi- 
chele Verino a xm libro, che questi aveva preso dalla biblio- 
teca degli Agostiniani a nome del nostro Gregorio, faccia 
apparire probabile che anche questi, come l'omonimo più 
antico, sia appartenuto all'orane (Laurenz., PI, LXXXX 
sup. 28, car. 7 [10] a). La dimora poi deUo Spoletino in Firenze 
era sin qua presso che sconosciuta; e neppur io so dire quando 
sia cominciata. Certo si discorre di lui, come di maestro 
all'Orsini, in una lettera di Michele Verino, che Ugolino, 
padre di questo, dettò al Crinito fin dal 1485 (cf. ms. Ric- 
card. 915, cart. 53 b, 54 a) e in altre, che non hanno data, 
(ms. Laurenz. citato (6 [9]a, 28 [31]a, 32 [35]o). Per le rela- 
zioni fra Gregorio e Michele cf. una lettera di Ugolino a 
questo: ivi, 6 [9]a; e Lazzari, 111, n. 1. 

(69) In una lettera di Stefano da Castrocaro a Bernardo 
da Bibbiena, da Pisa, 16 dicembre 1489, è ricordata la ca- 
mera di Franciotto « a terrena in casa messer Carlo » de' Me- 
dici; ma se ne rileva che in essa si trovavano anche oggetti 
di studio ch'erano di Giovanni (M. a. P., CXXIV, 323; nella 
Misceli. Fiorent., II, 23, Firenze, 1902, p. 174, la frase è in- 
compiuta). 

(70) La lode è di Michele Verino in una lettera all'Orsini 
(Laurenz., cit., 32 [35]a), nella quale Michele si rallegra anche 
di avere udito da Gregorio che Franciotto sapeva congiun- 
gere le arti belliche e gli studi. Ma in tm' altra lettera, scritta 
quando il giovinetto si sentiva prossimo all'immatura sua 
fine, che fu il 30 maggio 1487, egli esorta l'Orsini a non per- 
dere il frutto de' buoni studi, che parrebbe quindi avesse la- 
sciati (58 [61]6). 



54 NOTE AL CAPITOI.O I 



(71) I nomi dei due grecisti appariscono insieme nella 
citata lettera di Ugolino Verino, relativa agli studi greci 
di Michele, e in una di Giovanni de' Medici, del 23 gennaio 
1490, M. a. P., XCVI, 445; qui App. I, n. 4. 

(72) La lettera, che maestro Matteo scriveva da Arezzo, 
fu citata più su. Dell'ordinazione e della laurea di Giovanni 
vedi gli atti del notaio ser Domenico di Antonio da Figline 
neU'ASF., D. 93, 1487-88, car. 141 a-h, 143 a-6,* o in Fa- 
BRONi, L. X. vita, 247-50. In questi documenti è indicato 
compiutamente il nome del personaggio, Gregorio di Andrea 
d'Angelo da Spoleto. Gregorio è ricordato a Pisa presso Gio- 
vanni in ama lettera di ser Piero da Bibbiena al fratello Ber- 
nardo, da Firenze, 15 novembre 1489 (CXXIV, 319), e in una 
del Ficino a Bernardo Michelozzi, datata 21 dicembre 1488, 
ma in verità del 1489 (Ficino, Opp., I, 905), dove Marsilio gli 
dà il soprannome curioso di Mercurio. Lo trovo anche pre- 
sente a tm atto del Medici, del 30 ottobre 1489, che non ha 
indicazione di luogo (ASF., Atti Ouidiicci, cit., G. 849, 1485- 
90, e. 134 a): 

(73) Lettera da Pisa, 23 gennaio 1490, citata: Giovanni 
raccomanda al padre di fare per Gregorio alcuna cosa, che 
gli doveva essere suggerita da messer Demetrio, cioè, credo 
certo, dal Calcondila. Infatti, r8 febbraio seguente Lorenzo 
scrive, o fa scrivere, « A messer Girolamo, canonico della Chiesa 
catedrale di Spoleto, a messer Andrea priore di San Felice, a 
Piero di maestro Gregorio di Spoleto per Gregorio nostro di 
casa » {Ricordi di lettere, M. a. P., LXIH, 108 a). 

(74) Stefano da Castrocaro a ser Piero, da Passignano, 
20 settembre 1490, citata. 

(75) Si veda la curiosa lettera di Gentile a ser Piero, dei 
giorni di Pasqua del 1491 (M. a. P., CXXIV, 239; qui 
App. II, doc. XVEII). Che facesse allora a Firenze lo Spo- 
letino non mi è noto. Giano Lascari in una lettera al Cal- 
condila, da Costantinopoli, il 10 luglio 1491, lo mandava a 
salutare, dubitando però ch'egli fosse in quella città (Le- 
GKAND, op. cit., II, 324; cf. I, p. CXXXrV e n. 2). Forse egli 
non abbandonò Firenze per Ferrara, se non alla cacciata 
de' Medici. 

(76) Gregorio piglia a prestito l'Afrodisio, in un tempo 
non precisato, fra il 14 ottobre 1486 e il 22 luglio 1488, Tuci- 
dide e Licofrone, « che sono delU libri del Philelpho » il 3 mag- 
gio 1487 o 1488, e di nuovo l'Afrodisio, la Prima Deca di Livio 
e Tucidide fra il 4 aprile 1490 e il 19 febbraio 1491 (M. a. P., 
LXIII, 139 a, 140 a; Piccolomesti, 287). L'emistichio di 
Stazio è ìq Silv., lib. V, 3, 147. 



PRIMA EDUCAZIONE E INCOIìE DEL GIOVINETTO 55 



(77) Laurenz., cit. 12 a; Riccard. 915, e. Ì17a. 

(78) La lettera del Becchi è quella ch'è citata più su. 

(79) L'Audin si sbizzarrì a cercare i disegni misteriosi 
della Provvidenza nel mettere accanto al futuro Leone X 
il Ficino, il Pico, il Poliziano (Storia di Leone decimo, trad. 
dal francese, voi. I, Milano, Resnati, 1845, p. 33 sgg.)j e, per 
i primi due, ripetè l'asserzione anche il Masi (1. e). Ma né da 
Marsilio, né da altri Giovanni è ricordato fra gli uditori del 
filosofo platonico; e il Pico non fu maestro di alcuno. 

(80) Vedi le lettere di frate Graziano da Brescia a Piero 
de' Medici, 24 dicembre 1492 e 18 marzo 1493 (M. a. P., LX, 
376 e 428) e la dedica a Leone X del libro del Benigno Septem 
quaestionum (Lavirenz. PI. LXXXIII, 18, par. I, fol. 1 asgg.j 
ef. Bandini, Gat. cod. latin.. Ili, 214-16), nel quale mano- 
scritto è poi riprodotta (fol. 49 6) la dedica della Dialectica 
nova, ch'era stata impressa a Firenze il 18 marzo 1488. E, 
di fronte a questo silenzio troppo significativo, ha poco va- 
lore l'autorità di P. Antonio da Terrinca {Genealogicum et 
honorificum theatrum minoriticum, Firenze, tip. della stella, 
1682, p. 86), alla quale sì appoggiano i biografi. Recentemente, 
il Ferrajoli credette probabile che fra Giovanni da Prato 
aiutasse il Benigno nell'iasegnare filosofia a' due figliuoli 
maggiori di Lorenzo (op. cit.: Ar., XXXVI, 1-2, 141-42, 1913, 
p. 192); ma il Benigno dice soltanto, nella dedica delle Sette 
questioni (3 a), che a certa promessa fattagli da Lorenzo, 
mentr'egli spiegava raorale a Piero, assistevano quel frate e 
Antonio Barberini; e le Novelle letterarie, che il Ferrajoli cita, 
non aggiungono nulla di più (cf. voi. XXI, 62 della colle- 
zione, Firenze, 1790, pp. 616-17). 

(81) Le due note ambascerie di Bernardo Bembo a Firenze 
furono in un tempo, in ctii Giovanni non era nato o era appena 
fanciullo; ma egli ripassò per questa città anche nel 1487, 
e ne fa memoria, come di cosa rimarchevole. Alamanno Ri- 
nuccini (ne' Bicordi storici di Filippo di Gino Rinuccini, 
per cura di G. Aiazzi, Firenze, Piatti, 1840, p. CXLII). 

(82) Vedi il documento deU'll giugno 1483, neU'ASF., 
Atti di ser Domenico di Antonio da Figline, D. 92, 1481-83, 
car. 168 a (qui App. U, doc. VII) e cf. vina lettera di Mar- 
silio a Pandolfo iipraetori fiorentino»: Op. omn., I, 913. 

(83) Per il passaggio di Ermolao Barbaro da Firenze si 
veda la lettera di Piero de' Medici al padre, 10 maggio 1490 
(M.a.P., XLII, 59; FAJanom, Laur. Med. vita, U, 377-79); 
ma Giovanni era allora a Pisa (cf. una lettera di ser Stefano, 
da Castrocaro, del 13 maggio, M. a. P., XVIII, 23). Di ima 
accoglienza solenne, fatta da Lorenzo ad Ermolao, discorre 



56 NOTE AL CAPITOLO I 



il Crinito (De honesta disciplina, Basilea,. Enrico Pietro, 
1532, pp. 234-35); ma né il magnifico aveva veduto il Barbaro 
prima d'allora, né lo vide quella volta, né Ermolao tornò 
a Firenze mai più. 

(84) Le due visite del Reuchlin a Firenze furono nel 1482 
e nel 1490 {De arte cabalistica, 1. e; L. Geigeb, Johann Reu- 
chlin, sein Leben und scine TFej'fce, Leipzig, Duncker et Hum- 
blot, 1871, pp. 23-24, 32-34); nelle carte medicee, però, non ne 
ho trovato alcuna memoria. 

(85) n Piccolomini (op. cit., t. 19, 1874, p. 105, n. 2) non é 
certo se la biblioteca medicea privata fosse nel palazzo di via 
Larga; ma la testimonianza del Reuchlin (1. e.) non può lasciare 
alcun dubbio. Un notevole accenno all'iacremento della li- 
breria é in una lettera di Piero de' Medici a Lorenzo, ch'era al 
Bagno a Vingone, dell' 8 maggio 1490 (M. a. P., XLII, 57). Sul 
riacquisto di essa da parte del cardinale, cf . Piccolomini, 1, e, 
128,-256-57. L'Albertini ricorda nel 1510 com'egli solesse stu- 
diare nella biblioteca senza impacciare gli altri lettori, che 
v'erano anxmessi liberalraente {Opusculum de mirahilihus novae 
urbis Romae, ed. Schmarsow, Heilbronn, Henninger, 1886, 
p. 35). 

(86) Potrei citare esempi numerosi. Ranunento solo come 
ne' Ricordi varii dello Studio di Pisa dal 1486 al 1549 (Arch. 
Universitario di Pisa, Statuti, leggi e regolamenti, n. 9) siano 
lunghe liste di dottori celebrati, con la indicazione di quelli 
che li avevano messi in vista agli Ufficiali dello Studio e a 
Lorenzo; e come dalla corrispondenza di Giovanni e di Nofri 
Tomabuoni, agenti del banco mediceo a Roma, si abbiano 
preziose notizie sulle scoperte di opere antiche fatte in quegli 
anni. E, per la storia letteraria, noto una curiosa lettera di 
Baccio Ugolini, da Napoli, 7 aprUe 1491, che dà assai sfavo- 
revole giudizio delle poesie del Galeota e parla di lui come 
dì raccoglitore d'antichità e fabbricatore di lire (M. a. P., 
XLIX, 269). 

(87) Cf . E. MiJNTZ, Les collections des Médicis au XF« siede, 
Paris -Londres, 1888, passim; id.. Precursori e propugnatori del 
Rinascimento, trad. di G. Mazzoni, Firenze, Sansoni, 1902, 
p. 106 sgg.; A. ScHiAPABBLLi, La casa fiorentina e i suoi 
arredi nei secoli XIV e XV, ivi, 1908, p. 134 sgg. 

(88) Cf. Te. Tbapesnikoff, Die Portraitdarstdlungen der 
Mediceer des XV Jahrhunderts, Strassburg, Heitz, 1909, p. 54. 

(89) Si veda l'inventario della a camera di monsignore» 
(M. a. P., CLXV, 38 6 sgg.; App. II, doc. V). Non credo sia 
dubbio che fosse questa la stanza di Giovanni, perchè altri 
personaggi della famiglia di Lorenzo non avevano titolo di 



PRIMA EDUCAZIOJfE E INDOLE DEL GIOVINETTO 57 



monsignore: nel 1492, quando fu redatto l'inventario, vi 
stava Giuliano, avendo Giovanni casa propria a S. Antonio. 

(90) A Franciotto Orsini, a' suoi studi con Gregorio di 
Spoleto, al suo rivolgersi alle armi ebbi occasione di accennare 
più sul Egli era figliuolo di Organtino Orsini, fratello di ma- 
donna Clarice, ed era di due anni più vecchio del cugiao. Lo- 
renzo lo teneva come figliuolo (cf . una sua lettera a ser Piero, 
del 9 luglio 1491: M. a. P., LXXII, 31, e una di Rinaldo Orsini 
alni, 5 ottobre 1490: ivi, XXVI, 559; Roscoe, Leone X, voi. II, 
p. 277); e Giovanni lo amava assai e gli stava accanto con 
molto affetto, quand'egli era a Passignano malato (lettera 
di ser Stefano da Castrocaro a ser Piero, 20 settembre 1490 : 
M. a. P., CXXIV, 205). Non credo però che Franciotto, vol- 
tosi alle armi, gli solesse, tranne, forse, nella viUeggiatm-a, 
essere conapagno. Il Poliziano, che lo loda come « ezceUentis et 
indolis et virtutis et ingenti iuvenisn, lo dice in una lettera, che 
sembra posteriore alla morte di Lorenzo, educato « iisdem.... 
laribus», con Piero; ma gli parla di corse di cavalli, piuttosto 
che di studi {Op. omn., 145). L'Orsini è infatti ricordato fra co- 
loro che dovevano gareggiare in \m.a giostra bandita da Piero 
per il carnovale del 1494 (A. Cappelli, Fra Girolamo Savo- 
narola e notizie intorno il suo tempo, negli Atti e Mem,. delle 
RR. Deput. di st. patria per le prov. Modenesi e Parmensi, IV, 
Modena, 1868, p. 328) ed ebbe parte in tutte le guerre degli 
anni seguenti; Giovanni de' Medici, divenuto papa, mutò, 
nel 1517, l'armigero in cardinale. 

(91) H" Farnese giunse in Firenze ventenne, nella prima 
metà del 1488, come si rileva da lettere di Alessandro Cor- 
tesi, che lo presentava con parole di grande affetto a ser Cec- 
cone di ser Barone (ASF., Lettere varie private del sec. XV, 
Arch. della repubblica 16, car. 343 a, 346 a, 360 a). Ma in- 
torno al 10 aprile 1489 ripartiva per Roma per entrare negli 
ufi&ci di Curia ed era raccomandato assai da Lorenzo all'ora- 
tore Lanfredini (M. a. P., LI, 588, 590, 594; Fabboni, Laur. 
Med. vita. II, 376-377); né credo che a Firenze tornasse più, 
avendo trovato notizie dì lui altrove in tutti gli anni seguenti. 
Né v'è alcima prova ch'egli abbia studiato a Pisa, quantunque 
l'asserisca e ripeta il Fabboni (ivi, I, 191; Hist. Ac. Pis., L, 
99) e novamente l'abbia detto il Fedeli (I documenti ponti- 
fici riguardanti l'università di Pisa, Pisa, Ma-rtottt, 1908, 
pp. XI -XII): certo nelle sue boUe per lo Studio non ve n'é 
cenno neppure lontano (Fedeli, pp. XIII, 74-77, e docc. 
XV-XVI, p. 125 sgg.). Della cultura letteraria del Farnese 
parlano con lode, fra i contemporanei, il Poliziffiao {Op. 
omnia, 98) e Paolo Cortesi (De hominibus doctis, Firenze, 



58. NOTE Ai CAPITOLO I 



Paperini, 1734, pp. XX-XXIe 2; De cardinalatu, LXXXXII6, 
CXXIII a). 

(92) H Bandini scrive che al Bibbiena fu affidata l^educa- 
zione di Giovanni {Il Bibbiena o sia il ministro di stato, Li- 
vorno, Santini, 1758, p. 6). Ma né appare probabile che a lui, 
nato nel 1470, si commettesse tale ufficio, né Leone X, dan- 
dogli lode per la devozione, con cui « pene iisque a puero » 
aveva prestato servigi insigni a lui e alla famiglia, accennò 
in alctm modo ch'ei gli fosse stato maestro (breve del 1° lu- 
glio 1515, in P. Bembi Epistolarum Leonis X P. M. nomine 
scriptarum libri XVI, Lione, Vincenzi, 1538, lib. X, ep. 44, 
p. 242). Livece, se Piero de' Medici scrisse a ser Piero da Bib- 
biena «siete allevato come me, in casa m,ia et mecoy> (26 lu- 
glio 1493: M. a. P., LXXII, 58-59), certamente lo stesso 
aAH-ebbe potuto dire Giovanni a Bernardo. Sul Tomabuoni 
cf . F. GuicoiABDiNi, Storia fiorentina, nelle Opere inedite. III, 
Firenze, Barbèra Bianchi e C, 1859, p. 162; Cebbetani, nel- 
VHist. fior, cit., 232 6, o in J. Schnitzee, Quellen und For- 
schungen zur Geschichte Savonarola^, III, Mùnchén, Lentner, 
1904, p. 51. 

(93) Fra Mariano Fetti, sul quale, meglio assai che un la- 
voro del Taormina, si possono ancora vedere le pagine vivaci 
del Graf e del Gian {Attraverso il cinquecento, Torino, Loescher, 
1888, p. 369 sgg.; Un buffone del secolo XVI ne La Cultura, N. 
S., anno I, n. 20, 1891, p. 650 sgg.), divenne più tardi sin troppo 
famoso a Roma, ancora prima che Leone fosse papa. Ma ch'egli 
sia stato « uno de" compagni d'infanzia di Giovanni de' Medici » 
come dice il Masi (1. e, 171), non v'è prova. H frate scrisse nel 
1515 a Lorenzo di Piero d'essere stato il primo cristiano a ve- 
derlo quando egli nacque, il 12 settembre 1492 (M. a. P., 
CXXm, 113; Gian, 652 sgg.); mai non accennò mai a rela- 
zioni sue con Leone fanciullo, né è ricordato nelle carte me- 
dicee, perchè non credo ch'egli sia un Mariotto barbiere, ser- 
vitore di casa già prima del 1482, col quale forse Piero Aretino 
lo confuse (cf. Ragionamento... delle corti, s. 1., 1539, par. I., 
p. 16 6). 

(94) Sui poeti latini nell'età del magnifica Lorenzo ri- 
cordo qui solo il" buono studio di G. Bottiglioni, lia lirica la- 
tina in Firenze nella seconda metà del s'ecolo XV, Pisa, Nistri, 
1913 (estr. dagli Annali della R. Se. Normale di Pisa, XXV). 

(95) Vedi l'epigramma di Ugolino Verino in lode del frate 
(Lazzari, 131), e cf. Politiani Op. omn., 52; e D. A. Pebini Un 
emulo difr. G. Savonarola, fr. M. da G., Róma, Unione, 1917. 

(96) Vedi il prologo del Poliziano in Prose.... e poesie, 281 
sgg., e cf. Del Lungo, Florentia, 361. Se la « terrifica praedi- 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO ' 59 



catiov della II domenica di quaresima del 1491 è posteriore 
alla recitazione de' Menaechmi, frate Girolamo aveva già dato 
saggio del suo sentire e del parlare, e l'avevano dato altri, 
domenicani e francescani, le relazioni dei quali col priore di 
San Marco vorrebbero essere studiate più che non si sia fatto 
sin qua. 

(97) Su questo caratteristico episodio della politica eccle- 
siastica di Lorenzo, cf. per ora, Mittarelli-Costadoni, An- 
nales camaldulenses, t. VII, Venezia, Pasquali, 1762, pp. 321, 
325-26 e App., doc. XCI, p. 122, Guido fu fatto priore l'S di- 
cembre 1486 e il 14 pagò alla Camera apostolica l'annata di 
285 fioriai d'oro (AV., Intr. et exit., Reg. 514, sett. 1486- 
ag. 1487, car. 30 a). Pietro Dolfin scrisse più tardi ch'egli 
aveva tale intimità con Lorenzo da conoscerne ogni pensiero 
e potersi valere di lui come gli piacesse (P. Delphini.... 
Epistolarum volitmen, Venezia, Bernardino Benaglio, 1524, 
lib. III, ep. 29). 

(98) Cf. G. Farttlia, Istoria cronologica del nobile ed antico 
monastero degli Angioli di Firenze, Lucca, Frediani, 1710, 
p. 67. Anche il Dolfin scrive, il 15 febbraio 1491, che il cardi- 
nale « plurimwn loco afficiturr> (pp. cit., II, 73); ed in quel mo- 
nastero furono presentate a Giovanni, l'il maggio 1489, la 
boUa e le insegne del cardinalato. 

(99) Lettera del Dolfin a Gmdo priore, 7 dicembre 1487 
(Epistòl., I, 74). 

(100) Lettere del medesimo al cardinale Piccolomini e al 
priore, 15 febbraio e 10 marzo 1491 (ivi, II, 73 e 77). 

(101) Sullo spettacolo e il banchetto, cf. la lettera scritta 
dal Dolfin a Gmdo priore, due giorni dopo, il 4 marzo 1492 
(HI, 25). 

(102) Su questo ritorno all'italiano insiste specialmente il 
MoNNiEB (Le quattrocento, nouv. ed., Paris, Perrin, 1912, II, 
246 sgg.). Ma nell'opera sua, pur così erudita e brillante, non 
sempre mi paiono rispettate le ragioni della cronologia e la 
coerenza del pensiero. 

(103) Cf. la mia nota Sulla data dell\<.Orjeoyi e delle a Stanze» 
di Agnolo Poliziano, Roma, tip. dei Lincei, 1915 (estr. dai 

Rendic. della E. Acc. dei Lincei, voi. XXIII, fase. 11), spe- 
cialmente a pag. 32 (348) sgg. 

(104) Poliziano, Prose... e poesie, 78. 

(105) Op. cit., 109. 

(106) .H sonetto fu pubblicato da V. Rossi {Le lettere di mes- 
ser Andrea Calmo, Torino, Loescher, 1888, p. 64), che giusta- 
mente dubita suBa sua attribuzione, e dal Graf (op. cit., 
389-90), 



60 NOTE AL CAPITOLO I 



(107) Vedi la lettera di lui a ser Piero da Bibbiena, 13 gen- 
naio 1492 (M. a. P., CXXIV, 56; qui App. I, n. 6). Ne è ri- 
prodotto in questo lavoro l'autografo, 

(108) La lettera, del 12 aprile 1492, è in M. a, P., 
CXXXVII, 527; vedila in App. I, n. 8. 

(109) Niccolò Michelozzi e Giovanni Antonio d'Arezzo a 
Lorenzo de' Medici, da Roma, 24 dicembre 1489 (M. a, P., 
XLI, 419). 

(110) Manfredo Manfredi al duca Ercole d'Este, 15 set- 
tembre 1493: ASMo., Oancell. Ducale^ Disp. da Firenze, B. 8. 

(Ili) Sul ciceronianismo di Leone X, cf. Sabbadini, 
50 sgg.; Flamini, Jl cinquecento, 97-98; e sul contegno di lui 
nella questione del Longueil, la quale non era poi nemmeno 
un briga fra ciceroniani e anticiceroniani, vedi D. Gnoli, Un 
giudizio di lesa romanità sotto Leone X, Roma, tip. della Ca- 
mera dei Deputati, 1891, passim, e la recensione del Gian a 
questo lavoro in Gsli., XIX, 1892, p. 151 sgg., 378 sgg. 

(112) Lettera di Piero a Lorenzo, dal Poggio a Caiano, 11 
settembre 1485: M. a. P., XXVI, 426; Fabroni, Laur. Med. 
vita, II, 298. 

(113). Cf. Tra il poeta ed lauro, pp. 25, 84 (LXV, 287; 
LXVI, 94); e il citato proemio del Landino all'edizione- di 
Virgilio. 

(114) Lettere del Lanfredini a Lorenzo, 9 febbraio 1488-89 
e 26 luglio 1489 (M. a. P., LVHI, 102-5 e 144). 

(115) Giovanni Andrea Boccaccio scrive da Roma, il 26 
ottobre 1493, a Ercole d'Este, esortando, che il nuovo cardi- 
nale Ippolito s'avvezzi a parlare elegantemente e gravemente 
in latino, perchè « questa nostra corte sindica ogni homo propter 
universum cuncursum gentium. Ho visto a li miei' giorni molti 
cardinali novi etvechj: cum primum transgrediuntur, illieo sono 
notati et persevera la ìwta usque infinem, come è horade solicitat 
(sopra la riga: « il Medico »), non patria essere più, trista 
(ASMo., Cane. Due., Disp. da Roma, B. 8, M°. 65). 

(116) Cf. la dedica delle Recuperationes Faesulanae di 
Matteo Bosso a Giovarmi de' Medici, Bologna, per Platone 
de' Benedetti, 1493 .xiiì. kal. aug. 

(117) Alcyonius, op. cit., 20 6, 68 a- 69 a. 

(118) Sono i trimetri giambici per la statua di Lucrezia 
trovata nelle rovine di Trastevere, che ci sono riferiti dal- 
l'Alcionio; tre distici elegiaci, che sarebbero stati scolpiti su un 
ponte gettato sul fosso, nel quale il Mellini annegò, e che il 
Gnoli riprodusse da un rarissimo libretto, stampato, senz'anno, 
dal Mazochio (op. cit., App. p. 165); i versi improvvisati, che 
riporta il Fabroni (i. X., 163-64). L'epigramma per il caso 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 61 



del Mellini parve giustamente al Gnoli sobrio ed elegante; ma 
differisce così stranamente dagli altri versi attribuiti a 
Leone X, da lasciare qualche dubbio se davvero sia fat- 
tura sua. 

(119) Cosi Bernardo La Vigne ta, dedicandogli un suo 
Tractattcs theologicus (ms. Laurenz. XIV. 13; Bandini, Catal. 
codd. latinor., I, 116), Egidio da Viterbo {Historia viginti 
saeculorum, ms. dell'Angelica di Roma, Fondo antico, 351 
[C, 8. 19] car. 384 6), il Novello (3 6) e, sopra ogni altro, 
l'Alcionio (20 6, 69 a-6). 

(120) PoLiTiANi Prael, in Homerum, in Op. omn., 477. 

(121) Op. e loc. cit. 

(122) « A di .X. di dicembre (1493) si prestò a monsignore 
nostro et per epsi venne et portò messer Bernardo Michélozi: 
Expositio lohannis Damasceni de ortodoxa fide. Gompendium 
hystoriarum Gonstantini Manasse a condito orbe tisque ad Nice- 
phorum imperatorem, Proclzis in theologia Platonis » (M. a. P., 
LXTV, 133 6; Piccolomini, 1. e, t. 21, pp. 290-91). Dell'opera 
del Damasceno v'è ora in Laurenziana un esemplare, unito con 
altre opere dello stesso santo, in un codice del secolo XV (PI. 
LXXI. 20; cf. Bandini, Gatal. codd. graecc. III, H sgg.); ma 
essa era molto diffusa ed è ben probabile che ve ne fossero 
anche traduzioni. Le altre due opere non si trovano ora nella 
biblioteca. Altri libri greci, la grammatica di Apollonio, 
un'altra grammatica esposta anche in latino, l'Arte rettorica 
di Ermogene furono trovati, dopo la cacciata, nella casa del 
cardinale a S. Antonio, ma appartenevano a Piero (M. a. P., 
CIV, 119 6). 

(123) A. F. Vezzosi, De laudibus Leonis X, Roma, Pa- 
gliarini, 1752, p. IX. 

(124) Lettera del Ficino a Bernardo Michelozzi, Op. omn. 
I, 905. Il libro De somniis di Sinesio fu dedicato a Piero il 
15 aprile 1489 (ivi, II, 1968); e perciò la lettera che ha la data 
del 24 dicembre 1488, è invece del dicembre seguente, nel 
quale tempo, e non nel dicembre dell'anno prima, Giovanni 
de' Medici era, col Michelozzi e gli altri ricordati nella let- 
tera, fuori di Firenze. 

(125) Dedica di Matteo Bosso, citata. 

(126) Carte 25 6-26 a. 

(127) L'Alcionio (19 a) fa dire aUo stesso Giovanni che Er- 
molao gli soleva recitare quelle sue versioni, nelle quali egli, 
interrogato, lodava la conoscenza della filosofia aristotelica, 
raa non approvava lo stile, aheno, com'era vezzo dell'età — 
l'età del Poliziano ! — dalla purezza della lingua latina. Ma, 
prima della morte del Barbaro, che fu nel luglio del 1493, il 



62 ' NOTE AL CAPITOLO I 



Medici non. aveva fatto che due soggiorni brevissimi in Roma, 
ed Ermolao non abitò in alcun tempo a Firenze, o in altro 
luogo dove fosse Giovanni. Di una, disputa sull'inunortalità 
dell'anima e la potenza di Dio, che il Medici avrebbe tenuta 
« in Xysto », parla pure l'Alcionio (26 a); ma io non ne ho altra 
notizia. 

(128) Ms. Laurenz. XXX. 22; Baldini, Cat. codd. latt., II, 
79. Anche Raffaello Brandolini scrive ch'egU « geometras ac 
arithmeticos hello paceqtie opportunos admÀttit, astronomos non 
contemnitìì {Dialogus Leo nuncwpatus, Venezia, Occhi, 1753, 
p. 126). 

(129) Un libro e più pezzi di tavole d'astrologia si trova- 
vano anche nell'anticamera del terrazzo di casa Medici (cf. 
MtJNTz, Les collections, 88). 

(130) a A dì 24 di gennaio 1493: a Monsignor nostro le 
hi/storie fiorentine di messer Leonardo di Arezzo, traete della li- 
breria; portò messer Nicolò da Prato, suo cappellano » (M. a. P., 
LXIV, 133 6; PiccoIìOMINI, 1. e, 291). Per il prestito del Ma- 
nasse, vedi sopra. Quest'opera la quale, com'è noto, è una 
vasta cronaca in versi dalla creazione del mondo al 1081, fu 
pubblicata più volte; si può vederla nel Corpus scriptorum 
historiae Byzantinae, ed. di Bonn, 1837. 

(131) Giovio, op. cit., 109. - 

(132) In una lettera di Stefano da Castrocaro a Bernardo 
da Bibbiena, del 16 dicembre 1489, citata di sopra, è scritto: 
« Monsignore dice che non ha mai havuto altro mappamondo, 
se non uno vechio et molto tristo, che restò alla partita sua costì 
in camera a terrena in casa Tnesser Carlo, cioè in quella dove 
stava il signor Franciotto. Potrai vederlo et mostrarlo a Lo- 
renzo, se è quello che lui desidera ». In un Giornale di entrala e 
uscita della guardaròba Medici (ASF., Guardaroba, N. 1, fasci- 
coletto segnato 1482, e. 20 a; L. CrBRAnio, Lezione storico filo- 
logica, ec. Asti., ser. III, t. VI, par. I, 1867, p. 157), si legge: 
v< A dì 27 di giugno 1493: A M. Agnolo da Montepulciano si 
prestò una di quelle due palle che stanno in libreria, che sono 
come mappamondi ». Il tempo, in cui fu fatto questo prestito, 
è significativo, e ci dà, insieme con la nota lettera di 
Agnolo al re di Portogallo {Op. omn., 136 sgg.), ima prova 
dell'attenzione, con cui quegli seguiva le nuove esplorazioni. 
— Per le tavole geografiche di casa Medici, Tina delle quali 
rappresentava « V Universo » cf. ScHXÀPAREtiLi, 179. 

(133) Cebbacchini, op. cit,, passim; G. Prezzine», Storia 
del pubblico Studio e delle società scientifiche e letterarie di Fi- 
renze, voi. I, JFirenze, Carli, 1810, specialmente p. 166, 173 sgg. 

(134) Su questo restauro cf. P. AdinoIìFI, Roma nélVetà di 



PRIMA EDUCAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 63 



mezzo, t. I, Roma, Bocca, 1883, p. 350 sgg. Non è esatto il Ce- 
\axà (J, BiTBCEAJBDi Lìber notarum, voi. I, Città di Castello, 
Lapi, RR. II. SS., XXXII, par. I, p. 346, n. 2), quando scrive 
che quella chiesa fu ricostrutta da Leone X, già pontefice, 
mentre l'iscrizione la dice rifatta da Giovanni de' Medici, dia- 
cono cardinale. Ma, d'altra parte, l'essere sospesa nel mezzo 
del timpano l'arma di casa di Cibo non prova che il restauro 
fosse fatto vivente papa Innocenzo Vili, perchè non passa- 
rono che quattro mesi dal giorno, ia cui il cardinale prese pos- 
sesso della diaconia, aUa morte del pontefice: quello non fu 
che tm omaggio di gratitudine aUa memoria del papa, a cui il 
Medici doveva la porpora. L'Albertìni, scrivendo nel 1510, ri- 
corda il lavoro come recente (pp. 7-8). I restauri furono però 
continuati anche dopo che Leone fu papa (cf. P. Db Gbassis, 
Diarium, nel ms. 1597 della Comunale di Bologna, car. 277 o). 

(135) Di Giovanni, come proposto di Prato, sarà detto in 
altra parte del lavoro. 

(136) Fabboni, Laur. Med. vita, II, 311, 

(137) Vedi la biografia anonima- pubblicata dal Roscoe, 
[L. X., t. XII, Milano, 1817, p. 158). Ma più severamente il 
Tizio: «omnis... pontiflcis cura est cantilenis vacare, potatio- 
nibtis indulgere longis cyatis, stólidos pauperes litdiflcare» (P. 
PiccoLOMiNi, La vita e l'opera di Sigismondo Tizio, 1458-1528, 
Roma, Loescher, 1903, p. 128, n. 5). 

(138) Cf. D. Gnoìj, Secolo di Leone X?, nella Riv. d'Italia, 
a. I, voi. II, 1898, p. 645. 

(139) Della memoria fa gran lode il Giovio, p. 109; nella 
facondia Paride Grassi dice ch'egli superò tutti i pontefici dopo 
Pio II {Diarium, 1. e, carte 45 a, 334 a; cf. anche C. G. Hofp- 
MANN, Nova scriptorum ac monumentorum.... collectio, t. I, 
Lipsia, sumptibus haer. Lanckisianorum, 1731, pp. 449-60); e 
ser Alvise Gradenigo nella sua relazione del 25 maggio 1523 lo 
ricòrda come « bellissimo parlador » (Sanuto, Diarii, XXXIV, 
197). <s.Nemini secundus ingenio y> è detto Giovanni dal Poli- 
ziano {Op. omn., 106) e dal Torni afortis... ymaginationis » 
{De tuenda sanitate, ms. citato, fol. 26 a). Il Giovio poi ne ram- 
menta l'avidità e la pazienza nel leggere « obietta quaeque et 
praealtos etiam codices» (1. e.) e l'Albertini, come vedemmo, 
ce lo presenta allo studio nella sua biblioteca. 

(140) Egidio da Viterbo dice che Leone era memore della 
sua Toscana « sacrorum inter omnes mortales studiosissima » 
(1. e, 373 6). 

(141) Loc. cit. 

(142) Del Ltingo, Florentia, 194 sgg.; A. D'Ancona, Ori- 
gini del teatro italiano, 2" ed., voi. I, Torino, Loescher, 1891, 



64 NOTE AL CAPITOLO 1 



p. 261 sgg. Qui, a p. 266, è detto per errore che fra i recitanti 
fu Giovarmi; lo Zeffi, alla cui testimonianza il D'Ancona si 
appoggia, pone fra gli attori il solo Giuliano (cf. Opere di 
LoKBNzo de' Medici, Firenze, Molini, 1825, III, 191, n. 1). 
E, del resto, il quattordicenne cardinale non poteva essere fra 
i a fanciulletti y> che domandavano sctisa ai loro « teneri anni ». 

(143) Nella lettera al figliuolo cardinale, citata. 

(144) La lettera del Bosso si legge nelle Recuperationes 
Faesidanae (ed. citata, ep. CX) e fu riprodotta più volte (cf . 
J. BtTRCK^àjaDi Diarium.... pubi, par L. Thuasne, t. I, Paris, 
Leroux, 1883, pp. 555-57), Si veda poi la lettera degli Otto 
di Pratica a Piero Alamanni, 10 marzo 1491-92 nell'ASF., 
Dieci di Balia, Leg, e Gomm., Istr. e lett. miss., 11, car. 29 o 
sgg.; non si dimentichi però che, essendo l'Alamanni oratore 
a Roma, il documento era scritto in modo che facesse im- 
pressione buona sul papa. 

(145) Basti per tutti questo luogo di Egidio da Viterbo: 
« Omnium mortalium consenstis animum istum tuum in sacris 
amandis venerandis exercendis non modo sacerdotihus aUis, sed 
omnibus mxyrtalihv^ anteponit. Gum enim sacris faciendis aut 
praeea aut ades, omnium in te unum oculi, omnium, ora ita 
pendent, vi non tu cum eis, sed ipsi in te numen et sentire 
et adorare videantur » (op. cit., 373 6). 

(146) Nella prima predica sopra Aggeo, Ognissanti del 1494 
(VhiLabi-Casanova, 57). Anche del tiranno il Savonarola 
dice che « cerca di apparire religioso e dedito al culto divino, ma 
fa solamente certe cose esteriori,.... conversa etiam con religiosi 
e simtdataìnente si confessa di chi è veramente religioso per 
parere di essere assolto » (ivi, 372), nelle quali ultime paróle 
v'è un'allusione, che forse può risolvere la nota controversia 
stdle circostanze deUa morte di Lorenzo. 

(147) Si veda lo scritto, già citato, del Tomi (lOo-llo) e, 
per quel rimedio, si cf. Lazzari, 117 e n. 3. 

(148) De Saphati Jtjuani Tani Pbatensis phisici, ad 
Leonem X P. M. (Laurenz. PI. LXXIII, 38). Questo libretto 
è un'altra prova dell'opinione buona, che s'aveva sulla mora- 
lità del Medici; infatti il Tani esclude senz'altro che U ponte- 
fice abbia avuto o possa aver mai bisogno de' suoi consigli 
per quella malattia, ma crede che ne possa trarre vantaggio 
per altre infermità « gttos tuam Beatitudinem pati posse cogno- 
scirmis » (2 o). Ed è singolare, perchè il Tani, con infinite 
spiegazioni astrologiche e mediche, sembra voler allontanare 
il pensiero del lettore dalle cause vere del terribile morbo. 

(149) Un'insinuazione, senz'alcuna prova, è in una lettera 
di Pandolfo Pico della Mirandola a Isabella d'Este, 13 aprile 



PRIMA ED,tICAZIONE E INDOLE DEL GIOVINETTO 65 



1520 (A. Ltrzio, Isabella d'Uste e Leone X, in Asti., scr. V, 
t, 44, 1909, p. 99, n. 1). Cf. poi Gtjicciabdini, Ltt storia d'Italia, 
XVI, 12; F. Vettori, Sommario della storia d'Italia dal 1511 
al 1527, in Asti., App., t. VI, 1848, p. 297. 

(150) Per il Naidi, che dice anche non avere Giovanni co- 
nosciuto altra Venere che la celeste, cf. ms. Laurenz., XXXV. 
43, car. 9 a; Carmina illustrium poetarum italorum. t. VE, Fi- 
renze, Tartini e Franchi, 1720, p. 443; per il Poliziano, Op. 
omn., 106; per il Dolfin la sua orazione citata, in Martène- 
DtTBAND, III, 1211, e le lettere, ed. 1524, lib. XI, 1; per 
Egidio da Viterbo, ms. citato, 372 a, cf. anche 316 a. 

(151) Una sola lettera di Giovanni potrebbe dar qualche 
sospetto; è scritta a Bernardo da Bibbiena, da Fucecchio, 
15 luglio 1494 (M. a. P., CXXIV, 373; qui in App. II, n. 52). 
Ma su indizio così lieve non si può fondare alcuna congettura. 

(152) Vettori, p. 338; Tizio, 1. e. Ser Alvise Gradenigo, 
nella relazione citata, dice che egli digivuiava tre volte alla 
settimana, quel ch'egli facesse negli altri giorni non dice; e lo 
accusa poi d'immoderatezza nel bere. 

(153) Si vedano tre lettere del Tomi a Piero de' Medici da 
Oalenzano, 8, 16 e 17 giugno 1493 (M. a. P., LX, 551, 564, 
569). H Torni, come narra egli stesso, era stato educato nella 
scienza medica per cura di Lorenzo, il quale gli aveva fornito 
ogni raezzo, perchè giungesse a possederla perfettamente {De 
titenda sanitate, ms. cit., fol. 1 b; De cibis quadragesimalibiis, 
Laurenz. PI. XX. 53, fol. 1 a; cf. Bandini, Catal. codd. lati., 
I, 659, III, 64-65). Fu professore di fisica prima, poi di nxedi- 
cina teorica, infine di medicina pratica a Pisa (S. M. Fab- 
BRTJCCi, Elogia ecc., nella Race. Galogerà. t, XL, Venezia, 
1749, p. Ili sgg.; Fabroni, Hist. Ac. Pis., I, 292 sgg.), donde 
era spesso chiamato a Firenze o nel dominio per curare uomini 
insigni. Di Giovanni fu medico, o forse consulente ordinario, e 
diceva che a tenere sano un tale uomo, base e fondamento 
della Chiesa romana, conveniva si applicasse con ogni sforzo 
non un Tornio, ma un Esculapio {De tuenda sanitate, 1. e). 

(154) La slealtà di Leone X è indubitabile, ma, poiché, 
a dimostrarne la misura, si suole ripetere una frase, che il Luzio 
giudicò « di un cinismo spaventoso », osserverei che, se il papa 
diceva al Castiglione « che s'el volesse ingannare ch'elfaria brevi 
e bolle, ma che a la parola sua si po' credere », non parrebbe 
ch'egli ammettesse « d'esser capace d'adoperare a strumento di 
frode gli atti più solenni della cancelleria pontificia » (Luzio, op. 
cit., t. 40, 1907, pp. 65-66). Egli intendeva, se non erro, che, se 
avesse voluto ingannare, brevi o bolle non avrebbero maggior 
valore della sua parola, la quale perciò doveva bastare. 

5. — PicoTTi, Leone X. 



66 NOTE AL CAPITOLO I 



(155) Lettera a ser Piero da Bibbiena, scritta da Agnano, 
26 dicembre 1491, M. a. P., CXXIV, 109; qui App. II, 
doc. XIX. 

(156) M. a. P., LX. 180; Fabboni, L. X., 258. 

(157) «Non voria fatica sHl podesse far di manco n: rela- 
zione di ser Marino Zorzi, 17 marzo 1517, ih Sanuto, Diari, 
XXIV, 90. « Talis naturae, ut tarde omnia cubando, surgendo 
et comedendo faciat ì>: Paride Grassi, presso D. Gnoli, Le 
cacce di Leone X, nella N. Antol., CXXVII, 1893, p. 445. 
« Omo che attende assai a parole, naturalmente longo ne le sue 
expeditioni »: Luigi Canossa a Isabella d'Este: Luzio, 1, e, 40. 

(158) Stefano da Castrocaro a Bernardo da Bibbiena, da 
Fucecchio, 14 luglio 1494: M. a. P., CXXIV, 372; Gnoli, Le 
cacce, 445-48. Per il « venator iste » del Tizio, cf. P. Picco - 
LOMINI, 1. e. 



CAPITOLO II 

LA CACCIA DEI BENEFIZI 



Messer Griovanni chierico e protonotario - Perchè si car- 
cassero benefizi in Francia - L'abbazia di Font-douce - 
La speranza dell'arcivescovado di Aix - La Chaìse-Dieu. 
— II. Nuova caccia in terra francese - L'abbazia du 
Pia e la Prammatica - Ancora la Chaìse-Dieu - Il prio- 
rato di Santa Gemma, — III. I benefizi toscani e i disegni 
di Lorenzo - La politica beneficiale dei Fiorentini - 11^ 
canonicato della cattedrale — La precettoria di Sant'An- 
tonio in Firenze. — IV. Benefici minori nel dominio 
fiorehtino - Le badie di San Michele d'Arezzo e dei SS. Giu- 
sto e Clemente dì Volterra - Passignano e Coltibuono - 
Desideri e ripulse — I benefizi di Carlo de' Medici - Una 
sosta forzata e l'ultima caccia in Toscana. — V. L'ab- 
bazia di Monte Cassino sentinella della Chiesa - I re di 
Sicilia e l'abbazia - L'usurpazione di Ferrante e la pace 
del 1486 - La concessione regia e papale a Giovanni 
de' Medici - Importa.nza e ricchezza dell'abbazia. — 
VI. I sospetti di Lodovico Sforza - L'abbazia di Mori- 
mondo a Giovanni — L'opera del Moro per ottenergliela. 

— VI. L'amministrazione spirituale de' benefizi medicei 

- La riforma di Morimondo - Giovanni proposto di Prato 
~ Il goyemo cassinese: Giovanni Tizi, Andrea Cambini, 
Baccio Ugolini. — VIII. L'amministrazione del patrì- 
monia cassinese - L'azione dell'Ugolini e la Corte - Que- 
stioni economiche e giurisdizionali - L'opera politica del 
Baccio - I benefìzi di Giovanni strumento di politica me- 
dicea - La predicazione di frate Girolamo. 



Il primo di giugno del 1483, nella cappella 
domestica del palazzo di via Larga, il nobile e 
circospetto fanciullo e d'indole buona, 



68 CAPITOLO II 



Giovanni di Lorenzo de' Medici, dopo aver ricevuto 
la Cresima, era promosso alla prima tonsura e agli 
ordini minori, ch'egli umilmente e devotamente 
prendeva dalle mani di Gentile Becchi, vescovo 
di Arezzo. Alla cerunoma erano presenti, col 
padre del fanciullo, che l'aveva accompagnato 
quella mattina stessa dal Poggio a Caiano e ve 
lo ricondusse la sera, tre canonici della catte- 
drale di Firenze e altri chierici é laici, in gran 
numero (I). Undici giorni dopo, in casa del ret- 
tore di San Giovanni, presenti ancora il Becchi 
e il canonico Luna e Pandolfo Collenuccio ora- 
tore pesarese, Giovanni prestava innanzi ad un 
altro canonico fiorentino, il giuramento solenne 
come protonotario apostohco e da lui riceveva 
le insegne di quest'ufficio, che Sisto IV, sapendo 
ch'egli già, nell'ottavo suo anno, dava indizi 
bene promettenti di futura probità, gh aveva 
conferito con una bolla del 28 di maggio (2). 
Così quegli, che il notaio non diceva ora piìi 
fanciullo, ma circospetto e dotto giovine, 
e che fu chiamato d'allora in poi umesser Giovanni » 
moveva il primo passo nella via, che lo doveva 
condurre al triregno. 

Quel titolo di protonotario, che pur avrebbe 
dovuto imporre gravi e delicati doveri — e il 
giuramento parlava della fedeltà, della segre- 
tezza, della sollecitudine, ch'erano richieste al 
nuovo servitore deUa Chiesa — , nuli' altro era 
tenuto ormai se non un primo gradino neces- 
sario per ascendere a uffici piti alti (3). Né Lo- 
renzo stesso, che, facendo compiere la cerimo- 
nia in luogo privato, sembrava ancora mo- 
strare qualche riserbo per la tenera età del 
fanciullo, aveva voluto ch'egU assumesse quel 
titolo per altro motivo che per rendergh possi- 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 69 



bile di rivestire subito una dignità più elevata e 
più fruttuosa. 

La quale dignità egli aveva cercata da prima 
fuori d'Italia. Perchè, certo, papa Sisto pareva 
già avere dimenticato, nell'indirizzo nuovo della 
sua mutevole politica, nella sempre crescente 
necessità di danaro, il tristo episodio della con- 
giura de' Pazzi (4), sicché Guido Antonio Ve- 
spucci, oratore fiorentino, poteva dirlo ottima- 
mente disposto per Lorenzo e massime per messer 
Giovanni suo figliuolo (5); ma non era da sperare 
ch'egh favorisse tanto le ambizioni medicee da 
concedere spontaneamente a un fanciulletto alti 
uffici ecclesiastici. In Italia poi, e neUo stesso do- 
minio fiorentino, si andava già levando qualche 
voce, che denunziava coraggiosamente l' abuso 
grave e gl'intollerabili danni delle commende, per 
le quali chiese e monasteri erano dati a mercenari, 
lìoiì a pastori, e veniva meno la vita religiosa e 
gl'interessi spirituaH erano sacrificati ai tempo - 
rah (6). Volendo perciò Lorenzo de' Medici, in 
ogni cosa, rispettare le apparenze, conveniva che 
i primi benefìzi al giovinetto fossero dati di fuori, 
sicché poi gli altri potentati d'ItaHa e i Fiorentini 
non volessero parer da meno nel fare al magni- 
fico signore cosa gradita. Allo stesso modo. Er- 
cole d'Este aveva procurato una Chiesa arcive- 
scovile al suo Ippohto, non già nei domini estensi, 
ma neUa lontana Ungheria. L'ottenere poi quei 
benefizi in terra francese, nonostante le gravi 
difficoltà, che la Prammatica sanzione di 
Bourges opponeva e alle collazioni papaH e alle 
regie, non solo giovava ad estendere la cHentela 
medicea e a rendere più agevoli gli affari, non 
sempre felici, del banco; ma, dimostrando il legame 
cordiale, che stringeva Lorenzo ad un re potentis- 



70 CAPITOLO II 



simo, ne risollevava il credito in ItaKa, e a' Fio- 
rentini stessi, per tradizione e interesse molto 
inclinati alla Francia, faceva intendere come la 
miglior via per essere graditi a quel te fosse la 
devozione illimitata al caro cugino suo di 
Firenze. 

Perciò, appena morto il cardinale di Rouen, 
Lorenzo aveva scritto a Luigi XI per cMedere 
qualcuno dei benefìzi posseduti da lui; ma il 
re aveva risposto allora, il 3 di febbraio del 1483, 
e aveva ripetuto il 17, dolergli assai che la do- 
manda gli fosse arrivata troppo tardi, aggiun- 
gendo tuttavia che sarebbe ben lieto, se Giovanni 
potesse avere «qualche altra buona provvisione 
nel regno (7). Rimasta infatti vacante, intorno 
ai primi di maggio, l'abbazia benedettina di 
Santa Maria di Font-douce, a un tre miglia da 
Saintes, nell'Aquitania (8), Luigi XI scrisse al 
papa ripetutamente, chiedendola per il figliuolo 
di suo cugino Lorenzo de' Medici, che s'era 
disposto ad essere uomo di Chiesa, e, 
poiché era in quei giorni a Roma il cardinale di 
Macon, lo pregò, come del più singolare e 
gradevole piacere e servigio, d'insistere 
presso il pontefice, perchè la concedesse (9). Lo- 
renzo, a sua volta, avuta notizia, il 19 di maggio, 
del provvedimento del re, non fu tardo a solleci- 
tare Guido Antonio Vespucci, oratore fiorentino a 
Roma, e Francesco Gaddi e Giovanni Tòrnabuoni, 
ch'erano anche a Roma, questi come agente del 
banco mediceo, quegH in non so quale ufficio; e 
scrisse egh pure al cardinale di Macon, né si tenne 
dal rivolgersi a quello stesso conte Girolamo, ch'era 
stato già così fiero nemico de' Medici (10). Il papa, 
stretto da tante parti, non si fece pregare lunga- 
mente, molto più che non poteva disporre dell' ab- 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 71 



bazia in alcun modo, senza il volere del re di 
Francia: cosicché nemmeno fu necessario conse- 
gnare al cardinale di Macon la lettera regia. Il 31 
di maggio, il giorno prima di quello, nel quale 
vedemmo Giovanni ricevere la tonsura, era arri- 
vata a Firenze la notizia^ che Sisto IV, conferendo 
al fanciullo la dignità *di protonotario, l'aveva 
fatto abile a tenere benefizi ecclesiastici; e senza 
dubbio in quei giorni medesimi fu stesa la bolla, 
che gh dava in commenda il monastero france- 
se (11), onde il nuovo abbate settenne nominava, 
il 4 e il 5 di giugno, suoi procuratori per il giu- 
ramento e l'omaggio al re di Francia, la presen- 
tazione deUe boUe al convento e l'amministra- 
zione di questo (12), e il 9 faceva pagare alla Ca- 
mera apostoHca la somma consueta « prò com- 
muni)) (13). 

Ma, già per questa prima abbazia, che pur 
aveva un reddito di appena cento fiorini, Lorenzo 
dovette accorgersi di quello, che sperimentò poi 
troppe volte, essere in Francia molto più facile 
conseguire la nomina che il possesso di un bene- 
fizio. Il vescovo di Saint Pons de Tomières, An- 
tonio Balue, aveva ottenuto dal papa, o anzi 
gli aveva con false suggestioni carpito,, la 
concessione dell'abbazia, il giorno prima di quello, 
in cui il pontefice, revocando la nomina prece- 
dente, l'aveva data a Giovanni de' Medici, come 
fu detto ufficialmente piti tardi; o forse, eh' è più 
probabile, riusci ad averla poi, facendosi forte 
dell'autorità del fratello, ch'era Giovanni car- 
dinale di Angers (14). Ed ebbe almeno la benevola 
tolleranza della corte francese, che non voleva 
irritare l'intrigante cardinale, troppo ricordevole 
delle antiche e nuove ingiurie, e si lasciava già 
guadagnare da' suoi accorti maneggi (15); poi- 



72 CAPITOLO II 



che né un processo canonico, né una seconda 
bolla di Sisto in favore del Medici, posteriore 
alla prima, ma datata com'essa e con clausole 
nuove e più sicure (16), né le numerosissime let- 
tere, che Lorenzo scriveva, o faceva scrivere, 
a Roma ed in Francia (17), valsero ad arrestarlo: 
Giovanni fu spoghato del possesso dell'abbazia e, 
nonostante una terza bolla del papa, che imponeva 
al Balue di restituirglielo, non lo potè godere senza 
contrasto, finché visse il pontefice (18). E occor- 
sero altre due bolle di Innocenzo Vili, l'una delle 
quah avocava al papa la hte, intentata dal ve- 
scovo davanti a giudici secolari, l'altra concedeva 
di nuovo, per maggior cautela, il benefizio (19); 
e piti giovò l'opera dello stesso cardinale Balue, 
perché il vescovo rinunziasse aUe sue ragioni sul- 
l'abbazia (20). La quale, dal 1485, rimase final- 
mente a Giovanni, che vi esercitava atti di giu- 
risdizione ecclesiastica (21), ma ne ritraeva scarsis- 
simo frutto, specialmente da quando vi ebbe in- 
gerenza, come amministratore del vescovado di 
Saintes, un personaggio assai autorevole presso 
la corte francese, Raymond Peyraud, il futuro 
cardinale Gurcense (22). 

Anche meno arrise la fortuna ad altra più 
am.biziosa speranza de' Medici. Giovanni aveva 
appena la tonsura e non ancora aveva ricevuto 
le insegne di" protonotario, quando, l'S di giu- 
gno 1483, un corriere di Francia recava la Heta 
novella che il re aveva concesso al ragazzo nulla 
meno che la sede arcivescovile di Aix, ricca di 
ben duemilaquattrocento fiorini all'anno e fra 
le prime di Provenza. Lorenzo non perdette un 
istante: la sera stessa mandava a Roma il mede- 
simo corriere, ch'era venuto di Francia, con le 
lettere del re al papa e al cardinale di Macon, e 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 73 

spediva un fante a Forlì a Girolamo Riario, dal 
quale s'ebbero subito lettere a Sisto e al cardinale 
Riario, che furono inviate l'il a Roma. Agnolo 
Poliziano rammenterà più tardi questo fatto, di 
un bambino, che dal re di Francia era stato rite- 
nuto non indegno dell'altezza di un sommo arci- 
vescovado, come uno dei segni della grande stima, 
che avevano meritata a Giovanni le prove già 
date della sua virtù! Ma Sisto IV, se aveva con- 
sentito per l'abbazia, male s'induceva a cedere 
alla immoderata richiesta del re e di Lorenzo, il 
quale domandò a Luigi XI nuove lettere più 
pressanti e, per essere sicuro d'averle, invocò fin 
l'appoggio di maestro Iacopo, il medico fedele e 
autorevoHssimo del re. Le insistenze cessarono ad 
un tratto: il 20 giugno veniva dalla Francia da 
Lionetto de' Rossi la notizia sgradevole che l'arci- 
vescovo di Aix era ancor vivo! (23). Pure, come 
a Dio piacque, egh mori davvero;, e Lorenzo de' 
Medici tornò ad insistere per ottenere quella 
Chiesa al figliuolo (24). Ma, questa volta, morto 
già Luigi XI, egli non ebbe il favore della corte 
francese: il duca di Bourbon chiese, in nome del 
re Carlo Vili, l'arcivescovado per un nobile pa- 
rigino e il papa s'affrettò a spedirlo, secondo la 
nuova, meno irragionevole proposta (25). 

Né altrimenti andarono le cose, in quegh anni, 
per altri benefìzi. Di un'abbazia di Lione, della 
quale, ancora nel 1483, s'era ottenuta la rinunzia 
dal cardinale di San Giorgio in favore di Giovanni 
de' Medici, non sappiamo che questi sia mai en- 
trato in possesso (26). Né potè avere l'abbazia 
benedettina de la Chaise-Dieu, il più insigne 
monastero dell' Alvernia e tra i primi di Francia, 
glorioso per le memorie di San Roberto suo fonda- 
tore, dei primi suoi abbati, ch'erano tenuti per 



74 CAPITOLO II 



santi, di Pietro Roger, papa Clemente VI, che v'era 
pure stato abbate e vi era sepolto; ornato di una 
chiesa ricca, di una pomposa casa abbaziale, di af- 
freschi pregevoU, fra i quah una danza de' morti, 
che divenne famosa; e, quel che importava assai 
più, ricca di beni e di redditi, ch'erano valutati 
in Francia un duemilaciaquecento o tremila fiorini 
e dalla Camera apostolica per quattromila, ai 
quali s'aggiungeva il diritto, troppo spesso compu- 
tabile in moneta, della collazione di abbazie e 
priorati e benefizi minori, in gran numero. L'avere 
Lorenzo posto lo sguardo a così splendida badia, 
che fu più tardi commenda di grandi signori, di 
cardinali, di bastardi di re, da Enrico d'Angou- 
léme al Richelieu, al Mazarino, al Rohan, mo- 
stra l'ardimento di lui e la consapevolezza del 
grande credito, ch'egH godeva presso Luigi XI (27). 
Sembra anzi che questi avesse già accordato il 
monastero a Giovanni, perchè il 5 settembre 1483 
Lorenzo sollecitava il Vespucci e Antonio Tor- 
nabuoni a fare spedire la bolla, che, da un accenno 
più tardo, parrebbe fosse in favore del cardinale 
Riario, che doveva rinunziare l'abbazia al Me- 
dici (28); ma, sei giorni prima, era morto Luigi 
XI, e la corte francese, quantunque ricorresse an- 
cora a Lorenzo de' Medici per averne appoggio 
presso il papa, noii era più con lui nelle rela- 
zioni cordiiaii d'un tempo, attraversandone egli, 
con grande accortezza, ma ormai quasi palese- 
mente, i disegni su Milano e su NapoH (29). Quindi 
i monitori di papa Innocenzo contro l'avversario 
di Giovanni non valsero a nulla, e quegh, fosse 
pure con qualche briga, si godette l'abbazia fino 
aUa morte (30). 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 75 



II. 

È probabile che la mala riuscita di questi suoi 
primi disegni abbia indotto Lorenzo a volgersi 
ad arricchire il fìgholo, o meglio a far più potente 
se stesso col mezzo di lui, dov'era più facile, anche 
se meno onorevole, in Toscana, nel Milanese, nel 
regno di NapoK. Ma egh non rinunziò tuttavia 
aUa speranza di ottenere per Giovanni qualche 
benefìzio veramente buono in terra francese. Gli 
agenti, che risedevano a Lione o seguivano la 
corte di Francia, avevano, con gli altri incarichi, 
di mercanti, banchieri, negoziatori politici, risco- 
titori di decime papali, quello, che non era tra i 
meno importanti, di avvertire il Medici a Firenze 
e i suoi a Roma d'ogni vacanza, che lasciasse spe- 
rare qualche buon guadagno, sebbene non sempre 
paressero sapersi rendere conto delle ragioni, per 
cui il padrone si dava tanta fatica per avere poi 
frutto cosi scarso (31), E la caccia a' benefìzi fran- 
cesi divenne più sollecita riegh anni, in cui già la 
vita di Lorenzo volgeva al tramonto e s'avvicinava 
il fatale novantaquattro. Perchè, a riparare ai di- 
segni di Francia, minacciosi, dovunque si vol- 
gessero, alla pace d'Italia, nessun altro spediente 
sembrava più acconcio che un'opera sottile e te- 
nace di penetrazione economica e pohtica, alla 
quale opera poteva dare efficacissimo contributo 
il possesso di un ricco benefìzio, per l'autorità 
cresciuta e la possibihtà di largizioni generose e di 
una sapiente distribuzione delle prebende mi- 
nori. E più che mai occorreva adesso dimostrare 
al papa e a Lodovico Sforza^ tramanti pericolosa- 
mente alla corte di Francia (32), come il re poten- 



76 CAPITOLO II 



tissimo, sul quale contavano, fosse, un amico si- 
curo e fedele di colui che s'era fatto conservatore 
della pace d'Italia (33). 

Perciò, fin dall'aprile del 1490, si cercano lettere 
dal re, che raccomandino al papa il figliuolo di 
Lorenzo, e si rinnovano le insistenze piti tardi, 
molto piii che da Roma l'oratore Pandolfini conti- 
nuava a dirlo necessario, sia per toghere valore 
ad altre raccomandazioni del re, ch'erano fatte ad 
ogni vacanza in favore di qualcuno de' suoi, sia 
per dare al pontefice la forza di resistere ai cardi- 
naH e ai parenti « a-ffamati » (34). Ma Carlo Vili si 
rivolgeva bensì a Lorenzo, ora perchè gh ottenesse 
dal papa chiese e monasteri secondo sua voglia, 
ora perchè l'inducesse a non disporre di Gem contro 
aUe mire dì Francia, o gh strappasse l'annulla- 
mento dei patti nuziaH con la figfiuola di Massimi- 
hano (36): quanto però al domandare benefizi 
per uno straniero, andava a rilento, perchè, scri- 
veva Lorenzo Spinelh, queUi, che gh erano in- 
torno, volevano tutto per loro (36). Ancora nel 
gennaio del 1491, Cosimo Sassetti, uno degh 
agenti del banco, prometteva d'impetrare dal 
re, appena fosse in corte, le lettere desiderate; e 
da Lione lo Spinelh e da Roma Nofri Tornabuoni 
insistevano che si vedesse d'averle, anche per i 
buoni uffizi di monsignor di Faucon, che dalla 
Curia, dov'era stato oratore del re, tornava in 
Francia (37). 

Intanto si presentò doppia occasione di mettere 
aUa prova il buon volere di Carlo Vili. Poiché, 
essendo morto, ai primi dì febbraio del 1491, l'ar- 
civescovo di Tolosa e morente il vescovo di Char- 
tres (38), gh agenti medicei, dopo aver tentato in- 
vano di ottenere a Giovanni de' Medici una delle 
due Chiese, che, per essere troppo ricche, avevano 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 77 



troppo gran folla di postulanti, scrissero a Eoma, 
a Nofri Tornabuoni, che facesse conferire dal 
papa al figliuolo di Lorenzo l'abbazia du Pin, che 
era stata dell'arcivescovo, ed era un'abbazia ci- 
stcrciense, posta sulle rive della Boivre, presso a 
Poitiers, e valutata in Francia a ottocento fiorini 
all'anno: vedesse però JSFofri di sollecitare, perchè 
era da prevedere che il re scrivesse al papa per 
qualcuno de' suoi (39). A Roma la cosa riuscì facile: 
Innocenzo Vili, ch'era tutto de' Medici, conferì 
nel primo concistoro, del 21 di febbraio, l'abbazia 
a Giovanni, con derogazione a ogni privilegio 
dell'ordine: anzi, avendo già prima concesso ad 
un altro la segnatura, ordinò che fossero tagliati 
i piombi alle boUe e cancellato il registro. La bolla 
per il Medici non fu stesa per allóra, perchè il 
Tornabuoni, essendo la spedizione abbastanza co- 
stosa, voUe attendere notizie di Francia, dove fu- 
rono intanto mandati brevi papah per impedire 
altra elezione (40), Il re, sebbene avesse già accor- 
dato l'abbazia al protonotario Pierre de Bour- 
bon, fratello bastardo del duca, s'indusse facil- 
mente a consentire che l'avesse Giovanni, purché 
se ne contentasse il duca; e questi, a sua volta, e la 
moglie sua Anna, sorella del re, parevano disposti 
a rimettersi alla volontà di Lorenzo (41). Ma, dal 
canto loro, anche i monaci avevano proceduto, se- 
condo la regola, alla nomina dell'abbate. E Cosimo 
Sassetti, che s'intendeva bene delle cose di Fran- 
cia, avvertiva Lorenzo che quest'elezioni mona- 
cah, anche se erano fatte contro all'ordine espresso 
del papa, avevano, per la Prammatica, tanta efiì- 
cacia che le concessioni del papa o del re conduce- 
vano difficilmente al possesso, e, quando pure 
avessero condotto, non v'era mai sicurezza che il 
Parlamento non ritogliesse a viva forza il benefìzio, 



78 CAPITOLO U 



com'era avvenuto, non che a stranieri, a grandi di 
Francia e fin al cardinale di Lione. Speravano bensì 
gli agenti medicei, che, stringendosi fra il papa ed 
il re un concordato, per il quale Carlo Vili aveva 
già a Roma ambasciatori, si mettesse « ordine » 
aUa materia dei benefizi, il quale ordine non altro 
voleva dire che il sacrifizio delle Hbertà dei mo- 
nasteri francesi a profìtto insieme del papa e del 
re (42). Ma la speranza, per più anni, fino al con- 
cordato del 1515, doveva essere vana. Per questa 
volta, s'ottenne bensì il placuit regio aUa boUa 
papale in favore di Giovanni, che, per maggior si- 
curezza, era datata dal 14 di febbraio, avanti alla 
prima segnatura, né valse ad arrestarlo nemmeno 
una nuova opposizione deUa sorella e del cognato 
del re (43) ; ma, quando Cosimo Sassetti, procura- 
tore del nuovo abbate commendatario (44), volle 
entrare in possesso del monastero, lo trovò occu- 
pato da armati, che l'eletto dai monaci vi aveva 
condotti per timore di un terzo competitore, e bi- 
sognò che si contentasse di consighare un ac- 
cordo con lui (45). In ogni modo, appariva chiaro 
che la riuscita non del tutto buona dipendeva non 
da malvolere del re, ma dall'impotenza di lui in 
siffatte questioni. 

Per lo stesso motivo fallì di nuovo la speranza, 
che un tratto era sembrata rifiorire, d'avere per 
Giovanni quella « bella chosa », ch'era l'abbazia de 
la Chaìse-Dieu. Prima ancora che giungesse no- 
tizia della morte dell'abbate, che fu il 9 di maggio 
del 1491, lo SpineUi aveva scritto con grande sol- 
lecitudine a Lorenzo de' Medici che si cercasse 
d'ottenere dal papa la ricca badia, o almeno uno 
de' priorati, che ne dipendevano; e, appena an- 
nunziata la morte, aveva cercato di guada- 
gnare il favore del duca e di madama de Bourbon, 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 79 



promettendo che, se il re l'avesse chiesta al ponte- 
fice per Giovanni, questi avrebbe lasciato l'abbazia 
dn Pin al protonotario (46). Il papa, che già al 
primo annunzio della grave malattia dell'abbate, 
aveva ordinato ai monaci di non far nuova ele- 
zione, saputa la morte, segnò tosto una supplica 
per il Medici e nel concistoro del 16 di maggio 
1491 diede, non senz'alcuna opposizione, la badia 
a questo in commenda, scrivendo al re d'averla 
coiierita a un personaggio « che era la più cara 
cosa che havessiy^ e ricordandogH i servigi della 
casa de' Medici alla corona di Francia (47). Ma il 
re, che aveva già ottenuto dal. papa una riserva 
per il protonotario Gughehno d'Allegre, pareva de- 
ciso a farla rispettare e scriveva a Roma in tono 
aspro e fin minaccioso, non perchè gl'importasse 
molto di questo suo consigHere, o meno che mai 
perchè volesse offendere Lorenzo de' Medici, al 
quale anzi si dichiarava disposto a far piacere, ma 
perchè gU sembrava dannoso, nel momento in 
cui cercava di stringere un concordato, assentire 
ad una fibera collazione papale (48). D'altra parte, 
i monaci. avevano eletto per loro conto uno dell'Or- 
dine, Iacopo de Senecterre, il quale, oltre alla forza 
deUa Prammatica, aveva per sé aderenze cospicue, 
essendo cognato del signore di Saint- André, primo 
capitano del castello (h Nantes e luogotenente del 
duca di Bourbon. Ma questa volta si vide anche 
megho quanto contasse e in Francia ed a Roma 
Lorenzo de' Medici. A lui ricorse l'eletto dai mo- 
naci per ottenere il favore del re, che da prima gli 
era stato negato, e promise compensi: anzi fin il 
duca e madama pregarono il Sassetti di volere 
scendere a un accordo con lui (49). E, soltanto 
dopo che questo fu conchiuso e Giovanni ebbe 
rinunziato a ogni suo diritto, il Senecterre potè- 



80 CAPITOLO II 



avere dal papa, per mezzo de' Medici, la prov- 
visione dell'abbazia (50). A Roma e a Firenze, non 
si era senza qualche timore per lo sdegno di 
Carlo Vili, al quale il papa scriveva a molto dolce)) 
per placarlo (51). Ma il re non mostrò di risentirsi 
troppo e, abbandonato il suo protonotario, lasciò 
che l'eletto possedesse la badia, mentre Giovanni 
de' Medici aveva, oltre all'onore, un vantaggio 
non trascurabile, d'una pensione di settecento 
lire turonesi e del priorato benedettino di Santa 
Gemma, nella diocesi di Chartres, ch'era tenuto 
prima dal nuovo abbate e che, sebbene dipendesse 
dall'abbazia, possedeva rendite buone e diritto 
al conferimento di non pochi benefizi minori (52). 



III. 

Tuttavia questo priorato e l'abbazia di Font- 
douce, che furono i soH benefizi posseduti in 
Francia da Giovanni de' Medici (53), appaiono ben 
piccola cosa di fronte ai molti e ricchissimi, che 
Lorenzo, posto da banda ogni ritegno, procurò al 
fighuolo in Itaha e particolarmente in Toscana. 
11 papa Innocenzo Vili, noiato alcuna volta dal- 
l'importunità invereconda de' Medici, poteva bene 
dolersi ch'essi uccellassero a mosche e ammo- 
nire che i piccoh vescovadi — e avrebbe potuto 
aggiungere le chiesucce di campagna — erano doni 
convenienti ai servi de' cardinali, non a chi poteva 
domandare benefizi di mille o millecinquecento 
ducati e né aveva già per dodicimila (54). Ma Lo- 
renzo uccellava con vista assai chiara. A lui, certo, 
premeva arricchire con i benefizi del figliuolo, che 
teneva per suoi (55): le rendite loro, le pensioni, 
la cessione di fondi con alcuno di quei contratti 




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80 CAPITOLO II 



avere dal papa, per mezzo de' Medici, la prov- 
visione dell'abbazia (50). A Roma e a Firenze, non 
si era senza qualche timore per lo sdegno di 
Carlo Vili, al quale il papa scriveva (.(-molto dolce)) 
per placarlo (51). Ma il re non mostrò di risentirsi 
troppo e, abbandonato il suo protonotario, lasciò 
che l'eletto possedesse la badia, mentre Giovanni 
de' Medici aveva, oltre aU' onore, un vantaggio 
non trascurabile, d'una pensione di settecento 
lire turonesi e del priorato benedettino di Santa 
Gemma, nella diocesi di Chartres, ch'era tenuto 
prima dal nuovo abbate e che, sebbene dipendesse 
dall'abbazia, possedeva rendite buone e diritto 
al conferimento di non pochi benefìzi minori (52), 



III. 

Tuttavia questo priorato e l'abbazia di Font- 
douce, che furono i soli benefìzi posseduti in 
Francia da Giovanni de' Medici (53), appaiono ben 
piccola cosa di fronte ai molti e ricchissimi, che 
Lorenzo, posto da banda ogni ritegno, procurò al 
fighuolo in Itaha e particolarmente in Toscana. 
Il papa Innocenzo Vili, noiato alcuna volta dal- 
l'importunità invereconda de' Medici, poteva bene 
dolersi ch'essi uccellassero a mosche e ammo- 
nire che i piccoli vescovadi — e avrebbe potuto 
aggiungere le chiesucce di campagna — erano doni 
convenienti ai servi de' cardinali, non a chi poteva 
domandare benefìzi di mille o millecinquecento 
ducati e ne aveva già per dodicimila (54). Ma Lo- 
renzo uccellava con vista assai chiara. A lui, certo, 
premeva arricchire con i benefìzi del figliuolo, che 
teneva per suoi (55): le rendite loro, le pensioni, 
la cessione di fondi con alcuno di quei contratti 




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- LA CACCIA DEI BENEFIZI 81 

enfìteutici o livellari; che appena mascheravano 
un'alienazione, offrivano buon ristoro alle finanze 
medicee; anche meglio, l'acquistò di beni mona- 
stici a prezzo di favore (56), era uno degli espedienti 
per quella formazione di un vasto patrimonio 
fondiario, alla quale, vacillando già per troppe 
ragioni la ricchezza mobile della casa, Lorenzo 
si volgeva con molta e non punto scrupolosa solle- 
citudine (57). Non credo, però, ch'egU vedesse nei 
benefìzi chiesti per il fighuolo soltanto « mangia- 
toie », secondo un'espressiva, anche se non elegante 
né rispettosa parola di Giovanni Lanfredini (58). 
Perchè Lorenzo de' Medici era, sopra ogni altra 
cosa, e nella politica interna della repubblica fio- 
rentina e nella generale d'Itaha, un uomo di 
stato, e s'adoperava ad accrescere sicurezza e po- 
tenza alla sua famigfia insieme ed alla città, 
quando gU interessi dell'una e dell'altra fossero, 
com'erano certp il più delle volte, conformi, pure 
disposto a sacrificare il vantaggio di Firenze all'u- 
tile proprio, quando l'uno e l'altro non si potessero 
conseguire ad un tempo. 

Ora per Firenze era un interesse, del quale la 
repubblica era assai gelosa, l'escludere affatto, o 
il ridurre quanto si potesse, le commende dei bene- 
fizi della città o del dominio a prelati forestieri, 
la cui intrusione poteva riuscire d'impaccio e di 
danno. Così Lorenzo si oppose al vescovo di 
Parma, il futuro cardinale Sclaf enati, quando 
Sisto IV gh concesse il ricco monastero di San 
Fehce in Piazza (59); cosi i priori e il gonfalo- 
niere supphcarono, nel pomposo latino di Barto- 
lomeo Scala, papa Innocenzo, che non riservasse 
ai cardinah quei premi degh studi e del sacerdozio, 
che spettavano ai cittadini, e, se il papa voleva 
onorare l'egregia virtù di alcun fiorentino, l'ono- 

6. — PicoTTi, Leone X. 



82 CAPITOLO II 



rasse nella sua patria (60). Così, morto già Lorenzo, 
avendo voluto SinoKo di CasteU'Ottieri, familiare 
del cardinale di Siena e chierico della Camera apo- 
stolica, disporre a suo talento di certo benefìzio, 
ch'era in luogo d'importanza, la Signoria dichiarò 
che avrebbe preso ogni provvedimento per la si- 
curtà delle cose sue (61); e altra volta si fecero pra- 
tiche presso il cardinale di Parma e il pontefice, 
perchè quegli rinunziasse a' suoi diritti sulla pieve 
deirimpruneta (62); anzi, quando il papa stesso, 
ch'era allora Alessandro VI, voUe dare a un suo 
servitore di palazzo i benefizi del pistoiese Iacopo 
Dondoh, i Fiorentini non esitarono a protestare 
che non avrebbero mai accordato il possesso (63). 
Questa bene giustificata ripugnanza doveva ren- 
dere assai disposti i Fiorentini a concedere bene- 
fizi al figliuolo di Lorenzo de' Medici, o a doman- 
dsLrK per lui al pontefice, perchè, mentre si faceva 
cosa gradita al Magnifico, s'impediva, per l'au- 
torità ch'egli aveva nella Curia, e, più tardi, per 
la condizione privilegiata del cardinale, che quei 
benefizi cadessero, com'era troppo da prevedere, 
in mano d'estranei. A Lorenzo poi il collocare un 
fighuolo in benefizi ecclesiastici, che avessero va- 
lore di per sé, o l'acquistassero dalla posizione 
geografica, pareva mezzo assai opportuno per al- 
largare l'autorità propria e renderla piti sicura. 

Nel Capitolo della Cattedrale fiorentina, la fa- 
miglia de' Medici aveva sempre, come le altre 
grandi casate della città, qualcuno de' suoi; una 
delle prebende era anzi di patronato del ramo me- 
diceo di Cafaggiuolo. Questa ebbe, a non ancora 
otto anni, il reverendo padre Giovanni, de' 
Medici, per collazione unanime dei molti membri 
della famigha, appartenenti a quel ramo, fra i 
quali, oltre al padre suo, erano quei due figliuoU 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 83 

di Pierfrancesco de' Medici, che dovevano essere 
più tardi a lui e al fratello cosi fieri nemici (64): 
rs novembre 1483, nel palazzo arcivescovile, il 
vicario dell'arcivescovo di Firenze diede con il 
berretto e l'anello l'istituzione canonica al fan- 
ciullo (65). Ma non pare che questi od il padre se ne 
curassero troppo, sia per la piccolezza del benefìzio, 
ch'era appena di quaranta fiorini, sia perchè non 
occorresse ad assicurare la fedeltà dei canonici alla 
famigha medicea che fosse canonico il figliuolo di 
Lorenzo. Dopo quattro anni, infatti, la prebenda 
fu ceduta, con insohta larghezza, a Marsilio Fi- 
cino, compenso, più che aUa dottrina del filosofo, 
alla devozione dell'uomo a casa Medici; il Ficino, 
ringraziando Giovanni, osservava, con una gen- 
tilezza che poteva anche sembrare alcun poco 
pungente, essere soHto Lorenzo a chiedere per 
gli altri le cose altrui, a lui solo, come a suo più 
che ogni altro, avere donato le proprie (66). E di 
nuovo Giovanni ritornò canonico nel 1492, per 
la riserva che Innocenzo Vili gli aveva concessa 
dei benefizi di Carlo de' Medici (67); e di nuovo 
cedette il canonicato a quello « schiavo et mar- 
tiro » della casa medicea, che fu il buon Matteo 
Franco (68), per riassumerlo poi una terza volta, 
dopo molt'anni (69). 

Altri benefizi, per molto tempo, non ebbe Gio- 
vanni in città, e, se Lorenzo fi sollecitò alcuna 
volta (70), non insistette molto per ottenerK, non 
volendo dar noia e sospetto ai cittadini. Soltanto 
quando il figliuolo era già cardinale, parve neces- 
sario ch'egli avesse in Firenze dimora decorosa. E 
tale era senza dubbio la precettoria di Sant'An- 
tonio alla iPorta a Faenza, dov'era, scrisse il Va- 
sari, « una bella chiesa murata all'antica, assai ra- 
gionevole, simile a Santo Ambrogio; ed intorno un 



84 CAPITOLO II 



gran ceppo di case; e v'erano allato giardini e com- 
pagnie, con molte commodità; così nelle case, come 
nel chiostro, vi erano pitture eccellenti di mano di 
Lippo e di Buonamico Buffalmacco )y. bel luogo, 
assai opportuno ad offesa o a difesa, come quello 
ch'era vicino ad una porta deUa città, e rievoca- 
tore a Lorenzo di graditi ricordi, perchè qui s'erano 
raccolti, nel dicembre del 1469, i principali della 
città ed avevano deliberato che a Piero de' Medici, 
allora morto, fossero dati successori Lorenzo e 
Giuliano (71). Fu assai facile ottenere dal papa e 
dal cardinale Balue, protettore dell'Ordine Aiito- 
niano, la promessa che la precettoria fiorentina 
sarebbe, alla prima vacanza, smembrata dall'ab- 
bazia di Sant'Antonio en Viennois, alla quale ap- 
parteneva da quasi due secoli, e con questa sarebbe 
unito in compenso il convento di Montemaggiore 
nella diocesi di Arles (72), Morto infatti l'abbate, 
il pontefice, accordando, il 26 luglio del 1490, l'ab- 
bazia al nipote di lui, Pietro de Area, riservò la 
precettoria a Giovanni de' Medici, purché ai frati 
di Sant'Antonio rimanessero gK accatti e le limo- 
sine e fosse dato compenso per la perdita dell'altre 
entrate: il Balue e il procuratore dell'Ordine 
avevano già acconsentito (73) ..Ma il nuovo abbate 
rinunziò alla nomina, parendogH troppo gravosa 
la provvisione di ben dodicimila ducati, ch'egli do- 
veva lasciare al pontefice in colnpenso dell'unione 
di Montemaggiore (74); e Antonio de Rupemora, 
che il papa nominò in suo luogo, non avendo effetto 
quest'unione, neppure voleva consentire alla per- 
dita della precettoria fiorentina (75), molto più 
ch'era questa la sola casa, che l'abbate possedesse 
direttamente nella Toscana (76). E, sebbene Lo- 
renzo avesse, nel febbraio del 1491, fatto scrivere 
e registrare la bolla di commenda a Giovanni (77) 



I.A CACCIA DEI BENEFIZI 85 

e ottenesse poi dal pontefice una nuova conces- 
sione più larga e senz' alcuna riserva dei privi- 
legi dell'abbate (78), questi resisteva, credendosi 
forte dell'appoggio del re di Francia, presso del 
quale godeva molta autorità, e al più si mostrava 
disposto a concedere il benefizio in affitto perpetuo 
a Giovanni (79). Ma Lorenzo non badò alle let- 
tere pressanti, che Carlo Vili scriveva o faceva 
scrivere a Firenze ed a Roma, né ai prudenti con- 
sigli del papa, e fece prendere possesso dell'ab- 
bazia (80), scusandosi innanzi al re con una giu- 
stificazione assai significativa, che quella precet- 
toria era dentro alle mura della città, cosa 
certo di non poco momento (81). E sembra 
che il re, innanzi al quale- il Medici facea vajere 
il ricordo della servitù antica alla Corona di 
Francia, si sia lasciato piegare, perchè l'abbate, 
nel passare da Firenze con una solenne amba- 
sceria di Carlo Vili al pontefice (82), firmò a 
Sant'Antonio, il 1° novembre 1491, l'accordo con 
Giovanni: rimanevano a questo la commenda, al- 
l'abbate le questue, le hmosine, l'autorità sui frati, 
che servivano alla chiesa e aUa precettoria; il com- 
mendatario, oltre a dare a questi alloggio decoroso, 
era obbfigato a rifondere ciascun anno all'abbate, 
per il loro mantenimento, una somma uguale alle 
rendite, ch'egh traeva dai fondi della precettoria, 
e a pagare le imposte al Comune; e nemmanco 
poteva pretendere compenso per le spese, già fatte 
da lui per decorare gh edifizi della precettoria (83). 
I quah accordi confermati dal papa (84) e rinnova òi 
poi e chiariti nel marzo del 1493 (85), non erano 
tah certamente che i Medici ne potessero avere 
grande vantaggio di danaro, perchè le rendite della 
precettoria, non molto cospicue — la Camera apo- 
stolica non le stimava più che trecento fiorini — 



86 CAPITOLO II 



erano tutte assorbite dai pesi. Ma Giovanni riusci 
a trarre frutto anche di qua, alienando, ora con 
vendita palese, ora sotto apparenza di enfiteusi, 
i beni della precettoria, per provvedere, com'egli 
diceva, ai restauri necessari alle case di questa (86), 
Del resto, Lorenzo aveva detto che si voleva sol- 
tanto raccomodare del luogo» (87); é il figliuolo suo 
aveva ormai stanza in uno de' più onorevoh e si- 
curi luoghi di Firenze. E questo poteva bastare. 



IV. 

Fuori di città, nel dominio fiorentino, i benefizi 
per Giovanni furono scelti con molta avvedu- 
tezza (88). Presso all'alta valle Tiberina, quasi 
al confine fra il territorio della Repubbhca e lo 
stato del papa, egli ebbe, fin dal 1484, la chiesa 
parrocchiale di Santa Maria del Piano di Sovara, 
rinunziatagh, piii o meno hberamente, dal pie- 
vano, e ch'egh, a sua volta, cedette dopo fere 
anni al Michelozzi, fidissimo alla casa (89). Nel 
ricco Mugello, dove Lorenzo aveva dovuto ab- 
bandonare ai cugini, copertamente rivali, la 
villa beUissima di Cafaggiuolo, egh volle che fosse 
almeno assicurata al fìghuolo, tenue compenso 
certo, ma non disprezzabile in tutto, ' la chiesa 
parrocchiale di Scarperia(90); né, probabilmente, 
s'indusse a farghela rinunziare, se non quand'egh 
ebbe ottenuto un benefizio di molto maggior 
valore, l'abbazia, vallombrosana di S. Piero in 
Moscheto, la quale aveva ottime entrate, di bot- 
teghe in Mercato vecchio e di beni in Mugello, 
per piti che trecento ducati, e, quel che impor- 
tava più, sorgendo in luogo aspro e deserto, 
accanto al passo del Giogo, presso la strada fra 



LA CACCIA. DEI BENEFIZI 87 

Scarperia e Firenzuola, era opportuna scolta 
verso la Romagna (91). 

E, se della pieve di Laterina, dominante vai 
d'Arno, fra Arezzo e la stretta dell'Imbuto, Lo- 
renzo, che l'aveva chiesta da prima per Giovanni 
suo, fece dono al figliuolo di Giovanni Lanfre- 
dini (92), e l'abbazia di San Michele d'Arezzo, 
occupata con violenza per il figliuolo nel 1483, 
restituì, dopo quattro anni, con insohta muni- 
ficenza, al generale dell'Ordine (93), non credo 
che fosse tanto per compensare l'oratore fioren- 
tino dell'opera sua attivissima, o per rinsaldare 
l'amicizia con Piero Dolfin, quanto perchè l'es- 
sere a capo della diocesi aretina Gentile Becchi 
non rendeva necessario che Giovanni de' Medici 
vi tenesse pievi o badie. Ma per l'antica abbazia 
camaldolese de' Santi Giusto e Clemente di Vol- 
terra, Lorenzo impose nel 1485 all'abbate Giusto 
di Gherardo de' Buonvicini la rinunzia in favore 
di Giovanni; e, sebbene lasciasse al Buonvicini 
e ad altri l'amministrazione ed i frutti, non volle 
che il fighuolo cedesse la dignità abbaziale, nep- 
pure a un amico della famigha anche dell'ore 
tristi, qual era Alessandro Cortesi; né l'abban- 
donò Giovanni, finché la sua casa tenne signoria 
in Firenze o, perdutala, potè sperare di riaverla. 
Certo, molto piti che la fama della badia, o lo 
splendore artistico, o i privilegi singolarissimi 
dell'abbate, importava ai Medici la posizione del 
monastero, il quale si ergeva, prima d'essere tra- 
volto nelle balze pittoresche e paurose, quale 
immenso baluardo sopra aUa città, dov'era fresca 
la memoria della guerra e del sacco, e vescovo 
era Francesco Sederini (94). 

Accanto a questa, altre due abbazie di grande 
valore ebbe, ancora fanciullo, Giovanni de' Me- 



88 CAPITOLO II 



dici nel dominio fiorentino. L'abbazia vallom- 
brosana di San Michele a Passignano era fra le 
più illustri nella storia religiosa e civile. Qui, nel 
monastero già antico, Giovanni Gualberto, nato 
nel castello non lontano di Petroio, aveva posto 
uno dei nuclei più forti de' suoi monaci sotto la 
guida del discepolo prediletto; qui aveva accolto 
Leone IX e da lui aveva tratto conforti all'ener- 
gica opera per la riforma della Chiesa: qui il for- 
tissimo lottatore aveva trovato, dopo una lunga 
vita di carità e di battaglia, l'estremo riposo, e la 
sua tomba era stata per secoli uno de' focolari 
piti ardenti dell'idea papale in Toscana. Il vol- 
gere dei tempi e l'intiepidirsi della vita reMgiosa 
avevano fatto decadere alquanto il vecchio mo- 
nastero, il fiorire dei Comuni gh aveva tolto molti 
de' suoi possessi e diritti feudali; ma i benefizi, 
che ne dipendevano ancora, toccavano le porte 
di Firenze, E ancora accorrevano i fedeli a vene- 
rare le ossa del Santo nella tomba marmorea e il 
teschio racchiuso nel busto d'argento, magnifico 
lavoro dell'oreficeria fiorentina; e s'abbellivano le 
mura antiche con il nuovo sorriso dell'arte: nel 
refettorio dei monaci Domenico e Davide Ghirlan- 
daio avevano dipinto quel loro bello e oggi poco 
noto Cenacolo, opera giovanile, ma preannunziantc 
già le meravighe del Cenacolo d'Ognissanti. E si 
alzava turrita l'abbazia, simile anche nell'aspetto 
a fortezza, sopra la valle della Pesa, nel cui fondo 
correva la via di Siena e di Roma; e dalle torri, 
fra i cipressi e gli uhvi, lo sguardo si spingeva 
sulle colline sovrastanti a Val d'Elsa e verso 
San Gimignano lontana (95). Essa parve quindi a 
Lorenzo di tanta importanza che, mettendo a pro- 
fitto la necessità, in cui era Sisto IV di tenerselo 
amico neHa guerra con i Veneziani, volle averne, 



LA CACCIA DEI BENEFIZI • 89 



fin dal 26 luglio 1484, la riserva per il figliuolo, della 
quale fece compiere regolare processo il 6 d'agosto, 
il giorno stesso della morte del papa, e n'ebbe poi 
conferma dal nuovo pontefice Innocenzo Vili (96). 
L'abbate, don Isidero di Miniato del Sera, tentò 
d'evitare al convento, di cui era stato reggitore 
solerte ed austero, il danno di una commenda, 
rinunziandolo nelle mani del papa in favore 
della Congregazione vallombrosana (97). Ma Lo- 
renzo, appena ne udì la morte, che fu il primo 
di marzo del 1485, inviò — tanto gli parve ri- 
levante la cosa — una cavalcata per istafietta 
a Roma all'oratore Vespucci, perchè proseguisse 
presso il papa l'opera incominciata (98); e, il 
giorno dopo, fece che Bernardo Michelozzi, come 
procuratore di Giovanni, dichiarasse, innanzi 
al notaio ser Tommaso di Giovanni da Castro- 
caro, di accettare l'abbazia e chiedesse a questo 
di metterlo in possesso. E Fatto notarile regi- 
strava come ciò fosse avvenuto secondo le forme 
consuete: ser Tommaso aveva posto sul capo 
di messere Bernardo la tovagha dell'altare e nelle 
sue mani il candelabro, e l'aveva introdotto per la 
porta del monastero, al canto del Te Deum (99). 
Ma, in verità, la cosa non era proceduta cosi 
tranquillamente. Poiché, sebbene Lorenzo, pre- 
vedendo l'opposizione, avesse inviato a Passi- 
gnano un mazziere col segno della Signoria, i 
frati avevano fatto resistenza, sicché era do- 
vuto intervenire il bargello con molti fanti ar- 
mati e, narrava piangendo al papa il generale 
dell'Ordine, aveva con sé molti capestri per im- 
piccare i poveri frati e molti ne aveva feriti, e 
qualcuno a morte, e tutti aveva cacciati e spo- 
gliati delle robe loro. Poniamo pure che, nel di- 
pingere il fatto allora e nel ritrarlo poi nelle ero- 



90 CAPITOLO II 



nache del monastero, si caricassero un poco le 
tinte; ma gli stessi fedeli dei Medici riconosce- 
vano che v'era stata violènza e scusavano il fatto, 
dicendo che s'era dovuto mandare il bargello, 
perchè i frati avevano vilipeso il segno della Si- 
gnoria e che poteva bene qualcuno esser rimasto 
ferito, per essergH caduta addosso una porta! (100). 
Fu grande lo sdegno nella corte di Roma e 
crebbe la resistenza del Carafa, protettore del- 
l'ordine, di Giuliano deUa Rovere e d'altri oar- 
dinaK alla commendazione di tanto insigne mona- 
stero (101); il pontefice voUe tuttavia che questo 
restasse a Giovanni," il quale, sebbene non potesse 
avere che dopo due anni le boUe (102), tenne il 
possesso; e lasciò, per vero, le rendite ai monaci 
contentandosi d'una pensione non troppo lauta, 
di ottocento ducati (103); ma riservò per sé quel 
che importava più, il diritto di conferire i be- 
nefizi dipendenti dall'abbazia (104). I frati, che lo 
videro ritornare spesso, già cardinale, nel loro mo- 
nastero a cercarvi riparo dai calori dell'estate o 
piacevole dimora autunnale, tra le belle colUne 
ricche di caccia, pensarono forse quel che scri- 
verà più tardi un loro cronista, non essere luogo 
per allora all'antica querela, ma non sì che non 
considerassero grazia di Dio e di San Giovanni 
Gualberto il ritorno dell'abbazia, nel 1499, al h- 
bero governo d'un monaco (105), 

All'altra abbazia, quella, pure vallombrosana, 
di San Lorenzo a Coltibuono, pensarono i fedeli 
dei Medici, tutto da se, prima ancora che v'avesse 
posto mente il padrone. Ser Piero da Bibbiena, 
appena udì che l'abbate Ugolino UgoHni, senten- 
dosi aggravato, la chiedeva per il Baccio, congiunto 
suo e devotissimo servitore dei Medici, scrisse al 
Lanfredini di procurarla invece a Giovanni e. 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 91 

morto due giorni dopo, il 18 settenibre 1488, l'ab- 
bate, rinnovò le insistenze, quantunque i Rica- 
soli, ch'erano patroni dell'abbazia come discen- 
denti dai Firidolfì antichi fondatori, la volessero 
per uno dei loro e già ne avessero preso il possesso. 
Egh non era, veramente, senza qualche timore di 
parer « audente tro'ppo o 'presuntuoso », ponendo 
mano a tanta impresa prima di aver ordini da 
Lorenzo, ch'era allo Spedaletto; ma confortava se 
e il Lanfredini col pensiero che, a cose fatte, Lo- 
renzo si sarebbe rallegrato di quell'opera loro. E 
non s'ingannò, perchè al Medici la cosa piacque 
n maravigliosamente» (106). Il monastero era infatti 
antico e glorioso: l'aveva consacrato nel 1058, 
con due cardinali, un vescovo, che si firmava 
già « ad apostolicam Sedem électus » e doveva chia- 
marsi papa Niccolò II; vi si conservavano pie 
tradizioni sulla venuta di San Giovanni Gualberto 
e sui prodigi del beato Benedetto Ricasoli, del 
quale èra venerato il corpo con grande frequenza 
•e devozione di popolo. L'abbate don Paolo di 
Montemignàio aveva restaurato e ingrandito di 
recente il severo e pur' suggestivo edifizio, avea 
rivendicato al monastero i suoi beni, che davano 
ricche entrate di grano, di vino e di oHo. Ma non 
questo metteva in rilievo ser Piero, né per questo 
la Signoria fiorentina protestava al papa che non 
tollererebbe l'avesse alcun forestiero; bensì «2?er es- 
sere in luogo di molta importaìitia et forte su' confini 
nostri »: sorge infatti solitario, quasi alla vetta dei 
monti del Chianti, presso al valico, per cui da 
vai d'Arno si discende per vai di Pesa, a Firenze, 
o per vai d'Arbia alla memoranda e trista pianura 
di Monteaperto. Sotto si stende il ricco Valdarno, 
s'inalza di fronte Pratomagno, dalle alture cir- 
costanti appaiono le chiese e i palazzi di Siena. 



92 CAPITOLO II 



A breve distanza, su un erto colle, dominante 
una distesa vastissima di vallate e di monti, 
sono oggi poche rovine di quel castello di Mon- 
tegrossoH, dal quale i castellani tedeschi del Bar- 
barossa e di Enrico VI governavano un tempo 
gran parte del comitato e che, distrutto piti 
d'una volta dai Fiorentini, era risorto minac- 
cioso, finché Firenze stessa non l'aveva tratto 
saldamente in sua mano. Intorno all'abbazia s'e- 
rano accampate fra le nevi dell'inverno del 1252 
le milizie di Siena e di Pisa venute in soccorso 
dell'assediato, non lontano. Montalo, e, qui assa- 
lite dai fiorentini, s'erano date senza battagha 
alla fuga. Bel luogo, opportuno a difesa e ad of- 
fesa (107). La pratica fu, questa volta, sollecita; 
il pontefice segnò, fin dalla mattina del 20 set- 
tembre, la supphca, facendola datare dalla sera 
innanzi, e il cardinale di Napoli, al quale s'era 
compiaciuto con l'accordo di Passignano e col la- 
sciare, com'egU desiderava, ad un monaco l'ab- 
bazia di Montescalari, non fece opposizione (108), 
sicché il 24 la nomina di Giovanni de' Medici era 
annunziata in concistoro e, avutesi le bolle con 
la data di quel giorno, fu preso, il 13 dicembre, pa- 
cificamente il possesso (109). E il Medici, negli 
undici anni che tenne in commenda l'abbazia, ne 
trasse profitto, vendendone, dandone in enfiteusi, 
permutandone i beni, ai quaH atti aveva ottenuto 
autorizzazione espressa dal papa; ma procurò in- 
sieme il vantaggio proprio e della mensa abba- 
ziale, ottenendo che fossero assegnati a questa 
altri immobih e a sé, finché vivesse, il monastero 
di Spineta, in quel di Chiusi, sulla strada che da 
vai di Chiana sale a Radicofani, quasi a ugual 
distanza dalle due vie romane di Siena e di 
Arezzo (110). 



I.A CACCIA DEI BENEFIZI 93 

Ma, se, quella volta, altri aveva interpretato il 
pensiero e il desiderio di Lorenzo, il registro della 
cancelleria medicea e le lettere degli oratori a 
Roma mostrano con quanta cura egli solesse 
guardare ai benefizi, dai quali poteva ricavare al- 
cuna utilità per gli scopi della politica sua. Si 
tratta ora dell'abbazia di Anghiari, levantesi sopra 
il piano di San Sepolcro, ai confini del, dominio, 
presso il campo della battaglia famosa del 1440, 
la quale abbazia vedremo chiesta di nuovo da Gio- 
vanni dopo la morte del padre; ora della badia di 
Poppi, alta sul fertile Casentino, di fronte alla via 
dei Mandrioli; ora di un benefizio a Cigoli, sopra 
alla strada pisana e a quella che sahva per vai 
d'Evola a Castel fiorentino e a Siena; ora del 
monastero della Farneta, vicino anch'esso al con- 
fine, sulle colline fra la vai di Chiana, per la 
quale s'andava a Chiusi ed a Roma, e la valle,, 
che dal piano di Cortona risaliva lenta al Trasi- 
meno sulla via di Perugia (111). 

Ma non sempre l'esito rispondeva ai desideri. 
Anzi, quando Lorenzo chiese l'abbazia della Far- 
neta, il papa, che aveva già fatto pensiero di darla 
a un affine suo, il fratello del marchese del Finale, 
negò da prima udienza all'oratore, sebbene questi 
avesse detto di volerla solo per importanti cose 
di Stato, e gli rispose poi, un po' bruscamente, che 
di provvedere a Giovanni in modo onorevole si la- 
sciasse la cura a lui, che lo amava (112), Lorenzo 
non insistette: potevano bastare allo scopo le 
nuove fortificazioni non lontane del castello, già 
cosi aspramente conteso, di Foiano. Poco dopo, 
il 17 dicembre 1491, il pontefice, per compensare 
Lorenzo deU'insoKta ripulsa, concedette a Gio- 
vanni la facoltà d'aggiungere a queUi che teneva 
già, da uno a quattro benefìzi minori, che rimanes- 



94 ' CAPITOLO n 



sero vacanti nel dominio fiorentino, senza tener 
conto di privilegi, o diritti di collazione; preziosa 
riserva, la quale avrebbe dato modo a Lorenzo di 
porre liberamente e sollecitamente la mano sui 
benefìzi, che paressero, se non più. ricchi, più ac- 
conci (113). Ma, prima che la boUa avesse effetto, 
Innocenzo Vili era morto e Alessandro VI, nel sa- 
Hre al trono papale, aveva revocato, secondo il co- 
stume, tutte le aspettative e le riserve; né i Medici 
poterono ottenere che fossero rinnovate per loro. 
Giovanni tuttavia si poteva bene confortare 
di quel danno, che non superava i dugento fiorini, 
perchè, sulla fine di maggio e nel giugno del 1492, 
meno di due mesi prima della morte d'Innocenzo, 
era riuscito ad assicurarsi il possesso di ben altra 
riserva. Si trattava dei benefizi di Carlo de' Medici, 
fighuolo illegittimo di Cosimo, i quah sahvano a 
più che mille ducati. Ed era tra essi, oltre al cano- 
nicato fiorentino, la pieve di Calenzano, domi- 
nante le vie da Firenze a Prato e da Mrenze o 
da Prato al Mugello, la quale divenne uno dei 
soggiorni più frequenti e graditi al giovinetto 
cardinale; e v'era l'abbazia vallombrosana di 
San Salvatore di Vaiano, sulla strada che da Prato 
sale a CastigHone de' PepoH per ridiscendere in 
Val di Setta e di Reno; e, più rilevante d'ogni 
altro benefizio, la propositura deUa collegiata di 
Santo Stefano in Prato (114). La qual dignità 
non solo era di poco inferiore alla vescovile, es- 
sendo il proposto e il capitolo esenti da ogni 
autorità del vescovo di Pistoia e immediatamente 
soggetti alla Santa Sede; ma, per la grande ve- 
nerazione dei Pratesi alla loro collegiata e alla 
cappella del Cingolo, dava modo al proposto di 
esercitare un'azione non trascurabile sullo spirito 
degh abitanti di quella fortissima terra; e ben se 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 95 

n'erano avveduti i Medici nei tumulti del 1470 e 
anche più tardi ne mostrarono consapevolezza, 
tenendo in loro mano la propositura, fuor che in 
brevi intervalli, per quasi due secoli (115). 

Quando fu preso possesso di questi benefizi, 
Lorenzo era morto, e poco dopo lo seguiva nella 
tomba il pontefice. La ricerca dei benefizi fu al- 
lora, per alcun tempo, non dirò meno attiva, ma 
meno fruttifera. Giovanni, ormai cardinale, s'era 
studiato di approfittare della pomposa ambasceria 
di Piero al nuovo pontefice per ottenere da questo 
una riserva di millecinquecento ducati nel dominio 
di Firenze (116); ma Alessandro VI non era per 
nulla disposto a favorire il giovine porporato, al 
quale e a Piero attribuiva, come vedremo, troppo 
cordiale amicizia con re Ferrante, con gli Orsini, 
con Giuhano della Rovere. Anzi, essendo vacante 
in quei giorni l'abbazia d'Anghiari, che l'oratore 
fiorentino diceva essere in luogo di tanta impor- 
tanza e cosi vicino ai confini che la Signoria non 
ne avrebbe mai consentito il possesso ad alcun fo- 
restiero, il papa, con astuzia finissima, dopo averne 
già segnato la concessione per il cardinale de' 
Medici, l'accordò al della Rovere, per guastare, 
quant'era da lui, le relazioni fra questo e i Fio- 
rentini (117). Né Giovanni potè avere altrimenti 
quel monastero che per un dono del Vincoh e fu 
obbligato a lasciarne l'amministrazione ad un 
monaco, che il generale dell'ordine aveva desi- 
gnato già per abbate (118). Cosi i Medici dovettero 
stare contenti a qualche benefizio di minor pregio, 
pure studiandosi di porre la- mano su quelli, ai 
quah il luogo desse valore, come la pieve di San 
Giovanni Maggiore in Mugello, sulla via di Faenza, 
e una parrocchia nel Castello di San Giovanni in 
Val d'Arno (119). 



96 CAPITOLO II 



Soltanto dal maggio del 1494, quando Alessandro 
fu certo della fedeltà de' Medici alla causa arago- 
nese e aveva bisogno di loro per resistere alle am- 
bizioni di Francia, essi poterono contare di nuovo 
sul favore papale. E se ne giovarono per avere fa- 
coltà di alienare beni ecclesiastici; ed ebbero spon- 
taneamente la riserva di un monastero e di due 
dignità collegiate, ed ancbe avrebbero ottenuto 
due ricche abbazie, già possedute dal vescovo di 
Ferrara, a Colle vai d'Elsa, se la necessità di le- 
gare piti strettamente a sé e ai loro alleati il Ben- 
tivoglio non li avesse indotti a farne un dono al 
protonotario Anton Galeazzo (120). Ma, sopra 
tutto, la nuova benevolenza del papa servì a 
quell'ultima scandalosa caccia di benefìzi, per la 
quale si recarono in mano ad un tempo due delle 
più. importanti collegiate di Firenze, Santo Apol- 
linare e San Paolo, e la cMesa cittadina di Santa 
Maria in Campidoglio e le pievi rurali di Gruopina 
in Val d'Arno e di San Giusto in quel di Prato (121). 
H prudente riserbo di Lorenzo era in questa, come 
in troppe altre cose, dimenticato; il senso della 
imminente rovina toglieva ai figliuoli suoi ogni 
discretezza e misura e faceva che paresse un 
mezzo per rafforzare la condizione loro vacillante 
quello che anzi serviva a scrollarla innanzi agli 
occhi del popolo. Perchè i Fiorentini mormora- 
vano che « il cardinale de' Medici, quali benefici 
vacavano, occupava; così tal casa, usurpato haven- 
dosi lo ecclesiastico et il civile, oramai piò, soppor- 
tare non si poteanoì) (122). 



, ,jj.. 







Nella camera di monsignore. 

Àn(. del Poliamolo - R. Museo Nazionale. Firenze. Àiinari. Firenze. 



98 CAPITOLO II 



Soltanto dal maggio del 1494, quando Alessandro 
fu certo della fedeltà de' Medici alla causa arago- 
nese e aveva bisogno di loro per resistere alle am- 
bizioni di Francia, essi poterono contare di nuovo 
sul favore papale. E se ne giovarono per avere fa- 
coltà di alienare beni ecclesiastici; ed ebbero spon- 
taneamente la riserva di un monastero e di due 
dignità collegiate, ed anche avrebbero ottenuto 
due ricche abbazie, già possedute dal vescovo di 
Ferrara, a Colle vai d'Elsa, se la necessità di le- 
gare più strettamente a sé e ai loro alleati il Ben- 
tivogho non M avesse indotti a farne un dono al 
protonotario Anton Galeazzo (120). Ma, sopra 
tutto, la nuova benevolenza del papa servì a 
quell'ultima scandalosa caccia di benefizi, per la 
quale si recarono in mano ad un tempo due delle 
più. importanti collegiate di Firenze, Santo Apol- 
linare e San Paolo, e la chiesa cittadina di Santa 
Maria in Campidoglio e le pievi rurali di Gruopina 
in Val d'Arno e di San Giusto in quel di Prato (121). 
Il prudente riserbo di Lorenzo era in questa, come 
in troppe altre cose, dimenticato; il senso della 
imminente rovina toglieva ai fìgKuoH suoi ogni 
discretezza e misura e faceva che paresse un 
mezzo per rafforzare la condizione loro vacillante 
quello che anzi serviva a scrollarla innanzi agli 
occhi del popolo. Perchè i Fiorentini mormora- 
vano che « il cardinale de' Medici, quali benefici 
vacavano, occupava; cosi tal casa, usurpato ìiaven- 
dosi lo ecclesiastico et il civile, oramai più, soppor- 
tare non si poteano » (122). 




Nella camera di monsignore. 

Ani. del Pollaiuoio - R. Museo Nazionale. Firenze. 



Àlinari. Firenze. 



LA. CACCIA DEI BENEFIZI 97 



V. 

Negli altri stati italiani, Lorenzo aveva gittato 
la rete a due sedi arcivescovili, quella di Milano e 
di Spoleto, ma senza fortuna (123), Ottenne in- 
vece a Giovanni, oltre a qualche benefizio di mi- 
nor conto (124), due abbazie fra le pili illustri d'I- 
talia. E la concessione loro al figliuolo di Lorenzo 
de' Medici ebbe un grande significato. 

L'abbazia di Montecassino, posta in luogo alto 
e fortissimo, sopra all'antica via Latina da Roma a 
Capua ed a Napoli, se, nei primi tempi della sua 
potenza aveva rappresentato interessi longobardi 
o normanni, o forse, alcuna volta, germanici (125), 
era divenuta ormai quasi una sentinella avanzata 
della Chiesa nel regno. Qui, dopo il ritorno di 
Federico II daUa crociata, aveva cercato salvezza 
il legato papale, e Carlo d'Angiò aveva trovato 
appoggio efi&cace nei primi anni dalle conquiste; 
l'abbate eassinese era stato vicario del papa contro 
alla scomunicata Giovanna e sostenitore fervente 
dell'obbedienza romana contro all'antipapa avi- 
gnonese e pisano; più tardi, nella lotta fra Ara- 
gonesi e Angioini, pur ribellatosi al papa l'abbate, 
i monaci avevano sostenuto per due anni l'assedio 
di Alfonso, protestando di non voler obbedire ad 
altri che al successore di Pietro, al vicario del- 
l'Altissimo Iddio (126). 

ConsapevoH di quest'importanza dell'antica ab- 
bazia, i pontefici erano stati solleciti nel confer- 
mare i privilegi imperiali, per cui essa aveva immu- 
nità finanziaria e giurisdizione di mero e misto 
impero, e s'erano studiati di far che avessero ef- 
fetto (127); ma ad altri privilegi, ch'erano pure 

7. — PicoTTi, Leone X. 



98 CAPITOLO II 



stati accordati dagli antecessori loro, e da loro 
stessi erano ripetuti ancora in documenti solenni, 
avevano tolto praticamente ogni valore. L'elezione 
dell'abbate non era fatta più per consenso comune 
o per volontà della miglior parte dei monaci; ma 
era riservata abitualmente al pontefice. Anzi Ur- 
bano V aveva tenuto per sé l'abbazia; Bonifazio IX 
l'aveva data a un cugino, Enrico TomaceUi, del 
quale, e degli altri eletti contro alla regola, i mo- 
naci scrivevano nel 1440 ch'erano stati non pastori, 
ma lupi. E di nuovo, alla morte del commenda- 
tario Scarampo nel 1465, Paolo II aveva unito con 
il triregno la mitra abbaziale; e, se papa Sisto, nel 
primo suo fervore per un accordo con Ferrante 
contro i Turchi, aveva concesso l'abbazia a Gio- 
vanni d'Aragona, giovanissimo figlinolo del re, non 
era stato però tardo a pentirsene (128), sicché il 
successore di lui, Innocenzo Vili, essendo morto 
il cardinale aragonese, mentr'era incominciata co- 
pertamente la lotta fra il pontefice e il re, aveva 
dichiarato, il 20 d'ottobre 1485j unita l'abbazia 
col Patrimonio di san Pietro (129). 

Ma ai re di SiciHa e di Napoli già da gran tempo 
sembrava, come ben s'avvide nel suo governo 
Baccio UgoKni, che « lo aumento del mnonasterio », 
come e più che quello d'ogni altra signoria feu- 
dale, fosse i( preiudiciale al regno)) (130). Già Fe- 
derico II, in quel suo sforzo di raccoghere e tenere 
con mano salda il potere sovrano, aveva tolto 
all'abbate la giustizia del sangue, e, se il papa 
Alessandro IV gliel'aveva ridonata, Carlo d'An- 
giò, continuatore in questa parte, come in molte 
altre, dell'opera degh Svevi, la riprese per sempre; 
e anche la giurisdizione civile e la criminale 
« citra sanguinis causam » soffrivano da parte 
dèi re ogni maniera d'impacci (131). GU stessi 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 99 

privilegi, che Angioini ed Aragonesi largivano 
al monastero, confermavano, pure segnandone 
i limiti, il potere nuovo, che il sovrano rivendi- 
cava di fronte all'abbate. Così le università, 
suddite del monastero, erano obbligate, come 
tutte le altre demaniali o baronali, alla sov- 
venzione generale e agH altri oneri dovuti alla 
Curia regia; e, se, per un diploma di Ladislao, il 
ricavato doveva andare speso per mantenere 
castellani ed armati a difesa dell'abbazia e delles 
terre del monastero, noi sappiamo pure che 
queste milizie erano poste dal re e che nulla 
potevano sopra di esse l'abbate ed i suoi (132). 
E, per giudicare sul luogo le cause criminali e 
riscuotere i proventi fìscah, risedeva neUa terra 
di San Germano un capitano del re, 'e altri capi- 
tani e luogotenenti erano nell'altre terre dell'ab- 
bazia, con peso non lieve del monastero e dei 
vassaUi cassinesi, poiché essi avevano seco e 
facevano albergare daUe università assessori e 
notari e gente armata a piedi e a cavallo e, no- 
nostante gH ordini regi, esigevano, oltre al sa- 
lario, collette a loro capriccio e, ch'era peggio, 
s'ingerivano anche neUe cause di competenza 
dell'abbate (133). Anzi i sovrani del mezzogiorno 
avevano levato lo sguardo più in alto, a trarre 
addirittura nelle loro mani la potente abbazia. 
Alfonso d'Aragona s'era contentato di ottenerla 
allo Scarampo, amicissimo suo, per sodisfazione 
di obbhghi di varia natura, che aveva con 
lui (134); Ferrante la volle per il figliuolo in com- 
menda e, dopo che questi fu morto e il papa, 
come vedemmo, riunì l'abbazia al dominio della 
Chiesa, fece occupare miUtarmente il castello di 
Montecassino, come gH altri di Rocca Janula 
e di Sant'Angelo in Teodice. Il priore e i mo- 



100 CAPITOLO U 



naci furono cacciati e data l'abbazia a un viceré, 
Giovanni Antonio Carafa, che discendeva da 
una famiglia resa potentissima in quei luoghi 
dai favori di un antico abbate cassinese ed era 
figlio del conte di Maddaloni, barone di grande 
autorità presso il re e fedele a lui pure in mezzo 
alla pili fiera tempesta (135). Così non solo Mon- 
tecassino era tolto a ogni ingerenza papale, ma, 
nelle mani del re, diveniva luogo assai oppor- 
tuno per nuocere alla Chiesa. 

Era perciò ben naturale che il papa, nel trat- 
tato dell' 11 agosto del 1486, volesse, fra le altre 
condizioni, imposta a Ferrante quella di lasciare 
l'abbazia e le sue terre e castelli a Hbera dispo- 
sizione della Chiesa (136). Ma avvedutamente 
il re, prima ancora che questa clausola fosse in 
tutto ferma, era corso ai ripari. E, poiché Lo- 
renzo de' Medici^ gli aveva espresso il desiderio 
di avere, non sapremmo se proprio Montecas- 
sino, o altra cosa del re, questi offrì senz'altro 
l'abbazia a Giovanni; e s'affrettò poi, senza at- 
tendere il consenso del papa o l'elezione dei mo- 
naci, a darne la possessione a Baccio UgoMni, 
ch'era a Napoli con una missione segreta di Lo- 
renzo presso il duca di Calabria (137). In questo 
modo, sotto colore di compensare i servigi, che 
il Magnifico gh aveva resi nell'ultima guerra, 
egh metteva in sicuro l'abbazia da ogni velleità 
papale di annessione, le procurava un tale abbate 
che, per le tradizioni e l'interesse della famiglia 
sua e deUa città, non avrebbe potuto compor- 
tare un eccessivo allargamento della potenza 
ecclesiastica, né sarebbe stato perciò uno stru- 
mento troppo docile nelle mani del papa; e ren- 
deva, d'altra parte, molto difficile a questo d'op- 
porsi all'accorto disegno, senza guastarsi in tutto 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 101 

con Lorenzo de' Medici, la qual cosa poi, secondo 
la funesta politica di quell'età, non sarebbe certo 
riuscita sgradevole al re, 

Innocenzo Vili parve un buon tratto esitare, 
sia perchè si fosse avveduto dei pensieri di Fer- 
rante, sia perchè le relazioni sue con Firenze 
non era.no, in quel momento, troppo buone (138): 
a guadagnare tempo servivano molto bene le ri- 
chieste dei monaci di San Paolo, che volevano la 
consegna di beni del monastero cassinese in ga- 
ranzia d'una rendita spettante a loro per duemila 
ducati e avevano l'appoggio di due cardinaM auto- 
revolissimi, Giidiano della Rovere e Marco Barbo, 
forse desiderosi anch'essi in segreto d'impedire 
che l'abbazia se ne andasse di nuovo in com- 
menda (139). Ma, appunto in quei mesi, tra il pon- 
tefice e Lorenzo si conchiudevano le nozze di Fran- 
ceschetto Gbo con Maddalena de' Medici (140); e 
il papa cercava insieme di far ogni cosa, che fosse 
grata al nuovo suo affine, e di trarre dal parentado 
quanto vantaggio potesse per sé e per la Chiesa, 
perchè gU sponsali non tanto erano fatti per pro- 
curare una ricca dote a quel disgraziato figliuolo, 
che il papa non mostrò mai di amare soverchia- 
mente, quanto per assicurare alla Santa Sede, 
almeno finché vivesse Innocenzo, l'amicizia de' 
Medici. Montecassino perciò poteva figurare bene 
come regalo di nozze aUa sposa giovinetta, da 
parte del suocero futuro; ma senza, dubbio In- 
nocenzo Vili pensava altresì che, non poten- 
dosi ritoghere l'abbazia all'astuto Ferrante, se 
non forse con una nuova guerra, valeva megho 
che l'avesse il fìghuolo di Lorenzo de' Medjci. 
Almeno essa non sarebbe rimasta come un'arma 
nelle mani del re, e sarebbe stata forse opportuna 
via a sollevare, sotto il pretesto di rivendicar 



102 CAPITOLO n 



i diritti abbaziali, pretensioni su terre o su pri- 
vilegi della Chiesa nel regno, senza che, questa 
volta, Lorenzo potesse attraversare il disegno 
papale (141). Così, opposti pensieri e speranze 
traevano il re ed il pontefice a creare abbate cas- 
sinese Giovanni de' Medici, appunto come gran 
parte dell'autorità, ch'ebbe Lorenzo quasi di 
arbitro della poKtica nostra, venne daU'essersi 
egli condotto in tal modo, che ciascuno, potesse 
illudersi d'averlo ad amico. 

Risolta perciò la questione con i monaci di 
San Paolo, ai quali pare si sia concesso quanto 
chiedevano (142), il papa lesse in concistoro, il 
3 marzo del 1487, la lettera del re, che domandava 
l'abbazia per Giovanni, e disse di volerla accor- 
dare. E la diede infatti nel concistoro del 13, in 
commenda Ubera, senza uno smembramento, al 
quale sembra si fosse da prima pensato, ma, nono- 
stante le premure di Lorenzo, con l'obbligo all'e- 
letto di tenere ad età legittima quel benefìzio in 
titolo (143). Era questo un ultimo povero segno 
di rispetto ai diplomi papali, che vietavano di dare 
Montecassino in commenda; ma il pontefice pro- 
metteva che dispenserebbe Giovanni da quell'ob- 
bhgo, prima che passassero due mesi (144). Ed 
anche trovo modo il papa di Hberare Lorenzo dal 
pagamento dell'annata, che sahva a ben millecen- 
tosettantuno fiorini e due terzi, perchè, non poten- 
doghela rimettere allora, per i capitolati ch'egli 
aveva con quelli dell'appalto dello spirituale, con- 
sentì che i Medici aspettassero tanto a pagarla che 
l'appalto cadesse; e fu allora facile un giro di par- 
tite, per il quale era posta nei registri della Camera 
fra l'entrate la somma dovuta per il monastero e 
fra le uscite la somma stessa, che il papa aveva di- 
chiarato di voler donare al commendatario (145). 



liA CACCIA DEI BENEFIZI 103 

Già da due anni, contro il solito, il nuovo abbate 
undicenne aveva ricevuto le boUe, aveva prestato 
giuramento il 4 maggio del 1487 ed avuto l'in- 
vestitura della commenda (146). 

La gioia di Lorenzo per questo avvenimento era 
stata così grande, come per niun altro fatto della 
vita del figliuolo: « la casa nostra » egli scriveva 
« tra pel parentado di Piero e tra per questa hadia è 
gran tempo che non fu tanto lieta » (147). L'eco di 
questa sua letizia giungeva ai conventi camaldo- 
lesi, i quali si rallegravano cb'egli avesse restituito 
all'Ordine l'abbazia di SanMcbele d'Arezzo, giun- 
geva a Roma, dove Nofri si compiaceva deUa «òeZ- 
lissima posta y> guadagnata dal padrone e Ales- 
sandro Cortesi sperava, inutilmente, che il gio- 
vinetto, ricco ormai quanto un pontefice, gli 
lasciasse l'abbazia volterrana (148). E i poeti 
medicei davano fiato alle trombe: Naldo Naìdi 
scioglieva un canto a Giovanni di Lorenzo de' Me- 
dici, prótonotario apostolico ed eccellen- 
tissimo principe di San Germano; Se per es- 
serti padre quel Lorenzo che inalza, solo, 
con i meriti suoi la patria alle stelle, pon- 
tefici e re ti concedono in anni cosi teneri 
i più alti onori pontificali, quale premio 
ti daremo, o Giovanni, che sia degno della 
dottrina tua, della tua virtù, dell'arti li- 
berali, degli aurei costumi? Per te non 
basterà quell'unico pontificato, oltre al 
quale nessuno vorrebbe sperare, ma sarà 
necessario che sorgano tanti mondi, quanti 
ne preannunziò il vecchio Democrito, per- 
chè nei molti sia dato a te molto onor di 
pontefice (149). 

Il Naldi esagerava ridevolmente; ma l'allegrezza 
di Lorenzo e de' suoi era bene giustificata. L'ab- 



104 CAPITOLO II 



bate di Montecassino era per un antico privilegio, 
che la tradizione faceva risalire nulla meno che 
a papa Zaccaria, affatto esente da ogni autorità 
vescovile e, come i vescovi, aveva l'uso degU orna- 
menti pontifìcaH e la giurisdizione ecclesiastica or- 
dinaria nelle terre dell'abbazia, la quale era ante- 
posta a tutti i cenobi del mondo cattohco e l'abbate 
a tutti gli abbati (150). I beni e i diritti del mo- 
nastero erano certamente scemati di molto per le 
ahenazioni, che, incominciate da gran tempo (151), 
erano divenute più numerose e più gravi nell'ul- 
timo tristissimo secolo, da quando i TomaceUi, il 
Carafa, lo Scarampo avevano pensato più aUe fa- 
miglie loro o ai loro favoriti che al vantaggio del- 
l'abbazia. E molto s'era pèrduto nel periodo della 
vacanza e della occupazione mihtare: l'Ugolini la- 
mentava, poco più tardi, che molti benefizi fossero 
stati venduti e alienate le possessioni e concesso con 
l'onere di un settimo quel che prima rendeva un 
quarto (152). Lorenzo stesso, nel primo fervore della 
gratitudine sua verso il re, non gh aveva potuto 
ricusare la propositura di San Liberatore aUa Ma- 
jella, ch'era un de' più ricchi e potenti monasteri 
soggetti all'abbazia e fu dato dal re a Mario Scan- 
triglia, servitóre fedele, come ad un altro favorito, 
Iacopo ScagHone d'Aversa, era concessa l'altra 
propositura di San Pietro Avellana, cui dava 
fama l'antichità e il luogo dava importanza (153). 
Ma, pure diminuiti cosi, i possessi dell'abbazia 
cassinese si stendevano ancora largamente in- 
torno al monastero, nella vallata del Rapido, 
nel fertile piano corso dal Liri prima di unirsi 
col Gàri e di perdere il nome, sui monti Aurunci, 
nella valle inferiore del Garighano. E molti erano 
dispersi in tutte le terre del regno, sicché v'erano 
diritti abbaziah a Napoh, a Capua, a Salerno, 



, LA CACCIA DBI BENEFIZI 105 

e v'erano a Taranto e a Cetraro, a Terracina 
e sul Tronto, all'estremità opposte del regno. 
Cassinese era la Rocca di Mondragone, sorgente 
sulle pendici del Massico a chiudere l'Appia; 
cassinesi parrocchie o conventi presso la storica 
TagHacozzo, sull'antica via Valeria, per la quale 
Corradino aveva tentato già d'invadere il regno, 
e, più a mezzodì, nell'alta valle del Liri, a Sora 
e ad Arpino, e dove, presso Isernia, la via da 
Sulmona manda suoi rami a Boiano e a Venafro 
e dove la strada da Chieti alla valle del Sangro 
gira intorno alle falde dell'alta Majella. Più 
lontano, v'erano beni o privilegi dell'abbate nel 
contado di Ascoli, di Arezzo, di Pisa, a Roma, 
a Frascati, a Città di Castello, fin nella Lom- 
bardia, fino in Sardegna ed in Francia (154). E, 
oltre all'autorità, che ne veniva all'abbate, co- 
pioso era il frutto che si traeva dai censi delle 
chiese soggette, dai canoni dei numerosi enfiteuti 
e livellàri, dai tributi dei vassalli, dalle decime, 
dalle gabelle dei ponti, dalla vendita delle ret- 
torie. Nei magazzini del monastero, nel novembre 
di un anno, che non era stato per il mezzogiorno 
d'Itaha fra i migliori, rimanevano hberi per 
l'esportazione quattromilaseicento tomoh, cioè in- 
tomo a duemila ettolitri di grano, che non sap- 
piamo se fossero stati raccolti nelle terre poste 
direttamente a cultura o fossero frutto delle de- 
cime spettanti alla mensa abbaziale (155). S'ag- 
giungeva poi quella, che l'Ugolini disse l'entrata 
più viva del benefizio, la fida del bestiame, cioè 
li compenso, che abbaziani e forestieri dovevano 
dare per pascere il gregge nei prati e nei boschi, 
che in tutto il territorio soggetto al monastero ap- 
partenevano aUa mensa dell'abbate (156). Perciò, 
se Lorenzo potè alcuna volta desiderare dì hbe- 



106 CAPITOLO II 



rarsi da tante brighe, quante gli recarono l'ac- 
quisto prima e poi il governo dell'abbazia cassi- 
nese, aveva tuttavia buona ragione per rallegrarsi 
che a ìm fosse stato offerto dal re con istanza quello 
che altri — e alludava probabilmente al ponte- 
fice — inutilmente aveva chiesto (157). 



VI. 

Ma v'era in Italia un uomo, al quale. il dono di 
Ferrante a Lorenzo de' Medici e la gratitudine, 
che questi mostrava all'Aragonese, davano gelosia 
e sospetto. Lodovico il Moro, ancor prima che 
il matrimonio di Gian Galeazzo e d'Isabella ca- 
gionasse nuova e più grave inimicizia con gh 
Aragonesi, guardava al re con occhio d'invidia per 
le opposte mire su Genova e temeva un accordo 
più stretto di lui con Firenze. Già la missione del 
Baccio Ugohni a NapoH, aveva indotto il Moro 
a un linguaggio irato e minaccioso, al quale Lo- 
renzo aveva risposto che Milano e gh Sforza si 
dovevano ben ricordare chiamarsi Firenze «città 
di libertà)) (158). E, se, poco dopo, il timore di una 
lega fra il papa e Venezia aveva ravvicinato il duca 
di Bari a Lorenzo, fino ad aiutare l'impresa di Sar- 
zana, la probabiHtà, novamente scoperta, d'avere 
Genova nelle mani più presto che non avesse spe- 
rato, l'aveva spinto a ritirare le sue genti, perchè 
non s'offendessero i Genovesi e aUa nuova signoria 
sforzesca sulla città di San Giorgio non mancasse 
quel luogo munitissimo. Ma Lorenzo sdegnato mi- 
nacciava di gettarsi col papa «?^e' piedi)) al re; 
e la collazione regia e papale di Montecassino pa- 
reva indizio di quel' triplice accordo, che avrebbe 
deluso l'ambiziosa speranza del Moro (159). Allora 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 107 

l'uomo, che paura ed astuzia rendevano mutevole, 
cercò la via per rappacificarsi col Medici e mostrare 
a Ferrante, al papa, a tutta l'Italia come fosse 
salda ancora la sua amicizia con quello, che, di 
fatto se non di nome, era signore di Firenze. Il re 
aveva dato a Giovanni de' Medici un'abbazia, la 
prima del regno: Lodovico Sforza non volle essere 
da meno. 

Appena infatti il Moro seppe che l'abbazia di 
Morimondo, tenuta già dal vescovo di Como, era 
desiderata da Lorenzo per l'arcivescovo Orsini, 
sebbene già l'avesse accordata a un figliuolo na- 
turale del duca Galeazzo, disse all'oratore fioren- 
rentino, Piero Alamanni, di volere che quel mona- 
stero fosse non dell'arcivescovo, perchè l'aveva 
negato già ad altri del suo grado, ma del figliuolo 
stesso di Lorenzo; e scrisse al papa, al cardinale 
Ascanio, al vescovo di Alessandria, perchè fosse 
sospeso il conferimento del benefìzio, del quale 
diceva di voler disporre come gli piacesse (160). 
Lorenzo, che, quanto potesse avere, tanto pren- 
deva volentieri per sé, lasciò tosto da banda il co- 
gnato arcivescovo e si volse a pregare il papa e 
quanti credeva amici neUa Curia, che l'abbazia 
fosse data al figliuolo (161): a Lodovico poi non 
solo rese grazie egh stesso, ma volle che scrivesse 
di propria mano il giovinetto (162). 

Il dono meritava davvero tutta la riconoscenza 
de' Medici. Antiche e gloriose erano le tradizioni 
dell'abbazia, che risafivano quasi ai primi tempi 
dell'Ordine cistcrciense; larghi i diritti dell'abbate, 
che aveva autorità su molti monasteri di Lom- 
bardia e della Marca trevigiana; bella, anche se 
non molto soHda, la costruzione, vastissima e arti- 
stica la chiesa, con le alte colonne sostenenti altis- 
simi archi acuti, con il pavimento decHnante dal- 



108 CAPITOLO II 



l'altare alla porta, siccliè si vedesse l'interno, quasi 
a conforto dello spirito, dalla bassura del Ticino, 
su un ciglio della quale sorgeva il monastero, fra 
Milano e Vigevano, fra Abbiategrasso e Pavia; 
dai punti più elevati l'occhio poteva spaziare lar- 
gamente su grande parte del dominio sforzesco. 
Era esso bensì decaduto dall'antico splendore, de- 
caduto moralmente per la rilassatezza del costume, 
per la quale l'Ammannati lo aveva detto quasi 
spirante, decaduto economicamente per lo sciupio 
dei beni e l'abbandono del lavoro, sicché stagna- 
vano intorno le acque e, dov'erano già prati e 
campi fecondi, si stendevano tetre boscaghe e 
l'aria era fatta malsana; tuttavia quest'era ancora 
uno « de' begli benefici di Lombardia » e nei registri 
della Camera apostolica valutato per un'annata 
di millecinquecento ducati (163). 

L'importanza e la ricchezza del benefìzio da- 
vano maggiore rilievo alla sollecitudine quasi af- 
fannosa, con la quale Lodovico si adoperava che 
l'avesse Giovanni. Poiché, avendo il papa concesso 
l'abbazia, prima che fosse chiesta per il Medici, al 
cardinale di Parma, a condizione tuttavia che il 
Moro ne fosse contento (164), questi scrisse lettere 
e diede commissioni caldissime in favore di Gio- 
vanni, fino a minacciare o, che era lo stesso, far 
minacciare dal duca di Milano lo Sclaf enati che, 
se non avesse fatto ((liberalmente, sanza tanti sti- 
racchiamenti », il dover suo di rinunziare a ogni 
pretesa, non avrebbe concessione o favore dai 
signori di Milano; e, quando il papa sembrò aver 
rimosso alcun poco il cardinale dalla sua perti- 
nacia, gli si disse riconoscente, come d'una grazia 
che il pontefice gh avesse fatta (165). Il cardinale 
da prima aveva resistito, protestando che non ri- 
nunzierebbe all'abbazia, dovesse perdere tutti i 



LA. CACCIA DEI BENEFIZI 109 

benefizi nello Stato di Milano; aveva anzi guada- 
gnato alla sua causa tutt'i cardinali, solleciti certo, 
più che dell'onore del collega, del danno che siffatti 
esempi potevano recare a ciascuno (166). Ma quel 
che non erano riuscite ad ottenere le sollecitazioni 
del papa, di Lorenzo, del duca di Milano, del Moro, 
conseguirono le suppHche di Ascanio Sforza, il 
quale, essendo in pericolo di morte Lodovico, aveva 
bisogno dell'appoggio di Lorenzo per riconciliarsi 
con lui e succedergli nel governo di Milano (167). 
Allora il papa, che già aveva scritto brevi in favore 
di Giovanni (168), fu ben lieto di accordargh, nel 
concistoro del 22 settembre 1487, l'abbazia, per la 
quale egli e il Sacro Collegio rinunziarono all'an- 
nata (169); nel novembre arrivarono a Firenze le 
bolle, e il nuovo abbate, dopo avere prestato giu- 
ramento, elesse Francesco di Stefano della Torre, 
figliuolo del noto medico di Lorenzo, a suo pro- 
curatore per pighare il possesso del monastero, 
amministrarlo, conferire i benefizi, compiere atti 
di giurisdizione in suo nome (170). 

Lorenzo, che aveva scritto già di stimare questo 
benefizio di Morimondo « qwisi lo stato di messer 
Giovanni », poteva a buona ragione dirsi lieto, 
perchè la « mutua henivolentia et fraternità », che 
legavano i Medici e gh Sforza, il Magnifico e il 
Moro, avevano, innanzi all'Itafia e all'Europa, 
una nuova dimostrazione solenne (171), 



VII. 

Ma pensò mai Lorenzo de' Medici, o, dopo 
ch'egli fu morto, pensò Giovanni che quei be- 
nefizi ecclesiastici, cumulati sul capo del giovi- 
netto, avrebbero pure imposto molti e gravi do- 



110 CAPITOLO II 



veri? Non parrebbe. Poteva bene il papa^ nelle 
bolle di commenda, mettere la condizione che 
il benefizio non fosse defraudato del culto re- 
ligioso e non fosse negletta, se v'era annessa, 
la cura dell'anime^ anzi questi oneri fossero sop- 
portati in modo conveniente (172): la frase, quasi 
sperduta in fondo aUe bolle, dopo formule in- 
numerevoli, che assicuravano i diritti del com- 
mendatario, rimaneva lettera morta, né il ponte- 
fice aveva modo o voglia di far rispettare gli or- 
dini suoi, quando pure non consentisse egli me- 
desimo a transazioni deplorevoli. Certo, l'opera 
religiosa di Giovanni de' Medici, rettore o pro- 
posto, priore od abbate, fu scarsa o nulla affatto. 
Possiamo attribuire a lode di Giovanni, o anzi 
del padre, l'avere permesso che fossero erette due 
cappeUanie nella pieve mugellana di Scarperia, 
smembrando le rendite da quelle del benefìzio par- 
rocchiale, e l'aver procurato che l'abbazia di Pas- 
signano fosse uffiziata ancora dai monaci vallom- 
brosani, cosi da cancellare in parte l'effetto e il ri- 
cordo della sacrilega violenza del marzo 1485 (173). 
Ma non credo quello che fu asserito già dai bio- 
grafi, cha da zelo religioso fossero spinti i Medici 
alla riforma di Morimondo. A quest'abbazia era 
stato preposto da prima, come vedemmo, Fran- 
cesco della Torre, al quale potè forse convenire 
la lode, attribuitagh da Niccolò Valori, di uomo 
integerrimo, ma certo convenne anche quella, che 
gh fu data dallo stesso Giovanni, di buon servitore 
de' Medici (174), Più tardi, si cercò d'allontanare 
i monaci cistcrciensi, che prima l'abitavano, asse- 
gnando a questi porzione delle rendite del mona- 
stero; ma non pare che riuscisse l'intento (175). 
Da ultimo, dopo molte pratiche (176), si ottenne 
dal pontefice e da Lodovico Sforza che fosse 



liA CACCIA DEI BENEFIZI 111 

dato a due monaci di Settimo fiorentino l'inca- 
rico di riformare l'abbazia. Allora gli antichi 
abitatori del convento, tranne pochi, na usci- 
rono e furono sostituiti da altri, che saranno stati 
bensì i migHori dei conventi fiorentini, perchè i 
Settimiani avevano fama di rigida osservahza, 
ma erano fiorentini e perciò mezzo opportuno per 
allargare in Lombardia l'azione di Firenze (177), 
E, se vedemmo che Giovanni, come abbate d'An- 
ghiari, lasciò a un monaco i frutti, purché prov- 
vedesse al culto divino, accennammo pure che 
questo gH dovette essere imposto dal cardinale 
della Rovere e dai superiori dell'Ordine camaldo- 
lese, siccome condizione per ottenere canonica- 
mente; il possesso dell'abbazia. 

A Prato, messer Carlo de' Medici, anche fatta 
ragione delle adulazioni cortigianesche, aveva me- 
ritato bene della propositura, sicché Fihppo lippi, 
dipingendo nella cattedrale il seppeUunento di 
Santo Stefano, lo presentò ritto accanto a sé, come 
promotore insigne di quell'opera d'arte, e, più 
tardi, Vincenzo Danti, nel ricco sepolcro, alla si- 
nistra del coro, ne esaltò simboHcamente la ca- 
rità (178). Ma Giovanni, che pure, come vedremo, 
fu a Prato assai volte, non sappiamo che vi abbia 
fatto cosa degna di lode o di memoria. Anzi lasciò 
appena per breve tempo vicario il pratese Nic- 
colò di Lapo Spezi, che aveva già tenuto quest'uf- 
ficio per Carlo de' Medici, e gH sostituì un An- 
tonio Sagramoro da Rimini, e, dopo di lui, altri 
pur forestieri, per colpa dei quaU decaddero la 
disciplina ecclesiastica e il culto (179). Né egli 
rinnovò l'offerta de' cinquecento fiorini, che il 
proposto Carlo aveva fatta, come perpetuo mo- 
numento del suo affetto ai Pratesi, per fondare 
presso la collegiata una scuola di dodici fanciuUi 



112 CAPITOLO II 



di quella terra, dalla quale si avessero dapprima 
pii ed abili chierici e, a suo tempo, uscissero sa- 
cerdoti probi e letterati e non ignari delle 
cose, che spettano al culto divino e alla 
salute delle anime (180). Né v'è memoria che 
egli cooperasse in alcun modo al decoro di quella 
collegiata, che la munificenza de' suoi predeces- 
sori aveva resa splendido monumento d'arte; anzi 
neppure allo stesso Carlo de' Medici pensò di dare 
sepoltura decorosa e le ossa di lui rimasero chiuse 
in un deposito di mattoni, finché non provvide Co- 
simo duca a onorarle di egregio monumento (181). 
Maggiori obblighi doveva imporre a Giovanni, 
o per esso, da prima, a Lorenzo, l'ufficio di ab- 
bate di quel monastero cassinese, che aveva avuto 
così gran parte nella vita religiosa del mondo 
cattoHco. E parve che Lorenzo stesso ne fosse 
consapevole, perchè, appena fu data al figliuolo 
in commenda l'abbazia, scrisse al priore, ch'era 
la prima dignità ' dopo l' abbate, e ai monaci 
« confortandoli alla ohservantia della relligione più 
che mai, et con questo sperare ogni heney» (182), 
Ma furono parole. Qualche mese dopo, Nofri 
Tomabuoni scriveva a Lorenzo che Giovanni 
Tizi, che era stato in que' primi mesi vicario e 
governatore di Montecassino, era certamente 
« persona saporita », ma che pareva « avesse a 
fare de lo spirituale)), ed era quindi bene pen- 
sare ad uno che amasse casa Medici e prendesse 
cura dell'entrata dell'abbazia, la quale senza 
dubbio al valente banchiere fiorentino sembrava 
la prima cosa da riguardare in quel governo (183), 
Né Lorenzo fu sordo, A governare il monastero 
fu mandato, nel febbraio dell'anno seguente, 
Andrea Cambini, il quale, per troppo zelo verso 
il padrone, pare che riproducesse qui fedelmente 



LA CÀCCIA DEI BENEFIZI 113 

il tipo di uno di quei governatori, che il Tosti 
dipinge « austeri collettori d' imposte, ftacchi di- 
spensatori di giustizia, e ad ogni sprazzo di pe- 
cunia cagionevolissimi sacerdoti di Temider> (184). 
Il Baccio, che pure ne riconosceva il merito quanto 
all'accrescimento dell'entrate abbaziah, ne biasi- 
mava destramente, senza nominarlo, l'avarizia e la 
durezza, per cui egh si era fatto odioso ai ter- 
razzani e Lorenzo aveva perduto riputazione e 
favore (185). 

Quando il Cambini fu richiamato a Firenze, 
perchè stesse al fianco di Giovanni e amministrasse 
la f amigha di lui cardinale, lo sostituì in Montecas- 
sino, alla fine di febbraio del 1489, l'UgoUni, il 
quale si propose, com'era il carattere suo, di te- 
nere altra via, trattando ognuno con urbanità e 
gentilezza (186) . Ma le condizioni religiose dell'ab- 
bazia purtroppo non migliorarono: e la promessa, 
fatta al papa fin da quando era stata commendata 
al Medici, di mantenervi l'osservanza della re- 
gola, rimase lettera morta, sebbene il papa la 
richiamasse, allorché a Giovanni, fatto abbate 
anche di Morimondo, fu (i provisto da vivere y). 
Anzi, secondando il desiderio del re, che, per es- 
sere più sicuro di quel luogo fortissimo, non vo- 
leva che vi abitassero i monaci, si pensò di chiedere 
per loro al pontefice il convento di San Francesco 
in San Germano; e, mentre Giovanni d'Aragona, 
per rialzare il monastero decadente, aveva con- 
cesso ai monaci una mensa separata dall' abbaziale 
con ricca dote, si voUe ora ritorghela, riducen- 
doh a contentarsi del vitto e del vestito, perchè 
tutto il rimanente doveva essere del commenda- 
tario (187). Non credo che questi disegni avessero 
effetto, perchè della dimora dei Cassinesi a San 
Francesco e dlella soppressione della mensa mona- 

8. — PicoTTi, Laone X. 



114 CAPITOLO II 



cale non ho trovato altra notizia; più tardi, anzi, 
il cardinale de' Medici attraversò un tentativo di 
Alfonso II, che voleva sostituire ai Cassinesi gli 
Olivetani (188). Ma quei propositi medicei sono, 
a ogni modo, ben lontani da quello che Niccolò 
Valori attribuisce ai Medici gratuitamente, di 
restaurare la prima regola benedettina, e ci per- 
suadono che a buona ragione lo storico illustre di 
Montecassino ci dipinga l'abbazia, dopo diciassette 
anni di governo pallesco, squallida e rovinata e 
pochi i monaci, « coriquassati e diserti », perchè 
« la piaga della commenda dava sangue » (189). 

Certamente nel non breve governo deU'UgoHni, 
che durò fin alla morte di lui, pochi giorni innanzi 
alla cacciata de' Medici da Firenze (190), e quindi 
può solo entrare nei hmiti di questo studio, non 
m'avvenne di trovare memoria di alcun provve- 
dimento rehgioso, o di vantaggio che fosse recato 
al monastero, perchè le concessioni di chiese rurah, 
di canonicati, di abbazie, fatte da lui o dal suo 
vicario nelle cose spirituaH, Vincio canonico di Sa- 
lerno (191), o, alcuna volta, dall'abbate stesso, 
erano atti di amministrazione ordinaria, e le colla- 
zioni, or aUo stesso vicariò, ora ad un famiUare del 
cardinale Giuliano della Rovere, buon amico allora 
de' Medici, ora ad un frate fiorentino ci dimostrano 
chiaramente che i benefìzi erano accordati per 
tutt' altri meriti che rehgiosi (192). Ma l'opera di 
Giovanni d'Aragona, che, pur commendatario 
anch' egh, era tuttavia stato benefico al monastero 
e aveva creato una scuola di futuri monaci e or- 
nato riccamente il coro della chiesa abbaziale, 
non fu continuata; un inventario degli oggetti 
preziosi e delle rehquie, fatto nel 1497 da quel 
canonico Vincio, ricorda molti doni del cardinale 
di Aragona, muno del cardinale de' Medici; e 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 115 

nelle storie, che narrano i fasti dell'abbazia cassi- 
nese, il nome del futuro Leone X passa quasi inos- 
servato (193). 

Vili. 

Molto notevole fu invece il governo di Baccio 
Ugolini per altri rispetti e può servir bene, fatta 
ragione deUa varietà de' luoghi e degh uomini, 
a darci notizia del modo, col quale erano retti 
i monasteri commendati a Giovanni de' Medici . 
Il Baccio avea veduto e lamentato il grande sper- 
pero de' beni abbaziah; ma, fin dai primi giorni 
che il Medici possedeva l'abbazia, aveva ammo- 
nito chi lo rappresentava ad andar cauto neUe 
reintegrazioni, ch'erano tuttavia consentite dalle 
bolle papah; e, quand'ebbe il governo, non si 
diede briga di ricuperare il possesso di quel 
che si era perduto, contentandosi di attendere 
l'esito molto dubbio delle hti iniziate davanti 
ai tribunaUregi: troppo gh premeva di non gua- 
stare per « troppo caldo » i padroni suoi con per- 
sonaggi potenti, e piti ancora di non perdere la 
speranza, che da Napoli gh era fatta balenare a 
ogni tratto, d'una mitra o cappello (194). Anzi 
né rUgohni, né i Medici riuscirono ad impedire 
un nuovo danno gravissimo, l'incorporazione 
definitiva .di Pontecorvo alla Camera Aposto- 
hca, rimanendo soltanto una piccola pensione 
all'abbate (195). A sua volta, l'UgoHni stesso o, 
talora, direttamente l'abbate confermano o rin- 
novano concessioni o trasmissioni di beni in enfi- 
teusi o in hvello, ne accordano altre in gran nu- 
mero, e spesso non con la sohta durata de' ven- 
tinove anni, ma a vita, vendono terre in virtù 
dì dispense papah, con la clausola consueta e 



116 CAPITOLO II 



irrisòria dell'utilità evidente del monastero (196). 
I quali atti accennammo già essere frequenti 
per i benefìzi posseduti da Giovanni de' Medici 
in quel di Firenze, ma più frequenti sono qui, 
perchè meno doleva guastare l'entrate di un be- 
nefìzio lontano, il cui godimento non poteva sten- 
dersi oltre la vita di Giovanni, che quelle di mo- 
nasteri o di chiese soggette al dominio fìorentino, 
le quàh potevano essere date, ogni volta che pia- 
cesse, a uno della famiglia o della cHentela me- 
dicea. E dall'esame dei documenti apparisce chiaro 
quello che già per molte vie ci è noto sull'ammi- 
nistrazione dei benefizi dati in commenda, che 
le concessioni fondiarie non rispondevano più, 
come in altri tempi, alla necessità di provvedere 
al dissodamento o alla coltivazione della terra; 
ma giovavano soltanto a sfruttare sollecitamente 
e senza fatica un possesso, che la sua natura fa- 
ceva temporaneo o, al più, vitaUzio. Od anche, 
spesso, quelle concessioni erano premio di ser- 
vigi resi al beneficiario, o regalo ad alcun amico 
autorevole: così Toh veto di San Michele in quel 
di San Germano, che ci si descrive come incolto 
e devastato da guerre e con le case rovinate, è 
dato a vita al Baccio, che promette di coltivarlo a 
sue spese e di pagare in due anni per la salute 
dell'anima sua e del suo corpo seicento du- 
cati; ma Giovanni stesso accenna nel concederlo 
ai grandi, grati ed accetti servigi deU'Ugo- 
hni, che meritarono a lui questa concessione (197), 
a quel modo che un affitto perpetuo di beni del 
monastero dì Vaiano in Toscana sarà premio a Fi- 
lippo Valori per l'opera spiegata a benefìcio dei 
Medici nella legazione romana (198). E, altra 
volta, il cardinale abbate sollecita Giovanni Galli 
da TagHacozzo, suo vicario nelle cose temporali. 



liA CACCIA DEI BENEFIZI 117 

a concedere in perpetuo una bottega sulla piazza 
di San Germano a un tale Germano, che s'è offerto 
a nuli' altro che a ripararla a sue spese, purché 
la cosa possa essere fatta senza gravezza dell'ab- 
bate « et multo preiudicio del monastero »; e ne ad- 
duce la ragione, che quegh era « dallo oratore regio 
caldamente raccomandato^} (199). 

Ma a raccogliere ed aumentare l'entrate dirette 
del monastero, a proteggerne dalle devastazioni 
i boschi, i quali dovevano essere molto vasti, 
se per quest'ufficio furono scelti appositi commis- 
sari, a costringere i debitori al pagamento dei 
canoni trascurati fin allora, il Baccio attese, per- 
sonalmente o per mezzo d'altri, con molta soler- 
zia (200). Le attribuzioni del governatore erano 
svariatissime, da quella di conferire benefizi eccle- 
siastici a quella di autorizzare alla professione di 
medico (201), dal riscuotere i censi al rendere giu- 
stizia. Ma l'UgoHni, sènza « manchare de uno 
jota » all'ufficio suo verso i Medici, seppe compor- 
tarsi in modo da essere caro ai soggetti, così che 
poteva dire più tardi, scherzando, di avere invi- 
tato a San Germano l'oratore milanese, che ri- 
tornava da NapoH, perchè v'intendesse la fama del 
suo governo e la celebrasse con i suoi versi (202). 

Certo il Baccio, ormai vecchio e podagroso, si 
lamentava talvolta dei molti travagli, che aveva 
del continuo in quel benedetto governo (203). 
E non a torto; perchè l'esercizio dei diritti abba- 
ziah era tutt' altro che agevole. Quando si pensò 
ad esportare fuori del regno, neUe terre della 
Chiesa, dove il grano era scarso, parte degh ab- 
bondanti raccolti cassinesi e si chiese a Ferrante 
la Kcenza per seimila tomoH, il re, che pure aveva 
qualche anno innanzi promesso Mbera esportazione 
agH abitanti di San Germano, cominciò a nic- 



118 * CAPITOLO II 



chiare, e prima dette licenza appena per un terzo 
di quella misura; poi, « dondolati)) un buon pezzo 
gli agenti medicei, fece dire all'Ugolini dal duca 
di Calabria cbe temeva non divenisse una con- 
suetudine la tratta del. grano, la qual cosa non 
era a suo proposito, perchè la badia sarebbe cre- 
sciuta troppo d'entrate. Così una delle migliori 
rendite, sulle quaU s'era da prima fatto conto, 
svaniva (204). 

E anche più gravi erano le difficoltà per man- 
tenere quello scarso resto di giurisdizione e d'im- 
munità finanziaria, ch'era lasciato ancora all'ab- 
bate. Il viceré Giovanni Antonio Caraf a, che 
Ferrante aveva posto, come vedemmo, nelle 
terre abbaziali, era, per verità, un uomo da poco, 
« U7m nebbia » come diceva argutamente l'Ugo- 
hni; ma godeva molto credito per ragione della 
famigha e aveva la spalla dei capitani e castel- 
lani e soldati, dai quali inutilmente Lorenzo 
aveva cercato di Hberare per danaro le rocche 
cassinesi. E tanta era l'audacia di questi funzio- 
nari del re che non solo spogHavano i pastori 
a fidati » dal governo abbaziale, ma fin osarono 
porre le mani su un gastaldo della corte cassi- 
nese e l'Ugolini medesimo non era sicuro per sé. 
Peggio era che il re stesso aveva fatto' una let- 
tera contro alla corte abbaziale, a tristo 'principio)) 
al governo del Baccio. Questi si propose ardita- 
mente disgarare il viceré e credette da prima 
di averne buona speranza; ma presto si dovette 
accorgere che non sarebbe riuscito a nulla, se 
Lorenzo non gh dava l'appoggio, ch'era neces- 
sario (205). Non valse tuttavia ch'egli, lasciando 
Napoli con una commissione del re e del duca 
di Calabria per Lorenzo de' Medici, avesse l'a- 
nimo « o di vedere riferme la bandelle we' loro gan- 



LA CACCI =VJ>EI BENEFIZI 119 

gheri, o di non vedere più questo regno se non in 
sogno ìì (206). Quando, per volere del padrone, 
vi .dovette ritornare (207), trovò nuove brighe. 
I collettori papali della decima per la crociata 
avevano caricato sull'abbazia un onere di quat- 
trocentoquattordici ducati, senza dubbio d'ac- 
cordo col re, il quale, come soleva avvenire in 
fatto d'indulgenze o di decime, godeva parte 
dei frutti. Un breve papale, che ordinava ai col- 
lettori di revocare l'imposizione e non domandare 
altro al monastero, spinse Ferrante a ridurla ad 
un quarto, e i monaci parevano disposti a con- 
tentarsi e non usare del breve; ma il Lanf redini 
osservava giustamente al Baccio che non era da 
tener conto della somma, ma del derogare alle 
esenzioni e consuetudini dell'abbazia (208). E 
rUgohni, dopo avere inutilmente consegnato al- 
l'oratore fiorentino presso del re un memoriale, 
che certo trattava di questa e di tutte le altre con- 
troversie attinenti al governo dell'abbazia (209), 
scrisse al Lanf redini con tanta forza da indurre 
questo a dare a Lorenzo consigli ben gravi: sti- 
masse Lorenzo non meno l'onore che la vita, ri- 
cordasse che degli Aragonesi, il fighuolo, il padre 
e l'avolo erano venuti cinque volte per togliere 
a Firenze la libertà, inducesse il papa, già inimi- 
cissimo al re, a « ficcargli qualche fuocho in casa et 
lasciarlo più scuotere », a ricorrere, ove occorresse, 
al duca di Lorena e al re di Francia: « a me è 
paruto — avvertiva l'oratore finamente — et re 
lungo et vile ad chi non si lascia cavalcare:... io 
gl'ho per poveri, vili et superbia) (210). 

Potè cosi parere un istante che l'abbazia, tenuta 
da Giovanni nel regno, fosse cagione di quella 
rottura fra il re aragonese e Lorenzo de' Medici, 
che a Roma e a Milano aspettavano con tanto 



120 - CAPITOLO n 



desiderio. Ma non a questo mirava la politica di 
Lorenzo. Ne la caldezza del Baccio e del Lanfre- 
dini, né il sarcasmo del papa, il quale diceva pa- 
rergli che Lorenzo avesse più paura di lui, pote- 
rono muoverlo a decisioni risolute; quanto più il 
Lanfredini discorreva delle pratiche ultramontane 
del papa, tanto piti il Magnifico insisteva nel 
consighare a questo, anche innanzi all'audace 
appello del re al conciHo, la moderazione e l'ac- 
cordo (211). E, quando la corte di Napoli fu per- 
suasa che soltanto Lorenzo tratteneva il papa dal 
prorompere a guerra e dall' aizzarle contro i Fran- 
cesi, si mostrò più condiscendente anche nelle 
cose di Montecassino (212). L'Ugolini ebbe a spe- 
rimentarne ancora il malvolere e neUa questione 
della tratta del grano e nelle cause, che pendevano 
innanzi ai tribunah regi, contro gH usurpatori dei 
diritti abbaziah; ma la giurisdizione fu certa- 
mente esercitata nelle terre cassinesi in nome 
dell'abbate senza troppa molestia, e il viceré, 
che venne a visitare la casa abbaziale di San Ger- 
mano e fu accolto con molte carezze, non pare 
che, d'allora in poi, abbia dato gran noia (213). 
Ma, sopra tutto, il governatore cassinese, e 
per l'importanza dell'ufficio, quasi di custode 
d'una deUe porte e di molte deUe vie del regno, e 
per l'abilità grande dell'uomo, rappresentò nel 
mezzogiorno la pohtica medicea, più e meglio del- 
l'imo o dell'altro « illustrissimo Chiappino », come 
il Baccio chiamava poco amabilmente l'oratore 
della repubbhca fiorentiaa (214). Il duca di Ca- 
labria, che negh ultimi anni di Ferrante aveva 
grandissima autorità suUa corte e sul regno e fu 
poi re Alfonso II, mostrava a quel suo a Baccio 
dilectissimo » tanto affetto e tanto si compiaceva 
della gioconda sua hra che pareva non se ne pò- 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 121 



tesse staccare, neppure nei lontani suoi viaggi 
in Abruzzo (215); e l'accorto fiorentino badava 
a tenerselo amico, ora procurandogli per i la- 
vori di Poggioreale un arcMtetto famoso. Luca 
Fancelli, ora facendogli festa nel suo passaggio 
per le terre abbaziali, ora perdendo, o anzi im- 
piegando utilmente, assai del suo tempo nel cor- 
teggiarlo (216). In questo modo egli poteva dare 
aiuto valido, anche se, per la difficoltà dell'impresa, 
non sempre efficace, all'opera di Giovanni Battista 
e di Giuliano Ridolfi, che intendeva a rialzare in 
Napoh il credito della ragione medicea (217); e, 
pure mostrandosi abilmente restio ad entrare in 
cose di stato, era messaggiero fidatissimo fra Na- 
poli e Firenze e alla corte regia trattava i piti deli- 
cati negozi, o si dovesse chiarire e appoggiare l'a- 
zione moderatrice e pacifica di Lorenzo, o s'aves- 
sero a stringere i difficili accordi per l'alleanza 
segreta di Piero con Alfonso II e col papa contro 
aUo straniero guardante già cupido dal cerchio 
dell'Alpi, o convenisse sorvegliare da vicino il re, 
che moveva con passo non bene sicuro a prevenir 
l'invasore (218). 

Così questa e l'altre commende e i benefìzi nu- 
merosi di Giovanni de' Medici non tanto dove- 
vano essere pomposo e ricco ornamento, che il 
padre e il fratello apprestassero al giovinetto pre- 
lato di lor casa, quanto anelU robusti di una 
catena, che, in pace od in guerra, con Lorenzo o 
con Piero, stringesse intomo alla casa medicea 
l'Italia e pesasse fin sui consigli di Francia. Ma 
sonava alta in Firenze la voce di frate Girolamo: 
Dicono beata quella casa, che ha una chie- 
ricata. Ma verrà tempo, nel quale converrà 
dire: Guai. Se ami il tuo figliolo, fa a modo 
mio : non lo far prete: sarà morte per lui 



122 CAPITOLO II 



e migliore sarà la condizione degli altri 
tuoi figlioli. «/ 'primi 'prelati... erano umili e 
'poverelli e non avevano tanti grassi vescovadi, ne 
tante ricche badie, come i nostri moderni. Non ave- 
vano ancora tante mitrie d'oro, ne taìiti calici; anzi 
que' pochi che gli avevano li disfacevano per la ne- 
cessità de' poveri. I nostri 'prelati per far de' calici 
tolgono quello che è de' poveri, senza il quale non 
possono vivere. Ma sai tu quel che io ti voglio dire? 
Nella primitiva Chiesa erano i calici di legno e i 
prelati d'oro: oggi la Chiesa ha i prelati di legno e 
i calici d'oro» (219). 

Ardita predicazione, quand'erano signori in 
Firenze il padre o il fratello di Giovanni de' Me- 
dici; ardita predicazione e che parve profetica. 
Né i molti benefizi posseduti nel dominio di Fi- 
renze ritardarono il crollo della potenza medicea, 
né l'azione, ciie, per Montecassino o Morimondo, 
Font-douce o Santa Gemma, esercitavano i Me- 
dici nel Napoletano, nel Milanese od in Francia, 
impedi la rivalità degli Aragonesi e degli Sforza 
e l'invasione straniera. Il potere ecclesiastico, 
quando é messo a servigio di politica terrena, è 
strumento che s'infrange ed infrange. 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 123 



NOTE AL CAPITOLO li. 



(1) ASF., Atti di ser Domenico da Figline, 164 0-6 (qui 
App. II, doc. VI); cf. i Ricordi di Lorenzo nel M. a. P., 
f. LXIII, e. I a, Fabboni, L. M., II, 299. 

{2) Atti cit., 168 o sgg. {^App. II, doc. VII). La bolla di 
Sisto IV riferita qui dev'essere stata trascritta nei registri 
papali, dove Giovanni Lanfredini la fece riscontrare alcuni 
anni dopo (lettera a Lorenzo de' Medici, 31 genn. 1488-89, 
M. a. P., LVIII, 94-95); ma non mi venne fatto di rintrac- 
ciarla. 

(3) L'Ammannati, quando si trattava del cardinalato per 
Giuliano, aveva scritto parergli necessario ch'egli fosse almeno 
per un mese protonotario « perchè così laico trasferirlo a tanto 
grado, nessuno di noi ci potrebbe assettare la bocca » (Fabboni, 
op. cit., II, 60). 

(4) È noto come Lorenzo, intimorito dalle ambizioni dei 
Veneziani, favorisse, nel secondo periodo della guerra di Fer- 
rara, il papa contro Venezia; e leggo poi che il 19 giugno 1483 i 
Medici prestarono alla Camera apostolica 367 fiorini, 6000 il 
7 luglio, 900 il 21 giugno 1484, 3000 il 28 luglio, quasi alla vi- 
gilia della pace di Bagnolo e della morte di Sisto IV (AV., 
Intr. et ex., Reg. 508, 2 aprile 1483-marzo 1484, car. 406, 506; 
Reg. 510, apr.-ag. 1484, xxxvii (1536), li (167 a). 

(5) Lettera del 23 ottobre 1483: Fabboni, op. cit., II, 249. 

(6) Rammento le forti paiole di Piero Dolfin in una let- 
tera al vescovo di Belluno, 9 maggio 1477, Mabtène-Duband, 
III, 1020-21; cf. anche 991. Vedi pure una lettera di Matteo 
Bosso a Iimocenzo. VTII e tre a Lorenzo de' Medici ìq Fami- 
liares et secundae Matthaei Bossi epistolae, « Impressimi Man- 
tuae per Viacentium Bertochum Regiensem, anno a nativ. 
D. N. I. C. .MCcccLxxxxvni. nn. XXXI, XXXVHII-XLI 

(7) Il cardinale di Rouen, Guglielmo Estouteville, era 
morto a Roma il 22 gennaio 1483 (Eitbel, II, 8 e 52). Le due 
lettere di Liiigi XI, una in francese, l'altra in Tino sciattis- 
simo italiano, sono nel M. a. P., XLV, 76 e 79, fxirono pub- 
blicate in Canestbini-Desjabdins, Négociations diplomatiques 
de la France avec la Toscane, t. I, Paris, impr. impér. 1859, 
pp. 189-90, e la seconda già dal Fabboni, L. M., 298-99. 



124 NOTE AL CAPITOLO II 



(8) Le bolle d'Innocenzo' Vili, che saranno citate più in- 
nanzi, dicono che l'abbazia era vacante per la morte del com- 
mendatario, Enrico vescovo Archadiense. Infatti in OaUia Chri- 
stiana, t. II, Parigi, stamp. regìa, 1720, p. 1121, è ricordato un 
Enrico abbate nel 1467 e 1480, certo queìTHenrictis Pellerini 
che nel 1481, fatto vescovo di Archadia in Africa, ritenne il 
monastero in commenda (Etjbei,, II, 104): la data appros- 
simativa della morte, ignota all'Eubel, si rileva dai documenti 
qui ricordati. Sull'abbazia, lo Ghevalier, oltre che al luogo ci- 
tato della OaUia Christiana, rimanda a certe Mémoir. Saintes, 
che io non potei vedere (cf. Topobibl., col. 1139). 

(9) La lettera del re a Philibert Hugonet, cardinale di 
Macon, del 27 maggio, si legge nell'originale, che perciò non 
dovett'essere presentato, nell'ASF., M. a. P., XLV, 78; ve- 
dila in B. BusEB, Die Beziehungen der Mediceer zu Fran- 
kreìch ecc., Leipzig, Duncker et Hmnblot, 1879, p. 506. In 
essa il re accenna a una sua lettera precedente e ad una con- 
temporanea al pontefice. 

(10) L'arrivo della notizia è registrato nei Ricordi di Lo- 
renzo, M. a. P., LXIII, 1 a; delle lettere del 24 e 30 mag- 
gio 1483 ai personaggi su ricordati v'è memoria, ivi, 5 &, 6 a. 

(11) La boUa di Sisto TV non è nei registri papah, o almeno 
a me non ri\isci di teovarla. È ricordata, senza indicazione del 
giorno, nella boUa dello stesso pontefice del 29 febbraio 1484 e 
in quelle di Innocenzo Vili e dovette essere xma delle bolle, di 
cui Lorenzo accusava a Giovanni Tomabuoni il ricevimento 
il 5 giugno 1483 (1. e, 66). 

(12) Gli atti furono rogati nel palazzo arcivescovile di Fi- 
renze da ser Alessandro Braccesi (ASF., B. 2321, car. Ili b 
e 112 a). Per l'omaggiò fu fatto procuratore Antonio di Giuliano 
Calderini, che aveva avuto parte notevole nell'ottenere dal re 
l'abbazia; infatti Lorenzo il 30 maggio inviava a Giovanni Tor- 
nabuohi un capitolo di ima lettera sua e il 5 giugno gli scri- 
veva per ringraziarlo (M. a. P., LXIII, 6o e 6). Per gli altri 
atti fu procuratore Leonetto de' Rossi, il noto agente mediceo. 

(13) AV., Intr. et ex., Reg. 608, car. 34 a. La somma pa- 
gata fu dì 27 fiorini e mezzo: il reddito annuo dell'abbazia 
è indicato nella boUa del 23 settembre 1484. 

(14) L' affare di questa doppia concessione è oscurissimo, 
perchè lo annebbiarono ad arte. Le bolle di Innocenzo Vili 
dicono che Sisto IV, ricevuta la domanda del re per Giovanni, 
aveva ordinato che la supplica, segnata il dì innanzi per il ve- 
scovo di Saint Pons, fosse riportata dal registro al datario « ne 
desuper littere apostolice expedirenturn, ma che tuttavia il ve- 
scovo aveva potuto ottenere la bolla, cosa inverisimile, per- 



lA CACCIA I>BI BBKSFIZI 125 



che la bolla, prima d'essere spedita, doveva percorrere una via 
così lunga che un ordine espresso del papa sarebbe giunto a 
fermarla.' La terza boUa di Sisto accenna invece confusamente 
alla conunenda, accordata al Medici prima che al vescovo, e 
poi alla provvisione per costui e alla revocazione. Certo è che 
solo il 1° novembre 1483 Lorenzo informa il cardinale Riario 
che il Balue aveva ottenuto la bolla (M. a. P., LXIII, 146). 

(15) Cf. H. FtìBGEOT, Jean Balice cardinal cfAngers, nella 
Bihl. de Vécóle d. hautes étvdes, Scienc. philol. et Mstor., 106, 
pag. 102 sgg. 

(16) Alle due bolle del medesimo giorno accenna la terza 
bolla di Sisto IV; ma della seconda non discorre il Vespueci 
che il 22 febbraio 1483-84 (M.a.P., XXXIX, 5), consigliando 
di cercar di riavere dal notaio il processo e farvela inserire in 
luogo della prima, sicché paresse che solo in forza di quella 
si fosse preso il possesso. L'oratore informa anche di avere 
fatto levare la supplica di Giovanni dal registro, perchè non si 
riscontrasse che la nuova bolla conteneva clausole che non 
erano nella supplica, e d'avere fatto cassare da tutti i registri 
le boUe dell'avversario. Tanto grande era anche sotto il pa- 
pato di Sisto IV il potere di Lorenzo presso la Corte romana ! 

(17) Cf. M.a.P., LXIII, 66-30o, passim. Rilevo fra l'al- 
tro, un rimprovero fatto, il 2 dicembre 1483, ad Antonio Tor- 
nabuoni di non avere usato in Roma tutta la premura ne- 
cessaria (166). 

(18) Alla spogliazione accennano la citata lettera del Ve- 
spueci, a cui Lorenzo ne aveva dato notizia il 19 febbraio 
(LXIII, 20a),e la terza bolla di Sisto, che è del 29 febbr. 1483-84 
{Reg. Vatic, 677, e. 187 6). È vero che, il 24 luglio 1484, Gio- 
vanni nominava suo vicario nel monastero Elia de Marcabona 
(Bibl. Marueell., Spogli Salvini, A 182) e che nelle boUe di In- 
nocenzo Vin è detto, con la clausola « ut asseris », che il pos- 
sesso èra stato ricuperato; ma, dopo l'elezione di questo papa, 
il Vespueci diceva di dubitar ancora « dd caso di Fontedolce » 
(29 agosto 1484: Fabboni, L.M., II, 258), e la prima boUa di 
Innocenzo discorre delle condizioni del monastero con ima 
frase che lascia sospetti: « cum.... a nonnuUis asseratur monà- 
sterium predictum alias forsan, quam vt prefertur, tunc va^savisse 
et adhuc vacare» {Reg. Vatic., 698, car. 216 6). 

(19) La prima boUa ha la data del 20 settembre 1484 («.xn. 
Kal. octóbris » corretto da un « .x. » precedente), l'altra del 23 
dello stesso mese {Reg. Vatic, 698, car. 215 a sgg.; 700, car. 
Iviiij a sgg.). 

(20) Lorenzo ringrazia il cardinale il 9 luglio 1485 (M. a. F., 
LXni, 48 6). 

I 



126 NOTE AX CAPITOLO II 



(21) n 9 geimaio 1485-86, egli nomina procuratori Ga- 
leazzo e Cosimo Sassetti e vicario generale frate Piero delle 
Spine priore di San Marco (ASF., Atti Chdducci, citati, G. 
849, 1481, car. 164 6; ef. anche M. 396 6, ins. II, n. 91); il 
14 febb. 1486-87, li conferma, aggiungendo Bartolomeo Belliai, 
specialmente per rimuovere dall'ufficio il Marcabona {Atti 
di ser Domenico da Figline, D. 92', 1485-86, car. 1696). Il 24 
settembre e il 25 ottobre 1492 e sulla fine d'aprile del 1493, 
conferisce benefizi o nomina procuratori (Atti Ouiducci, 1490-95, 
car. 60 o, 646, 99 o). 

(22) Sullo scarso profìtto, cf. una lettera di Lorenzo al 
Lanfredini, 3 giugno 1489, e una dì Nofri Tomabuoni a Lo- 
renzo, 12 maggio 1490 (M. a. P., LI, 638; XLII, 7); sul Pey- 
raud vedi una lettera di Lorenzo Spinelli, 22 aprile 1491 
(ivi, XLII, 43) e cf . A. Gottlob, Der Legai Raimund Peraudi, 
in Hise. Jahr., VI, 3, Mùnchen, 1885, p. 446. 

(23) Cf. M. a. P., LXIII, la, 7a-6; le lettere al re sono 
del 13 e 19 giugno, quella a maestro Iacopo del 13. Cf. poi 
PoLiTiANi Op. omn., 106. 

(24) L'arcivescovo, Oliviero de Pennart, morì U 28 gennaio 
1484 (Etjbel, II, 102). Lorenzo scrisse il 5 febbraio ai cardinali 
Riario, Giuliano della Rovere e Hugonet, al conte Girolamo 
e all'oratore Vespucci, il 7 ed il 16 ad Antonio Tomabuoni 
(M. a. P., LXin, 19 6-20 a). 

(25) Lettera del Vespucci, 13 marzo 1483-84, ivi, XXXIX, 
8. H nuovo arcivescovo era Filippo Herbert d'Auèsonville, 
che aveva allora 25 anni. 

(26) A questa « badia nuova di Lione » s'accenna in lettere 
di Lorenzo al Vespucci e al cardinale, 6 ottobre e 3 novembre 
1483 (M. a. P., LXin, 13a, 146). 

(27) Sull'abbazia cf. Gallia Christiana, ed. cit., II, 327 sgg. 
Qui è detto abbate già dal 1465 quel Reginaldo de Chauvigny 
de Blot, che morì, come vedremo, nel 1491: non so quindi 
come nel 1483 si potesse considerare vacante l'abbazia, se 
pure non si voUe ritenere invalida la rinunzia che aveva, fin 
dal 1465, fatta a Reginaldo lo zio Ugo III morto nel 1478. 
Per il reddito e l'importanza dell'abbazia, cf. anche le lettere 
di Piero Alamanni, 13 maggio, e di Lorenzo Spinelli, 14 e 
31 maggio e 8 giugno 1491 (M. a. P., LII, 154; XLII, 64, 
78, 98). 

(28) (M. a. P., LXIIL, 116. 

(29) Vedi le lettere di Carlo Vili in M. a. P., XLV, 84-86, 
e in Lettres de Charles Vili pubi, par P. Pélicieb, I, Paris, 
Renouard, 1898, pp. 269-270, 284-85. Sulle relazioni fra Lo- 
renzo de' Medici e la corte di Francia, durante i primi anni 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 127 



del regno di Carlo Vili cf., oltre al lavoro del Buser, quello, 
più recente, di H. F. Delaboede, L^expédition de Charles Vili 
en Italie, Paris, Didot, 1888, pp. 181-182 190-92, 205. Una 
lettera autografa di Lorenzo assai interessante si trova in 
Marc. Lai., X, 174, car. 192 [141]: Lorenzo supplica il papa 
con grande insistenza di contentare il re per il vescovado 
di Nantes, avvertendo che ne seguirebbe a lui grande « utilità 
et commodità » (9 dicembre 1487; cf. D. Moreni, Lettere di 
Lorenzo il Magnifico, ecc., Firenze, Magheri, 1830, p. 12 sgg.). 

(30) Il 6 dicembre 1486, Lorenzo sollecita Nofri Torna- 
buoni ad intendersi col cardinale di San Giorgio per ottenere 
scomuniche, le quali costringano l'avversario ad un accordo, 
da cui, del resto, non pareva alieno (M. a. P., LXIII, 64 ò): 
il Tornabuoni risponde, l'S, essere necessario aspettare il ri- 
torno del Camerlengo, in cui nome era stata spedita la badia; 
e il 28 promette il monitorio (ivi, LII, 39, 36, 37). Al spiato 
di Casa Dei » accenna una lettera di Lorenzo Spinelli, da 
Lione, 25 marzo 1490-91, nella quale è detto ch'esso era sol- 
lecitato dal Presidente di Toulouse, che, volendo l'abbazia per 
il figliuolo, era disposto ad intendersi con i Medici (XLII, 73). 

(31) Si vedano le molte lettere di Cosimo Sassetti e di 
Lorenzo Spinelli, che sono raccolte specialmente nella f. XLI 
del M. a. P., e si cf. Buseb, 291. sgg. Ma, quando morì, il 
13 setterabre 1488, il cardinale Carlo di Bourbon, l'oratore 
Lanfredini e Nofri Tornabuoni si lagnarono fieramente che, 
per l'avarizia degli agenti medicei di Lione, la notizia fosse 
giunta prima al banco de' Capponi a Roma che a loro, sicché 
tutti i benefizi erano stati distribuiti e Lorenzo aveva perduto 
un'occasione eccellente (vedi le lettere di ser Piero da Bib- 
biena, del Lanfredini e del Tornabuoni a Lorenzo, 16, 20, 
27 settembre 1488: M. a. P., LXI, 237; XL, 418; LII, 70; 
e cf. Buseb, 259). 

(32) Cf. Delabobde, 202-10, 220-24. Il racconto di lui ci 
persuade che Erasmo Brasca fosse mandato in Francia (otto- 
bre 1490) con ben altro scopo che quello di ottenere, com'egli 
crede, nuUa più che l'investitura di Grenova. E non è fuori di 
luogo supporre che Lodovico fosse spinto alla sua funesta 
politica dal fatto che Gian Galeazzo aveva aUa fine, la notte 
dal 25 al 26 d'aprile, consumato il matrimonio (lettera di 
Piero de' Medici, 27 aprOe: M. a. P., XLII, 44). 

(33) Felici osservazioni ha su questo punto il Buser, 263, 
291-93. Cosimo Sassetti scriveva, il 29 maggio 1491, a Lorenzo 
che, se si potesse ottenere dal re certa lettera in materia di 
benefìzi, « la... cosa sarebbe da stimare assaj per V onore et per 
conoscere l'afezione vi porta » (M. a. P., XLII, 75). 



128 NOTE AL CAPITOLO II 



(34) Lorenzo Spinelli a Lorenzo de' Medici, da Lione, 23 
aprile 1490 (M. a. P., XLII, 47): Pierfìlippo Pandolfini al me- 
desimo da Roma, 14 ottobre e 3 novembre 1490 (LIII, 68, 90). 
Lo Spinelli consiglia di chiedere lettere simili anche alla du- 
chessa di Savoia e all'irrequieto suo cognato Filippo di Eresse 
(7 febbraio 1490-91: M. a. P., XLII, 15; cf. Buser, 292). 

(35) Vedi sue lettere a Lorenzo del 17 ottobre (1490?), del 
30 ottobre 1490 e II ottobre 1491 (M. a. P. XLVII, 35 e 36; 
XLV, 87; l'ultima in Pélicieb, HI, 1902, pp. 190-91). 11 30 
gennaio 1490-91, il cancelliere fiorentino otteneva dal papa che 
disponesse di certo vescovado di Francia secondo la volontà 
del re (M. a. P., XCVI, 310; XLI, 469). Cf. poi Bttseb, 293; 
L. Thxtasne, Djem-sultan, Paris, Leroux, 1892; Delabobde, 
201 8gg. 

(36) Lettera; del 14 maggio 1491: M. a. P., XLII, 64. 

(37) Cosimo Sassetti a Lorenzo, 1° gennaio 1490-91; Lo- 
renzo Spinelli, 7 febbraio; Nofri Tornabuoni, 13 febbraio 
(XLII, 1, 15, 17). n Faucon aveva promesso infatti, prima di 
partire da Roma, di adoperarsi presso del re a questo scopo 
(lettera del Pandolfini, 3 novembre, citata): sulla missione di 
lui a Roma, cf. Delabobde, 208 sgg. 

(38) L'arcivescovo di Tolosa era Pietro I du Lyon, ch'è in- 
fatti ricordato fra gli abbati du Pin (Oallia Christiana, II, 
1351); il suo successore nell'arcivescovado fu nominato in 
concistoro il 18 febbraio 1491 (Eubel, II, 277). Il vescovo 
di Chartres, ch'era il vecchio Miles d'Uliérs, non morì per 
allora e solo nel 1492 rinunziò al vescovado (Eubel, II, 133). 

(39) Vedi le lettere dello Spinelli, 7 e 15 febbraio 1490-91 
e una di Nofri del 13: M. a. P. XLII, 15, 18, 17. SuU' abbazia 
cf. Oallia Christiana, II, 1350-52. Le rendite sono indicate 
dalla prima lettera dello Spinelli, ma a Roma, non so perchè, 
erano valutate assai meno: la boUa di commenda le calcola a 
trentatrè fiorini e Nofri Tornabuoni fa rilevare espressamente 
che l'annata dell'abbazia era molto piccola (lettera del 21 feb- 
braio: M. a. P., XXVI, 539). 

(40) Sul concistoro cf. le lettere di Nofri 13, 19 e 21 feb- 
braio (M. a, P., XLn, 17 e 23; XXVT, 539); sulla doppia se- 
gnatura queUe del 25 febbraio e 20 luglio (XLII, 25; XXVI, 
575); sui brevi, una di Nofri del 5 marzo e ima dello Spinelli 
del 19 (XLII, 29 e 105). 

(41) Lettere di Cosimo Sassetti a Lorenzo, 28 febbraio, 
5 e 17 marzo 1490-91, e di Lorenzo Spinelli, 19 marzo: XLII, 
26, 28, 32, 105. La tradxizione di una lettera di Anna di Beau- 
jeu, data a Moulins il 10 marzo, è nella f . XLIII, 85 6. 

(42) Dell'elezione dell'abate du Pin discorrono le citate let- 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 129 



tere del Sassetti; del valore della Prammatica queste e mol- 
t'altre lettere sue, che sono di grande importanza per chi vo- 
glia studiare questa materia beneficiale: vedi specialmente, 
oltre alle citate, XLII, 1, 68-69, 75. 

(43) La bolla fu mandata a Firenze il 29 marzo e arrivò in 
Francia alla fine d'aprile (lettere di ser Piero da Bibbiena, 
3U marzo, e dellc^ Spinelli, 1° maggio: LVI, ol; XLII, 48). 
Sulla datazione cf. la citata lettera di Nofri, del 5 marzo, e 
sul placuit del re una del Sassetti, da Tours, 21 maggio 
(XLII, 68-69). 

(44) La procura, fatta da Andrea Cambini, in nome di 
Giovanni, allo Spinelli, a Cosimo e Francesco Sassetti, è del 
23 marzo 1490-91 (ASF., Atti Ouiducci cit., car. 1 6); lo 
stesso Cambini prestò il 2 aprile giiu-amento per il nuovo abbate 
innanzi a Ranieri Guicciardini, arcidiacono di Firenze (ivi, 2 6). 

(45) Lettere del Sassetti e dello Spinelli, 21 e 24 maggio 
1491 (XLII, 68-70). In ima lettera senza data, che giunse a 
Firenze il 2 giugno, il Sassetti accenna alla lite, che si voleva 
muovere in Parlamento all'eletto, per indurlo più facilmente 
all'accordo (XLII, 180; cf. 105); ma confesso di non averae 
altra notizia. Il 20 luglio, il Tomabuoni si naostra tutt'altro 
che certo che Giovanni riesca ad avere la possessione (XXVI, 
575) e, poiché sappiamo che già nel 1492 era abbate Jean de 
Marciron {Gali, christ., 1. e), è da ritenere che non l'abbia 
ottenuta mai. 

(46) Piero AJamanni da Roma, 13-14 maggio 1491, e Lo- 
renzo Spinelli da Lione, 14: M. a. P., LII, 154; XLII, 64. 
Sulla morte dell'abbate cf. Oall. ckrist., II, 347. 

(47) Alamanni, 13-14 e 17 maggio 1491: M. a P., LII, 154 e 
156. La conmaenda dell'abbazia concessa motu proprio dal 
papa al Medici, è registrata nel Liber provisionum contem- 
poraneo (AV., Ada Gamerar., 1, fol. 15 6). 

(48) Cosimo Sassetti a Lorenzo Spinelli e a Lorenzo de' 
Medici, da Tours, 21 maggio 1491, e Lorenzo Spinelli al Me- 
dici da Lione, 22 maggio (M. a. P., XLII, 67, 68-69, 70). Il 
25 maggio il vescovo di Nantes presentò al papa lettere del re, 
che domandavano l'esecuzione dei brevi di riserva per il pro- 
tonotario (Alamanni, 25 maggio, con la copia dei brevi: LII, 
158 e 159); in ma' altra lettera assai risentita, Carlo Vili scri- 
veva di non aver costume di vedere il papa disporre, senza la 
volontà regia, di tali abbazie e minacciava « di molto grandi 
consequentie » (la copia è allegata a ima dell'Alamanni del 
17 giugno: LII, 172 è 173). 

(49) Spinelli, 22 maggio, citata; Sassetti, da Tours, 29 
maggio; Spinelli, 31 maggio, 8 e 12 giugno (XLII, 75, 78, 98, 

9. — PicoTTi, Leone X, 



130 . NOTE AL CAPITOLO II 



62; il 12 maggio, nell'ultima lettera, è per errore: essa giunse 
infatti a Firenze il 16 giugno). Sul Senecterre, ef. Qallia 
christ., 1. e. 

(50) Dell'accordo, per il quale Giovanni aveva fatto procura 
al Sassetti e allo Spinelli il 3 giugno (ASF., Atti di ser Carlo 
da Vecchiano, C. 162, 1492, car. 33 a), dà notizia lo Spinelli 
il 15 (CXXIV, 95). Il 21 giugno il Medici nomina procura- 
tori par la rinunzia in mano del papa e l'accettazione dei 
compensi {Atti Guiducci, 1. e, 6 6): l'S luglio il papa accétta 
la rinunzia e provvede all'abbazia « de persona reverendi patris 
domini Jacobi» (AV., 1. e, 16 a). 

(51) Dell'esitazione, che s'aveva a Firenze, sono prova le 
lettere dello Spinelli e del Sassetti, che esortavano a proseguire 
l'accordo senza badare né alle parole del protonotario né alle 
lettere regie (19 e 27 giugno: XLII, 103 e 107); quanto al 
papa, cf. lettere di Nofri Tomabuoni, 16 e 18 luglio (XXVI, 
573 e 574). 

(52) Di un priorato, poi abbazìa di Santa Genmaa, che, per 
la mancanza di religiose, era stato nel 1448 imito con l'abbazia 
di Coulcmbe si parla in Qallia christ.. Vili, Parigi, 1744, 
p. 1211, ma non mi pare certo che siatutt'uno col priorato di 
cui si discorre qui. Il quale fu conferito a Giovanni « qui, ut 
asseris, in decimooctavo ttie etatis anno constitutus existis » con 
boUa del 27 giugno 1491 (AV., Eeg. Later., 907, car. 160 a 
sgg.): Nofri l'ebbe il 16 luglio e la mandò a Firenze il 18 
(lett. cit.)- Atti di collazione di benefizi e di procura fvirono 
compiuti da Giovanni, come priore, il 24 settembre e 25 ot- 
tobre 1492 e in un giorno fra il 26 aprile e il 2 maggio 1493 
{Atti Quidticci, 59 a, 64 b, 99 a). 

(53) S'era sperato di avere per lui anche il vescovado di 
Angers, o altro benefizio vacante per la morte del cardinale 
Balue (5 ottobre 1491); ma ogni premura fu vana (Spinelli, 
8 giugno; Sassetti, 29 ottobre 1491: M. a. P., XLII, 98, 165). 

(54) Giovanni Lanfredini a Lorenzo, 19 luglio 1489; Piero 
Alamanni a Lorenzo, 9 e 11 aprile 1491: M. a. P., LVIII, 
139-40; LII, 138-139. Anche Paolo Cortesi dice che ài servitori 
de' cardinali devono esser dati buoni vescovadi e lamenta che, 
non arrivando parecchi cardinali a dodicimila ducati d'en- 
trata, « necesse est vi ad omnia minima pagana sacello senatoria 
verricula iactent ! » {De cardinalaiu, LVIII a, XXXXIII b, 
XXXXV6, XXXXVIIa). Quanto alle rendite di Giovanni, 
credo che il papa non esagerasse: nel 1501 erano calcolate a 
seimila ducati (Btjbckard Liber, ed. Gelani, II, 226): ed egli 
non aveva da Alessandro VI avuto quasi nulla e aveva per- 
duto invece gran parte dei frutti de' benefìzi fiorentini. 



J^A CACCIA DEI BENEFIZI 131 



(56) « .... da che la badia (di Miramondo) /« mia » (Lorenzo 
al Lanfredini, 11 dicembre 1487: M. a. P., LVII, 165). 

(56) Nell'archivio papale sono registrate parecchie di 
quelle concessioni, ch'erano dette allora « Si in evidenti », le 
quali danno facoltà a monasteri toscani di vendere o dare 
in enfiteusi beni loro al Medici, sempre, si capisce, con evi- 
dente profitto del venditore (cf. per esempio, una dell' 8 set- 
tembre 1491: Eeg. Vat., 688, car. 138 a). 

(57) Notò il Guicciardini {Storia fiorentina, 87-88) che Lo- 
renzo si diede a fare « una entrata di possessioni » e lo at- 
tribuì al fatto « che lui non si intendeva della mercatura e non vi 
hadavaii. Ma, se io non erro, l'abilità del magnifico anche 
in tale campo fu notevole (cf. O. Meltzing, Das Banhhaus 
der Medici und seine Vorldufer, Jena, Fischer, 1906, p. 124 
sgg.). Le mutate condizioni del regno di Francia e di quel 
d'Inghilterra, che, rinsaldata l'unità politica, tendevano al- 
l'indipendenza economica, la vicina, prevedibile, calata fran- 
cese in Italia, la potenza e l'orgoglio crescente degli Osmanì 
erano tali fatti che, prima ancora dei grandi viaggi di sco- 
perta, mettevano in pericolo la fortuna non de' Medici sol- 
tanto, ma di tutti i mercanti italiani. 

(58) La frase, che si riferisce alla cupidigia di Rinaldo Or- 
sini, il quale, oltre alla sede di Firenze, voleva quella di Spo- 
leto o di Nami o di Perugia, è nella lettera del 19 luglio 1489, 
citata di sopra. 

(59) Fu nel 1483; cf. Mittabelm-Costadoni, Annales Ca- 
maldulenses, VII, 318, 

(60) L'originale in pergamena, con la data del 25 febbraio 
1490 (stile fiorentino), è in ASV., Bolle ed atti della Curia 
romana, Oollez. Podocataro, busta 4, n. 16. Si veda anche la 
lettera scritta il giorno seguente dalla Signoria a Piero Ala- 
manni in A. M. Bandiot, Gollectio veterum aliqnot m,onimen- 
torum, etc, Arezzo, Bellotti, 1752, p. 15. 

(61) Su quest'affare vi sono in ASF. molti documenti, 
che sarebbe qui imitile citare: si vedano, tra i più rilevanti 
per il mio proposito, le istruzioni della Signorìa a Filippo Va- 
lori, oratore a Roma, 24 luglio e 4 agosto 1492: Signori, 
Legdz. e Gommiss., Elez. istr. leti., 22, car. 33 a-b. 

(62) Lettera degli Otto a Filippo Valori, 5 giugno 1492 
{Dieci di balia, L. e C, Miss., 11, 576 -58 &) e istruzioni agli 
oratori a Roma, 5 novembre {Sign., L. e C, Elez. istr. leti., 
21, car. 106 a). 

(63) Si vedano, fra inolt'altre, le lettere di Alessandro Far- 
nese a Piero de'Medici, 29 agosto 1493 (M. a. P., CXXXVII, 
551) e di Antonio da Colle, cancelliere fiorentino, da Roma, 



132 NOTE AL CAPITOLO li 



30 agosto, 21 settembre, 19 dicembre 1493, 7 gemiaio 1494 
(XIV, 372; LV, 106-7, 178-79, 196-97). In questo caso però en- 
trava anche assai la volontà del cardinale de' Medici e di 
Piero, perchè quegli voleva i benefizi del Dondoli, ch'era stato 
pievano di Sant'Andrea e canonico della cattedrale di Pistoia, 
per un Antonio Dondoli, suo familiare carissimo (lettera a 
Piero, 27 luglio 1493: LXVI, 233; qui in App. I, n. 45), e 
Piero ne aveva scritto già ad Angelo Farnese e ad Antonio 
da CoUe (24 agosto: LXIV, 64 6). 

(64) Il canonicato era vacante per la morte di Averardo di 
Giuliano di Giovenco de' Medici. L'atto di collazione, nel quale 
sono ricordati molti personaggi ignoti alle tavole del Litta, è, 
con la data del 17 ottobre del 1483, neU'Arch. Arciv. di Firenze , 
Straordinaria di ser Domenico da Figline, 1482-89, filza VI, 
ear. 181 a-182 a). Pure il 17 ratificano la collazione altri della 
famiglia, ma solo il 5 novembre — non saprei se il ritardo 
avesse qualche significato — ì figliuoli di Pierfrancesco. Lo 
stesso giorno, il nuovo canonico è presentato dal procuratore 
dei patroni al vicario arcivescovile Bartolomeo Aliprandi da 
Novara, il quale cita gli eventuali oppositori e 1*8 «in contu- 
macia citatorumyy lo conferma (ivi, 182 6). 

(65) Arch. suddetto. Lib "I di coli, di ser Gabriele da Va- 
conda, 1482-84, car. 60 6; cf. anche il volume Città, Campione 
vecchio, n. 1, càr. 7. Non ho però trovato memoria del ricevi- 
mento del nuovo canonico nel Capitolo, alle cui riunioni egli 
non assistette mai (cf. Arch. Capit. di Firenze, Partiti, 1467- 
1504, B. 5). 

(66) Nel libro 2° delle collazioni del Vaconda (Arch. arciv. >, 
di Firenze), car. 83 6, v'è, con la data del 19 marzo 1486-87, il 
principio di un atto, per il quale, essendo vacante un canoni- 
cato per rinunzia di Giovanni de' Medici, il vicario arcive- 
scovile Domenico Mangoneschi... e null'altro. Giustamente 
il Salvini ritenne che questo atto dovesse contenere la colla- 
zione al Ficino (S^ofirK neUa MaruceU. A. 144; A. 182, fase. 2), 
il quale infatti ringrazia, quel giorno stesso, il donatore, fir- 
mandosi « Marsilius Ficinus canonicus Medicea n (Laurenz., 
PI. LXXXX sup. 43, car. 368 a; Della Torbe, op. cit., 
p. 620, n. 1; cf. anche FiciNi Opera, 1, 930-31). 

(67) Gli è conferito il canonicato, il 27 maggio 1492, dal no- 
taio ser Domenico di ser Giovanni Guiducci, come esecutore 
della riserva papale del 1° di questo mese. Il 3 giugno, il Capi- 
tolo riceve Giovanni, nella persona de' suoi procuratori, gli 
assegna lo stallo e gli concede la dispensa, sicché egli possa 
percepire le distribuzioni quotidiane, senza assistere agli uffizi, 
né risedere a Firenze {ASiF., Atti Ouiditcci, 1. e, 39 6, 41 6). 



LA. CACCIà. DEI BENEFIZI 133 



(68) L'avevano chiesto per lui, il 31 maggio 1492, France- 
schetto Cibo e Maddalena de' Medici (M. a. P., XIV, 284; Del 
Lungo, Florentia, 441-43; cf. anche Volpi, 1. e, 234); e d'a- 
verglielo concesso il Poliziano fa gran lode a Piero de' Medici 
{Op. omn., 144-45). Il 14 giugno, Matteo paga l'annata per il 
canonicato, conunendatogli dal papa con bolla del 9 (ASR., 
Annate, reg. 1451, cart. 170 a). 

(69) n 7 maggio 1506, dopo la morte di Pandolfo Lima 
(Marucell., Spogli Salvini, A. 182, fase. 43). 

(70) Il 6 ottobre 1484, Lorenzo raccomanda al Vespucci di 
far concedere la chiesa di Santo Stefano in Pane al Miche - 
lezzi o, se può ottenerla, a Giovanni: e forse per questo 
chiede poi, scrìvendo, il 21 novembre 1488, al cardinale di 
Napoli e al Lanf redini anche la badia di Santa Trinità 
(M. a. P., LXin, 38 a, 87 a). 

(71) Cf. G. Vasari, Ragionamenti, giorn. Il, rag. Il, nelle 
Opere, t. Vili, Firenze, Sansoni, 1882, pp. 105-106; G. Richa, 
Notizie isteriche delle chiese fiorentine, t. IV, Firenze, Viviani, 
1756, p. 1 sgg. Sul luogo, dove sorgevano la chiesa e il con- 
vento, fu eretta nel 1534 la Fortezza. 

(72) L'unione della precettoria con l'abbazia secondo la 
bolla del 3 luglio 1490 era stata concessa dà Giovanni XXII 
per supplire alle rendite troppo scarse della mensa abbaziale; 
ma l'abbate, continua la boUa ch'è però qui testimone sospet- 
to, ne dava in locazione annua il frutto a imo de' suoi cano- 
nici, il quale attendeva ad altre precettorie e trascurava questa. 
Dei patti per lo smembramento, che la boUa, mutate le cir- 
costanze, riferisce in modo un po' diverso, informano lettere 
diNofri Tomabuoni, del 7 e 12 maggio, e di Pierfilippo Pandol- 
fini, del 19 ottobre e 15 novembre 1490 (M. a. P., XXVI, 549; 
XLH, 7; XLI, 555, 563). 

(73) L'abbate Antonio de Brion mori il 27 giugno 1490 
(cf. Celani, nelle note al Burckard, I, 324, n. 4, dove leggerai 
però « Brionense »). La provvisione dell'abbazia in favore di 
Pietro de Area è registrata negli Atti concistoriali il 23 luglio 
(AV., Acta Cainer., 1, fol. 1 a); ma, da una lettera di Nofri 
del 26, sappiamo ch'era stata realmente in questo giorno, nel 
quale fu pure concessa la precettoria a Giovanni, sebbene più 
tardi, quando la supplica di questo fu mandata al registro, 
il datario compiacente le assegnasse la data del 3 luglio. 
Sulle pratiche e gli accordi col papa, col Baine e col prociira- 
tore Guglielmo «. Bastonato » (Bàtonné) cf . le lettere di Nofri, 
17, 22, 26 luglio 1490, 15 gennaio 1490-91, e del Pandolfìni, 
25 luglio 1490 (XLII, 117, 120, 122, 9; LHI, 95). 

(74) Lettera del Pandolfìni, 19 ottobre 1490, citata. Da 



134 NOTE AL CAPITOLO U 



questa lettera e da quella di Nofrì del 12 maggio apprendiamo 
anche un particolare non edificante: de' dodicimila ducati, 
quattromila dovevano essere lasciati al banco mediceo per 
pagare certi debiti di Franceschetto Cibo con quel suo tristis- 
simo « Tottavilla ». 

(75) La nomina del Rupemora (sul quale cf. P. Egidi, 
Necrologi e libri affini della provincia romana, II, nelle Fonti 
per la storia d'Italia, Roma, tip. del Senato, 1914, p. 241; 
Celani, 1. e.) fu il 5 novembre 1490 (AV., 1. e.,' 12 a); ma 
l'unione con Montemaggiore fu deliberata in concistoro il 
4 novembre 1493, dopo la morte di lui (ivi, 36 a). 

(76) Cf . la lettera di Giovanni a Piero de' Medici, 30 agosto 
1492 (M. a. P., LVI, 219; qui in App. I, n. 21). 

(77) La boUa, con la data del 3 luglio 1490, si legge nel 
Reg. Vatic, 754, car. 190 a sgg., ed è anche trascritta fra gh 
atti di ser Domenico da Figline (ASF., D. 94, 1491, car. 67 a 
sgg.). Il «/e», che si legge nel margine di quel volume del- 
l'archivio papale, indica il mese in cui la supplica fu portata 
al registro: sappiamo infatti che il 30 gennaio 1490-91 il papa 
ordinò al Datario di mandarvela e che nel febbraio si ebbero 
le boUe (Antonio da CoUe al Pandolfini, 30 gennaio 1490-91; 
Alamanni a Lorenzo, 30 gennaio e 5 febbraio; Nofri Torna- 
buoni a Lorenzo, 19 febbraio: M, a. P., XCVI, 310; XLI, 469, 
472; XLII, 23). 

(78) Fu segnata dal papa, dopo molte difficoltà, U 28 a- 
prile 1491 (Nofri, 19 febbraio, citata; Alamanni, 19 e 28 
aprile; Nofri 28 aprile e 6 maggio: LII, 142, 146; XLII, 
46, 53). 

(79) Alamanni, 1° e 24 marzo 1490-91: LII, 126 e 131. 

(80) Su queste insistenze del re e del papa, perchè Lorenzo, 
ch'era giunto fin ad impacciare la spedizione delle bolle 
per l'abbate, desistesse dal molestare la religione di Sant'An- 
tonio, cf ., oltre alla lettere citate nella nota precedente, quelle 
dell'Alamanni del 10 e 12 maggio, e dello SpiaeUi, 15 gennaio 
1490-91 e 1° maggio 1491 (LH, 151, 162; XLII, 4 e 48). Lo- 
renzo nella sua lettera al re accenna a due, che aveva ricevute 
da lui. Sul possesso non ho trovato alcun documento; ma ne 
è prova il ricordo, ch'è nell'atto del 1° novembre 1491, di spese 
fatte da Giovanni nell'edifizio. 

(81) La minuta in elegante latino è, con la data del 16 mag- 
gio 1491, in M. a. P., XLIH, 136. 

(82) Già dal 14 maggio 1491, lo Spinelli avvertiva Lorenzo 
che l'abbate saxebbe fra gli ambasciatori, che Carlo VIII 
mandava al pontefice per la conclusione di tm nuovo concor- 
dato, e, forse, per saggiarne le disposizioni quanto all'affare 



LA CACCIA DifiI BENEFIZI 135 



di Napoli (M. a. P,, XLII, 64). Ma la commissione non fu data 
agli oratori che il 16 settembre e appena l'il noverabre essi 
entrarono in Ronaa (Btjeckardi Liber, I, 324). L'abbate era 
ancora in Roma il 30 agosto 1492 (lettera di Giovanni, ci- 
tata), il 26 marzo 1493 ripassò per Firenze, il 21 ottobre morì 
a Tours. 

(83) ASF., Atti di ser Domenico da Figline, D. 94, 1492- 
93 a, car. 11 a-b. 

(84) Giovanni de' Medici, già dal 1° nov. 1491, aveva nomi- 
nato procuratori per far confermare dal papa l'accordo (Arch. 
arciv. di Firenze, Straordin. 1482-1509, ser Giovanni Guiducci 
e ser Domenico figlio, car. 16 a). In una nota del Liber Vili 
obligationum annatarum, Innocentii Vili (A SE,., Annate, 
reg. 1451, car. 120 a, al 21 marzo 1492) trovo ricordate una 
boUa di questa papa del 19 febbraio 1492, che stabiliva la riu- 
nione della precettoria all'abbazia, alla morte o alla rinunzia 
del cardinale de' Medici, tma bolla di Alessandro VI, 25 set- 
tembre 1492, la quale confermava l'accordo fra il cardinale e 
l'abbate e finalmente una terza bolla, spedita l'Il marzo 1498. 

(85) ASF., Atti di ser Domenico da Figline, citati, 
car. 12 a. Restando fermo l'accordo precedente, il cardinale 
de' Medici si obbliga a pagare dugento ducati larghi all'anno, 
a sostenere i restauri, a sodisfare le imposte, a lasciare al- 
l'abbate, oltre- alle limosine, la pensione che dà la casa di 
Pescia e la somma « qtae occasione porcorum datur annis sin- 
gvlis per dominos Gommunitatis fiorentine »; sono fissate con 
precisione le stanze per l'abitazione dei frati, che hanno pure 
il diritto di usare degli orti della casa; sono riservati all'ab- 
bate tutti i crediti da esigere, a partire dal 1490, stile fioren- 
tino. L'obbligazione è firmata il 26 marzo 1493 dall'abbate e 
da Andrea Cambini, procuratore del cardinale, e confermata 
da questo il 31. 

(86) Atti del 9 e 22 maggio, nel protocollo citato dell' Arch, 
arcivescov. di Firenze (s. num. di pagine). 

(87) Cf. la lettera dell'Alamanni, 1° marzo 1490-91: M. 
a. P., Ln, 126. 

(88) Si veda la caijta corografica annessa al presente 
lavoro. 

(89) L'annata è soddisfatta da Giovanni il 12 giugno 1484, 
dal Michelozzi il 4 novembre 1487 (ASR., Annate, reg. 1446, 
car. 128 b; 1449, car. 34 b). Le rendite sono computate a non 
oltre centoquaranta fiorini. 

(90) Il 16 luglio 1490, Innocenzo Vili concede a Giovanni, 
come rettore di questa cliiesa, la quale era di giuspatronato 
dei parrocchiani e rendeva da novantasei fiorini, la facoltà 



136 NOTE AL capìtolo li 



di erigere due cappellanie, delle quali il Medici si riserva di 
nominare i titolari (AV., Reg. Lateran. 892, car. 260 6 sgg.). 
Il 17 novembre 1490 Andrea Cambiai, come procuratore di 
Giovanni, rinunzia a quella parrocchia innanzi al vicario 
arcivescovile Filippo Alamanni (Arch. arciv. di Firenze, Lib. 
3 di collaz. di ser Gabriele da Vaconda, car. 30 6). 

(91) Il 3 settembre 1488, Lorenzo scrive all'oratore Lanfre- 
dini d'interrompere le pratiche dell'abbate Battista Panciati- 
chi, il quale voleva rinunziare alla badia in favore d'iui nipote 
(M. a. P., LIX, 228). Il 14 maggio dell'anno seguente, saputa 
la grave naalattia del Panciatichi, ordina al Lanfredini di chie- 
derla per Giovanni e, avuta poi certezza della morte, rinnova 
le insistenze (LI, 618, 616); alla prima lettera era aggiimta 
una memoria sulle condizioni del monastero, dalla quale sap- 
piamo ch'esso era gravato da una pensione annua di sessanta 
ducati in favore del cardinale Giulisino della Rovere, che la 
faceva distribuire in elemosine alle Miirate (LI, 566). H cardi- 
nale poi, forse per una riseirva, aveva diritto di disporne come 
volesse; ma Lorenzo sperava ch'ei gliene fosse liberale. Il Lan- 
fredini avviò infatti trattative con lui; ma ignoro con quale 
esito (lettere di Lorenzo, 16 maggio e 3 giugno 1489: LI, 
619 e 638). Sull'abbazia, cf. F. SoIìDAjsti, Historia monasterii. 
S. Michaelis de Passiniano, t. I, Lucca, Marescandoli, 1741, 
pp. 264-65; J. Lami, Sanctae Ecclesiae Florentinae monu- 
menta, t. Il, Firenze, SS. Annunziata, 1758, pp. 751 e 1106. 

(92) Lanfredini a Lorenzo, 3 novembre 1489 (M. a P., 
LVin, 190-91); cf. anche la lettera del Poliziano, del 5 giu- 
gno 1490 {Prose... e poesie, lett. XXVIII, pp. 76-78). 

(93) Sull'occupazione dell'abbazia, donde quaranta armati 
per ordine dei magistrati aretini, che ne avevano comando da 
Firenze, cacciarono l'abate Pietro Candido da Portico, cf. Mit- 
tabelm-Costadoni, vii, 318. Giovanni l'aveva avuta in 
commenda da Sisto IV; e l'atto si dovrebbe leggere nel Reg. 
Laier. XII, a. XII di Sisto, a car. 305 (cf. AV., Indice 335, 
car. 8 6); ma questo registro oggi non si trova più. Il 20 ottobre 
1483, il vescovo Becchi scrive a Niccolò Michelozzi: « La badia 
suggellata tvito, aspecta le bolli di messer Giovanni et suo factore 
con summo gaudio di tuttoquesto popolo^ (M. a. P.,XCVIII, 298); 
il 17 novembre Lorenzo scrive al vicario di Arezzo che ordini 
a un tale ser Antonio di rinunziare a Giovanni una cappella 
dell'abbazia (LXIII, 15 6). La restituzione, che il Dolfin attri- 
buiva al nuovo prióre degli Angeli, fu promessa a quello da 
Lorenzo il 16 marzo 1487 (Delphxni Epist., ed. 1524, lib. I, 
nn. 58, 59; cf. Maetène-Duband, III, 1148-49; Mittabelli- 
COSTADOJNI, VII, 328). 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 137 



(94) Cf. MiTTAEELLi-CosTADONi, VII, 323; A. Cingi, La 
badia dei Camaldolesi, nel volume Dall'archivio di Volterra: me- 
morie e documenti, Volterra, tip. Volterrana, 1885, spec. p. 8; 
L. CoNSORTiNi, La badia dei JSS. Giusto e Clemente presso Vol- 
terra, Lucca, tip; S. Paolino, 1915; R. Gioia, Reliquie d'arte 
nella badia ecc., nella Biv. Stor. benedettina, a. XI, fase. 
XLVIII, 31 luglio 1916, p. 48 sgg.). Il Buonvicini nomina, il 
10 giugno 1485, procuratori per rinunziare l'abbazia nelle mani 
del papa (ASF., Atti Qrazzini, 1. e, 242 a, il quale certo la 
commendò allora, o poco dopo, a Giovanni, sebbene il Consor- 
tini, appoggiandosi ad un catalogo del secolo XVIII, ponga 
la rinunzia del Buonvicini al 1488 (pp. 24 e 64) e l'Eubel (II, 
22, n. 2) non ricordi la commenda che il 25 maggio 1489. Ne 
sono prova due lettere assai interessanti di Alessandro Cor- 
tesi a ser Ceccone di ser Barone, ima scritta, il 17 marzo, l'altra 
ricevuta il 20 aprile 1487. H Cortesi, incarcerato già da Sisto IV 
come partigiano di Lorenzo e complice di un supposto atten- 
tante contro Girolamo Iliario, aveva poi in compenso avuto 
da quel papa riserva dell'abbazia; ma non l'avea voluta con- 
trastare a Giovanni. Quando però questi ebbe Montecassiuo, 
egli, sebbene non osasse domandarla apertamente, sperò che 
Lorenzo, causa inconsapevole del pericolo suo e del premio, 
non gli togliesse consapevolmente quello che in grazia di \và 
egli aveva ottenuto (ASF., Lettere private del secolo XV, ci- 
tate, 362 a; F. Pintor, Da lettere inedite di due fratelli uma- 
nisti, Perugia, Un. tip. coop., 1907, Nozze Savi Lopez-Proto di 
Albaneta, pp. 19-20). Ma Giovanni tenne l'abbazia, della 
quale creò, il 6 luglio 1489, procuratore il Buonvicini (ASF., 
Atti Quiducci, 1485-90, car. 119 &) e la rinunziò solamente 
nel 1505. 

(95) Sull'abbazia vedi, oltre al citato lavoro del Soldani e 
U Repetti, i cenni di D. G. Foknaoiai, La Badia di Passi- 
gnano, Firenze, tip. Domenicana, 1903, e per l'antica sua 
storia cf. anche R. Davidsohn, Oeschichte von Florenz, I, Ber- 
lin, Mittler, 1896, passim. Sul Cenacolo, che fu dipinto nel 
1476, vedi qui App. Il, doc. XXXVI). 

(96) La bolla di riserva non v'è nei registri papali; la ricor- 
dano però il breve del 10 gennaio e l'atto notarile del 2 marzo' 
1485, il quale parla anche del processo compiuto il 6 d'agosto 
da un Giovanni Battista da Modena canonico, esecutore apo- 
stolico, n 6 di ottobre, Lorenzo manda all'oratore Vespucci una 
lettera della Signoria al nuovo papa Innocenzo Vili e una 
di credenza in lui per il fatto di Passignano (M. a. P., LXIII, 
38 a); il 10 gennaio 1485 Innocenzo conferma la riserva per 
la cessione o la morte dell'abbate (la minuta, scritta dal segre- 



138 NOTE AL CAPITOLO II 



tario papale Leonardo Grifo, è in ASV., R<icc. Podocataro, 
busta 2, n. 374). 

(97) Sulla rinunzia dell'abbate Isidero, cf. il catalogo degli 
abbati compilato sulla fine del sec. XVI da Cesare Mainardi, 
nel libro F delle Ricordanze di Passignano [ASF., Conventi, 
n. 179, voi. 56, car. 287 6); il Salaini scrive che quel convento, 
con molt'altri, fu dall'abbate di VaUombrosa unito nel 1485 
con la Congregazione vallombrosana [Ghronicon Passinia- 
nense, BNF., Conventi, B. 5. 1500, car. 9 a); ma, almeno 
quanto a Passignano, la unione non ebbe effetto. 

(98) M. a. P., LXni, 1 a, 45 a. 

(99) Arch. arciv. di Firenze, Straord. 1482-1509, ser Gio. 
Gruidticci e ser Domenico figlio, senza numer. ; cf . anche M. a. P. , 
LXni, la. 

(100) Cf. le lettere del Vespucci e di Giovanni Tornabuoni 
da Roma, 11, 12, 13 marzo 1484-85: M. a. P.. XXXIX, 113, 
115, 117, 118. Lorenzo che, apptmto per questo fatto, accre- 
ditò presso la corte di Roma Francesco Gaddi, scusava e fa- 
ceva scusare dalla Signoria il suo contegno (6, 7, 16 marzo 
1484-85: LXIII, 45 a). L'episodio è descritto con molta vivezza 
dal Mainardi, il quale dice che furono tremila gli assalitori, e 
ricorda come l'abbate, vecchio venerando, fu costretto ad an- 
darsene solo, a piedi, seminudo fino a Firenze. Quest'abbate 
era mi Ricciardo di Antonio degli Alberti, eletto dai monaci, 
che il Mainardi considera in carica fino al 1487, cioè fin 
quando si ebbero le bolle per Giovanni: un catalogo dato dal 
Salaini però (1. e, 254 a) non ricorda né lui né il Medici. 

(101) Oltre alle lettere citate nella riota precedente, vedi 
quelle del Vespucci del 3 e 7 marzo 1484-85 (XXXIX, 106, 
111). L'impressione, cagionata da quella violenza, durò assai: 
Giovanni Lorenzi scrive al cardinale Barbo che nel conci- 
storo del mercoledì 3 agosto 1485 era stata ammessa la rinun- 
zia di un'abbazia camaldolese nella diocesi di Firenze o di 
Fiesole in favore di Carlo de' Medici, che si riteneva dovesse 
poi cederla a Giovanni « quod in presenti' dilatwm est et propter 
etatem piceri et propter negocium monasterii Vallisumbrose occu- 
pati i> (ras. Vatic. Lat., 5641, car. 50 a; la lettera non ha che la 
data del giorno 9, il mese e l'anno si rilevano dall'accenno al- 
l'invio allora avvenuto di Zaccaria Barbaro e Bernardo Bembo 
come oratori a Milano; cf. ASV., Sen. Secr., XXXII, car. 162 a). 

(102) Lorenzo insisteva nel raccomandare al papa, al Ca- 
rafa, al della Rovere la causa del figliuolo, ch'era difesa dal vé- 
scovo di Arezzo e dall'arcivescovo Niccolini (5 e 10 giugno, 
16 luglio, 5 agosto 1485, 20 gennaio 1486-87 ecc.: M. a. P., 
LXIII, 466, 49a, 50a, 66 a); e il 16 febbraio 1486-87 Nofri gli 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 139 



scriveva che il protettore non s'opponeva più (LII, 30). Tut- 
tavia la spedizione della boUa, per la quale s'era ordinata la 
spesa fin dal 5 agosto 1485 (LXIII, 50 a), incontrava molte 
difficoltà ancora nel luglio 1487, perchè la bolla s'era trovata 
nei registri, ma non un certo breve, ch'è probabilmente quello 
del 10 gennaio 1485 (lettere di Lorenzo al Lanfredini e di que- 
sto a lui, 14 e 18 luglio: LVII, 62,-XL, 91); e appena il 31 d'ago- 
sto Lorenzo se ne poteva rallegrare (LVII, 100). 

(103) Di quest'accordo Lorenzo dà notizia all'arcivescovo 
Niccolini il 20 gennaio 1486-87, chiedendo che sia confermato 
a con securtà di M. Giovanni et scarico di conscientia et con V altre 
cautioni consuete in Corte » (LXIII, 66 a); e l'arcivescovo an- 
nunzia il 16 febbraio a Nofri il prossimo invio dei brevi di con- 
ferma (LII, 30). L'accenno allo « scarico di conscientia » fa pen- 
sare che Lorenzo si tenesse per iscomtmicato a cagione delle 
violenze al luogo e a persone sacre. E anche pare che l'abbazia 
fosse interdetta; infatti Lorenzo chiede, fin dal 10 giugno 1485, 
xm breve papale, perchè i monaci di Passignano possano ser- 
vire al culto divino e siano vaUombrosani (LXIII, 46 6). 

(104) Giovanni de' Medici, come abbate di Passignano, 
conferisce il. 28 giugno 1493 la prioria di San Bartolomeo di 
Scampato in diocesi di Fiesole (ASF., Atti Guidtuici, 1. e, 
1490-95, 110 6). Ma il cardinale di Napoli si doleva ch'egli l'a- 
vesse tolta al priore, il quale l'aveva rinunziata a un nipote del 
Caxafa, e asseriva che da cento anni l'abbate non ne soleva 
disporre (ser Stefano da Castrocaro a Bernardo da Bibbiena, 
da Passignano, 26 giugno 1493, con una polizza di Filippo 
Valori per il cardinale de' Medici: GXXIV, 352, 354). Nelle 
pergamene di Passignano, conservate nell'Archivio di Stato 
di Firenze, non v'è nuUa sul governo del Medici. 

(105) Mainabdi, 1. e. 

(106) Lettere di ser Piero al Lanfredini, 16, 17, 18, 22 set- 
tembre (LIX, 236-39, 243, 245); v'è aggiunto (LIX, 244) un 
consiglio di Agnolo Niccolini svila via più sicura per ottenere 
il monastero. Il nome dell'abbate Ugolini non ricorre nel ca- 
talogo, assai difettoso, conservato nell'Archivio parrocchiale 
di Coltibuono e pubblicato da D. Papi, Il beato Benedetto 
Rieasoli, Siena, S. Bernardino, 1918, p. 152, n. 29, dove si 
attribuisce all'abbate Paolo da Montemignaio un governo in- 
verisimilmente lungo, di cinquantasette anni (cf. p. 111). 

(107) Nel citato Chronicon Passinianense del Salaini vi sono 
a car. 232 sgg., notizie svdla badia tratte da antiche scritture 
dell'archivio abbaziale : rilevo dà tma nota dell'entrate (240 a) 
ch'essa raccolse nel 1490 stala 2986 di grano, barili 368 di vino 
e 40 di olio; nel 1491 staia 2986 e barili di vino 424; nel 1492 



140 NOTE AI. CAPITOLO II 



rispettivamente, 2534 e 323; nel 1493 staia di grano 2529; nel 
1494 staia 2500; nel 1495 staia 2128. Vedi poi per altre notizie 
F. SoLDANi, Lettera decima... sopra la fondazione de' mona- 
steri di San Lorenzo a Goltibuono e di S. Maria a Cavriglia, 
Firenze, nella stamp. in Borgo de' Greci, 1754; Papi, op. cit., 
passim; e per la storia cf. Dàvtdsohn, I, 486, 531, 578, 619; 
II, par. I, 401, G. Villani, VI, 48. Nelle pergamene di Gol- 
tibuono edite in regesto, od inedite, non v'è nulla che abbia 
interesse per noi. 

(108) Lanfredini a Lorenzo, 20 settembre 1488; ser Piero al 
Lanfredini, 22 settembre (M. a. P., XL, 418; LIX, 243). Il 
6 settembre 1487, il Lanfredini aveva scritto a Lorenzo correre 
voce che l'abbate di Montescalari volesse rinunziare in favore 
di Giovanni, ma tenersi invalida la rinunzia per essere quegli 
stato privato della dignità abbaziale, e aveva consigliato di 
non ìscontentare il Collegio de' cardinali « acostandosi al 
tempo della grandezza di M. Giovanni» (XL, 151). Trovo infatti, 
più tardi, ricordato come abbate di Montescalari don Gabriello 
Mazzinghi, che non era tuttavia benevolo ai Medici (Lanfre- 
dini, 7 febbraio 1488-1489: LVIII, 99-101). 

(109) Cf. EuBEL, II, 22, n. 2; e vedi l'atto di accettazione 
e di possesso da parte di Matteo da Cascia, procuratore di 
Giovanni, il quale aveva personalmente giurato, l'il dicembre, 
innanzi a Roberto de' Folchi, vescovo di Fiesole, nella cui 
diocesi era l'abbazia (ASF., Atti Guiducci, 1458-90, 100 a, 
102 a). Fin daU'8 novembre era stata pagata alla Camera apo- 
stolica la tassa <c prò comìnuni » di 109 ducati d'oro e 20 bolo- 
gnini (AV., Intr. et ex., 519, car. 15 6) e il 22 erano state man- 
date a Firenze le bolle (Nofri a Lorenzo, 23: M. a. P., XL, 436)- 

(110) Una bolla a Si in evidenti yt a Giovanni de' Medici 
abbate di Coltibuono fu concessa da Innocenzo VTII, il 25 
febbraio 1489-1490 (AV., Reg. Lateran., 885, car. 47 a). Nell'ar- 
chivio di Firenze sono parecchi atti di procura del Medici per 
vendite e acquisti e per il possesso di immobili e benefizi spet- 
tanti aU'elìbbazia in virtù di lettere apostoliche (14 aprile 1491, 
16 giugno 1492, 8 gennaio 1492-93: il primo e il terzo in Atti 
di ser Doinenico da Figline, D, 94, 1491, car. 10 o; 1492, 
car. 125 a; il secondo in Atti OuidiMci, 1490-95, car, 46 a). Il 
4 maggio 1492, Luigi Lotti si obbliga, ia nome del cardinale 
de' Medici, presso la Camera apostolica e il S. Collegio al pa- 
gamento di 66 fiorini d'oro e ^/g e ai cinque minuti servizi con- 
sueti per l'ixnione del monastero vaUombrosano della SS. Tri- 
nità di Spineta con quello di Coltibuono, concessa con boUa 
del 28 aprile (ASR., Ohhlig. per servizi comuni 1489-92, 
car. 122 6). All'abbazia di Coltibuono Giovanni rinunziò, con 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 141 



riserva di una pensione, nel 1499 (Soldani, Lettera decima, 33; 
cf. anche Salaini, 9 6). 

(Ili) Per i primi tre benefizi cf. i Ricordi di lettere ai giorni 
10 febbraio 1483-84, 24 gennaio 1488-89, 7 settembre 1490 
(M. a. P., LXm, 19 b, 89 6, 120 a), per il qviarto vedi la nota 
seguente e cf. .Lami, op. cit., I, 329; II, 1291, nota. 

(112) Lanfredini a Lorenzo, 6, 9, 11, 19 aprile 1491 (M. 
a. P., LII, 135, 138, 139, 142). Il Lanfredini scrive che il papa 
voleva compensare l'arcivescovo di Cosenza, Carlo del Car- 
retto, della rinunzia- alla sua parte del marchesato in favore 
del marchese, il quale, avendo sposato Peretta Usodinare, 
nata da Teodorina, ch'era figlia del papa e sorella di Fi-ance - 
schetto, era, secondo il pontefice, parente suo e di Lorenzo. 

(113) Reg. Vatic, 759, car. 300 a sgg. Il 7 gennaio 1492, in 
Pisa, Giovanni nomina procuratori, perchè presentino, alle 
future vacanze, la boUa di riserva agli esecutori apostolici e 
prendano possesso dei benefizi (ASF., Atti di ser Carlo da 
Vecchiano, cit., car. 262 a); la procura è rinnovata in Firenze 
il 16 giugno 1492 (Atti Quiducci, cit., car. 45 6). 

(114) Fin dal 26 aprile 1490, Pierfìlippo Pandolfìni scrive 
a Lorenzo che aveva disposto per la riserva, di questi benefìzi, 
fuor che della pieve di Calenzano, la quale già spettava ai 
Medici come a patroni, e che, appena avesse la supplica, la fa- 
rebbe firmare (M. a. P., LUI, 73). E a Roma la cosa era nota; 
infatti il cardinale di Parma, per ottenere un benefizio a Prato, 
diceva di voler essere in quel modo più legato a Giovanni 
(Pandolfìni, 1° lugho: LUI, 96). Però negli atti di possesso 
della propositura di Prato e del canonicato di Firenze sono 
ricordate solo « litterae gratiosae » del 1° maggio 1492. Carlo 
de' Medici morì non il 29 maggio 1492, come scrisse il Baldanzi 
{Della chiesa cattedrale di Prato, ecc., Prato, Giachetti, 1846, 
p. 179); ma certo prima del 27 e probabìhnente prima del 21, 
nel qual giorno il documento di ostensione del Cingolo a Lo- 
dovica Manfredi non dà più, come gli atti precedenti, al cano- 
nico Niccolò di Lapo Spezi il titolo di vicario del proposito 
Carlo (Arch. Com. di Prato, Lih. rejormationum Communis 
1491-96, Reg. 322, fol. éQb; Liber diurnus, 1491-1492, Reg. 
321, car. 110 b). Il 27 maggio Giovanni accetta per procura il 
canonicato e il 3 giugno è installato canonico, siccome altrove 
si vide ; il 10 giugno piglia possesso della propositura di Prato 
e dell'abbazia di Vaiano, il 17 della pieve di Calenzano, della 
quale era stato provveduto npaulo anten (ASF., Atti Oui- 
ducci, cit., 39 b, 41 6, 44 6, 45 a, 46 6). Il valore complessivo 
dei benefizi è indicato in ima lettera scritta il 30 maggio 1492 
dall'oratore estense Manfredo Manfredi alla duchessa di 



142 NOTE AL CAPITOLO II 



Ferrara (ASMo., Cancelleria Ducale, Disp. da Firenze, b.* 7, 
fase. 82). 

(115) Cf. Baldanzi, 169 sgg.; C. Guasti, Alla bibliografia 
pratese prefazione nelle Opere, voi. I, Prato, Belli, 1894, p. 9. 

(116) Giovanni a Piero, 21 novembre 1492: M. a. P., 
XVIII, 68; qui, App. 1, n. 28. 

(117) Il pontefice aveva segnato fin dal 7 novembre 1492 la 
riserva per Giovanni, piire dolendosi dei mali portamenti di 
questo e di Piero (minuta di lettera di Filippo Valori a Piero, 
in VII fascicolo non numerato, ch'è inserito nel registro Otto 
di pratica, Leg. e Comm., Miss., 9, dell'ASF.). Morto l'abbate, 
gli Otto scrissero il 10 novembre all'oratore che la Signoria de- 
siderava il benefizio per il cardinale (ASF., Otto di pratica. 
Cari. Resp., 9, car. 121 a); e il papa segnò la concessione, ma 
disse poi d'averlo già dato al Vincoli e trattenne da prima le 
due suppliche, poi, il 15 novembre, mandò al registro quella 
del cardinale della Rovere, pure consigliando i Fiorentini a 
negargli il possesso (Valori agli Otto, 16 novembre, nei due 
registri citati, nel secondo a car. 73 a-b). Giovanni sollecitò il 
fratello a parlare al papa anche di questo; ma senza frutto 
(lettera del 21 novembre, citata). 

(118) Il MittareHi ricorda (1. e, 346) come l'abbazia fosse 
data, il 28 novembre 1492, in commenda al della Rovere, seb- 
bene il generale Dolfin avesse eletto il camaldolese Ugolino 
dell' AnteUa. Ora appunto questo Ugolino di Piero dell' An- 
teUa apparisce, il 13 giugno 1493, come amministratore del- 
l'abbazia per conto del cardinale de' Medici e s'accorda col 
Cambini, procuratore di questo, di ritenere i frutti dell'ab- 
bazia, provvedere a sue spese al servizio divino e dare al 
Medici staia cinquecento di grano all'anno (ASF., Atti Chii- 
dttcci, cit., 107 a). 

(119) H 29 maggio 1493, Matteo Franco conferisce la pieve 
mugeUana a Giovanni, dicendosi commissario apostolico: la 
concessione era perciò stata fatta dal papa, ma forse anche 
questa volta per tentar di guastare i Medici col della Rovere, 
col quale aveva lite il pievano Francesco Minerbetti, che la 
rinunziò a Giovanni (ivi, 105 a, 100 6). I parrocchiani dì San 
Lorenzo in Castel San Giovanni, oggi San Giovanni Valdarno, 
nominarono, il 21 gennaio 1493-94, loro procuratore il vi- 
cario Francesco Davanzati per eleggere alla prima vacanza 
quello che Piero de' Medici designasse, con l'intesa però che 
fosse eletto il cardinale (Davanzati a Piero: M. a. P., XVIII, 
84). Non è quindi esatto che questi si preparasse a reg- 
gere il genere umano, governando quale buon pastore 
la pievania del Castello, come suona l'iscrizione posta nel 1642, 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 143 



con beata ingenuità, sulla canonica della pieve : questa è altra 
chiesa dalla parrocchia di S. Lorenzo (cf. Repetti, V, 56). 

(120) Una bolla a Si in evidenti » al cardinale de' Medici 
è ricordata nell'indice dei Registri Lateranesi dell' AV., nel- 
l'anno secondo di Alessandro (agosto 1493-1494, indice 339, * 
car. 98); ma il registro XXI, nel quale essa dovrebbe leggersi, 
manca. Per le riserve cf. una lettera di Puccio Pucci, 18 giugno 
1494 (M. a. P., XVIII, 259) e le bolle per Sant'Apollinare e 
San Paolo, citate nella nota seguente; per le abbazie di Colle, 
le lettere da Roma del cianceUiere Antonio d. Colle, 3, 19, 
20 ottobre 1494 (XVIII, 314; LV, 322-23; XVIH, 344) e quelle 
da Bologna di Antonio da Bibbiena, 13, 15, 16 ottobre (XVI, 
428, 433, 435), la seconda della quali dà notizia della morte 
del vescovo, Bartolomeo della Rovere, avvenuta quel giorno. 

(121) Sant'Apollinare è conceduta dal papa al cardinale, 
secondo vma riserva precedente, fin dal 24 luglio 1494, alla 
morte di Luca Rinucci (AV., Reg. Lateran., 963, car. 45 a): e 
invano supplicò per aver questo benefìzio o quelli del Poliziano 
il vecchio e povero generale dei Servi, Antonio Alabante, fidis- 
simo ai Medici (lettere di Antonio da Bibbiena, da Bologna, 19, 
22 settembre, 2, 7, 10 ottobre: XVI, 406, 408, 413, 418, 422, e 
dello stesso Alabante, 9 ottobre: XXVI, 594): l'il ottobre fu 
prestata alla Camera apostolica l'obbligazione in virtù di 
una nuova bolla del 16 settembre (ASR., Annate, reg. 1455, 
car. 146 a). La bolla di concessione della prioria di San Paolo,- 
vacante per morte del Pohziano, è del 28 settembre {Reg. La- 
teran. di., 49 6); in essa è detto che aUa prioria era unita la 
chiesa di Santa Maria in Campidoglio ed è perciò tolto il 
dubbio, che io ho espresso altrove {Anedd. polizianescM, p. 18 
[446] n. 1): l'obbligazione alla Camera per ambedue le chiese 
e per Gruopina è dell' 11 ottobre {Tra il poeta ed il lauro, doc. 
XI, p. 94 [LXVI, 104]; cf. anche p. 39 [LXV, 301]). Per la 
pieve di San Giusto, vedi le lettere di Antonio da Colle, del 12 
e del 20 ottobre 1494 (LV, 315-16; XVtlI, 344), dalla seconda 
delle quali si rileva che la concessione era stata fatta quel 
giorno; l'obbligazione, in cui il reddito è indicato in 150 fio- 
rini, fu prestata r8 novembre (ASR., reg. cit., car. 158 a). 

(122) Piero di Mabco Parenti, Cronaca, BNF., IL iv. 
169, car. 181 a; Schnitzer, op. cit., IV, Leipzig, Duncker 
et Humblot, 1910, p. 7. 

(123) Dell'arcivescovado di Milano, Lorenzo scrive al Ve- 
spucci il 21febbraiol483-84(LXIII,206);ma l'arcivescovo Ste- 
fano -Nardini visse ancora più mesi, e alla sua morte, 22 ottobre 
1484, non trovo che se ne sia discorso più. Dell'arcivescovado 
di Spoleto il papa, pur dicendo troppo meschino, quasi inde - 



144 NOTE A3L CAPITOLO II 



coroso, il benefizio — non più di cinquecento ducati — pro- 
metteva di fare quel che volesse Lorenzo (Lanfredini, 19 lu- 
glio 1489: LVIII, 139-40); ma, quando l'arcivescovo Costan- 
tino Eruli morì, undici anni dopo, né Lorenzo, né il papa 
'erano più. 

(124) H 3 marzo 1483-84, Lorenzo scrive a Milano a Ber- 
nardo Buongirolami che accetti « la pieve di Cremona » per Gio- 
vamxi {LXIII, 21a). L' 11 novembre 1485, l'oratore estense an- 
nunzia da Firenze che questi aveva avuto l'abbazia d'Aversa, 
valutata 1500 ducati e vacante per la morte del cardinale d'A- 
ragona (A. Cappelu, Lettere di Lorenzo de^ Medici, negli Atti 
e Mem. delle RB. Dep. di st. patr. per le prov. modenesi e.par- 
mensi, I, Modena, 1863, p. 273): forse era un dono del papa 
per veder di guastare la troppo stretta amicizia di Lorenzo con 
re Ferrante. Lifatti nell'intestazione di un documento dell' 8 no- 
vem.bre 1485 Giovanni, apparisce commendatario di Font-douce 
e di Aversa {Atti Guiducci, 1481, dar. 157a); ma l'intestazione 
è cancellata, e non credo che egli abbia mài posseduto il 
monastero. — H Ficino ringrazia, il 15 aprile 1492, il cardiaale, 
perchè « aede Martiana tibi dono concessa, subito me donasti » 
{Opp., I, 930-31) e penso che si tratti del priorato dei canonici 
regolari di San Marco ia Mantova, che fu poi di. Carlo Orfei 
(ef. Bembo, op. cit., 100; Ferrajoli, XXXVI, 1-2, 141-42, 
1913, p. 217). 

(125) Sulla prima storia cassinese scrisse il Palmarocchi 
{L'abbazia di Montecassino e la conquista normanna, Roma, 
Loescher - Regenberg, 1913) con acutezza, raa con critica 
sbrigativa. Se egli mette in luce le relazioni fra i Longo- 
bardi e l'abbazia e insiste fin troppo, e non sempre con argo- 
menti persuasivi, sulla nuova politica normanna, non vedo 
che sappia rendere chiaramente ragione dei privilegi di Ot- 
tone II, di Enrico II, di Enrico VI, i quali pare tuttavia che 
si salvino dai colpi della sua critica (cf. 233, 235, 248-49). 
E pure quelle concessioni di imperatori, che si accingevano, 
con l'appoggio o con la tolleranza papale, alla conquista del 
regno, mi serabrano avere un significato, che non si doveva" 
trascurare e che è in contrasto con la tesi dell'autore. 

(126) Cf. per questi fatti, che adduco quali più significativi 
fra molti, E. Gattula, Historia àbbatiae Gassinensis, II, Ve- 
nezia, Coleti, 1733, pp. 474, 514, 593, 595, 601 sgg., e Ad histo- 
riam abbdtiae Gassinensis accessiones, I, ivi, 1734, pp. 295, 447; 
II, 509, 530 sgg.; L. Tosti, Storia della badia di Montecassino, 
voi. II {Opere complete, voi. XV, Roma, Pasqualucci, 1889), 
185 sgg.; ni (XVI), pp. 5 sgg., 76, 81 sgg., 114 sgg'. 

(127) Senz'arrestarmi a discutere sui privilegi più antichi. 




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144 NOTE AL CAPITOLO II 



ooroso, il benefizio — non più di cinquecento ducati — pro- 
metteva di fare quel che volesse Lorenzo (Lanf redini, 19 lu- 
glio 1489: LVIII, 139-40); ma, quando l'arcivescovo Costan- 
tino Eruli morì, undici anni dopo, né Lorenzo, né il papa 
erano più. 

(124) Il 3 marzo 1483-84, Lorenzo scrive a Milano a Ber- 
nardo Buongirolarai che accetti « la pieve di Cremona » per Gio- 
vanni (LXIII, 21a). L'il novembre 1485, l'oratore estense an- 
nunzia da Firenze che questi aveva avuto l'abbazia d'Aversa, 
valvitata 1500 ducati e vacante jjer la morte del cardinale d'A- 
ragona (A. Cappelli, Lettere di Lorenzo de'' Medici, negli Atti 
e Mem. delle RR. Dep. di st. patr. per le prov. modenesi e. par- 
mensi, I, Modena, 1863, p. 273): forse era un dono del papa 
per veder di guastare la troppo stretta amicizia dì Lorenzo con 
re Ferrante. Infatti nell'intestazione di un documento dell' 8 no- 
vembre 1485 Giovanni. apparisce commendatario di Font-douce 
e di Aversa {Atti Guiducci, 14S1, car. 157a); ma l'intestazione 
è cancellata, e non credo che egli abbia mai posseduto il 
monastero. — Il Ficino ringrazia, il 15 aprile 1492, il cardinale, 
perchè « aede Martiana tibi dono concessa, subito me donasti « 
(Opp., 1, 930-31) e penso che si tratti del priorato dei canonici 
regolari di San Marco in Mantova, che fu poi di Carlo Orfei 
(cf. Bembo, op. cit., 100; Feeeajoli, XXXVI, 1-2, 141-42, 
1913, p. 217). 

(125) Sulla prima storia cassinese scrisse il Palmare echi 
{Uabbazia di Montecassino e la conquista normanna, Roma, 
Loescher - Regenberg, 1913) con acutezza, naa con critica 
sbrigativa. Se egli mette in luce le relazioni fra i Longo- 
bardi e l'abbazia e insiste fin troppo, e non sempre con argo - 
menti persuasivi, sulla nuova politica normanna, non vedo 
che sappia rendere chiaramente ragione dei privilegi di Ot- 
tone II, di Enrico II, di Enrico VI, i quali pare tuttavia che 
si salvino dai colpi della sua critica (cf. 233, 235, 248-49). 
E pure quelle concessioni di imperatori, che si accingevano, 
con l'appoggio o con la tolleranza papale, alla conquista del 
regno, mi sembrano avere un significato, che non si doveva 
trascurare e che è in contrasto con la tesi dell'autore. 

(126) Cf. per questi fatti, che adduco quali più significativi 
fra molti, E. Gattula, Historia abbatiae Cassinensis, II, Ve- 
nezia, Coleti, 1733, pp. 474, 514, 593, 595, 601 sgg., e Ad histo- 
riam abbatiae Cassinensis accessiones, 1, ivi, 1734, pp. 295, 447; 
II, 509, 530 sgg.; L. Tosti, Storia della badia di Montecassino, 
voi. II {Opere complete, voi. XV, Roma, Pasqualucci, 1889), 
185 sgg.; Ili (XVI), pp. 5 sgg., 76, 81 sgg., 114 sgg. 

(127) Senz'arrestarmi a discutere sui privilegi più antichi. 




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LA CACCIA DEI BENEFIZI 145 



i quali non importano per il mio argomento, ricordo le con- 
ferme date da Urbano V il 1° agosto 1370 e da Bonifazio IX 
il 1° febbraio 1400 al diploma d'immunità di Ottone II del 
6 agosto 981 (Arch. dell'abbazia di Montecassino, Reg. II 
Privilegiorum, 17 b, 19 b; il diploma ottomano si legge in Mon. 
Oerm. hist.. Dipi., t. II, par. I, p. 288 sgg., n. 254 a-b), e le 
conferme di Alessandro IV, 24 dicembre 1254, di Urbano V, 
27 luglio 1370, e di Bonifazio IX, 1" febbraio 1400, al diploma 
di Enrico VI del 25 dicembre 1195, che accordava all'abbate 
l'alta giurisdizione, fuor che nei casi, la conoscenza dei quali 
spettava, secondo le costituzioni del regno, ai giustizieri regi 
(Arch. e 1. cit., 68 a; 28 b; Gattitla, Accessiones, I, 278-79, 
301, 372-73). Ancora nel 1463, Pio II si studiava di mantenere 
i diritti di giurisdizione dell'abbate (Gattula, ivi, 373, 649). 

(128) Cf. i privilegi in Gatttjla, Hist., I, 331 sgg.. e in To- 
sti, I (XIV, 1888), 418 sgg., 445 sgg., e vedi specialmente la 
conferma accordata il 23 dicembre 1474 da Sisto IV a quello di 
Innocenzo III (Arch. di Montecassino, Reg. citato, 23 b sgg.; 
Gattxixa, ivi, II, 577 sgg.). Per le parole dei monaci, cf. Gat- 
TUXA, ivi, 602 sgg.; per le ingerenze papali nell'elezione e per 
gli altri fatti narrati quassù cf. Gattula, ivi, ÌI, 505, 509 sgg,, 
568; Tosti, II (XV), 32-33, 53 sgg. Ili (XVI) 46 sgg., 56 
sgg., 90, 144 sgg. 151 sgg.; Iacopo da Volterra scrive nel 1480 
che Sisto IV, se la cosa fosse stata intatta, avrebbe seguito 
volentieri l'esempio di Paolo II, « ita malo Eomanae Sedis sero 
sapimus » {Il diario romano a cura di E. Cabusi, Città di 
Castello, Lapi, 1904, RR. II. SS., XXIII, par. Ili, p. 24). 

(129) Da una lettera scritta quel giorno da Giovanni Lo- 
renzi a Marco Barbo (ms. Vatic. Lat. 5641, car. 53 a). 

(130) Baccio a Lorenzo de' Medici, 22 aprile 1491: M. a. P., 
XLIX, 278. 

(131) Cf. Gattula, Accessiones, 1, 299 sgg., 353 sgg,; To- 
sti, IH (XVI) 32, 124, 169. Non mi sembra esatto, quello 
che scrive il PaLmarocchi (174, 199) suUa posizione quasi so- 
sovrana, assunta di nuovo dall'abbate nel periodo aragonese: 
le parole d'ixn atto dello Scarampo e il citato breve di Pio II, 
che in ogni modo non accenna espressamente al mero im- 
perio (Gattula, op. cit., II, 545, 549), suonano come riserva 
teorica di diritti, ma non possono valere di fronte a troppe 
testimonianze in contrario. Delle quali rilevo qui una sola: 
Leone X scrive, il 29 settembre 1518, al viceré di Napoli, la- 
mentando che l'ufficiale di questo, risedente in San Germano, 
abbia tentato di usiorpare la giurisdizione civile e la criminale 
« in causa turbate possessionis et in casu illate iniurie, citra 
tamen sanguinis causam », da lui « in minoribus » posseduta ed 

10. — PicoTTi, Leone X. 



146 NOTK AI> CAPITOLO II 



esercitata (Reg. II Privileg., 52 a): all'alta giurisdizione è 
chiaro che non si pensava più. 

(132) Cf. i privilegi di Giovanna. I, 8 febbraio 1368, e di 
LadislaOi 12 ottobre 1388: Reg. cit., 106 h sgg., 83 a sgg.; Gat- 
TULA, op. cit., I, 420 sgg.; 464 sgg.; e vedi anche II, 566. Sul 
contegno di queste milizie regie cf. una lettera di Baccio 
Ugolini a Lorenzo, 13 marzo 1488-89 (M. a. P„ XLIX, 258). 

(133) Si vedano, per tutto ciò, i privilegi di Giovanna I, 
citato, di Ladislao, 21 aprile 1402, di Giovanna II, 5 dicem- 
bre 1418, di Ferrante d'Aragona, 12 aprile 1468, e i due di 
Ferdinando il Cattolico, 16 novembre 1515 (Reg. cit., 746 sgg., 
77 a sgg., 103 6 sgg.. Ili 6 sgg.; Gattula, II, 500, 520-21, 
554-55; 588 sgg.). 

(134) Gattula, Historia, II, 566; Tosti, III (XVI), 
127 sgg. 

(135) Gattula, Hist., II, 595 sgg., Access., Il, 565-66,; 
Tosti, 170-71. H Tosti mi sembra tuttavia non avere inteso 
tutta la portata della nomina di questo viceré. Antonio Caraf a 
era stato abbate dal 1446 al 1454. 

(136) Vedi S. Infessuka, Diario della città di Roma, ed. 
Tommasini, Roma, Forzani, 1890 (nelle Fonti per la storia ita- 
liana), pp. 214-15; Gattula, Hist., II, 597, Access., Il, 564. 

(137) Si vedano le due lettere del re a Lorenzo del 14 luglio 
e 23 agosto 1486: M. a. P., LXI, 86 e 87, la prima qui in 
App. n, doc. Vili; la seconda in Canestb.ini-Desjardins, 
1, 214. Lorenzo scrisse più tardi all'Ugolini di riconoscere 
l'abbazia soltanto dal re (17 marzo 1486-87: M. a. P., LXXII, 
457). Fin dal 30 luglio 1486, Giovanni, in presenza dell'arci- 
vescovo Rinaldo Orsini, la cui autorità suppliva al difetto 
dell'età sua, e col consenso del curatore Michelozzi, aveva no- 
minato procuratore per l'accettazione e la presa di possesso 
di benefìzi il Baccio {Atti Qrazzini, voi. cit., 2666): è quindi 
verisimile che a Firenze s'avesse già sentore de' disegni del re. 
Il 5 settembre la procura è rinnovata in favore di Antonio 
Cencio de Avisso (ivi, 265 a). Che il Baccio (suUa cui missione 
a Napoli, cf. luia lettera del Guidoni a Ercole d'Este, 4 no- 
vembre 1486, in Cappelli, Lettere di L. d. M., 290) sia entrato 
fin d'aUora in possesso a nome dì Giovanni, arguisco dalla let- 
tera di Nofri Tomabuoni, del 17 febbraio 1486-87, che vedremo 
fra poco. Il possesso eanonico^fu tuttavia preso più tardi. 

(138) Cf. Cappelli, op. cit., 291-92. 

(139) Nofri Tomabuoni a Lorenzo, 17 febbraio 1486-87: 
M. a. P., LII, 31. La lettera accenna alla questione cojne pen- 
dente da un pezzo e solo allora vicina a risolversi. 

(140) Le pratiche, com'è noto, ebbero principio fin dal di- 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 147 



cerabre 1486; il matrimonio fu stipulato in Roma «per verha 
de presenti'» il 25 febbraio 1487 (ASF., Protocollo Grazzini, cit., 
252 a sgg.); il 22 marzo 1486-87, Lorenzo lo annunziava a 
principi e signori (M. a. P., LXIII, 68 a). I patti definitivi 
tnttavia vennero concliiusi solo il 24 maggio 1487: lettera 
di Lorenzo al papa da Bagno a Morbo, autografa in Marc. 
Lat. X, 174, car. 191 (140); Moeeni, p. 10. 

(141) "Più tardi infatti, quand'ebbe di nuovo contesa con 
Ferrante, il papa diceva, tra l'altro, di voler allargare le im- 
munità cassinosi e domandava per la Chiesa Montecassino e 
Gaeta e tutto il paese a settentrione del Garigliano (Lan- 
fredini a Lorenzo, 19 luglio e 13 ottobre 1489: LVIII, 
139-40, 182). 

(142) Nofri Tornabuoni scrive a Lorenzo nella citata lettera 
del 17 febbraio che il Barbo insisteva, perchè si consegnas- 
sero i beni a quei monaci, prima che l'abbazia fosse data a Gio- 
vanni, e che, se non si poteva disporre il papa a fare altrimenti, 
si sarebbe mandato a San Germano tui monaco di San Paolo 
e scritto all'Ugolini di ritornarvi da Napoli per la consegna. 
E il lungo ritardo nel conierimento dell'abbazia mi fa credere 
che sia stato così. 

(143) Nofri a Lorenzo, 3 marzo, e Lorenzo all'Ugolini, 17 
marzo 1486-87 (LII, 34; LXXII, 457). L'Etxbel, II, p. 22, 
n. 2, dice conferita l'abbazia il 14 marzo. 

(144) Lorenzo raccomanda l'il aprile 1487 al Pandolfìni 
e a Nofri Tornabuoni e il 14 all'arcivescovo Orsini che gli 
ottengano dal papa le bolle libere per certe « ragioni », che 
noi ignoriamo (LXIII, 69 6); ma il 19 Nofri annunzia di averle 
ottenute con quella riserva e quella promessa del papa 
(Ln, 33). 

(145) Cf. le lettere di Nofri, 19 e 21 aprile 1487 (LII, 33, 
50), il mandato del cardiaale camerlengo, 16 novembre 1489 
(ASR., Mandati, Divers. Inn. Vili, 1488-90, car. 176 6) e 
AV., Intr. et ex., reg. 520, car. 23 o. 

(146) Le boUe furono mandate a Firenze da Nofri il 21 
aprile 1487 (lett. cit.), il giuramento fu prestato da Giovanni 
« constitutus personaliter et genuflextis » innanzi a Benedetto 
Pagagnotti, vescovo di Vasona e commisseirio apostolico, 
neUa chiesa di Santa Maria Novella: l'atto fu per mezzo del 
venerabile uomo Bartolomeo Ugolini, Til Baccio, inviato al 
papa e agli altri, a cui conveniva (ASF., Atti di ser Domenico 
da Figline, D. 93, 1486-87, car. 56 a). 

(147) Lettera all'Ugolini, 17 marzo|1487, citata. 

(148) Della badia aretina e delle speranze del Cortesi fii 
detto più su: le parole di Nofri sono nella lettera del 21 aprile. 



148 2?0TE AL CAPITOLO H 



(149) BNF., ilfgZ6c/i.VIL 9. 1057, car. 62 a {qui neWApp. Il, 
doc. IX). L'epigramma, anche per il posto che occupa nella rac- 
colta del Naldi, è certo da attribuire a questo tempo e assai 
verisimUmente ai giorni in cui arrivò a Firenze l'annunzio deUa 
collazione dell'abbazia; perciò non disse bene il Della Torre 
che il Naldi cantasse l'elevazione di Giovanni all'ufficio di 
protonotario (op. cit., 678, n. 3) ed è strana e arbitraria la suppo- 
posizione del Bottiglioni che U carme si riferisca alla nomina 
di lui a legato dell'esercito contro i Francesi nel 1512 (op. 
cit., pp. 50-51). 

(150) Sulla boUa di Zaccaria cf. Palma-rocchi, 5, 19-20, 
209, 232. Le boUe papali in favore dell'abbazia sono registrate 
in gran numero nel citato volume dei privilegi cassinesi e nel- 
l'opera del Gattula: basti vederne, per il tempo nostro, la con- 
ferma di Sisto IV, nella boUa del 23 dicembre 1474, già ricordata. 
Esagera il Pabnarocchi, quando scrive che l'abbate era ante- 
posto ai vescovi e forse aveva anche il diritto di consacrarli, 
né può essere accettato, almeno in generale, senza molte 
riserve quel ch'egli dice che « nella pratica esser secondo al papa 
soltanto.... significava esser padrone assoluto di se medesimo y>, 
pp. 207-10. 

(151) Cf. Palmabocchi, 211. 

(152) Lettera a Lorenzo, da San Germano, 26 febbraio 
1488-1489: M. a. P., XLIX, 257. 

(153) Std monastero di S. Liberatore, alle falde della Ma- 
jelletta, cf. Gattula, HisL, I, 82; Access., II, 417 sgg. Lorenzo 
scrive al re il 14 marzo 1486-87 che disponga liberamente 
della propositura (Ma. P., LXIII, 676), della quale apparisce 
poi commendatario lo Scantriglia (Gattula, Access., II, 567). 
Baccio Ugolini accenna a brighe, ch'egli aveva con lui o col 
padre suo Antonello, e, più. tardi, aUa speranza che quegli, 
ottenendo dal re un vescovado, lasciasse la propositura 
(26 febbraio 1488-1489, cit.; 6 giugno 1489: XLIX, 264). An- 
cora il 5 marzo 1494 Antonello e Mario scrivono a Virginio 
Orsini, pregandolo di far che il cardinale de' Medici osser- 
vasse quanto aveva promesso in Roma a costui (Ferrajoli, 
1. e, XXXV, 3-4, 139-40, 1912, p. 525, n.' 2). Sulla proposi- 
tura di San Pietro Avellana che dominava, con i benefizi 
dipendenti, buon tratto della valle del Sangro e la via an- 
tica da Sulmona ad Aufidena ed Isernia, cf. Gattula, Hist., 
1, 245; Access., Il, 556, 585. 

(154) Dei diritti cassinesi v'è un lungo elenco nella citata 
boUa di Sisto IV del 1474, la quale riporta e conferma una d'In- 
nocenzo III del 25 luglio 1208; ed anche abbiamo un'enumera- 
zione dei beni amministrati dal tesoriere di San Germano, 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 149 

fatta sotto l'abbate Giovanni d'Aragona (Gattula, Access., II, 
562 sgg.). Ma non sempre è facile determinare quali di quei 
diritti e quei beni appartenessero ancora realmente all'abbate, 
o se ad essi ne siano stati aggiunti altri più tardi; né ha po- 
tuto farlo il diligentissimo Gattula. Così, per non allonta- 
narmi da Giovanni de', Medici, trovo ch'egli conferisce, il 
24 settembre 1492, la chiesa di S. Pietro Imperiale, poi 
San Leonardo, « extra muros Tarentinos », che il Gattula 
ritenne non appartenere più ai Cassinesi da mezzo se- 
colo (ASF., Atti Guiducci, 1. e, car. 60 6; cf. Gattula, Hist., 
I, 274), che Baccio Ugolini dà in suo nome l'abbazia di 
Sant'Angelo « ad Aldiscos », oggi parrocchia di Sant'Angelo 
ad Diodiscos, in Capua, non ricordata dallo storico cassinese 
(Arch. di Montecassino, Reg. 1° Ioannis de Medicis, 95 a, 
170 CT, 3 gennaio 1492) e ch'era annesso all'abbazia anche il 
priorato di Sant'Oliviero di Salerno (ASF., Atti di ser Do- 
menico da Figline, D. 94, 1492-93 car. 34 a). 

(155) Vedi una lettera di Nofri Tomabuoni, del 2 no- 
vembre 1487 (M. a. P., LII, 58) e per la capacità approssima- 
tiva del tomolo, che variò nei diversi tempi, cf. i calcoli di 
P. Egidi, Carlo d'Angiò e l'abbazia di S. Maria della Vittoria 
presso Scurcola, nell'^rc^. star, per le prov. napoletane, 
a. XXXV, 1910, pagine 146-47). 

(156) Il Baccio a Lorenzo, da San Germano, 13 marzo 
1488-89 (M.a. P., XLIX, 258). 

(157) Si veda la copia di una lettera sua dell'8 febbraio, 
senza anno, ma certo del 1486-87, a Bernardo RuceUai 
(XLIII, 156). 

(158) Lettera del Guidoni a Ercole d'Este, 4 novembre 
1486; cf. anche quelle del 12 e 21 ottobre (Cappelli, Lett. 
di L. d. M., 288-90). 

(159) Cf. per tutto ciò Cappelli, 291-95. 

(160) Lorenzo al Lanfredini, 22 luglio 1487, Lanfredini a 
Lorenzo, 24 e 25 luglio, M. a. P., LVII, 67; XL, 116 e 117. 
Il vescovo di Como, Branda Castiglione, era morto in Curia 
il 16 lugho 1487 (EuBEL, II, 157). 

(161) I Ricordi registrano lettere del 22 e 23 luglio al 
papa, a Franceschetto Cibo, ad Ascanio Sforza, a Giovanni 
Antonio Sangiorgio vescovo di Alessandria, e ancora al papa, 
del 28, e questa di mano di Lorenzo (LXIII, 72 6, 73 a). Il 
23 Lorenzo commette al Laniredini di rivolgersi anche al 
vescovo di Cosenza, Niccolò Bucciardo Cibo, autorevolissinao 
presso il papa (LVII, 68). Nell'agosto fu scritto ancora a 
Milano e a Roma più volte (LXII, 73 a-b). 

(162) M. a. P., LXIII, 72 6; al 24 luglio e 7 agosto. 



150 NOTE AL CAPITOLO II 



(163) Sul monastero cf. N. Baccetti, Septimianae Mstoriae 
libri VII, Roma, Bernabò, 1724, p. 180 sgg.; A. Cavagna San- 
GitriiiANi, L'abbazia di Morimondo, nella Riv. storica benedet- 
tina, anno III, voi. Ili, 1908, p. 589 sgg.; anno IV, voi. IV, 
1909, p. 41 sgg.; P. Madini, L'abbazia di M., ne Le vie d'Ita- 
lia, XXX, 3, marzo 1924, p. 253 sgg.; sxilla sua decadenza, 
cf. Iacobi Picolomini Epistolae et commentarii, Haano, Mi- 
nuziano, 1506, car. 296 b; sul suo valore la lettera di Lorenzo 
al Lanfredini, 24 luglio 1487, e quella del Lanfredini a lui, 
22 settembre 1487 (M. a. P., LVII, 72; XL, 126-27). 

(164) Lorenzo al Lanfredini, 27 luglio, cit. Il Medici mo- 
veva anzi rimprovero all'oratore, perchè non aveva pensato 
in tempo egli stesso a domandare l'abbazia. Cf. anche la let- 
tera del 28 (LVII, 73). 

(165) Lorenzo al Lanfredini, 12 agosto 1487; Niccolò Mi- 
chelozzi al medesimo, 9 settembre (LVTI, 89 e 103). 

(166) Lanfredini a Lorenzo, 5 e 30 luglio 1487 (LVIII, 6, 8). 
Il papa stesso aveva temuto di essere obbligato dal Sacro 
Collegio a mandare un breve in favore del cardinale, ma segre- 
tamente aveva fatto scrivere a Milano che non ne tenessero 
conto. Lorenzo poi, avendo lo Sclafenati abilmente accennato 
all'oratore fiorentino d'un cappello che sarebbe stato a propo- 
sito de' Medici, si studiava di non alienarselo del tutto; gli 
scriveva giustificandosi e insisteva a Milano perchè gli si con- 
cedesse una grazia, che quegli aveva messa a condizione della 
sua rinunzia (Lanfredini à Lorenzo, 30 luglio, citata; Lorenzo 
al Lanfredini, 31 agosto, LVII, 100); v'è anche ricordo di 
una lettera di Lorenzo al cardinale, del 10 agosto 1487: 
LXni, 73 a. 

(167) Lanfredini a Lorenzo, 10 e 12 settembre 1487 (LVIII, 
14; XL, 154): Ascanio si diceva poi molto sodisfatto dei 
buoni uffici di Lorenzo, perchè il fratello aveva espresso il 
desiderio di vederlo (Lanfredini, 27 settembre : LVIII, 21). 

(168) I brevi erano stati inviati a Milano da Lorenzo il 31 
d'agosto (LVII, 100; LXIII, 73 6). 

(169) H Lanfredini aveva annunziato fin dal 17 settembre 
che la badia si' doveva « spacciare » quel giorno; si tardò, 
invece, non sappiamo perchè, fino al 22 (LVIII, 16; XL, 
126-27). 

(170) Le bolle fiirono mandate a Firenze il 10 novembre 
(Nofri Tornabuoni a Lorenzo, 16 novembre: LII, 61). H giu- 
ramento fu prestato innanzi al vescovo di Vaison il 14; il 20 
fu nominato il procuratore (ASF., Atti di ser Domenico da 
Figline, D. 93, 1486-1487, car. 162 a, 196 a sgg.). Lorenzo 
però, scrivendo al Lanfredini, l'il dicembre 1487, diceva di 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 151 



non credere che il procuratore avesse ancora preso possesso, 
né, quindi, potuto fare opposizione alla consegna dei frutti 
dell'anno precedente ai creditori dell'abbate defunto (LVII, 
165; cf. LXIII, 76 a). 

(171) Lettere di Lorenzo al Lanfredini, 23 e 27 luglio 1487 
(LVII, 68 e 72), e di Lodovico Sforza a Lorenzo, 1° agosto 1487 
(XLV, 52; cf. anche Fabboni, L. M., Il, n. 207, p. 374). 

(172) « ....proviso quod secularia cum cura ac regularia bene- 
ficia... debitis propterea non fraudentur obsequiis et animarum 
cura in eis, quibus illa immineat, nullatenus negligatur, sed 
eorum congrue supportentur onera antedictan è detto nella 
bolla di riserva di benefizi per Giovanni del 17 dicembre 1491, 
citata (cf. anche la bolla di conferimento della precettoria di 
Sant'Antonio, del 3 luglio 1490, pure citata). 

(173) I documenti furono ricordati di sopra. 

(174) N. Valori, Laurentii Medicei vita, in Ph. Villani 
Liber de civitatis Florentiae famosis civibus, Firenze, Maz- 
zoni, 1847, p. 179; lettera di Giovanni de' Medici a Piero, 
19 aprile 1492, in Boscoe, Leone X, t. II, pp. 306-307; cf. 
qui appresso App. I, n. 9. 

(175) Lettera di Lorenzo al Lanfredini, 11 dicembre 1487, 
citata. 

(176) Trovo memoria di una lettera di Lorenzo al Lan- 
fredini « con tutti i ricordi delle cose di Miramondo », del 18 
maggio 1488, di una a Lodovico il Moro, del 14 maggio 1489 
(LXIII, 81 a, -95 0), di xax breve che il Lanfredini aveva 
chiesto al pontefice per commissione di Nofri Tomabuoni 
(12 ottobre 1488: LXL 93). 

(177) Cf. Valori, 1. e, e Baccetti, 179 sgg., dove, fra 
molte amplificazioni e una bella parlata rettorica di uno. 
dei riformatori, è riportato l'ordine, dato a Pavia il 26 mag- 
gio 1491 dal duca di Milano al primicerio della metropoli- 
tana di Milano e al prevosto dì Parabiago, d'introdurre nel 
monastero i monaci settimiani, secondo la bolla del 13 gen- 
naio di quell'anno, purché si trattino ì monaci, che non si 
vogliano ridurre alla nuova obbedienza, « pie, humane et 
moderate... ita ut nulla eis debitae querelae cav^a reliriquatur y). 
Vedi anche le notizie date,' con imprecisione cronologica e 
senza citare le fonti, dal Cavagna Sangutuani, 1. e, 603-5. 
Di questa riforma restò memoria in una iscrizione posta 
suUa facciata del monastero, che l'Ughelli riferisce con la 
data erronea del 1481 {Italia sacra, t. IV, Venezia, Coleti, 
1719, col. 145 sgg. 

(178) Cf. Baldanzi, 169 sgg.; Muntz, Precursori, 124. 
Ma, quanto ai meriti del protonotario rispetto all'arte. 



152 NOTE AL CAPITÒI-O II 



vedi la osservazione del Guasti {Letteratura, storia, critica, 
in Opere, V, par. I, Prato, Vestri, 1898, p. 43). 

(179) Niccolò di Lapo «de Spicisìì è ricordato come vi- 
cario V8 settembre 1492 (Arch. com. di Prato, Liber reform., 
reg. 322, cit., fol. 63 a): dal 25 dicembre lo sostittiisce il 
Sagramoro, che aveva in Prato la commenda della badia 
di Santa Maria a Grignano, posta dove sorge ora il collegio 
Cicognini (ivi 77 6; cf. Baldanzi, 181-182, 185 sgg.). 

(180) L'offerta dei cinquecento fiorini era stata fatta 
da Carlo de' Medici al Comime, ptirchè questo provvedesse 
a quant'occorreva di più per il mantenimento di quei fan- 
ciulli. Il Consiglio generale l'aveva accolta il 25 gennaio 
1491-92; e il 9 marzo i sindaci e il proposto avevano istituito 
la scuola, determinandone le regole, fra le quali sono degne 
di nota quella che attribuiva la scelta di dieci, fra i dodici, 
al proposto prò tempore e appena di due all'Opera della Cap- 
pella del Cingolo, amministratriee delle rendite, e l'altra che 
voleva istniiti i chierici nella grammatica, nelle lettere e 
nel canto sotto la guida di cappellani della collegiata (Reg. 
322 cit., 30 6-31 a, 32 6, 33 6, 36 o-6; reg. 321, car. 72 6 sgg., 
76 b sgg., 77 b, 87 b sgg.). La deliberazione era stata con- 
fermata dagli approvatori fiorentini; ma nel metterla ad ef- 
fetto erano sorte divergenze, perchè il proposto voleva dare 
cinquecento fiorini di sole quattro libre ciascuno, anziché di 
quattro libre e quattro soldi secondo l'uso pratese, com'era 
detto nelle provvisioni del Comime, e dopo molti dibattiti 
non s'era givinti ad alcuna conclusione (Reg. 321, car. 92 a- 
93 a). H Baldanzi afferma che la scuola, al suo tempo, si con- 
servava ancora, ma non ne dice nulla precisamente (178). 
Certo, nel periodo ch'è oggetto delle mie ricerche, non v'è 
altro accenno; credo quindi che l'iniziativa di Carlo de' Me- 
dici si sia lasciata, per allora, cadere. 

(181) Baibanzi, 1j04. 

(182) La lettera, del 21 aprile 1487, è registrata nei Ricordi 
(LXIII, 70a). 

(183) H Tizi, che nei docmnenti è indicato come dottore 
in ambe le leggi e il Valori chiama « sacerdotem moribtis pro- 
batissimum y> (179), era ritornato, . U 20 aprile 1487, da 
Roma a San Germano, dove sin allora aveva retto un 
arciprete che non so identificare (cf. lettere di Baccio Ugo- 
lini e di Nofri Tomabuoni a Lorenzo, 24 marzo e 19 aprile 
1487: XLIX, 255 e LII, 33; e Bicordi, LXIII, 69 6, 70 a, 
al 14 e 21 aprile; in qualcuno di questi luoghi si nomina 
vai Giovanni da Castiglione, ma un raffronto delle date per- 
suade ch'egli non sia altri che il Tizi). Egli apparisce come 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 153 



vicario e governatore in documenti cassinesi del 4 maggio, 
9 agosto, 4 ottobre 1487 {Reg. 1° Joannis de Medicis, a carta 
7 a delle carte premesse e 1 o e 2 a del registro; il secondo 
anche in Gatttjla, Access., II, 565; e Lorenzo gli scrive il 
'23 luglio e il 1° settembre (LXII, 72 b, 74 a). Il 2 novembre, 
Nofri accenna alla sua partenza da Roma per Firenze, ch'era 
stata il 12 ottobre, giudicandolo, come è detto quassù; il 
6 loda Lorenzo della decisione di rimandarlo a San Ger- 
noano, perchè senza di lui tutto rimaneva in abbandono, 
consiglia tuttavia di nuovo Lorenzo di mandare altri in 
suo luogo « perchè francherà molto bene il salario » (LII, 
58, 59). 

(184) Dell'invio del Cambini abbiamo notizia da una 
lettera di Lorenzo al Lanf redini, del 23 febbraio 1487-88 
(LXVni, 192), e dalla procura di Giovanni in favore del 
Baccio, nella quale si accenna a un mandato precedente per 
lui. Ai primi di gennaio del 1489, egli era a Bologna (ASF., 
Otto di pratica, Cart., Resp., 6, car. 271o, 277a): né, ch'io 
sappia, tornò più a Montecassino, dove del resto non ho 
trovato alcun ricordo del suo breve governo. Ma, come 
amministratore del cardinale, ^tenne anche poi una certa 
ingerenza nelle cose dell'abbazia, come si può argomentare 
da. accenni dell'Ugolini a ricordi datigli e a lettere scrittegli 
da lui (17 e 21 maggio 1489, 22 aprile 1491, 30 maggio 1494, 
XLIX, 259, 263, 278, 343). Per la frase citata cf. Tosti, 
IH (XVI), 148. 

(185) Lettere a Lorenzo, 23 e 26 febbraio 1488-89: XLIX, 
256, 267. 

(186) Lettera del 28 febbraio citata. L'Ugolini entrò in 
San Germano il 22 febbraio 1489 e fu accolto con grande letizia 
dai terrazzani « mossi forse così da odio in altri, come da amore 
in me » (lettera del 23). Ma non ebbe la procura da Giovanni 
de' Medici che il 16 luglio (Arch. arciv. di Firenze, Straord. 
1482-1509, cit., s. nmn.; ASF., Atti Quiducci, G. 849, 1485- 
1490, car. 123 a). Vedemmo, del resto, ch'egli aveva avuto 
parte nelle cose di Montecassino fin dai primi mesi del 1487; 
il 21 aprile Lorenzo, scrivendo al tesoriere di San Germano, 
si rimetteva, quanto al dare e all'avere suo, a quello che 
il Baccio gli avrebbe scritto (LXIII, 70 a). 

(187) Lanf redini a Lorenzo, 22 settembre, e Lorenzo al 
Lanfredini, 1° novembre 1487: XL, 126-27; LVII, 135. Sulla 
mensa dei monaci cf. Gatttjla, Hist., II, 569; Access., II, 559. 

(188) Il re chiese a Giovanni d'adoperarsi presso il papa 
per questa sostituzione, con lettera del 18 maggio 1494, 
firmata da lui e controfirmata da Giovanni Fontano, di- 



154 NOTfi AL CAPITOLO II 



cendo di volerla « per servitio de N. S. Dio » e allegando che 
gli Olivetani erano benedettini, come i Oassinesi, e diversi 
solo « de Vahito bianco al negro » (XLV, 159; cf. anche una 
lettera dell'Ugolini, del 30 maggio .1494: XLIX, 343). In 
realtà quei frati, nuovi al monastero, sarebbero stati più' 
docile strumento in mano del re. Ed è verisimile che per 
questo la cosa non gradisse al cardinale e a Piero, per compia- 
cere ai quali, in un momento per lui tanto grave, il re inter- 
ruppe il disegno (Baccio a Piero, 17 giugno 1494: XLIX, 349). 

(189) Cf. Tosti, 1. e, 173-74; 197-98. Egli, del resto, 
ripete quasi testualmente le parole di un diploma di Ferdi- 
nando il Cattolico, il quale, il 20 agosto 1515, lamentava le 
rovine cagionate al monastero dall'essere stato dato in com- 
menda a tali, « qui nec eandem sanctam religionem norant, sed 
tantum procuratores mittehant ad extrahendum redditus a dicto 
sacro monasterio » (Gattula, Access., II, 592): è singolare che 
il diploma fosse dato per confermare una boUa proprio del 
papa mediceo. È noto poi che Giovanni de' Medici aveva 
rinunziato al monastero nel 1504 in favore deUa congrega- 
zione benedettina di Santa Giustina di Padova (Gattula, 
Hist., II, 637 sgg., 643; Tosti, 199). 

(190) L'Ugolini, sul quale cf. Tra il poeta ed il lauro, 
p. 15 (LXV, 277), n. 4, mori il 27 settembre 1494. 

(191) Vincio apparisce come t.i reverendi domini Baccii 
Ugolini... gubematoris in spiritvalibus vicarivi generalisv, 
in doetimenti, che. dall'ottobre 1490 vanno fino alla morte 
dell'Ugolini; il 1° aprile 1495 è detto invece vicario del car- 
dinale de' Medici e il 28 febbraio 1497 ;( vicarius Gassinensis 
in spiritucìLibus yi senz'altro (ivi, 23 o sgg., 221 a; Gattula, 
Access., II, 597 sgg.). 

(192) Baccio conferisce una chiesa a Vincio il 27 luglio 
1491 e dà, il 4 ottobre 1493, 1^ propositura di Santa Maria 
di Babuco a im. Angelo di Bartolomeo di Babuco, familiare 
del cardinale di San Pietro in Vincoli {Reg. cit., 65 a, 170 a). 
Fu citato di sopra il conferimento di San Leonardo, fuor 
dalle mm^a di Taranto, a frate Giuliano ■ da Firenze, 24 set- 
tembre 1492. 

(193) Sull'opera del cardinale d'Aragona, cf. Gattula, 
Hist., II, 568-69, e vedi poi l'inventario, ivi, 597 sgg. Anche 
G. MiNOZzi (Montecassino nella storia del Rinascimento, I, 
Roma, Ferrari, 1925, pag. 48), osserva che l'abate Giovanni 
de' Medici « non lasciò traccia di bene nella badia ». 

(194) Cf. le lettere di Nofri Tomabuoni a Lorenzo, 21 
aprile 1487, e del Baccio, 24 marzo 1486-87 e 26 febbraio 
1488-89: LII, 50; XLIX, 255, 257. Un docvunento del regi- 



L\ CACCIA DEI BENEFIZI 155 



stro dell'abbate Giovanni de' Medici contiene una supplica 
dei monaci, perchè siano revocate le concessioni di beni della 
chiesa di Palazzuolo, che Giovanni d'Aragona aveva accor- 
data alla mensa loro; segue ad essa una relazione abba- 
stanza confusa, che Giovanni Battista Spinelli fa all'Ugolini, 
il 25 giugno 1490, sulla esposizione verbale degli oratori dei 
monaci e sul modo di contentare questi indirettamente: in 
essa si accenna a « reintegratione, quale la S. V. ave expresse 
proibite et denegate etiam collateralibus suis» {Reg. I, Joan- 
nis, 19 a, 20 a). L'azione di reintegrazione, com'è ben noto, 
è giuridicamente distinta da quella di ricuperazione della 
proprietà. 

(195) Pontecorvo era stata da prima ceduta da Boni- 
fazio IX ai Tomacelli e da Innocenzo VII e Ladislao resti- 
tuita all'abbazia. Nel 1463 si era sottomessa direttamente 
alla Chiesa, ma con riserva dei privilegi, rendite e givirisdi- 
zione del monastero; vi furono nonainati infatti rettori e ma- 
gistri actatus dall'abbate Giovanni d'Aragona (cf. Gattula, 
Access., n, 505, 549, 555-556, 562; Tosti, III [XVI], 92-93, 
141). Ma, dopo la morte di questo, anche le entrate erano 
trattenute in parte daEa Camera apostolica (Lanfredini a 
Lorenzo, 1" novembre 1487: LVII, 135), aUa quale da ultimo 
Innocenzo VIII attribuì ogni diritto cassinese su quella 
terra con una pensione di dugento scudi all'abbate (Tosti, 
172-73). 

(196) Eeg. cit., passim, cf. specialmente 35 a, 109 a, 152 a, 
164 a. Il 16 giugno 1493 il cardinale conferma la cessione, che 
xai enfìteuta ha fatto al proprio creditore di terreni del priorato 
di Sant'Oliviero di Salerno, ch'era incorporato all'abbazia 
cassinese (ASF., Atti di ser Domenico da Figline, D. 94, 
1492-1493, car. 34 a). Una boEa Si in evidenti per- Giovanni 
de' Medici « nullizcs dioc. » e però certamente per lui come 
abbate di Montecassino, era nel Beg. Lateran., II, a. Vili, 
agosto 1491-luglio 1492) d'Innocenzo VTII, oggi perduto, 
come si rUeva dall'indice 338 dell' AV., car. 157 ò. 

(197) Reg. I, Joannis, 40 a: la concessione, che ha la fornaa 
di una lettera di Giovanni al Baccio, è senza data, ma si legge 
fra i documenti del novembre e del dicembre 1490. Il Tosti 
(173) dice che all'Ugolini fu concessa in dono vitalizio la 
badia di San Michele; ma non ne ho trovato prove e dubito 
si tratti di un equivoco: Olivete è chiamato anche ora un 
luogo a pie' del coUe di San Michele nella valle del Rapido, 
a nord-est di Cassino. 

(198) Arch. arciv. di Firenze, Straord. ser Domenico da 
Figline, 1491-1506, filza VII, car. 148 sgg., 26 febbraio 1493-94. 



156 NOTE AL CA.PITOLO II 



(199) La lettera del cardinale de' Medici, del 9 aprile 1493 
(qui in App. I, n. 36) è riferita nella concessione della bot- 
tega fatta per ventinove anni da Carlo Orfei de' Medici, il 
10 maggio 1497 {Reg. I Joannis, 143 a). Quel « Joannes Fa- 
hertinus de Oallis de Tagliacozzo, vtriusque iuris doctor^ì 
apparisce vicario per le cose temporali già in documenti 
del 1492 (ivi, 103 a, 120 a; Gatttjla, Access., II, 567). 

(200) Cf. la nomina, fatta dall'Ugolini il 10 agosto 1489, 
di Doffo fiorentino e Jacopo BaUi da San Germano a commis- 
sari per ricercare i devastatori dei boschi, e gli ordini del suo 
vicario Galli per il pagamento dei canoni dovuti per le posses- 
sioni montane di Cocuruzzo, 25 maggio 1492 (ivi, 12 b, 120 a). 

(201) Il 7 ottobre 1489, il Baccio, atteso che «ad egracu- 
randa corpora divina sunt medici ordinatione provisi, qui, ut 
effective proficiant in practicalis operationis officio,' ad hoc 
eligunVur provida medicinali scientia prediti et per idoneos 
cirurgicos approbati », concede ad Angelo di Niccolò Ferrari, 
già fatto esaminare diligentemente e trovato idoneo, li- 
cenza di curare nell'abbazia cassinese e nelle terre e luoghi 
di essa (ivi, 1 8 a). 

(202) Baccio a Lorenzo, 24 marzo 1486-87 e 7 aprile 1491 
(XLIX, 255, 269). 

(203) Baccio a Piero de' Medici, 30 maggio 1494 
(XLIX, 343). 

(204) Cf. le lettere di Nofri Tornabuoni a Lorenzo, da 
Roma, 4 agosto e 2 novembre 1487, e del Baccio, da Na- 
poli, 22 aprile 1491 (LII, 55, 58; XLIX, 278). Per il privi- 
legio ai Sangermanesi, del 18 giugno 1461, cf. GattuIìA, Ac- 
cess., II, 547. H monastero aveva già dalla metà del se- 
colo XI diritto di commerciare liberamente per mezzo di 
una sua nave con lo Stato della Chiesa (cf. Gattula, Ac- 
cess., I, 159-60; Paxmarocchi, 238). 

(205) Baccio Ugolini a Lorenzo, 23 e 26 febbraio, 13 marzo 
1488-1489 e 6 giugno 1489 (XLIX, 256, 257, 258, 264). Lo- 
renzo aveva mostrato fin dal 17 marzo 1486-87 il desiderio 
che l'Ugolini a Napoli « cavasse le m^ni del taxare le guardie », 
stabilisse cioè quanto si doveva spendere per liberarsene 
(LXXII, 457); ma il Baccio, nella citata lettera del 13 marzo 
1488-89, ne lamentava ancora le rapine e proponeva che si 
pagassero dugento ducati all'anno per levarle, alla quale 
angheria riteneva che anche i vassalli contribuissero volen- 
tieri. Un documento del 15 novembre 1488 dà notizia dei pa- 
gamenti, ch'erano fatti dai tesorieri di Montecassino al regio 
commissario di Terra di Lavoro: si rileva da esso che, oltre 
al capitano di San Germano, v'erano un castellano, un vice- 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 157 



castellano e sedici compagni nella rocca di Montecassino, 
un castellano con otto compari a Sant'Angelo in Teodice, 
un castellano con quattro compagni nella rocca di San Ger- 
mano o Rocca Janula (GattuIìA, Access., II, 566). Soltanto 
nel 1501 questi castelli furono restituiti ai Medici dai Fran- 
cesi in premio dei servigi che Piero aveva resi alla Francia 
(ivi, 578 sgg.). 

(206) Ugolini a Lorenzo, 6 giugno 1489, citata; cf. anche 
le lettere del 7, 8 e 21 dello stesso mese (XLI, 159; XLIX, 
265, 266). Egli era a Roma il 29 giugno e doveva partire 
dopo due giorni (Lanf redini, 29 giugno: LVIII, 129). 

(207) Un suo atto, come vedenmao, è compiuto in San 
Gtermano il 10 agosto 1489. 

"(208) Si vedano su questa controversia le lettere del Lan- 
fredini del 29 agosto, del 1°, 5, 8, 23 settembre 1489 (LVIII, 
165, 16.6-167, 168-69, 170, 171) e la copia del breve, ch'era stato 
ordinato il 1° settembre e inviato il 5, nell'originale, a San Ger- 
mano (LVIII, 160). Conviene tuttavia osservare che al Lan- 
fredini giustamente pareva dubbio che la immunità finan- 
ziaria, accordata a Montecassino da imperatori e da re e 
confermata dai papi, si potesse estendere anche al tributo 
straordinario della decima per la crociata, dal quale nem- 
meno il collegio cardinalizio era esente; il papa stesso, per 
favorire i Medici, senti il bisogno di fare un nuovo breve di 
esenzione perpetua con la data falsa di due mesi dopo la 
concessione del monastero a Giovanni (cf. la lettera del 
Lanfredini, 8 settembre, citata). 

(209) Vi accenna la lettera del Lanfredini a Lorenzo, del 
29 agosto 1489, citata. 

(210) Lanfredini a Lorenzo, 7 ottobre 1489: LVIII, 176-78. 

(211) Si vedano, fra i doctimenti di questo tempo, le 
lettere del Lanfredini, 26 settembre, 7, 13, 21, 23 ottobre 1489: 
LVIII, 172, 176-178, 182, 184-85, 186-87. 

(212) n 13 ottobre 1489, giungevano a Roma lettere del 
Baccio al Cambini « molto varie da V altre » (lettera del Lan- 
fredini, citata). 

(213) Per lo scontento dell'Ugolini, vedi la lettera sua 
del 22 aprile 1491, citata; per l'esercizio della giurisdizione 
la bolla di Leone X, anche citata, e, fra i documenti cassi- 
nesi, il ricordo di un notare Giovanni di Antonio Marcelli, 
ch'era a magister actatits » a San Germano, al quale Giovanni 
de' Medici, in premio delle molte benemerenze, conferma tutti 
i privilegi accordati da Giovanni d'Aragona e da papa In- 
nocenzo Vili a suo padre ed a lui {Reg. I Joannis, 16 a, 
senza data; cf. anche Gattuxa, Access., II, 573-74), e la no- 



158 MOTE AL CAPITOLO II 



mina di un giudice d'appello a Cetraro (17 agosto 1499: Gat- 
TULA, ivi, 574-75). Sulla venuta del « nostro s. Regente » nel 
palazzo di San Germano, cf. la lettera dell'Ugolini, 4 aprile 
1491 (XLIX, 268; Della Torre, p. 799, n. 5). 

(214) L'epiteto si legge nelle lettere del 6 e 8 giugno 1489, 
citate, quand'era oratore Piero Vettori, e in altre del 10 e 
15 maggio 1494, quand'era Dionisio Pucci (XLIX, 334 e 
336). Il Baccio avvertiva espressamente il re di non far cenno 
con l'oratore di quel che sapeva da lui (lettera del 30 maggio 
1494: XLIX, 343). 

(215) Cf. le lettere sue a Lorenzo, 22 aprile e 16 maggio 
1491 (XLIX, 278, 282); Della Torre, 798-800, e la mia 
nota Sulla data dell'Orfeo e delle Stanze, p. 18 (334), n. 6. 

(216) Dell'andata del Fancelli a Napoli, alla fine di ntarzo 
del 1491, e dei lavori di Poggioreale, che gli si volevano af- 
fidare, parlano ■ lettere dell'Ugoliai del 1° e 7 aprile 1491 
(XLIX, 273 e 269); vedi anche la lettera, nella quale Lo- 
renzo de' Medici lo domanda a Francesco Gonzaga per il 
duca di Calabria (XLIII, 173, 16 dicembre 1490) e cf. W. Bra- 
GwrRO'LU., Ltica Fancelli, ecc., neWArch. stor. Lomh., a. Ili, 
1876, pp. 621-22, 634. Sugli onori fatti dall'Ugolini al duca, 
vedi sue lettere a Lorenzo, 16 maggio 1491, e a Bernardo da 
Bibbiena, da Aversa, 18 aprile 1493 (XLIX, 282; CHI, 120). 

(217) Ugolini a Piero de' Medici, da Napoli, 21 lugho 1494: 
XLIX, 341-42. 

(218) Dell'opera politica del Baccio, che altri potrebbe util- 
mente esaminare con maggiore larghezza, dà ricca notizia la 
sua corrispondenza con Lorenzo e Piero de' Medici, raccolta 
in gran parte nella filza XLIX del M. a. P. Qui rammenterò 
soltanto come, dopo il viaggio dell'estate 1489 a Firenze, egli 
sia a Roma nell'aprile 1490 (XXV, 603), dal novembre 1496 
al novembre del 1492 sia ora a Montecassiao (cf. Reg. I 
Joannis, 27 a sgg.), ora nella sua villa di San Germano, ora 
a Napoli, dove, tra la fine di marzo e i primi di maggio 1491, 
sostituisce l'oratore fiorentino, Piero di Lutozzo Nasi, che 
non era giimto (XLIX, 268-81). L'8 gennaio 1492-93 è a Fi- 
renze (ASF., Atti di ser Domenico da Figline, D. 94, 1492, 
car. 125 a); il 15 e 20 febbraio è in viaggio per Roma e Napoli, 
il 3 marzo è a Capua (XIX, 54, 57; XLIX, 329). E di nuovo 
lo troviamo ora a San Germano, ora alla corte, donde il re 
lo manda a Virginio Orsini, per trattare la materia delica- 
tissima dell'accordo tra questo ed il papa (lettere del re dal 
30 aprile al 19 maggio .1493: XLIX, 469-90; cf. Trincherà, 
Codice Aragonese, II, par. I, Napoli, Cataneo, 1868, p. 381; 
II, par. II, 1870, p. 39). Nel maggio e nel giugno 1494 è a 



LA CACCIA DEI BENEFIZI 159 



Napoli in colloqui assai stretti e riservati con re Alfonso 
(XLIX, 333-50). Poi, avendone cercato l'occasione egli stesso 
(efr. XLIX, 343), segue il campo regio per tutto il luglio 
e fin a mezzo agosto (XLIX, 353-77). Gli fu quindi affidata 
una* missione a Firenze, durante la quale ebbe, in segno 
della grande sodisf azione del re, il vescovado di Gaeta (vedi 
il mio articolo Tra il poeta ed il lauro, p. 15 [LXV, 277], n. 4; 
e cfr. Della Torbe, 800, n. 1). Il 20 settembre era a San Ger- 
mano {Beg. I Joannis, 214 a), dove, probabilmente, morì il 27. 
(219) Si vedano il sommario della predica della II do- 
menica di Quaresima, 28 febb. 1491, e la XXIII dell'Av- 
vento 1493: ViLLAai, Savonarola, n. e, voi. I, p. 134, e doc. 
VII, p. XXIX; Villabi-Casanova, 49. 



CAPITOLO III 

LA CREAZIONE d'UN CARDINALE TREDICENNE 



I. Perchè Lorenzo cercasse il cappello a uno de' suoi - Sisto IV 
e, da prima, Innocenzo VIII non favorevoli ai Medici - 
Relazioni politiche, economiche e personaU più intime 
fra il papa e Lorenzo dopo la guerra dei baroni - Il ma- 
trimonio di Maddalena de' Medici e di Franceschetto 
Cibo — II. Le pratiche per Rinaldo Orsini - Gentile 
Becchi proposto al cappeUo - Una parola dell'oratore 
Lanf redini: prime incertezze di Lorenzo - Questi si de- 
cide a chiedere il cappello per il figliuolo. — III. Propen- 
sione di Innocenzo Vili per Giovanni e motivi di essa - 
Il papa e il Sacro Collegio - I cardinali e il disegno in fa- 
vore di Giovanni - Il Lanfredini all'opera. — IV. Alla ri- 
cerca di un fondamento sicuro - Giuliano della Rovere: 
sue promesse e sua esitanza - I consigli di Marco Barbo 
e l'opera di Giuhano - Il sonno del papa e le- lettere di 
Lorenzo de' Medici — Opposizione invincibile del Barbo - 
Appare vana ogni speranza nel Vincola. — V. Ascanio 
Sforza - Decisivo appoggio dato da lui alla creazione di 
Giovanni - I pensieri e le opere dello Sforza e del Borgia - 
L'adesione del Collegio - Pericolose promesse medicee 
ad Ascanio e a Rodrigo. — VI. Giovanni de' Medici dia - 
cono e dottore in diritto canonico — Attesa in Firenze - 
La creazione cardinalizia del 9 marzo 1489 - Feste, omaggi 
di letterati e consigli prudenti. — VII. La gratitudine di 
Lorenzo - Nuovi timori - La bolla del cardinalato - La 
designazione degli esecutori della boUa - Presentazione 
delle lettere papali e delle insegne cardinalizie - Signi- 
ficato e valore della creazione di Giovanni. 



Lo stesso duplice fine, che Lorenzo de' Medici 
si proponeva nell' accumulare, con grave e ingenuo 
scandalo del buon Fabroni, sul capo del figliuolo 




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CAPITOLO III 

LA CREAZIONE d'uN CARDINALE TREDICENNE 



I. Perchè Lorenzo cercasse il cappello a uno de' suoi - Sisto IV 
e, da prima, Innocenzo Vili non favorevoli ai Medici - 
Relazioni politiche, economiche e personali più intime 
fra il papa e Lorenzo dopo la guerra dei baroni - Il ma- 
trimonio di Maddalena de' Medici e di Franceschetto 
Cibo — II. Le pratiche per Rinaldo Orsini - Gentile 
Becchi proposto al eappello - Una parola dell'oratore 
Lanfredini: prime incertezze di Lorenzo - Questi si de- 
cide a chiedere il cappello per il figliuolo. — III. Propen- 
sione di Innocenzo Vili per Giovanni e motivi di essa - 
Il papa e il Sacro Collegio - I cardinali e il disegno in fa- 
vore di Giovanni - Il Lanfredini all'opera. — IV. Alla ri- 
cerca di un fondamento sicuro - Giuliano della Rovere: 
sue promesse e sua esitanza - I consigli di Marco Barbo 
e l'opera di Giuliano - Il sonno del papa e le lettere di 
Lorenzo de' Medici — Opposizione invincibile del Barbo - 
Appare vana ogni speranza nel Vincola. — V. Ascanio 
Sforza - Decisivo appoggio dato da lui alla creazione di 
Giovanjii - I pensieri e le opere dello Sforza e del Borgia - 
L'adesione del Collegio - Pericolose promesse naedicee 
ad Ascanio e a Rodrigo. — VI. Giovanni de' Medici dia- 
cono e dottore in diritto canonico - Attesa in Firenze - 
La creazione cardinalizia del 9 marzo 1489 - Feste, omaggi 
di letterati e consigli prudenti. — VII. La gratitudine di 
Lorenzo - Nuovi timori - La bolla del cardinalato - La 
designazione degli esecutori della bolla - Presentazione 
delle lettere papali e delle insegne cardinalizie - Signi- 
ficato e valore della creazione di Giovanni. 



Lo stesso duplice fine, che Lorenzo de' Medici 
si proponeva nell' accumulare, con grave e ingenuo 
scandalo del buon Fabroni, sul capo del figliuolo 




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liA CREAZIONK D'UN CARDINALE TREDICENNE 161 

giovinetto così gran numero di benefizi (1), lo 
moveva a cercare per lui dignità ben più alta 
d'una mitra vescovile o abbaziale. 

Già da lungo tempo, il cappello cardinalizio era 
concesso dal papa, non solo per iniziativa sua 
spontanea, o per maneggi di corte, ma per la ri- 
chiesta, cbe n'era fatta dai maggiori sovrani 
d' Europa, o da quelle fra le' potenze italiane, 
ch'egli, nei vari momenti della pohtica sua, aveva 
bisogno di tenersi amiche. Il re di Napoli, Venezia, 
il duca di Milano avevano loro cardinali, che, più 
efficacemente degh oratori, proteggevano gh inte- 
ressi e le aspirazioni loro presso la Curia; un car- 
dinale, un fighuolo suo giovanissimo, aveva avuto 
il marchese Lodovico Gonzaga, in prèmio dell' o- 
spitahtà concessa largamente alla dieta manto- 
vana: Firenze non ne aveva, perchè i pontefici, 
da Pio II in poi, non avevano amato Firenze, Se, 
dunque, il papa avesse accordato un cappello ai 
Fiorentini, sarebbe apparso in quanto pregio egh 
tenesse la repubbHca loro; se poi l'avesse concesso 
a richiesta di Lorenzo o per alcuno de' suoi, a- 
vrebbe mostrato còme lo considerasse ormai il 
vero arbitro della pohtica fiorentina e fosse di- 
sposto a sorreggerne e renderne duraturo il po- 
tere (2). E ne sarebbero seguiti vantaggi anche eco- 
nomici, perchè il favore del papa e. la cresciuta 
autorità de' Medici in Curia avrebbero rialzato 
a Roma la fortuna' del banco mediceo, la quale 
risentiva direttamente gh effetti deUe relazioni 
varie fra il pontefice, Firenze ed i Medici. D'altra 
parte, aveva scritto giustamente Iacopo Amméin- 
nati, fin da quando si trattava del cardinalato per 
Giuhano di Piero, che, avendo la Chiesa tale 
pegno de' Medici, avrebbe potuto aspettare « ogni 
fedele appoggio » dallo Stato di Firenze (3). E, se 

11. — PicoTTi, Leone X. 



162 CAPITOLO III 



Lorenzo non era sincero, quando, nella lettera no- 
tissima a Giovanni cardinale, diceva di averlo 
« dMo del tutto a M. Domenedio », aveva ragione 
però di soggiungere ch'egli doveva essere « buona 
catena » per legare. Firenze con la Chiesa e « sal- 
vare, come si dice, la capra e i cavoli » (4). Poiché 
né il papa, chiunque egh fosse, avrebbe potuto 
far contro Firenze od i Medici, se questi aves- 
sero in Curia un loro cardinale autorevole, né lo 
Stato fiorentino si sarebbe potuto facilmente stac- 
care dal papa a dispetto dì un tal cardinale. Così 
il cappello cardinaKzio, siccome vedemmo già 
per l'altre dignità ecclesiastiche, ancor più che un 
appannaggio principesco al figliuolo, o al fratello, 
o a un congiunto di colui che teneva signoria in 
Firenze, rappresentava un de' principah strumenti 
di una politica, la quale, negh ultimi anni di Lo- 
renzo, fu volta a cercare nell'intimo legame con 
là Chiesa un sostegno alla potenza de' Medici e 
una garanzia di pace per l'itafia. 

Ma a questo disegno, ch'era balenato, come ci 
avvenne già di accennare, alla mente di Lorenzo 
fin dai primi anni del suo potere, quando il futuro 
Leone X non era ancor nato, o era in cuUa (5), non 
si potè, finché visse il pontefice nepotista, che tenne 
mano alla congiura de' Pazzi, pensare seriamente: 
Sisto poteva mostrare di avere perdonato, ma 
non fino al punto d'ammettere nel Sacro Collegio 
una creatura di colui, che aveva rotto i piani del 
conte Girolamo e ispirato la furibonda invettiva 
del sinodo fiorentino. E non furono piìi favorevoH 
i primi anni d'Innocenzo Vili. La elezione sua, 
dovuta al patteggiare d'opposte ambizioni e a 
tristi maneggi simoniaci, aveva sollevato grande 
malcontento a Firenze, dove si aspettava la no- 
mina di un fautore della serenissima lega d'Itafia 



I.A. CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 163 

e a niun patto si voleva quel genovese (6). E, 
sebbene le disposizioni personali dell'eletto sem- 
brassero assai benevole per i Fiorentini (7), e Lo- 
renzo ne sperasse fin d'allora, e ne ottenesse in- 
fatti, non poco per Giovanni suo, pure la politica 
d'Innocenzo contro Napoli e gli Orsini non era 
tale che potesse stringerlo con il Medici, il quale 
scrisse bensì più tardi che per la città e per la 
casa sua faceva l'unione con la Chiesa (8), ma sot- 
tintendeva la condizione che questa non divenisse 
così potente da non aver più bisogno dei Fiorentini 
e da attraversarne i disegni nella Romagna e nel- 
l'Umbria. 

Però in quella guerra, ch'ebbe nome dai baroni 
congiurati, il papa si dovette accorgere della sua 
debolezza e, poiché lo delusero le speranze nei 
Veneziani e lo sdegnarono la mancanza di fede 
del re e gli audaci suoi appelli al conciho, accettò 
volentieri la mano, che Lorenzo, e durante, la 
guerra e più dopo l'effimera pace del 1486, gh 
aveva tesa, e, come uomo un po' tardo d'ingegno 
e di carattere debole e fatto « più per essere consi- 
gliato che per consigliare altri)), finì col gettarsi 
tutto nelle sue braccia e fargh dire « che esso pon- 
tefice dormia con gli occhi di esso magnifico Lo- 
renzo » (9). Ed era, questa, pohtica savia, la quale 
avrebbe ricondotto il papato temporale a quello 
che doveva essere ufficio suo, di moderatore e cu- 
stode della pace d'Itaha, ed era vantaggiosa per 
lo Stato del papa, come dimostrarono la insoHta 
tranquiUità nel Patrimonio, il mitigarsi degH Or- 
sini riottosi, i buoni uffici di Lorenzo nel sedare 
la ribellione di Osimo. Ma, forse più che l'utiHtà 
della Chiesa e del dominio ecclesiastico, tennero 
fermo il papa genovese nell'amicizia con Lorenzo 
altre ragioni meno elevate, ma più efficaci, pur- 



164 CAPITOLO III 



troppo. Le relazioni d'affari fra Innocenzo Vili ed 
i Medici, scarse sull'inizio del pontificato (10), erano, 
dai primi mesi del 1487, divenute attivissime. 
L'amministrazione trascurata, le spese della guesrra 
santa, per la quale Niccolò Bucciardo Cibo sciiipò 
senza frutto somme notevoli (11), l'amore alle 
gemme e agli ornamenti pomposi (12), i ricchi 
doni a Francesclietto e agli altri congiunti (13), 
ri ducevano il papa in tali strettezze da costrin- 
gerlo fino ad impegnare il bottone e la mitra pa- 
pale (14). Egli si doveva quindi rivolgere al banco 
mediceo, il quale, nonostante la decadenza già 
cominciata, era ancora tanto solido da non vacil- 
lare neppure quando altre società, per alcuna crisi 
improvvisa, parevano scosse (15). Lorenzo poi si 
faceva assai volentieri, anche con mediocre pro- 
fitto economico, il banchiere della Chiesa, perchè, 
essendo il danaro nerbo di ogni impresa guerresca 
o diplomatica, aveva modo di dirigere l'azione 
poKtica della Curia, di sorvegliarne, per gii asse- 
gnamenti concessigli, le entrate e le spese, di 
esercitare azione efi&cace sui signorotti vassalli 
deUa Chiesa, l'Estense, il Manfredi, lo Sforza di 
Pesaro, i cui censi erano accordati a lui a sconto 
del debito della Camera, sicché egli ne poteva 
sollecitare o rimettere l'esazione a sua vogHa (16). 
Ed anche ad altri mezzi l'accorto fiorentino ricor- 
reva per tenersi amico il pontefice; piccoH mezzi, 
il ricordo dei quah parrà forse indegno della gra- 
vità della storia a chi non sappia, o non vogHa ve- 
dere, come a determinare la loro condotta anche 
in affari assai grandi, o a persistervi, gli uomini 
siano spinti non raramente da motivi piccini, tra- 
scurabili in apparenza, spesso, quasi sempre, igno- 
rati. Poiché io non so con certezza, ma credo che 
avessero non poco peso sulle simpatie di Inno- 



LA CREAZIONE D'TJN CARDINALE TREDICENNE 165 

cenzo Vili per Lorenzo e Giovanni de' Medici i 
bei fiaschi S. trebbiano e di vermiglio, i saporiti 
raviggiuoK, i finissimi panni fiorentini, ch'egK do- 
mandava così spesso e che i Medici inviavano, 
docili al gusto un po' schifiltoso di lui e solleciti 
sempre (17). 

Di quest'intima amicizia del papa con Lorenzo 
fu segno ad un tempo e caparra il matrimonio di 
Maddalena de' Medici con Franceschetto Cibo. 
E le simpatie, che la buona giovinetta fiorentina 
si guadagnò a Roma, le speranze che il papa ripo- 
neva in lei per veder ridotto a vita piti regolata 
quel suo figHuolo, riottoso, giocatore, circondato 
d'amici viziosi, i benefici effetti, che Maddalena 
parve ottenere davvero, anche se per breve tempo, 
sullo sposo, la cui età matura e quasi avvizzita, 
sembrava rinnovarsi accanto alla fresca ed in- 
genua adolescenza di lei (18), resero piìi facile a 
Lorenzo il conseguire il cappello desiderato, quan- 
tunque non si possa accettare quel che fu ripe- 
tuto piti volte, che fosse questo uno dei patti, 
espressi o taciti, del contratto nuziale, e meno che 
mai che fosse già designato all'alto ufficio Gio- 
vanni. 



II. 

Di una creazione cardinahzia, si discorreva già 
dai primi anni del pontificato d'Innocenzo e spe- 
cialmente da quando la morte di parecchi cardi- 
nali aveva allentato al pontefice il vincolo, già così 
poco saldo, della capitolazione del conclave (19). 
É lavorava attivamente per sé, fin dal novembre 
del 1485, e piìi assai mentre trattava, come pro- 
curatore di Lorenzo, il matrimonio di Franceschet- 



166 CAPITOLO lU 



to e di Maddalena, l'arcivescovo di Firenze, Ri- 
naldo Orsini, che aveva già da molti anni posto 
l'occliio al cappello (20). L'oratore fiorentino, Pier- 
filippo Pandolfini, riferiva, nel febbraio del 1487, 
ch'egK aveva molte speranze, se Lorenzo l'ap- 
poggiasse, e si offriva a parlarne al papa, vedendo 
in quel fatto un gran principio a tutte le cose di 
Lorenzo (21), Ma il Pandolfini si dovette accor- 
gere subito che questi era freddo (22). Non già 
ch'egH si opponesse apertamente: l'arcivescovo 
era fratello di Clarice de' Medici e questa era tal 
donna che Lorenzo, se non l'avesse contentata, sa- 
peva troppo bene di (nJiavere ad so'p'portare una per- 
petua hriga et inquietudine )> {2S); Rinaldo stesso 
aveva aiutato in parecchie circostanze, quantunque, 
per vero, un po' fiaccamente, i disegni di Lorenzo 
in favore del fighuolo (24); in ogni caso, al Me- 
dici, che appunto allora, conchiudendo il matri- 
monio di Piero suo con Alfonsina Orsini, voleva 
rendere più stretti i legami fra la sua casa e la 
grande famigha romana (25), non conveniva of- 
fendere un uomo, che i fatti avevano mostrato 
intrigante e vendicativo: a ragione ammoniva 
più tardi il Lanfredini che sui fatti suoi, anche 
quando spiacevano ai Medici, non era « se non 
bene al presente et in futurum essere ciecho et sanza 
orecchi)) (26). Anzi Lorenzo, sollecitato dalla mo- 
ghe e dal cognato, raccomandò più volte al papa 
l'Orsini e diceva di non avere, « <Za M. Giovanni 
in fuora, homo al mondo)), per il quale desi- 
derasse di più la dignità cardìnaMzia (27). Ma 
l'ambizioso prelato non gh pareva, e non era, 
persona, dì cui si potesse in tutto fidare. Perciò 
cresceva studiatamente gU ostacoh, che s'oppo- 
nevano alla creazione di lui, questo specialmente, 
che il papa e il Collegio non si sarebbero indotti a 



LA CREAZIONE d'UN CAEDINALE TREDICENNE 167 



dare un secondo cardinale ai riottosi Orsini; 
grave ostacolo certo, ma non insuperabile, perchè 
il papa era assai grato a Rinaldo, che gli aveva 
reso servigio in un momento difficilissimo, e i 
cardinali, prima o poi, solevano cedere a una vo- 
lontà ferma del papa (28). Aveva perciò ragione 
l'Orsini, quando si lamentava che Lorenzo, pur 
facendo mostra di parlare per lui, pensasse ad 
altri (29). 

Piaceva infatti a Lorenzo avere un cardinale, 
che fosse meno potente, più sicuro e devoto, un 
cardinale, che tutto dovesse a lui, e paresse chia- 
ramente e soltanto mediceo. E, poiché il cappello 
dato ad un fiorentino, fosse pur questo della stessa 
sua casa, poteva essere fonte di pericolose ambi- 
zioni (30), aveva messo il pensiero a Gentile Bec- 
chi, vescovo d'Arezzo. Urbinate per nascita, ma 
fiorentino per lunga dimora, il vecchio maestro di 
Lorenzo poteva dirsi giustamente sua fattura e 
fattore; a lui e al fratello Giuhano era stato « se- 
condo padre )\{dl), finché quegh non ne aveva 
fatto cingere le tempie di una mitra splen- 
dente (32); aveva sostenuto con lui o per lui in- 
carichi assai deUcati, per lui aveva sfidato le cen- 
sure della Chiesa con quell'invettiva contro Sisto, 
che nella stessa sua immoderatezza lasciava tra- 
sparire un rimpianto, uno sdegno, una cura, quasi 
dì padre (33). Bene poteva quindi Lorenzo dirlo 
« tanto mio, quanto può » e giudicare che, quan- 
d'egh fosse nel CoUegio, vi sarebbe già « uno pie 
di messer Giovanni)) (34). 

Del cappello per l'Aretino s'era già fatta pa- 
rola fin dal 1477, prima della congiura de' Pazzi, 
e di nuovo suUa fine del 1484, quando, il Becchi fu 
tra gH oratori fiorentini, che prestarono omaggio 
al nuovo pontefice (35). Ma piti attive divennero 



168 Capitolo m 



le pratiche nell'estate del 1487; e, forse per solle- 
citarle, Lorenzo mandò il vescovo a Roma nel 
novembre con Clarice e con Piero per le nozze di 
Maddalena e volle che vi rimanesse, anche dopo 
il ritorno di Piero. A Roma, senza dar noia, aiizi 
appunto perchè non dava noia al pontefice o ai 
cardinali e per lo spirito pronto ed arguto, il 
vecchio Aretino s'era reso gradito; e, poiché Lo- 
renzo si studiava di rivolgere a lui il favore del 
Collegio, valendosi del timore che ispirava l'am- 
biziosa giovinezza dell'Orsini (36), egh ebbe dal 
papa, nell'udienza di congedo, sulla fine di marzo 
del 1488, buone speranze (37); l'oratore Lanfre- 
dini, non molto dopo, scriveva a Lorenzo che 
alla creazione del vescovo nessuno faceva seria 
difficoltà, anche se piìi d'uno poteva mormorare 
non essere decoroso per il Collegio che v'entrasse 
un pedagogo de' Medici (38). 

Ma ormai erano passati più. mesi; e il Lanf re- 
dini, quantunque scrivesse al vescovo ch'essi erano 
« fronde o coccole d'uno medesimo albero » e gh fa- 
cesse sperare la desiderata « capolona » (39), era 
tutto rivolto ad ottenere per il padrone maggiore 
posta e tale che Lorenzo stesso, pur desideran- 
dola assai, non osava ripromettersi ancora. L'o- 
ratore ne aveva gittato innanzi una parola, come 
per caso, fin dal 15 giugno 1487, poco dopo il suo 
arrivo a Roma, quando ancora si trattava per 
l'Orsini od il Becchi: e. Né vegho — diceva egh 
della creazione di questo — noii o osti a messer 
Giovanni vostro; et non so se vi paresse de operarsi 
Sua Santità lo facesse segreto per pubrichare in età 
ragionevole, che sarebbe gran cosa tirandola; et io vi 
metterò lo spirito mio» (40). A Lorenzo la cosa, da 
prima, parve strana; ed era, perchè, se la crea- 
zione segreta, vietata daUe capitolazioni de' con- 



LA CREAZIONE D'XJN CARDINALE TREDICENNE 169 



davi, non era tuttavia senza esempio, era nuovo 
affatto che la ragione del segreto fosse la età del 
cardinale, né s'era udito mai che fosse designato 
alla porpora un fanciullo non ancora dodicenne. 
E certo Lorenzo desiderava e sperava di vedere 
con gh occhi suoi la creazione del fìgHuolo e, anche 
quando scriveva a Roma per l'Orsini od il Becchi, 
aveva sempre il pensiero a spianargli la via (41); 
ma temeva forte, chiedendo troppo gran cosa, di 
perdere tutto e di veder passare un pontificato, 
in cui aveva tanta parte, senza ottenere un car- 
dinale a sua vogHa, né sapeva, non conoscendo 
bene i segreti della Corte rqmana, se a lui con- 
venisse meglio far ritardare la promozione tanto 
che Giovanni fosse alcun poco cresciuto, o solle- 
citare la nomina di un amico, dell'Orsini o, assai 
meglio, dell'Aretino, e servirsi poi di lui, a suo 
tempo, per tirare nel Collegio il fìghuolo. Ed 
anche per altro rispetto esitava; poiché da un 
lato vedeva malvolentieri che il papa desse il cap- 
pello, come avrebbe fatto certo nella prima crea- 
zione, ad alcuno di que' suoi Genovesi, ch'erano 
assai spiacevoli ai Fiorentini, e d'altro lato com- 
prendeva bene che Innocenzo aveva bisogno di 
porre nel Collegio qualche creatura sua, per avere 
poi le mani più sciolte e anche per dare appoggio 
alla sorte futura di quel povero Franceschetto, 
che, « debile d'ogni cosa, maxime di iudicio », si 
sarebbe trovato alla morte del padre in assai pe- 
ricolosa fortuna (42). 

Così per la fiacchezza del papa, per gh intrighi 
dei cardinah, per i consigh opposti, che venivano 
ad ora ad ora da Firenze, trascorse quasi un 
anno e mezzo. E s'avvicinava quel Natale del 
1488, in cui a un altro osservatore acuto delle 
cose romane, a Nofri Tornabuoni, la promozione 



170 CAPITOLO m 



era già sembrata non improbabile (43). Non che 
volesse dir molto il crescere del fanciullo, che troppi 
anni separavano ancora da un'età conveniente 
alla porpora; ma il parlarsi della cosa da molti 
mesi rendeva, come accade, più disposti gli animi 
a ritenerla possibile, e Lorenzo, per la speranza 
lungamente nutrita e forse per l'oscuro presenti- 
mento della fine non lontana, s'andava infervo- 
rando nel pensiero di vedere con gli occhi propri 
quel grande e nuovo fatto. Nel giugno del 1488, 
il Lanfredini gh scriveva con piena sicurezza che 
egli sarebbe aomnino consolato)) di un cardinale; di 
qual de' due, se di Giovanni o del Becchi — per- 
chè all'Orsini non si pensava più (44) — l'oratore 
non sapeva; riferiva bensì che il papa era tanto 
deciso a promuovere Giovanni, ch'egh stesso non 
avrebbe osato stornarlo. Pareva tuttavia al Lan- 
fredini che per Giovanni si potesse attendere 
anche un poco senza pericolo, perchè il papa 
aveva cinquantanove anni ed erano, egli e il fra- 
tello suo, che ne aveva settantatrè, « nature di 
molta prosperità))', se ora Lorenzo facesse entrare 
nel Collegio l'Aretino, non perderebbe il fighuolo, 
che tutti sapevano destinato alla porpora; a- 
vendo questo, perderebbe l'altro, perchè né po- 
teva chiedere decorosamente, né, certo, ottenere 
una seconda grazia, dopo una prima tanto singo- 
lare (45), Ma Lorenzo non era uomo, che indu- 
giasse a raccoghere ini frutto grande per averne 
uno maggiore più tardi, né la riconoscenza e l'af- 
fetto al maestro potevano valere di fronte al van- 
taggio proprio e all'amore del fighuolo. Rispose 
che anteponeva Giovanni a ogni altro, anche se 
la creazione si dovesse fare segreta, ed era pronto 
fin a recarsi a Roma, ove occorresse, per rendere 
l'impresa più facile: soltanto se l'oratore daUe 



I-A CREAZIONK D'irjS CARDINALE TREDICENNE 171 

parole dei cardinali più autorevoli, come Giu- 
liano della Rovere e il Barbo, giudicasse non es- 
servi alcuna speranza, si lasciasse di discorrerne 
per non guastare, parendo troppo presuntuosi, 
il negozio dell'Aretino (46). 



III. 

Innocenzo Vili, come il Lanfredini aveva 
scritto, voleva davvero ad ogni costo dare il cap- 
pello al fìgKuolo di Lorenzo de' Medici; e la fer- 
mezza, insolita in lui, faceva meraviglia all'ora- 
tore, il quale giunse a sospettare che l'Orsini a- 
vesse fìtto in capo al papa di praticare per Gio- 
vanni, perchè, non riuscendogli il disegno, fos- 
se impedita insieme la creazione del Becchi (47). 
Non credo tuttavia che il sospetto fosse giustificato. 
Il pontefice sperava di gratificarsi Lorenzo tanto 
piti, quanto piti era grande il beneficio che gh vo- 
leva concedere, e pensava anche certo che, nel 
tempo non breve fra la creazione e la pubbficazione 
cardinaHzia, la Chiesa poteva essere sicura della fe- 
deltà de' Medici e di Firenze. Né, d'altra parte, il 
cardinale fiorentino, quando venisse in Curia, sa- 
rebbe tale da tentar di dominare con le spalle di 
Lorenzo, anzi, come giovinetto inesperto, sarebbe 
stato docile strumento in mano del papa. Il fra- 
tello di Maddalena Cibo avrebbe tenuto così presso 
il pontefice il luogo di un nipote e sarebbe stato 
appoggio sicuro al cognato, per l'amore, che por- 
tava alla sorella tenerissimo. Quando, piti tardi, 
il papa farà dire a Lorenzo che quel fanciullo por- 
porato era cosa piti sua che del padre, esprimerà 
con parole cortesi un pensiero non privo di finezza 
poHtìca. Certo, ben altro sarebbe stato poi, quando 



172 CAPITOLO m 



il cardinale de' Medici, fatto maturo, avesse po- 
tuto esercitare, con l'appoggio della famiglia e 
deUa città, un'azione personale nella Curia; ma 
Innocenzo non avrebbe probabilmente veduto quel 
giorno e, ad ogni modo, non soleva guardare tanto 
lontano. 

Della sincerità e della costanza deUe buone dispo- 
sizioni di lui per i Medici non si poteva dubitare. 
Il contegno sempre più minaccioso di re Fer- 
rante lo spingeva ad accostarsi tanto ai Fiorentini 
che si discorse perfino di una sua andata nelle loro 
parti (48); e nelle cose di Romagna, a Forlì, dopo 
l'uccisione del Riario, a Faenza, dopo quella del 
Manfredi, egli s'appoggiava a loro, per impedire 
che le condizioni di quella regione fossero mu- 
tate a danno della Chiesa. In fatto poi di da- 
naro, i legami tra la Curia e i Medici erano dive- 
nuti anche più stretti. Questi avevano assunto 
novamente l'appalto deUe allumiere della Tolfa, 
i cui proventi formavano, com'è ben noto, il fondo 
principale per la crociata e, purtroppo, non per 
questa soltanto (49). E; se ci fosse possibile solle- 
vare interamente il velo discreto della cifra, che 
nasconde talvolta i passi più importanti del car- 
teggio mediceo, troveremmo, credo certo, altra 
cosa meno onorevole, che è disegnata oscuramente. 
Perchè non era senza significato che, non molto 
dopo la creazione di Giovanni de' Medici a cardi- 
nale, la Camera apostolica, la quale, nei mesi pre- 
cedenti, teneva quasi in bilancio le sue partite 
con i Medici (50), registrasse ad introito da questi 
tutt'insieme novantacinquemila fiorini d'oro. È 
vero che per questa somma era impegnato ai Me- 
dici un triregno, certo la famosa tiara di Sisto IV, 
ed erano accordati diritti sulle imposte della cro- 
ciata e su altri proventi della Camera; ma questi 



LA CKEAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 173 



diritti rappresentavano una somma assai minore 
di quella, ch'era stata realmente prestata, essendo, 
per esempio, computati a settantamila fiorini certi 
panni e drappi, fomiti dai Medici, che valevano 
novantamila (51). E a Firenze si mormorava che 
non tutte le somme spese per la creazione di Gio- 
vanni de' Medici fossero a carico del banco, il quale 
non era in condizioni troppo buone, e che ne sa- 
pesse anche qualche cosa il pubbMco erario (52). 

Ma, se ad un Sisto IV era stato possibile, come 
sarà poi ad Alessandro VI, creare cardinah" con- 
tro la volontà del Collegio, di Innocenzo Vili 
era fin troppo nota a Lorenzo de' Medici e a' 
suoi la « inconstantia et viltà et corto iudicio « (53). 
In quattro anni di pontificato, egh non era 
giunto a dare il cappello a un de' suoi; dovette 
abbandonare il nipote arcivescovo di Cosenza, 
nel quale pure aveva la più grande fiducia; cam- 
biava da un giorno all'altro opinione, per le pres- 
sioni ora di questo, ora di quel cardinale, quan- 
tunque poi, rimasto solo, tornasse, come accade 
alle nature deboh, al proposito suo. Conveniva 
perciò far conto assai de' cardinah, tanto più 
che Lorenzo ne aveva bisogno per ottenere be- 
nefizi concistoriaH e non voleva, guastandosi 
con loro, rinunziare a un'azione efficace nel fu- 
turo conclave. 

Ora qui la difficoltà era più grande. Veramente 
non era nel Sacro Collegio, come non era in Itaha 
o in Europa, chi fosse nemico a Lorenzo de' Me- 
dici, neppure quel Raffaele Riarìo, che non po- 
teva avere dimenticato i giorni terribih del 1478: 
chi scrisse del pallore e dell'imbarazzo di lui, 
quando più tardi vide a Roma cardinale il fi- 
ghuolo di Lorenzo, dette per vero quel che gH 
sembrò verisimile (54); il Camerlengo, già dal 



174 CAPITOLO HI 



1486, era bene disposto per i Medici, e Lorenzo 
attendeva a farselo amico ogni giorno più (55). 
Lorenzo era depositario del Sacro Collegio (56); 
prestava danaro a' cardinali, per mezzo di quei 
suoi agenti di Roma, che sapevano così oppor- 
tunamente allargare e restringere i cordoni deUa 
borsa; esaudiva di buon grado le preghiere, che 
or questo or quello dei porporati gli rivolgeva 
per essere raccomandato al pontefice, avendo 
tuttavia miUe cautele per non mostrare ad al- 
cuno preferenze odiose e pericolose: a qualun- 
que dei cardinali passasse per Firenze, faceva 
così onorevoli aecoghenze da rimandarlo bene 
acconcio (57). 

Non bastava però, nel fatto del cappello, non 
avere nemici. Tutti i cardinali, e più quelli che 
parevano più vicini aUa tiara, erano riluttanti a 
nuove creazioni, le quali procuravano concorrenti 
nuovi ai ricchi benefizi ecclesiastici e costrin- 
gevano nei conclavi a più faticoso e più dispen- 
dioso lavoro; sopra tutto poi cercavano d'evitare 
ch'entrasse nel Collegio alcuno troppo stretta- 
mente congiunto ai potentati e perciò meno fa- 
cile a lasciarsi dominare dai cardinah più anziani. 
In quel momento, erano disposti a concedere al 
papa uno o due ce' suoi e forse di più i due fran- 
cesi, l'arcivescovo di Bordeaux e il Gran Maestro 
di Rodi o il fratello suo, la nomina dei quah era 
posta a condizione per la desiderata consegna di 
Gem al pontefice. Altri cardinah non avrebbero vo- 
luti; e l'accordarne uno a Lorenzo de' Medici fa- 
ceva temere che si dovesse poi concederne all'im- 
peratore, al re d'LigMlterra, a quel di Polonia, ai 
Milanesi, ai Veneziani, a quest'ultimi special- 
mente, che insistevano da più mesi per la crea- 
zione di Gerolamo Landò patriarca di Costanti- 



LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 175 

nopoli, e ne avevano già promessa dal papa (58). 
E, quando pure i cardinali si fossero decisi, come, 
prima o poi, fecero tutti, a compiacere Lorenzo, 
ciascuno volea vedere quale, fra i candidati ch'egli 
metteva innanzi, fosse più gradito, o anche sol- 
tanto meno sgradito. 

Qui erano divisi i pareri. Sembrava a molti in- 
decorosa la creazione di un fanciullo, e certo più 
d'uno aveva detto al Lanfredini quello ch'egH, 
per esaltare l'opera propria scrisse poi a Lorenzo, 
che tal cosa da San Pietro in qua non s'era fatta 
mai (59). Ma pur troppo ben pochi avevano corag- 
gio di opporsi risolutamente per questo; quando 
Giovanni Lanfredini ricordava che già altri papi 
avevano creato cardinali giovinetti e, con troppo 
chiara allusione a Ippolito d'Este e a Cesare Bor- 
gia, accennava a chi si fossero concessi vescovadi 
e arcivescovadi nell'Ungheria e nella Spagna, 
aggiungendo che alla fine « questo grado dignis- 
simo era oflltio et non cura d'anime» (60), quanti 
fra i cardinali potevano rispondergh con sicura 
coscienza, come incolpevoK di tale strazio della 
Chiesa? Ben altri erano i loro pensieri. Dare la 
porpora al figliuolo giovinetto di Lorenzo de' 
Medici non era forse un mostrare troppo chiara 
la devozione, quasi la servitù, della Corte romana 
a Lorenzo? e in un conclave futuro, non si sarebbe 
egh tenuto stretto ai comandi paterni, mentre era 
da sperare di dominar più facilmente l'Aretino, 
anzi ancor megho chi più di lui si allargasse da 
Lorenzo ? Ma, d'altra parte, quel ragazzo non po- 
teva, per molt'anni, essere « carne da papa. », né 
quindi dare ombra a chi aspirasse aUa tiara; e poi, 
se il papa lo creasse come congiunto di France- 
schetto Cibo e quasi nipote proprio, poteva sem- 
brare eh' egh pensasse alla ((spetialità» sua, piuttosto 



176 CAPITOLO III 



che a quella di Lorenzo, ed egli e i cardinali avreb- 
bero quindi potuto negare altri cappelli ai poten- 
tati con maggior apparenza di ragione che se si 
nominasse l'Aretino, il quale era troppo eviden- 
temente per i Fiorentini soh e per il Mèdici. La 
creazione poi di Giovanni, come giustamente rile- 
vava il Lanfredini, avrebbe tolto il coraggio a Lo- 
renzo di chiedere poi il Becchi, mentre la nomina 
di questo non gh avrebbe levato di capo U pen- 
siero del fìghuolo : essa giovava perciò a mantenere 
meno numeroso il Collegio (61). 

Fra tali incertezze ondeggiavano i cardinaK, e 
l'oratore si disperava alcuna volta che quei « cer- 
velli di preti yt variassero ad ogni ora (62). Ma egli 
s'era fitto in mente di riuscire nell'impresa, che 
pur riconosceva dubbia e pericolosa e di fa- 
tica mortale; e a Lorenzo scriveva di amare 
quella conclusione onorevole quanto la 
vita propria e di chiedere a Dio quella 
grazia per pareggiare gli affanni suoi, che 
non sapeva con che altro si potessero me- 
dicare: appunto in quei giorni egh, dopo lunga 
trepidazione, doveva piangere un fìghuolo, che, se 
crediamo al maledico Burckard, uno sciagurato ec- 
cesso di Hbidine gh. aveva rapito dal fianco, a se- 
dici anni (63). Né altro diceva di voler guadagnare, 
fuor che Lorenzo stesso, al quale, come presago 
della immatura sua fine, raccomandava le fan- 
ciulle sue ed i fighuoh (64). Giustamente gh scri- 
veva'Lorenzo che, se la cosa riuscisse, lo terrebbe 
da lui, se no, dalla propria sfortuna; e Giovanni 
stesso, o chi scriveva in suo nome, raccomandan- 
dogh in una breve lettera il vicario del vescovo 
di Arezzo per certe cause benefiziah, si rimetteva 
a lui, « come se projyrio mi fussi 'padre, perchè non 
altrimenti la riputo et amo» (65). Chi vide il Lan- 



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^#f4irM JjUJttM^'xitd. iQ. iiiiicr^ JiUrii ^Uiwd<> farfiì.ihLfmcyc^-ar 

Cattivo scrittore ! 

M. a. P., CXXIV, 56. N. Cipriani - Firenze. 



176 CAPITOLO III 



che a quella di Lorenzo, ed egli e i cardinali avreb- 
bero quindi potuto negare altri cappelli ai poten- 
tati con maggior apparenza di ragione che se si 
nominasse l'Aretino, il quale era troppo eviden- 
temente per i Fiorentini soh e per il Mèdici. La 
creazione poi di Giovanni, come giustamente rile- 
vava il Lanfredini, avrebbe tolto il coraggio a Lo- 
renzo di chiedere poi il Becchi, mentre la nomina 
di questo non gli avrebbe levato di capo il pen- 
siero del fighuolo: essa giovava perciò a mantenere 
meno numeroso il Collegio (61). 

Fra tali incertezze ondeggiavano i cardinah, e 
l'oratore si disperava alcuna volta che quei « cer- 
velli di 'preti » variassero ad ogni ora (62). Ma egli 
s'era fitto in mente di riuscire nell'impresa, che 
pur riconosceva dubbia e pericolosa e di fa- 
tica mortale; e a Lorenzo scriveva di amare 
quella conclusione onorevole quanto la 
vita propria e di chiedere a Dio quella 
grazia per pareggiare gli affanni suoi, che 
non sapeva con che altro si potessero me- 
dicare: appunto in quei giorni egh, dopo lunga 
trepidazione, doveva piangere un fighuolo, che, se 
crediamo al maledico Burckard, uno sciagurato ec- 
cesso di hbidine gH aveva rapito dal fianco, a se- 
dici anni (63). Né altro diceva di voler guadagnare, 
fuor che Lorenzo stesso, al quale, come presago 
della immatura sua fine, raccomandava le fan- 
ciulle sue ed i fighuoli (64). Giustamente gh scri- 
veva'Lorenzo che, se la cosa riuscisse, lo terrebbe 
da lui, se no, dalla propria sfortuna; e Giovanni 
stesso, o chi scriveva in suo nome, raccomandan- 
dogh in una breve lettera il vicario del vescovo 
di Arezzo per certe cause benefiziah, si rimetteva 
a lui, « come se proprio mi fussi padre, perchè non 
altrimenti la riputo et amo)) {QS). Chi vide il Lan- 



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Cattivo scrittore ! 

AA. a. P., CXXIV, 56. N. Cipriani - Firenze. 



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LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 177 

fredini in quei giorni lavorare dì e notte, fino a 
tanta stancliezza da desiderarsi per riposo la 
morte, chi lo vide combattere « gran giostre » e 
sodisfare « i sanctj et diavoli », dovette dire che, 
appunto, « un diavolo » era anch'egli e ben mo- 
strava di essere chi era tenuto (66). In Curia egli 
godeva credito grande, anche perchè, quand'occor- 
resse saldare sollecitamente una partita della Ca- 
mera apostolica, era in grado di anticipare de- 
naro del proprio (67). Dai cardinali era assai ben- 
voluto e a tutti sapeva «./per varie vie... dare el 
sevoy> (68); e che fosse anche d'altro che di parole 
non v'è certezza, ma probabihtà molta. Di parole, 
a ogni modo, e di promesse era largo: or s'impe- 
gnava a nome di Lorenzo, ora faceva che questi 
scrivesse all'uno o all'altro dei porporati; e man- 
dava qualche volta la minuta a Firenze, qualche 
altra scriveva non piacergH le lettere inviate dalla 
cancelleria medicea e le foggiava da sé, a Roma, 
scrivendole su fogh, che Lorenzo aveva firmati in 
bianco (69). A tutti faceva rilevare la fede e la 
devozione di Lorenzo alla Sede apostoHca, i ser- 
vigi, ch'egh poteva rendere allo Stato ecclesia- 
stico, i « contrappesi », che avrebbe recati con se 
il fallire delle sue speranze (70). A chi mettesse 
innanzi l'età del fanciullo, che da qualche male- 
volo, e, tra i primi, dallo zio Rinaldo Orsini, era 
detto appena dodicenne e «sparuto et storto ^^ (71), 
rispondeva, spergiurando, ch'egh aveva già quin- 
dici anni, e si appellava aUa testimonianza del 
cardinale di San Pietro in Vincoh, che, avendolo 
veduto a Firenze, lo aveva giudicato a occhio di 
quest'età; scrivendo però a Lorenzo, si doleva che 
le bolle papah precedenti non avessero dato al 
fanciullo qualche anno di più, raccomandava che 
s'impedisse d'allegare l'atto battesimale, fino a 

12. — PicoTTi, Leone X. 



178 CAPITOLO III 



prendere, occorrendo, il libro dei battesimi, chie- 
deva se fosse possibile avere una dichiarazione 
giurata da testimoni che lo dicesse di quindici in 
sedici anni (72), E, se pure i contraddittori stavano 
fermi al diniego, si scusava: volere cosi il papa; 
Lorenzo, ch'era nhuon ecclesiastico» e che, in ogni 
modo, si voleva tenere al più certo, repugnare; 
ma come opporsi, senza perdere affatto il cap- 
pello? procurassero i cardinali di ridurre il papa a 
miglior consiglio; Lorenzo li aiuterebbe. Natu- 
ralmente, l'oratore indettava poi in segreto il 
pontefice, sicuro ch'egli servisse bene (73). E si 
affaticava a persuadere il Collegio che Giovanni 
sarebbe stato creato non tanto per compiacere 
Lorenzo de' Medici, quanto come stretto parente 
dei Cibo: se ne potevano forse dolere quei con- 
giunti del papa, che aspiravano alla porpora e se 
la vedevano tolta da un fiorentino, ma che im- 
portava ai Medici, quando ottenessero, p>er l'una 
o per l'altra via, il loro fine? (74)i A ciascuno poi 
dei cardinali il Lanfredini dava speranza che il 
nuovo collega sarebbe « a servigio ed onor suo »; e 
con qualcuno de' più autorevoli o de' più rilut- 
tanti si allargava più: all'Orsini prometteva che 
Lorenzo gfi farebbe restituire la legazione della 
Marca, la quale egH credeva gli fosse stata tolta 
per opera sua, e aggiungeva che Giovanni sa- 
rebbe « di Chiesa et lui solo in ogni evento » (75) ; 
allo Zeno, a cui aveva fatto scrivere da Lorenzo 
una lettera caldissima, figgeva in testa che per 
mezzo di Ascanio Sforza e del Vincola, sui quah 
il cardinale veneziano credeva potere i Medici 
ogni cosa, raggiungerebbe il papato, sicché l'am- 
bizioso si faceva a pregarlo che gh « conciasse « 
que' due e si disponeva intanto a favorire Lo- 
renzo (76). 



LA CREAZIONE D'XJN CARDINALE TREDICENNE 179 



IV. 

-Ricordava tuttavia il Lanfredini d'avere udito 
dal cardinale di San Marco e dallo stesso papa In- 
nocenzo che Sisto IV, « più presto che... forbire il 
nasoy) a tanti cardinali, soleva affaticarsi con tre 
di loro, vinti i quali, gli altri rimanevano « per 
bestie » e, per non parere « menati da quelli tre » 
consentivano a gara quant'egli volesse (77), Si volse 
perciò a ricercare, se qualcuno dei cardinali, fosse 
pur uno solo, si potesse disporre a far così proprio 
il desiderio di Lorenzo de' Medici da trascinarsi 
dietro i colleglli. E aveva fatto da prima fonda- 
mento su due, che godevano credito assai ed erano 
fra loro « pane e chacio », Giuliano della Rovere, 
cardinale di San Pietro in Vincoli, e Marco Barbo, 
cardinale di San Marco (78). 

L'autorità dell'energico e irrequieto Giuliano sul 
debole Innocenzo aveva sofferto strane vicende: 
il papa, quand'egli era presente, l'aveva tosto a 
noia, assente lo desiderava. Potentissimo nei 
primi anni del pontificato del CJibo, così da essere 
« papa et plusquam papa », s'era disgustato con lui, 
quando il pontefice contro sua voglia aveva con- 
cesso pace a Ferrante e agh Orsini; di nuovo 
era tornato in credito, quando per mezzo di lui 
il papa si voleva stringere con i Veneziani contro 
il re; e di nuovo era uscito da Roma, quasi fug- 
giasco, dopo la mala riiiscita della guerra di 
Osimo (79). Ma, l'S aprile del 1488, dopo che due 
grandi Stati italiani, Milano e Venezia, erano in- 
tervenuti per lui, egli era stato ricevuto in Roma 
con tali accoglienze, che appena potevano con- 
venire a vincitore o a sovrano, e il Senato veneto 



180 CAPITOLO ITI. 



s'era giustamente rallegrato con lui che avesse ri- 
preso autorità maggiore che mai (80). Lorenzo de' 
Medici lo aveva sfuggito, quand'era passato per 
Firenze in disgrazia del papa, nel settembre del 
1487; ma nel marzo del 1488, quando il cardinale 
s'incamminava al suo nuovo trionfo, era stato a 
Ixuigo con lui, che gli parve « d'ingegno et riso- 
luto », s'era fatto promettere appoggio per la 
creazione d'un cardinale fiorentino, e, sènza par- 
largli per allora de' suoi disegni per Giovanni, 
glielo aveva fatto conoscere e cercato che ne avesse, 
com'ebbe, impressione favorevole (81). Nei primi 
colloqui col Lanfredini il cardinale si protestò in- 
fatti disposto ad appoggiare i desideri di Lorenzo, 
ma, quando gli si accennò a Giovanni, disse pa- 
rergli impresa pericolosa per l'età del fanciullo, 
che pure credeva maggiore del vero; e alle insi- 
stenze dell'oratore rispose che ne discorresse col 
cardinale di San Marco, perchè egK solo non po- 
teva sostenere il carico di proporre quella crea- 
zione; se il Barbo , consentisse, parlerebbe più 
chiaro (82). Né da tale proposito si voleva smuo- 
vere. L'oratore fiorentino, che lo giudicava « ca- 
pitoso et pocho przidente », « difjicile natura et più 
bestiale che ragionevole)) (83), non s'avvedeva come 
il Vincola, stringendosi al Barbo, principiasse a 
rappresentare, fosse anche per motivi non puri, 
quel movimento di reazione aUa corruttela ideila 
Chiesa e all'infiacchirsi del potere papale, ch'egli 
doveva propugnare con maggior forza, quando fu 
papa Rodrigo Borgia, e si apparecchiasse già forse 
ad essere nel futuro conclave, con l'appoggio del 
Barbo, quel che il Barbo aveva tentato invano 
di. essere nel cpnclave del 1484, il candidato degli 
oppositori alla poHtica affatto mondana della 
Chiesa di Roma. 



LA CREAZIONE D'UN CAKDINALE TREDICENNE 181 

Così il Lanf redini fu ridotto per allora a trat- 
tare col Barbo. Il cardinale di San Marco era nella 
Curia tra i primi e godeva, come forse niun altro, 
la stima e l'amicizia del papa; de' Medici poi era 
confidente e quasi promotore presso la Corte ro- 
mana e diceva d'amare come un fratello cordia- 
lissimo Lorenzo, che gli pareva a norma d'exemplo 
et di buoni costumi)) e dal quale sperava grande 
utilità per la Chiesa (84). E, come aveva già avuto 
parte nel conchiudere il parentado di Maddalena 
de' Medici, così aveva dato fede a Lorenzo di cercar 
di ottenergli un cardinale e lavorava, fin dal giu- 
gno del 1488, a questo fine, suggerendo al Lanf re- 
dini di guardarsi dagh altri e riposare in lui (85). 
Ma egh era, fra tanti corrotti e tanti deb oh, un 
incorrotto ed. un forte, sicché a buona ragione, 
quand'egh, due anni dopo i fatti che sono qui nar- 
rati, chiuse gh occhi santamente, i cortigiani lo 
piansero, come da molt'anni non s'era pianto nes- 
suno, e con ingenua attestazione di stima un buon 
cronista orvietano additò in certa cometa, ap- 
parsa qualche mése innanzi, un presagio di così 
grave sventura (86). Ora non davvero quel difen- 
sore acerrimo de' diritti ecclesiastici, quel 
fortissimo protettore dell'onore divino(87) 
poteva consentire a dare la porpora a un fanciullo. 
Quando il Lanfredini, fattogli già qualche cenno 
fin dal luglio, si recò da lui a Palestrina, sulla fine 
d'agosto del 1488, per discorrerghene di proposito, 
il Barbo non si volle da prima opporre diretta- 
mente: disse che già il negozio dell'Aretino non 
era facile; mettere innanzi Giovanni sarebbe dare 
« grande actione » a ehi non voleva servire Lorenzo 
e correr il rischio di perdere ogni cosa : accennò 
anche abilmente, per impaurire Lorenzo, al So- 
derini, ch'era buon cortigiano e che più d'uno 



182 CAPITOLO III 



dei cardinali avrebbe visto nel Sacro Collegio più 
volentieri del Becchi, sperando di avere « più 
parte » con lui. Lorenzo sembrò persuaso; scrisse 
al Lanf redini che, non potendosi confidare a del- 
l'animo e dell'industria » del papa, era meglio te- 
nersi al più certo : anzi in certi capitoH, che pro- 
babilmente dovevano essere fatti vedere al cardi- 
nale, mostrò che la sua « ultima conclusione et 
irrevocabile y> fosse quella di seguire il consiglio 
del Barbo (88). 

GiuHano della Rovere si volse allora a sconsi- 
gliare affatto il papa dalla creazione di Giovanni, 
adducendo che questa, ove ne fosse differita la 
pubbhcazione, com'era necessario a ogni modo, 
sarebbe stata poco sicura, perchè, morto il pon- 
tefice, il Collegio non avrebbe forse riconosciuto 
il Medici per cardinale, com'era accaduto già al 
Savelli ed al Foscari, creati segretamente da 
Paolo II; e indusse così il papa a promettere 
soltanto di dare il cappello al Becchi, quando 
Lorenzo volesse. Il Lanfredini diceva per vero 
che non era perduta ogni speranza di Giovanni, 
perchè i cardinali, per non sembrare guidati 
da San Marco e dal Vincola, consentirebbero 
forse al desidèrio di Lorenzo; e il pontefice stesso 
tornava subito al primo disegno (89). Ma Lorenzo, 
che diceva d'essere a non.... molto praticho a' don- 
dolamenti », temeva ora assai; si sdegnava del sonno 
del papa, dal quale avrebbe voluto sentire piuttosto 
« le executioni buone che tante promissione sanza 
opere)); non era sicuro che in una creazione, fatta 
in quel momento, i Fiorentini non fossero del tutto 
dimenticati e avrebbe voluto ch'essa tardasse an- 
cora, se gli fosse data speranza che il fatto di Gio- 
vanni, impossibile allora, diventasse possibile ' in 
seguito; ma, d'altra parte, gh sembrava che il 



LA CREAZIONE d'uN CAKDINALE TBEDICENNE 183 

papa avesse indugiato già troppo nel dare a Fran- 
ceschetto suo qualche appoggio di cardinali a- 
mici. Quando poi seppe che il papa era caduto 
infermo, non si tenne più e gli scrisse, il 20 no- 
vembre 1488, la lettera troppo nota, nella quale, 
senza alcuna vergogna, lo eccitava a lasciare 
queUa « honestà et costumatezza », per cui France- 
schetto e gH altri servitori suoi erano « ancora di- 
giuni-», e a cominciare una volta a essere papa 
« a beneficio di questi suoi ». Lasciava tuttavia ar- 
bitro il Lanfredìni di non consegnarla, se non gH 
paresse utile a far gli effetti, ch'egh cercava; e il 
trovarsi la lettera, nell'originale, tra le carte del- 
l'oratore è prova ch'essa non fu data al pontefice, 
forse perchè quegh temette davvero che il papa 
creasse alquno de' suoi e lasciasse addietro i Fio- 
rentini, ai quaH sarebbe stato troppo scarso com- 
penso che avesse il cappello qualche amico o con- 
giunto dello sposo di Maddalena de' Medici (90). 

Il Lanfredini chiese allora nuove lettere, calde 
ed efficaci e adatte allo scopo, che più importava 
raggiungere; e Lorenzo ne inviò, il 1° dicembre, 
non una sola, ma due, perchè l'oratore scegHesse 
quella che gh pareva migliore. In una, che ci fu 
conservata, Lorenzo suppHcava il papa, con 
quella efficacia, che avrebbe fatto a Dio 
per la salute dell'anima sua, di concedergU 
cosa, ch'egh desiderava tanto che, se non l'otte- 
^ nesse, non gh sarebbe parso « essere più al mondo ir, 
diceva di non essersi mutato dai pensieri suoi, ma 
di non voler perdere il bene per il megho e di 
contentarsi del secondo, se non gh si poteva ac- 
cordare il primo; ammoniva tuttavia, assai si- 
gnificativamente, il pontefice che non doveva 
avere « in questo caso... altra legge o resistentia » 
se non quella ch'egh volesse a per benignità et 



184 CAPITOLO III 



humanità sua ». Ma questa lettera non fu rimessa 
a Innocenzo (91). Ghe cosa fosse scritto nell'altra 
non sappiamo; ma possiamo argomentare con 
sicurezza che vi si domandasse più risolutamente 
la creazione di Giovanni, Perchè, sebbene Lo- 
renzo, intimidito, mostrasse ora, anche nelle let- 
tere più riservate al Lanf redini, di volersi tenere 
al più certo e non discorrere di Giovanni, se non 
fosse per agevolare la pratica dell'Aretino (92), l'o- 
ratore non aveva lasciato di sperare nella riuscita 
dell'impresa più difficile. 

E tornava più e più volte ad insistere presso il 
Barbo, cercando di persuaderlo che la nomina di 
Giovanni, certo, non dispiaceva a Lorenzo, ma 
non era voluta da lui, sì dal papa, il quale, in fine, 
avendo già per sé undici voti, poteva creare cardi- 
nale chi volesse. Ma il cardinale giurava bensì di 
voler servire Lorenzo, al quale scriveva una lettera 
«breve, prudente et amorevole », prometteva a maria et 
montes » per l'Aretino, suggerendo anzi che il papa, 
chiamati i cardinah al suo letto, h pregasse di 
aiutarlo a guarire con l'accordargh due cappelh, 
che dovevano essere per il castellano ed il Becchi; 
quanto a Giovanni, tuttavia, poiché la difficoltà e 
la poca sicurezza della sua nomina non parevano 
bastare a distoghere il Lanfredini, dal procurarla, 
dichiarava ormai senz'ambagi che non avrebbe 
dato al pontefice il suo voto (93). E l'oratore non lo 
potè persuadere, quantunque badasse pure a fin-^ 
gere che Lorenzo fosse trascinato contro vogHa dal 
papa (94). Il Barbo rispondeva a lui, o a qualcuno 
dei cardinah che lo spingeva a consentire, essere 
quella dignità tanto grande che si doveva « preser- 
varla per sustentàmento et auxilio della fede Chri- 
stiana et non riposarla in mano di putti n; e, quando 
il Lanfredini più lo stringeva, uscì a dire, quasi 



LA CREAZIONE D'UN CARI>IJsAX,E TREDICENNE 185 

supplicando, con nobile e commossa parola: « State 
contento, questi pochi mesi che ci ho ad vivere, mi 
conservi quello pocho di honore, che con gram fa- 
tiche mi ho acquistato, et anche, quando è tempo da 
nettare, non imbratti la conscientia mia ». Né l'o- 
ratore, per quanto gH si gettasse davanti in gi- 
noccliio, riusci ad ottenere piti di queUo, a cui il 
cardinale, persuaso che ogni opposizione ormai 
fosse vana, s'era già disposto da sé, di non mettere 
innanzi ragioni contro Giovanni e star cheto (95): 
il Lanfredini e Lorenzo, per minor male, se ne do- 
vettero contentare (96), Onesto vecchio! Potevano 
bene alcuna volta que' due malignare di sua dop- 
piezza, di simulazione, di aspirazioni ambiziose aUa 
tiara; ma, quando gli dicevano che, sebbene il car- 
dinalato di Giovanni fosse ormai sicuro, a Lorenzo 
non parrebbe d'averlo, se mancasse il consenso di 
lui, mostravano, senza volere, quanta stima si po- 
tesse guadagnare, anche in un'età così triste, chi 
sapeva andar contro corrente e come perciò, a 
scusare in ciascuno la colpa o la debolezza, mala- 
mente si rechi, anche per quell'età, a quella scusa 
così corrente e ricevuta, ch'erano errori del suo 
tempo, piuttosto che suoììì (97). 

La opposizione invincibile del cardinale di 
San Marco fece fallire per gran parte le speranze, 
che Lorenzo aveva riposte e conservava tena- 
nacemente in Giuhano della Rovere (98). Più 
abile del Barbo nei maneggi di Curia, il Vincola, 
pur dichiarando sempre di aderire a ciò che quegh 
risolvesse, dava buone parole al Lanfredini, so- 
pra tutto perchè voleva, traendo a Roma Lo- 
renzo per la pratica del fìghuolo, servirsi di lui 
ad impedire la promozione di due congiunti del 
papa, ai quaU era avversissimo, Nicolò Bucciar- 
do, arcivescovo di Cosenza, e Lorenzo Cibo, ar- 



186 CAPITOLO III 



ci vescovo di Benevento e castellano di Sant'An- 
gelo. Dal primo dei quali, attivo uomo e intri- 
gante, temeva il della Rovere un pericolo all'au- 
torità sua presso il papa; all'altro, che non va- 
leva molto, non sapeva perdonare d'essere stato 
causa che fosse tolto a suo fratello Bartolomeo 
quel Castel Sant'Angelo, dal quale costui facil- 
mente avrebbe potuto dominar Roma e aiutare 
Giuhano nel conclave futuro (99). Ora, dal Buc- 
ciardo, Lorenzo, che non se ne fidava, era di- 
sposto ad allontanare il favore del papa e fu in- 
fatti causa principahssima che questi smettesse 
ogni pensiero di promuoverlo (100). E, anche 
quanto al castellano, voleva impedire che fosse 
fatto cardinale prima di Giovanni, temendo che 
non fòsse possibUe una nuova creazione più tardi; 
ma non aveva ragione di fare altra impresa con- 
tro di lui, perchè non gii poteva importar molto 
che quegh fosse tenuto per bastardo e legittimato 
con arte, ne, forse, che alcuna voce lo dicesse ma- 
lignamente più che nipote o cugino di papa In- 
nocenzo (101). Dell'andare poi a Roma egh stesso, 
confermava quello che aveva detto già, essere 
egh disposto a quel viaggio soltanto se avesse 
quasi intera certezza di riuscire nella pratica di 
Giovanni, perchè, secondo il giudizio di ognuno, 
egh non si sarebbe mosso che per lui e, non otte- 
nendolo poi, n'avrebbe perduto di capitale (102). 
Deluso così in que' suoi calcoli sottili, Giuliano, 
quantunque dicesse non dispiacergh il fighuolo di 
Lorenzo ed essere pronto a far fede presso il pon- 
tefice dell'età sua, non voUe prendere alcuna ini- 
ziativa, tornò a dire che si rimetteva a quel che 
facesse il Barbo, e a stento, quasi di sorpresa il 
Lanfredioi riuscì a strappargh la promessa che 
non mancherebbe a Lorenzo, quando la cosa pa- 



LA. CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 187 

resse certa. E non giovò una delle solite lettere, 
firmate da Lorenzo, ma scritte dal Lanf redini, 
nella quale era detto che Lorenzo aveva fatto 
precipuo capitale sopra di lui e si prometteva 
al cardinale che godrebbe « el fructo di questo se- 
me ». 11 Vincola dette in fine al papa il suo con- 
senso, ma con tanto malvolere che il Lanf redini 
scrisse a Lorenzo aver essi fondato male i loro 
pensieri (103). 



V. 

Ma allora i Medici non avevano più bisogno di 
Giuliano, Quando il Lanfredini s'era accorto che 
per la via del Barbo e del Vincola « il guado.... non 
pareva sicuro », Dio — com'era usato male questo 
nome in mezzo a intrighi siffatti! — l'aveva ispi- 
rato a cercarlo altrove (104). Nel primo tempo 
che si discorreva della creazione cardinalizia, A- 
scanio Sforza, il fratello del Moro, non era in Corte; 
e il Lanfredini e gli amici di Lorenzo ne attende- 
vano con grande sospetto il ritorno, che s'annun- 
ziava vicino. Il Barbo pensava ch'egli si sarebbe 
opposto ad ogni creazione e tanto più sarebbe 
stato « retrogrado », quanto più la persona, chiesta 
dal Medici, gh fosse congiunta: il papa sperava 
invece che avrebbe servito lui, e perciò Lorenzo, 
megho d'ogni altro, perchè, riamicatosi ora col 
fratello, aveva bisogno del pontefice per isvolgere 
un'azione poHtica secondo gl'interessi propri e 
del Moro: badasse intanto Lorenzo — faceva scri- 
vere a costui — di rendergh onore nel suo passag- 
gio per Firenze (105). 

In verità, Ascanio doveva essere grato al Me- 
dici, che gh aveva reso più facile la riconcihazione 



( 
188 CAPITOLO III 



con Lodovico e gli aveva promesso, quando il go- 
vernatore del ducato di Milano pareva presso aUa 
morte, ogm" appoggio per succedergli nella tutela 
del duca giovinetto (106). Ma appunto queste am- 
bizioni di Ascanio e i rapporti nuovi e più intimi 
fra lui ed il Moro facevano ch'egli si dirigesse ormai 
secondo le istruzioni, che gli venivano da Milano, 
e gl'interessi personah del fratello e generali di 
casa Sforza e del ducato, i quali interessi erano di 
frequente in contrasto con quelli di Firenze e de' 
Medici. Nel giugno di questo medesimo anno 1488, 
s'era combattuta a Faenza, nell'ombra, una lotta 
fra Lorenzo ed il Moro; e Lorenzo avea vinto, 
sicché era sembrata per un momento possibile una 
guerra fra Firenze e Milano; poi Lodovico aveva 
ceduto e pareva- riamicato col Medici, ma non sì 
che a Roma non s'attendesse ancora « uno scoppio)^ 
(107). Perciò, sebbene Lorenzo avesse fatto ad 
Ascanio le più onorevoU e generose accogHenze e 
^e avesse avuto, in compenso, buone parole, nel 
novembre il Lanfredini lo considerava ancora fra 
i cardinah, di cui le disposizioni eran dubbie, aveva 
anzi qualche sospetto ch'egli per volere del fra- 
tello s'adoprasse a impedire a Lorenzo di tirare 
la posta: il cardinale Orsini poi diceva netta- 
mente che il milanese prima si sarebbe voluto 
fendere che servire Lorenzo (108), 

Ma questi aveva tutt' altri pensieri: scriveva 
all'oratore ch'era da fare ogni dihgenza per gua- 
dagnarsi lo Sforza e da raccomandarlo al papa, 
come uomo « più expedito et risoluto et non di /meno 
integrità che qualcun altro » (109). Cosi il 1° di- 
cembre, il Lanfredini gh poteva già accennare assai 
riservatamente a pratiche iniziate col cardinale, 
pure dolendosi che questi avesse troppa fiducia 
nel vicecancelliere, che pareva all'oratore « si- 



LA CREAZIONE D'tJN CAX?DINaLE TREDICENNE 189 

nistra 7taturay> (110). E tosto dovette accorgersi 
quanto si potesse sperare da Ascanio Sforza: po- 
chi giorni dopo, costui era il piti ardente fautore 
di Giovanni de' Medici; e, quando Lorenzo gli 
scrisse per ringraziarlo e raccomandargli l'onor suo, 
rispondeva, il 25 gennaio, non occorrere ringra- 
ziamenti per quello ch'egli faceva ed era per fare 
in suo proprio benefizio, non essere « necesarìo 
aricommandare ad uno il pi^oprio suuo bene »; l'o- 
nore e la fortuna di Lorenzo essere d'Ascanio e vi- 
ceversa, ònd'era giusto che ambedue si affaticas- 
sero li per exaltacione de uno comune fiotto ■»; egli 
farebbe tanto per questa cosa quanto per la salute 
dell'anima sua, come appunto se egli fosse Lorenzo 
de' Medici vestito dell'abito cardinalizio, perchè 
tale era non per ingegno p prudenza, ma per l'a- 
more a Giovanni ; e, poiché « quisque in negocio 
suuo ehecior est quam in aliena)), egli, in questa pra- 
tica tutta sua particolare, seguirebbe il consigho del 
« prudente et afecionato » ambasciatore di Lorenzo, 
mediante il quale non era possibile errare (111). 

Tanto fervore non era simulato. Ascanio Sforza, 
con Rodrigo Borgia (112), che gh era strettamente 
congiunto, rappresentava nel Sacro Collegio il 
nucleo della parte cardinalizia opposta a Marco 
Barbo e a Giuliano della Rovere, come « ostro e 
tramontana »; e, poiché la grave malattia, dalla 
quale il pontefice non s'era bene rimesso, faceva 
sembrare non lontano il conclave, aveva bisogno 
dell'appoggio di Lorenzo de' Medici, al cui desi- 
derio immoderato egh, meno scrupoloso del Barbo, 
era prontissimo a consentire (113). S'ingannavano 
assai Lorenzo e il Lanfredini quando, per rendere 
sicuro il fatto di Giovanni, si studiavano di met- 
tere d'accordo lo Sforza ed il Vincola (114): Ascanio 
sarebbe riuscito nella difficile impresa, ma voleva 



190, CAPiTor.o III 



riuscire da sé, con gli amici più fidi, sicché Lorenzo 
dovesse riconoscere quella grazia solo da lui. E l'o- 
ratore dava a lui continuamente ferma speranza 
dell'aiuto di Lorenzo; e al Borgia, che, già benevolo 
ai Medici, era stato assai facilmente ridotto da 
Ascanio al proposito loro, diceva scopertamente, 
mettendo in luce assai chiara le ragioni, che 
movevano ad operare quegh ambiziosi: « che voi 
che fu cardinale non si era vendicato in alchuna 
promotione un papa, né uno Lorenzo de' Medici, 
come farebbe Ì7i questa et congiunte le cose — di Lo- 
renzo — con Ascanio si vendicava l'imperio de' 
cristiani » (115), Ascanio poi si riprometteva altresì 
che Lorenzo rafforzasse a Milano l'autorità ille- 
gittima degli zii ducali, molto più che, passata la 
nube che aveva offuscato le buone relazioni tra il 
Moro e Lorenzo, questi s'era fatto mediatore e ga- 
rante deUà promessa, che lo Sforza faceva al papa, 
di soccorrerlo con cinquecento uomini contro Fer- 
rante, e, per rendere più salda la nuova amicizia, 
aveva inviato a Milano il suo Piero, che v'era 
stato accolto con grande onore (116). 

Così, motivi personah e politici a un tempo spin- 
gevano Ascanio a dar favore a Giovanni de' Me- 
dici, mentre il Borgia mirava a farsi e degh Sforza 
e de' Medici sgabello a saHre. L'oratore fiorentino 
dipinge con molta vivezza l'attività de' due cardi- 
nali, il gaghardo animo, con cui parlavano al papa, 
i colloqui segreti fra loro e con l'ambasciatore, ai 
quah essi andavano fin travestiti od in maschera, 
le fatiche di Bernardino da Lunate, un futuro car- 
dinale, che allora, come fidissimo servitore d'A- 
scanio, correva di e notte, con tempi da far com- 
passione, ora dall'uno or dall'altro de' porporati, 
dal Lanf redini, o dal papa (117). Il pontefice, che, 
non potendo ottenere dai Veneziani promesse di 



LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE I9l 

aiuto (118), teneva assai all'amicizia di Milano, si 
lasciava guidare nello stringere le pratiche della 
creazione, o nel ritardarle, dai consigli d'Ascanio, 
mentre l'acquisto del vicecancelliere, che faceva 
scrivere a Lorenzo di volerlo « ad ogni modo per 
fratello » (119), era prezioso per i Medici, sia per la 
grande autorità, che l'ingegno, l'abilità, le ric- 
chezze gh davano in Curia, sia perchè non uscisse 
allora dalla cancelleria, alcuna notizia sull'età, de- 
nunziata altra volta, di Giovanni e se ne avesse, a 
suo tempo, luia bolla conforme in tutto alle vedute 
di Lorenzo. 

Le notizie, che giungevano ora, nel febbraio del 
1489, a Lorenzo, sebbene annunziassero qualche 
volta spiacevoli ritardi della promozione, la da- 
vano ormai per sicura: il papa anzi aveva già 
commésso a Firenze, in gran segretezza, i cappelli 
e i napponi, che si dovevano dare ai nuovi eletti 
(120). Ogni giorno il Lanfredini comunicava l'a- 
desione di altri cardinaH al volere del papa e ne 
dava merito al papa stesso e ad Ascanio, a questo 
specialmente, che si prendeva il carico di operare 
su queUi, che, innanzi al papa, s'erano mostrati ri- 
trosi, ed era « gran causa di tutto questo bene ». Primo 
aveva consentito, senza alcuna fatica, Giorgio Co- 
sta, il vecchissimo cardinale di Lisbona, al quale 
tuttavia gh avversari della creazione di Giovanni 
avevano confidato il loro disegno d'impedirla dando 
il cappello all'Aretino. Il cardinale di NapoH, Oh- 
viero Carafa, « el piii astuto et il piic sagace car- 
dinale et docto et di grande animo n, dopo avere 

fatto da prima qualche obiezione per l'età, non 
solo aveva ceduto ad Ascanio, ma s'era posto con 
lui e col Borgia a condurre la pratica (121), L'Or- 
sini, sebbene avesse promesso all'oratore fioren- 
tino di servire Lorenzo e quasi fatto credere che 



192 CAPITOLO III 



la riuscita dipendesse da lui,- aveva da buon mer- 
cante venduto al papa il suo voto (122). Il Sa- 
velli e il Colonna avevano fatto gran parole « alla ro- 
manesca » e, asserendo che la promozione, che 
il papa meditava, era « guelfa », volevano avere il 
protonotario Gonzaga per compenso alla crea- 
zione di Giovanni e il vescovo di TivoH « huomo 
dodo e d'assai », per contrappeso a quello d'Alena; 
e il papa aveva detto che praticassero pure anche 
per costoro, certo che non sarebbero riusciti a 
nulla. Infatti gli altri cardinah s'erano opposti 
gaghardamente, e il Lanfredini, a sua volta, 
aveva scritto lettere in nome di Lorenzo per dimo- 
strare a quei due romani che questi non era né 
gueKo, né ghibeUino, ma fiorentino, come vedreb- 
bero un giorno per prova: la realtà degH interessi 
economici e pohtici usciva, da gran tempo ormai, 
fuor dalla cerchia delle vecchie idee partigiane. 
E il Colonna s'era impegnato senz'altro col ponte- 
fice, per iscritto; del SaveUi era ormai certo il con- 
senso (123). Nessuna fatica s'era durata con il 
Balue, il Mìchiel, Domenico della Rovere, il 
Conti, lo Sclaf enati, il Foix, il Iliario(124). Così, 
il 24 febbraio 1489 il papa aveva già dodici nomi 
sottoscritti per la creazione di quattro cardinali, 
uno dei quali era Giovanni; il Carafa, sebbene non 
avesse firmato, aveva giurato « in pectore suo » di 
consentire, il Vincola s'era ridotto a promettere 
quel che il papa voleva, lo Zeno aveva dato il voto 
per due cardinah e uno di questi era il fiorentino; 
i cardinah di Recanati e di Genova, non sarebbero 
mancati a Lorenzo, il quale poteva dire d'aver 
avuto a' suoi voleri, tranne il cardinale di San 
Marco, tutto il Collegio (125). E l'oratore senese 
poteva ammirare la « jprudentia et sapientia » di 
Lorenzo, per la quale avevano parlato di Giovanni 




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192 CAPITOLO III 



la riuscita dipendesse da lui,- aveva da buon mer- 
cante venduto al papa il suo voto (122). Il Sa- 
velli e il Colonna avevano fatto gran parole « alla ro- 
ìnanesca » e, asserendo che la promozione, che 
il papa meditava, era « guelfa », volevano avere il 
protonotario Gonzaga per compenso alla crea- 
zione di Giovanni e il vescovo di Tivoli « huomo 
dodo e d'assai », per contrappeso a quello d'Aleria; 
e il papa aveva detto che praticassero pure anche 
per costoro, certo che non sarebbero riusciti a 
nulla. Infatti gli altri cardinali s'erano opposti 
gagliardamente, e il Lanfredini, a sua volta, 
aveva scritto lettere in nome di Lorenzo per dimo- 
strare a quei due romani che questi non era né 
guelfo, né ghibellino, ma fiorentino, come vedreb- 
bero un giorno per prova: la realtà degli interessi 
economici e politici usciva, da gran tempo ormai, 
fuor dalla cerchia delle vecchie idee partigiane. 
E il Colonna s'era impegnato senz'altro col ponte- 
fice, per iscritto; del Savelli era ormai certo il con- 
senso (123). Nessuna fatica s'era durata con il 
Balue, il Mìchiel, Domenico della Rovere, il 
Conti, lo Sclaf enati, il Foix, il Riario (124). Così, 
il 24 febbraio 1489 il papa aveva già dodici nomi 
sottoscritti per la creazione di quattro cardinah, 
uno dei quali era Giovanni; il Carafa, sebbene non 
avesse firmato, aveva giurato « in pectore suo » di 
consentire, il Vincola s'era ridotto a promettere 
quel che il papa voleva, lo Zeno aveva dato il voto 
per due cardinah e uno di questi era il fiorentino; 
i cardinali di Recanati e di Genova, non sarebbero 
mancati a Lorenzo, il quale poteva dire d'aver 
avuto a' suoi voleri, tranne il cardinale di San 
Marco, tutto il Collegio (125). E l'oratore senese 
poteva ammirare la « prudentia et sapientia » di 
Lorenzo, per la quale avevano parlato di Giovanni 




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LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 193 

più i cardinali al papa, che il papa ai cardi- 
nali (126). 

Lorenzo seguiva da lontano i maneggi del suo 
oratore con il più intenso desiderio e con un'ansia, 
che ogni ostacolo nuovo, ogni ritardo accresce- 
vano; sollecitava il Lanf redini a venire a una con- 
clusione, pur rimettendosi a lui, che aveva con- 
dotto le cose tanto bene: « Né di qua — scriveva — 
vi posso aiutare d'altro, se non con oratione et pre- 
gare Dio che ci conceda questa gratia, se è il meglo ». 
Ad Innocenzo Vili protestava la sua gratitudine, 
affermando che principale fondamento della sua 
« spetialità » era la fermezza del desiderio, che ne 
mostrava il pontefice. Ma sopra tutto, come gli 
aveva suggerito l'oratore, dichiarava e in lettere 
apposite, che non ci sono pervenute, e scrivendo 
al Lanf redini, la sua riconoscenza aUo Sforza ed al 
Borgia, e confermava le promesse dell'oratore. « Co- 
nosco — scriveva a questo a proposito di Ascanio — 
e per li vostri advisi et per le mie considerationi, ove 
restava lo honore et speranza mia, se non fussi suta 
resuscitata dalle opere di sua reverendissima Signoria 
et quello che mi valeva e' parentadi, amicitie et fede » 
e diceva meritare l'opera dello Sforza altre grazie 
che di parole. E, quanto al Borgia, commetteva al 
Lanf redini: « Offeritegli Uberamente non solo la per- 
sona et tucte le cose mie, ma tucto quello che potrà 
mai messer Giovanni, che sarà più, suo che mio: 
et so si ricorderà sempre, conseguendo questo grado, 
haverlo da sua Signoria reverendissima; et forse 
achaderà che li potrà rendere qualche parte del 
merito^ (127). 

Quando, tre anni dopo, Giovanni de' Medici 
stava per entrare in Roma con l'abito cardinalizio 
e i cardinah avevano deciso di tenersi al costume 
antico di non andare a ricevere il nuovo collega 

13. — PicoTTi, Leone X. 



194 CAPITOLO III 



nel primo suo ingresso, Ascanio Sforza voleva a 
ogni patto incontrarlo « tanquam singularis ami- 
cus y>. Forse non lo seppe Lorenzo, perchè il ceri- 
moniere papale riuscì « non modicis laborihusy> a dis- 
suadere lo Sforza (128), né certo egH potè sapere 
come, all'avvicinarsi del conclave, Ascanio pren- 
desse quasi in tutela sua il giovinetto cardinale 
e, più tardi, Rodrigo Borgia, fatto papa, rinfac- 
ciasse ai Medici, accusandoli d'ingratitudine, il 
favore dato alla promozione di lui (129). Ma penso 
che non occorressero a Lorenzo questi indizi 
per avvedersi, passato il primo fervore per la 
creazione di Giovanni, che il troppo intenso 
desiderio di vincere una posta, cosi rilevante 
aveva tratto lui ed il Lanfredini a un giuoco pe- 
ricoloso. Poiché dei cardinaH, su cui si poteva 
far fondamento per ottenere il cappello al gio- 
vinetto, pochi forse erano in quell'ora più auto- 
revoli, ma certo nessuno comprometteva più di 
Ascanio Sforza e dell'amico suo Borgia. Dei vene- 
ziani, il Barbo, nipote d'un papa e per nepotismo 
elevato a un ufficio, del quale era per altro de- 
gnissimo, godeva a Roma un'autorità, che gh 
veniva dalle antiche amicizie e dalla propria virtù, 
piuttosto che dalla terra natale; gK altri poi 
avevano credito scarso. Il napoletano Carafa 
non era in troppo buone relazioni con re Fer- 
rante, né si mostrava troppo disposto a servirlo; 
Giuliano della Rovere, che nel conclave prece- 
dente era stato, e doveva essere nel futuro, il rap- 
presentante di una tendenza politica determi- 
nata, pareva avere smarrita la sua via nelle tem- 
peste dei primi anni d'Innocenzo e non l'aveva 
ritrovata ancora; il Bahie, conciliatosi col suo 
re, aveva quasi la direzione della poHtica fran- 
cese nella Curia e in ItaHa, ma la Francia mi- 



LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 195 

rava allora piuttosto ad esercitare un'azione su 
tutta la penisola che a parteggiare per uno Stato 
o per l'altro. Soltanto Ascanio Sforza rappresen- 
tava gl'interessi dì un particolare Stato italiano 
ed era, in Curia, puntello all'usurpazione del 
Moro. Conveniva dunque a Lorenzo obbligarsi 
così strettamente agli Sforza e promettere e far 
promettere al loro candidato la tiara? Non era 
questo un partirsi da quella politica di savia neu- 
tralità, per la quale gli stessi benefìzi ecclesia- 
stici per Giovanni de' Medici erano stati cercati 
e ricevuti, volentieri a Milano ed a Napoli? Certo, 
Lorenzo poteva pensare alla vecctiia arte del 
non mantenere le promesse; ma, appunto, la pro- 
messa non mantenuta fu causa non ultima del- 
l'odio degli Sforza e della freddezza del Borgia, 
per la quale scatenarono quelli, e questi non 
impedì efficacemente la procella che travolse le 
fortune medicee. 



VI. 

Nel palazzo di via Larga e in Firenze l'aspetta- 
zione era grande. Già le cerimonie, che il Lanfre- 
dini aveva chieste, erano state compiute. Il 24 
febbraio 1489, durante la Messa solenne di San 
Mattia, nell'oratorio privato de' Medici, Benedetto 
Pagagnotti, vescovo di Vaison, aveva conferito a 
Giovanni, secondo la dispensa papale contenuta 
in un breve di cinque giorni innanzi, l'ordine del 
suddiaconato e del diaconato; il 26, nel palazzo ar- 
civescovile, Teseo de' Pini da Urbino, dottore in de- 
creti e vicario generale dell'arcivescovo di Firenze, 
aveva dato al giovine diacono e protonotario le 
insegne di dottore in diritto canonico, mediante 



196 CAPITOLO III 



la consegna del libro chiuso ed aperto, del ber- 
retto, dell'anello d'oro ed il bacio di pace, la- 
sciando però la benedizione al sommo Iddio, che 
a lui e a tutti benedicesse per i secoli infiniti (130). 
Cerimonie, come appunto scrisse Lorenzo al Lan- 
fredini (131), e non punto decorose. Perchè il breve 
poteva bene dispensare dall'impedimento del- 
l'età a ricevere il diaconato, ma non dall'idoneità, 
della quale il pontefice stesso, fosse pure per for- 
ma, riservava* il giudizio al vescovo e che questi 
diceva d'avere esaminata dihgentemente, ido- 
neità d'un fanciullo tredicenne! E, quanto alla 
laurea, erano per verità rispettate le forme esterne, 
perchè il privilegio di Carlo IV del 2 gennaio 1364, 
dava all'arcivescovo il diritto di concedere il dot- 
torato dopo esame diligente, e di questo diritto 
s'era fatto uso qualche altra volta in Firenze, 
anche dopo che non vi esisteva piti un colle- 
gio di canonisti, dandosi l'arcivescovo stesso a 
collega per l'esame qualche riputato dottore (132), 
Ma qui gli esaminatori, Domenico Bonsi e Àgnolo 
Niccohni, e i testimoni, Matteo da Cascia e Gre- 
gorio da Spoleto, erano scelti fra i più devoti ai 
Medici, e il notaio stesso assisteva alla laurea per 
mezzo di persona di sua fiducia, dicendosi occu- 
pato in altri negozi; né v'è alcuno, se non forse 
l'Audin (133), che possa leggere senza un sorriso, 
come un fanciullo, che il giorno innanzi ninno 
pensava a far dottore, sapesse dichiarare e inter- 
pretare magistralmente i punti assegnatigh e rias- 
sumere ottimamente le obiezioni difficilissime e 
sottihssime e risolverle con risposte così perspicaci 
da essere giudicato da tutti più che idoneo alla 
laurea. Precocità d'ingegno meravigliosa davvero ! 
Queste cerimonie s'erano fatte in gran segreto: 
il Lanfredini aveva nascosto, per ogni buon fine, 



LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 197 

agli stessi Otto di Pratica i maneggi in favore di 
Giovanni (134); ma a Firenze l'oratore estense 
Guidoni aveva già « di buon . loco » notizia della 
creazione futura sin dal dicembre, e nel marzo se 
ne parlava tanto pubblicamente che a Lorenzo 
pareva troppo, e la cosa era aspettata da ognuno, 
fuorché da lui, che diceva di non essercisi mai « 'po- 
tuto appichare ». Nel giorno stesso ch'egli scriveva 
così al Lanfredini, gh era toccata una grave delu- 
sione: l'oratore aveva m,andato in un polizzino, 
per vedere se andava bene, la forma, con cui si 
doveva, a suo tempo, dare l'annunzio ai magi- 
strati cittadini dell'avvenuta creazione; e Lo- 
renzo aveva creduto per un momento che fosse 
in quello già la notizia desiderata. e stava per co- 
municarla. Rispose, un po' stizzito, al Lanfredini 
che c'era tempo a mandar quella forma e che il 
modo dell'annunziare importava poco (135). 

Ma non tardò molto: e la buona novella giunse 
davvero. La .mattina del 10 marzo, Lorenzo aveva 
dal Lanfredini e da Nofri Tomabuoni l'annunzio 
che la mattina prima il papa aveva pronunziato 
cardinaU Lorenzo Cibo, arcivescovo di Benevento 
e castellano di Sant'Angelo, Ardicino della Porta, 
vescovo di Aleria, Antoniotto Gentile datario, 
Andrea, d'Espinay, arcivescovo di Bordeaux, 
Pietro d'Aubusson, gran maestro di Rodi, e con 
essi aveva creato Giovanni, purché rimanesse un 
triennio segreto, intendendosi tuttavia che dopo 
quel tempo, o anche prima, se fosse morto prima 
il pontefice, si considerasse come pubbhcato, sen- 
z'altra formahtà, e potesse entrare in conclave. Il 
giorno seguente arrivavano lettere da Ascanio 
Sforza e dal cardinale d'Angers, il primo dei quaU 
diceva d'avere ottenuto dal papa hcenza di comu- 
nicare la promozione, nonostante le censure minac- 



198 CAPITOIvO HI 



ciate a chi violasse il segreto; il francese poi, con- 
travvenendo aUa proibizione papale, voleva quasi 
far merito a se stesso di quella nomina (136). E 
seguiva, poco dopo, un'altra lettera, d'uno dei 
nuovi cardinali, quello d'Aleria, che, dicendosi 
nato ad un parto con Giovanni de' Medici, si ral- 
legrava assai del Heto successo ed offriva al gio- 
vine collega ed al padre l'opera propria (137), 

La notizia correva tosto per la città, portata 
daUe lettere di Roma, come scrisse per iscusarsi 
Lorenzo o, più veramente, diffusa da lui stesso e 
dai suoi. E tutta la città, fino a' più poveri, ve- 
niva a rallegrarsi con Lorenzo; sulle case e suU'o- 
sterie s'inalzavano le armi de' Medici col cap- 
pello, sonavano a festa le campane, s'accendevano 
sulle colline fuochi di gioia. Il Capitolo de' cano- 
nici, raccoltosi immediatamente, deliberava una- 
nime di offrire a Giovanni il cappello cardinalizio, 
di nominarlo suo protettore, di comprare scope, 
pannelli e quant' occorresse alla solennità della 
creazione: gli studenti pisani facevano festa a lor 
modo, con una vacanza abusiva. Non mai, scrisse 
Lorenzo, s'era veduta più vera e generale alle- 
grezza (138). 

Com'era costume dell'età, gli omaggi letterari 
piovevano. Marsilio Eicino, parodiando infehce- 
mente un luogo altissimo del quarto evangelo, de- 
dicava a Giovanni, al nuovo nhomo missus a 

Deo », a lui ch'era venuto « in testimonium, ut de 
summa patris sui Laurentii apud omnes authori- 
tate testimonium perhiheret », al sacerdote grande, 
il hbro di un altro grande sacerdote, di GiambHco, 
il pagano scrittore dei misteri, come poco dopo, 
auspicando al giovinetto il pontificato, gh offriva 
il Proclo ed il Porfirio, singolare mescolanza anche 
qui, come in tutto il pensiero e l'opera ficiniana. 



liA CREAZIONE d'un CAKDINAÌ-E TKEDICENNSl 199 

di pagano e di cristiano (139). Con maggiore op- 
portunità, fedele alla dottrina aristotelica dell' A- 
quinate, Giorgio Benigno Salviati, pubblicando 
in quei giorni la sua Dialectica nova, la dedicava 
a Giovanni ed a Piero; e, sebbene, per rispetto aUa 
scomunica papale, chiamasse quello ancora pro- 
tonotario, gU prediceva ugualmente il grado più 
alto neUa repubblica cristiana (140). E Giovanni 
Pico deUa Mirandola presentava a Lorenzo, per fe- 
steggiare l'avvenimento lietissimo, quel suo sin- 
golare Heptaphis, in cui, interpretando allegori- 
camente la Genesi, tentava di mostrare la sostan- 
ziale concordanza tra la filosofia platonica e l'a- 
ristotebca, tra le dottrine giudaiche e il cristia- 
nesimo. Forse appunto per quest'omaggio, il 
nome di Giovanni de' Medici fu mescolato alla 
grave questione tra Roma ed il Pico, ripetendo 
il pontefice più volte, davanti aUe insistenze di 
Lorenzo per l'assoluzione del filosofo mirandolano, 
essere quella « altra cosa che gratificare Lorenzo del 
figliuolo », né essere quello « suo caso, ne caso di 
messer Giovanni » (141). 

Ma certo al fanciullo erano più grati i versi, con 
i quali i poeti medicei ne celebravano la gloria 
presente o auguravano la futura, la quale, dopo 
un così felice principio, non sarebbe mancata. Ed 
anche poteva compiacersi se la cancelleria medi- 
cea gli passava alcuna delle rnolte lettere di ral- 
legramento, nelle quali con gli elogi, in parte me- 
ritati, di Lorenzo, erano congiunti quelli di lui, 
immeritati (142). Ma lesse egH forse e meditò qual- 
che lettera più grave, che sonava non tanto con- 
gratulazione é heto presagio, quanto ammoni- 
mento dolce e severo? Così Piero Dolfin, generale 
de' Camaldolesi, scrivendo a Lorenzo, si rallegrava 
dell'onore che dalla elevazione del fighuolo veniva 



200 CAPITOLO III 



al suo nome, ma augurava insieme che Iddio con- 
cedesse al fanciullo di adornare la dignità sua con 
l'erudizione e la dottrina e, quel che importava 
più, col merito deUa vita; e a Giovanni stesso rivol- 
geva consigH, ricchi di mistico profumo: crescesse 
in sapienza ed in grazia, come il biblico fonte, che 
era divenuto gran fiume ridondante d'acque molte, 
fosse padre de' poveri, consolatore degh afflitti, 
soUievo de' miseri e degli oppressi, fosse puntello 
non alla Toscana soltanto, ma a tutta la Chiesa 
vacillante, e, come in lui Dio aveva dato un fan- 
ciullo, sulle cui spalle stava l'impero, cosi lo stesso 
Iddio, che custodisce i fanciulli, fosse con lui in 
ogni sua via e più abbondante gh concedesse la 
grazia (143). Quel che pensasse Giovanni non sap- 
piamo, ma certo Lorenzo de' Medici allora pensava 
ad altro che alla grazia di Dio o al vantaggio della 
Chiesa o all'eterna salute. 



VII. 

Nel primo fervore della gioia, Lorenzo aveva 
scritto al pontefice con proteste caldissime di ri- 
conoscenza, e, rese grazie direttamente ad Ascanio 
Sforza e al Balue, aveva poi commesso, con parti- 
colari lettere di credenza, al Lanfredini di far le 
sue parti presso tutti i cardinali, a cominciare da 
quelh, che, pur non avendolo favorito, s'erano aste- 
nuti da troppo forte e pericolosa opposizione (144) : 
anzi era pronto a mandare a Roma, se al ponte- 
fice paresse bene — e non parve --- il suo Piero, 
perchè, scriveva, quel gran benefiaiio avrebbe meri- 
tato ch'egh stesso, Lorenzo, non che altri, v'andas- 
se in persona a dire tutta la sua gratitudine (145). 
AU'oratore poi aveva promesso di ricordarsi fin 



I-A CREAZIONE D'UN CAKDINALE TREDICENNE 201 

che vivesse e di lasciare a chi gH doveva succe- 
dere il ricordo dei grandi meriti di lui, al quale di- 
ceva d'attribuire per piti che i tre quarti la buona 
riuscita di una impresa, che gh sapeva quasi d'im- 
possibile (146). Ma, ora che il punto più difficile 
era vinto, lo inquietava quel che rimaneva ancora 
da fare. 

Né per altra ragione, certo, aveva affrontato la 
scomunica papale e divulgato per ogni parte, tra i 
cittadini, tra gh oratori, tra i principi, la creazione 
del fìghuolo, se non per toghere o diminuire il pe- 
ricolo, che poteva essere nel segreto, dandole tale 
pubbhcità che nessuno osasse metterla in forse 
mai più (147). E tuttavia, certe « cichale », vedendo 
com'egh, dopo essersi scusato alla megho col papa 
di quelle prime 'manifestazioni, come avvenute 
contro alla sua volontà, impediva, per ossequio 
agh ordini di lui, ogni attestazione di onore al gio- 
vinetto cardinale (148), andavano sussurrando 
non essere poi la cosa di Giovanni tanto sicura; e 
osavano perfino spargere alla corte del re di Na- 
poh che quel cardinalato era « uno fumo di pan 
caldo et solamente fondato in parole semplice di nostro 
Signore »: lo stesso vescovo di Arezzo, forse perchè 
aveva l'animo uh po' amaro per la speranza de- 
lusa, faceva vedere di aver molestia per quel che 
ancora mancava a Giovanni. Cosi Lorenzo scriveva 
a Roma di tremare, pensando ai pericoh, che quel 
fatto recava, perchè sarebbe stato grave suo carico 
ed egh sarebbe caduto più dall'alto, se la cosa non 
fosse proceduta più innanzi. Ma egh aveva ragione 
di rifidarsi, come anche scriveva, nell'amore e 
neUa prudenza del Lanf redini. Non bene rimesso 
da un'infermità, che l'aveva colto in quei giorni, 
e ancor tutto doghoso, l'oratore s'affaticava tanto 
da muovere lo stesso Lorenzo a pregarlo di rispar- 



202 CAPITOLO III 



miarsi, perchè, siccom'egli scrisse, di quello di 
che Lorenzo ardeva, egli abbruciava (149). 
Si doveva pensare, prima di tutto, a fare sten- 
dere la bolla del cardinalato in tal forma da ren- 
dere assolutamente sicura, comunque volgessero 
gU eventi, una condizione tanto nuova. Non poten- 
dosi, per il segreto, spedirla neUe forme consuete 
della cancelleria papale, il pontefice ne aveva 
commesso l'incarico al cardinale Balue; ma l'ora- 
tore ottenne che la minuta, che fu firmata da Ge- 
rolamo Balbano segretario papale, fosse stesa se- 
condo il consigUo di Niccolò da Castello, ch'era fra 
i più dotti giurisperiti della Curia e affezionatis- 
simo ai Medici (150). A Lorenzo stesso, che n'ebbe 
copia il 25 di marzo, e ai canonisti fiorentini, ai 
quah, nonostante la minaccia di scomunica,, ei la 
fece vedere, essa parve « molto bene considerai^ et 
fortissima » (151). E veramente essa contro al solito 
delle lettere papah per minorenni, rammentava 
l'età adolescente di Giovanni soltanto in gene- 
rale, senza precisarla, e spiegava lo stesso diffe- 
rimento deUa pubbhcazione non con la giovinezza 
di lui, che poteva essere pericoloso, ma con certe 
ragionevoH cause note al pontefice e ai cardinah. 
Ricordava invece le speranze, che la Chiesa poneva 
nel giovinetto, sia per gl'indizi di virtù che appari- 
vano in quella sua età, sia per l'appoggio che gh 
veniva dalla repubbhca fiorentina e dalla paren- 
tela, potente in questa in opere e in parole e devota 
alla Chiesa; diceva creato Giovanni dopo matura 
dehberazione per consenso unanime del Sacro 
Collegio, la quale ultima asserzione isappiamo non 
vera (152), e come cardinale lo pronunziava e rice- 
veva, assegnandogU, perchè nulla gli mancasse delle 
insegne del cardinalato, anche il titolo, la vecchia 
basilica di Santa Maria in Domnica, la quale era la 



LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 203 

più antica fra le diaconie romane e, mezzo diroc- 
cata allora, attendeva dalla munificenza medicea 
il suo nuovo splendore. V'era certo l'obbligo del 
segreto per tre anni; ma la bolla s'accontentava 
d'imporlo « in virtute sancte obedientie », mentre 
sotto pena di scomunica « late sententie » e di etema 
maledizione e, quello che, ahimè ! importava molto 
più, d'inabihtà per quella volta all'elezione del pa- 
pa, ordinava ai cardinali che, se il pontefice fosse 
morto avanti alla pubbHcazione, prima o dopo che 
fosse trascorso il triennio, pubbhcassero essi stessi, 
entro un giorno dalla morte, il nuovo collega e lo 
ammettessero « active et passive » all'elezione. Tre 
cardinah, il vicecancelliere Rodrigo Borgia, ve- 
scovo di Porto, Gian Giacomo iSclafenati, prete 
di Santo Stefano sul monte Ceho, e Ascanio Ma- 
ria Sforza, diacono di San Vito in Macello, ave- 
vano l'incarico di fare ricevere in quel caso Gio- 
vanni nel Sacro Collegio e denunziare le censure 
contro qùelh dei cardinah, che disobbedissero al- 
l'ordine papale. V'era poi nella bolla derogazione 
espressa alla costituzione di Eugenio IV, che, vie- 
tando la nomina segreta di cardinah, togheva al 
nominato qualsiasi diritto, finché non avesse ri- 
cevuto, se presente, cappello, titolo e anello, se 
assente, il cappello, ed escludeva dal conclave chi, 
anche avendo ricevuto le insegne, non avesse preso 
parte alla cerimonia rituale dell'apertura della 
bocca. ]S anche della capitolazione del conclave, 
de' diritti de' cardinali a non essere scomunicati 
o sospesi, del difetto dell'età nel nuovo creato era 
fatta menzione per dichiarare quest'impedimenti 
di niun valore in quel caso. A Giovanni era con- 
cesso di conservare le abbazie di Montecassino e 
Morimondo e tutti gh altri monasteri e dignità, 
nonostante i divieti del conciHo di Costanza e i 



'204 CAPITOLO III 



privilegi di ciascun luogo. Era dato infine pieno 
valore alla boUa, anche se non era stesa o copiata 
da uno scrittore apostolico nel solito stile, né fir- 
mata dagli ufficiali di Curia, né registrata nei 
libri della cancelleria, nei quali infatti essa non 
fu scritta, né allora, né mai (153). E, per maggiore 
sicurezza di Lorenzo, dopo che fu letta una copia 
della bolla nel concistoro del 23 di marzo, ne sot- 
toscrissero l'originale, senza leggerlo, il papa stesso 
e tutti i cardinali presenti in Roma, per ordine, 
eccetto i soli tré Veneziani, il Barbo, che non aveva 
consentito alla creazione, lo Zeno, che dichiarò an- 
che più tardi di non essere solito a firmare bolle, e 
il Michiel, che esitava a distaccarsi dagli altri (154), 
Due cose tuttavia potevano dispiacere a Lorenzo 
in questa bolla: il non essere chiarito, se dopo il 
triennio, bisognasse pubblicazione o altro atto pa- 
pale prima che Giovanni potesse prendere il cappel- 
lo (155), e l'essere fatti esecutori della bolla, in caso 
di morte del papa, tre cardinaH, da cui perciò Gio- 
vanni e Lorenzo dovevano in certa misura di- 
pendere. Quest'ultima clausola, specialmente, sem- 
brava pericolosa, tanto più che, se il Borgia ogni 
dì si scopriva più e si portava meglio e 
più vivamente nelle cose di Giovanni (156), 
non era meno vero ch'egli e il cardinale di Parma 
erano strettamente legati ad Ascanio; e questi, 
adesso, era di malumore per la tiepidezza e la poca 
sincerità, con cui Lorenzo ed il Lanfredini ave- 
vano appoggiato le insistenze sue e dell'oratore 
milanese, perché fosse almeno creato, se non pub- 
bKcato, cardinale Federico Sanseverino, vescovo 
di Maillezais e congiunto degh Sforza: la freddezza 
della lettera, con la quale egh aveva annunziato a 
Lorenzo la creazione di Giovanni e l'insistenza nel- 
l'imporre, a nome del papa, il segreto, lo lascia- 



LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 205 



vano comprendere troppo bene (157), Appunto 
per questo Lorenzo aveva domandato che fossero 
designati a quell'ufficio tre vescovi, aUa quale ri- 
chiesta il Collegio, per non « declinare troppo », 
non aveva voluto consentire. Ma la benignità 
d'Innocenzo trovava ad ogni male il rimedio: 
egli promise al Lanfredini di fare che il vicecancel- 
here, il quale poteva, secondo la bolla, agire anche 
da solo, delegasse un confidente di Lorenzo; e 
questi, chiedendo per maggior sicurezza due esecu- 
tori, designò il vescovo di Vaison e l'Aretino (158) 
e fece preparare, per ogni evento, il processo, con 
il quale l'esecutore intimava ai cardinah di obbe- 
dire agH ordini del papa defunto^ pubblicando la 
creazione di Giovanni, ricevendolo come cardi- 
nale e facendolo entrare in conclave, h denunziava, 
se s'opponessero, caduti nella scomunica e chie- 
deva agh ecclesiastici d'ogni grado, a tutti i chie- 
rici, notai e tabeUioni di far le sue veci nell'adem- 
pimento del mandato apostofico. Il nome del 
giudice era lasciato in bianco, né saprei dire con 
certezza chi sia stato scelto dal papa e dal Borgia, 
sebbene il fatto che la bolla fu letta, nell'ottobre 
del 1490, innanzi al Becchi lasci supporre che que- 
sti fosse l'esecutore o- uno degli esecutori aposto- 
lici (159). 

Frattanto il Lanfredini s'ingegnava di cavare 
la bolla di mano al papa, al quale sarebbe dovuta 
restare, e trovò prima difficoltà non leggiere e inat- 
tese, assai probabihnente perchè il papa temeva 
d'Ascanio; pure, dopo molto insistere, l'ebbe il 
28 aprile, in gran segreto (160) e, pochi giorni dopo, 
ottenne, cosa affatto inusata, il cappello, l'anello 
cardinalizio e un breve d'Innocenzo Vili, datato 
dal 4 di maggio, al diletto figlio Giovanni 
de' Medici, cardinale di Santa Maria in 



206 CAPITOLO IH 



Domnica, nel quale il papa, accompagnando 
quelle insegne, non solo diceva di volere supplire 
con esse a un difetto che poteva allegarsi secondo 
le costituzioni di Eugenio IV, ma dava espressa- 
mente a Giovanni la facoltà di usarli, appena 
venisse il tempo stabilito per la sua pubblicazione, 
senza che occorresse altro ordine o concessione 
papale. Ser Giovanni Antonio d'Arezzo, cancel- 
liere della legazione fiorentina, fu mandato a 
bella posta a Firenze a recare quei documenti ed 
oggetti; e Lorenzo de' Medici ne potè vedere con 
infinita allegrezza la presentazione al figliuolo, che 
fu fatta l'II di maggio del 1489, nel monastero 
degh Angeh, innanzi ai più fedeli amici suoi, Guido 
priore, Pierfìhppo Pandolfini, Bernardo Rucellai, 
Niccolò Ridolfi, ser Piero da Bibbiena: il giovine 
cardinale, dice l'atto notarile, li ricevette nelle 
sue mani con quell'umiltà e reverenza che 
convenivano, con lieto animo ed ilare 
volto, a lode di Dio onnipotente e a con- 
servazione della Chiesa romana (161). 

Ormai Lorenzo poteva assaporare tranquilla- 
mente il frutto di tanto lavoro. Grande frutto 
davvero ! Gli Otto di Pratica, rispondendo al Lan- 
fredini, il quale, senza fare il nome di Giovanni, a 
cagione del segreto, aveva scritto essere stato 
creato un cardinale fiorentino « a honore et con- 
tentamento della..... Repubblica)), TÌiigrsbzìaArano il 
papa di quella nomina, « facta ad requisitione, ho- 
nore et gloria et exaltatione della nostra Repubblica » 
(162). E non dicevano il vero quanto alla domanda, 
che non era stata fatta dagli Otto, né daUa Signo- 
ria fiorentina, bensì, a loro insaputa, da Lorenzo 
de' Medici, il quale operava ormaij nella pohtica 
estera sopra tutto, come principe; ma riconosce- 
vano anche una volta che la fortuna della Repub- 



LA CREAZIONE D'UN CARDIXAtE TREDICENNE 207 

blica fiorentina era per nuovo legame unita stret- 
tamente, e pareva indissolubilmente, con quella 
della casa medicea. Non altrimenti, un modesto 
diarista, Luca Landucci, scriveva: « Al nome di 
Dio, ch'è una grande grazia alla città nostra in gie- 
nerale e in particulare al suo padre e alla sua casa »; 
e, qualche anno dopo, ricordando quell'opera di 
Lorenzo, diceva avere questi condotto ciò che per 
gran tempo nessun cittadino aveva saputo fare, 
nobihtando non tanto la casa sua, quanto la città 
intera (163). Da Roma, Nofri Tornabuoni salu- 
tava nel nuovo padrone «. il sollevatore et trionfo» 
di quel banco mediceo « per la riputazione et alto- 
rità )), in che egh sarebbe venuto, è prevedeva per 
gli affari de' Medici in Curia giorni più heti (164): 
dalla Francia giungeva lettera, del re al cardi- 
nale de' Medici(165). E gli oratori, che rap- 
presentavano nei vari Stati d'Itaha e di fuori la 
repubblica fiorentina ed i Medici, riferivano come 
fosse ormai diffusa la persuasione che il papa 
nulla sapesse piti negare a colui che l'aveva in- 
dotto a creargli cardinale il fìghuolo « in età forse 
non piò, udita)) {16Q),' mentre a tutti i potentati, 
fino agh Sforza alleati del papa, fino ai Veneziani, 
che n'aveano solenni promesse, era ricusato un cap- 
pello (167). Pareva in verità che Innocenzo Vili 
non fosse nato ad altro che a fare « la voglia di 
Lorenzo de' Medici)) (168). 



208 NOTE AL CAPITOLO III 



NOTE AL CAPITOLO ILI. 



(1) «Bone Deus, quot in uno iuvene cumulata sacerdotia/»: 
Fabboni, L. X., Adnot., p. 245. 

(2) Nella lettera di Lorenzo, o piuttosto, come vedremo, 
scritta in suo nome, al cardinale Barbo, 14 febbraio 1488- 
1489, gli si raccomanda « lo honore di questa città et mio par- 
ticularev (la minuta è in M. a. P., LI, 573: l'originale nel 
ms. Vatic. Lai., 5641, e. 38 a; fu pubblicata da P. de No- 
LHAC, CHovanni Lorenzi, bibliothécaire d'Innocent Vili, in 
MéL d'arch. et d'Mst., Vili, 1888, pag. 7, n. 2). Non ripe- 
terei tuttavia col Roseoe che movesse Lorenzo l'esempio 
dei favori concessi da Paolo II ai Veneziani, i quali favori 
io ignoro (Leoree X, I, 41-42), né con l'antico biografo di 
Leone X, seguito in questo dallo Young, crederei che Lo- 
renzo prevedesse già i danni del carattere spensierato e arro- 
gante di Piero e per questo cercasse in Giovanni uà pun- 
tello alla fortuna medicea (Roscoe, ivi, XII, 154; Young, 
The Medici, London, Murray, 1909, p. 267). 

(3) Lettera del 15 maggio 1473, in Fabboni, L. M., II, 60. 

(4) Ivi, 310. 

(5) Sulle pratiche per Giuliano, cf. p. 43 n. 6. Una minuta 
incompleta di lettera di Lorenzo all'oratore a Roma chiede 
un cardinale per Firenze, affinchè questa, creandosene molti 
di altri paesi, non sia vituperata, e annunzia che sono state 
mandate lettere della Signoria per Rinaldo Orsini e Gentile 
Becchi; altre lettere, certo contemporanee, di Lorenzo, che 
hanno la data del 1477, lasciato in disparte l'Orsini, rac- 
comandano l'Aretino ai cardinali Orsini, Ammannati, Estou- 
teville e Gonzaga (M. a. P., XLHI, 141 e 140). 

(6) Cf. L. Wahrmxtnd, Dos Av^schliessungsrecht {Jus 
exclusivae) der kathoUschen Staaten.... bei den Papstwahlen, 
Wien, Hòlder, 1888, p. 57 sgg.; SaegmìjlIiEB, Die Papst- 
wahlen und die Staaten von 1447 bis 1555, Tùbingen, Laupp, 
1890, p. 103 sgg.; Pastob, Geschichte der Pàpste, IIL Bd., 3 
u. 4 Aufl., p. 179 sgg. Svd malcontento dei Fiorentini cf. la 
lettera del Vespucci, 29 agosto 1484: Fabboni, 1. e, 258. 

(7) Rinaldo Orsini scriveva a Lorenzo, il 30 agosto 1484, 
delle buone disposizioni del papa (ivi, 258-59), il quale, an- 




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208 NOTB AL CAPITOLO IH 



NOTE AL CAPITOLO HI. 



(1) « Bone Deus, quot in uno iuvene cumulata sacerdotia! y>: 
Fabkoni, L. X., Adnot., p, 245. 

(2) Nella lettera di Lorenzo, o piuttosto, come vedremo, 
scritta in suo nome, al cardinale Barbo, 14 febbraio 1488- 
1489, gli si raccomanda « lo honore di questa città et mio par- 
ticidaren (la minuta è in M. a. P., LI, 573: l'originale nel 
ms. Vatic. Lat., 5641, e. 38 a; fu pubblicata da P. DE No- 
LHAC, Giovanni Lorenzi, bibliothécaire d'Innocent Vili, in 
Mèi. d'arch. et d'hist.. Vili, 1888, pag. 7, n. 2). Non ripe- 
terei tuttavia col Roscoe che movesse Lorenzo l'esempio 
dei favori concessi da Paolo II ai Veneziani, i quali favori 
io ignoro {Leone X, I, 41-42), né con l'antico biografo di 
Leone X, seguito in questo dallo Young, crederei che Lo- 
renzo prevedesse già i danni del carattere spensierato e arro- 
gante di Piero e per questo cercasse in Giovanni un pun- 
tello alla fortuna medicea (Roscoe, i\'i, XII, 154; Younq, 
The Medici, London, Murray, 1909, p. 267). 

(3) Lettera del 15 maggio 1473, in Fabroni, L. M., II, 60. 

(4) Ivi, 310. 

(5) Sulle pratiche per Giuliano, cf. p. 43 n. 6. Una minuta 
incompleta di lettera di Lorenzo all'oratore a Roma chiede 
un cardinale per Firenze, affinchè questa, creandosene molti 
di altri paesi, non sia vituperata, e annunzia che sono state 
mandate lettere della Signoria per Rinaldo Orsini e Gentile 
Becchi; altre lettere, certo contemporanee, di Lorenzo, che 
hanno la data del 1477, lasciato in disparte l'Orsini, rac- 
comandano l'Aretino ai cardinali Orsini, Ammannati, Estou- 
teville e Gonzaga (M. a. P., XLIII, 141 e 140). 

(6) Cf. L. Wahbmtjnd, Dos Av^schliessungsrecht (Ju^ 
exclusivae) der kathoUschen Staaten.... bei den Papstwahlen, 
Wien, Hòlder, 1888, p. 57 sgg.; Saegmulleb, Die Papst- 
wahlen und die Staaten von 1447 bis 1555, Tùbingen, Laupp, 
1890, p. 103 sgg.; Pastob, Geschichte der Pàpste, III Bd., 3 
u. 4 Aufi., p. 179 sgg. Sul malcontento dei Fiorentini cf. la 
lettera del Vespucci, 29 agosto 1484: Fabroni, 1. e, 258. 

(7) Rinaldo Orsini scriveva a Lorenzo, il 30 agosto 1484, 
delle buone disposizioni del papa (ivi, 258-59), il quale, an- 




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LA CREAZIONE D'uN CARDIKALE TREDICENNE 209 



cor prima della coronazione, inviava al Medici un breve 
assai amichevole, dicendosi pronto ad ogni suo desiderio 
(7 settembre 1484: AV., Arm. XXXIX. 18, e. 8 a). 

(8) Nella lettera a Giovanni cardinale, citata. 

(9) I fatti accennati qui e poco appresso, sono ben noti; 
chi volesse vederli più largamente, può ricorrere al Cipolla, 
al Reumont, al Pastor e, per alcuni punti, alla narrazione 
del Balan, accvirata, ma non sempre in tutto serena (Storia 
d'Italia, 2» ed., voi. V, Modena, tip. dell'Immacolata Conce- 
zione, 1895, p. 319 sgg.). L'attribuire la mutazione del pon- 
tefice soltanto all'incoerenza e alla fiacchezza di lui, come fa il 
Brosch (cf. Papst Julius II und die Orundung des Kirchen- 
staates, Gotha, Perthes, 1878, pp. 38-39), non è giusto. V'e- 
rano motivi buoni; ma l'uomo, come tutti i deboli, era in- 
capace di misura. Sulla polìtica di Lorenzo, vedi Cappelli, 
Lettere di L. d. M., 278-79, 286, e cf. le giuste osservazioni - 
del BusEE, 255-56. Delle due frasi, riportate quassù, la.prima 
è nella lettera del Vespucci, del 29 agosto 1484, citata; l'altra 
si legge in una lettera del Guidoni del 6 settembre 1487, 
come riferita a Lorenzo da Giangiacomo Trivulzio (Cappelli, 
296). Proteste somiglianti aveva fatto il papa fin dal gennaio 
1487 (lettera di Pierfilippo Pandolfini, giunta il 5: M. a. P., 
LUI, 31) e ripetè poi infinite volte. 

(10) Trovo memoria di un solo prestito fatto alla Ca- 
mera apostolica dai, Medici, il 18 settembre 1484, per 1000 
fiorini, restituiti il 28 gennaio 1485 (AV., Intr. et ex., 511, 
carte 3 6, 177 a). Del resto, il papa ricorre per danaro a Gre- 
novesi, come gli Usodimare, i Centurione, i Sauli, a Senesi, 
come gli Spannocchi, anche a Fiorentini, come i Martelli, 
i Ricasoli, gli Altoviti, gli Strozzi, i Bini, i Gaddi, o chiede 
prestiti ai cardinali, pure a costo di scemare la sua libertà 
di fronte a loro (cf. ivi, 512, 2 h, 11 h, 12 h, 16 h, 64 h); ai Me- 
dici non si rivolge più. 

(11) Le somme, date a costui, risultano sia dai registri 
Introitus et exitìis dell'archivio papale, sia dai mandati, che 
sono all'Archivio di Stato di Roma. 

(12) Così il papa acquista dai Medici tma gemma in forma 
di pera per 2000 ducati e un balascio per 2200 (AV., 1. e., 
514, e. 263 a; 516, e. 108 a, 269 a). 

(13) Il 9 aprile 1488 è pagata a Frànceschetto una som- 
ma di 6000 fiorini apro quatuor paghis prestantie sui sti- 
pendii incepti in hi. maii anni 1487 y> (ivi, 516, e. 217 h); 
altri 4500 per tre paghe sono dati il 30 maggio (236 6). Il 
15 dicembre 1488 il Lanfredini scriveva a Lorenzo che, da 
quando egli era a Roma, in poco più di un anno e mezzo, 

14. — PiGOTTi, Leone X. 



210 NOTE AL CAPITOLO III 



il papa aveva dato al figliuolo per 60 mila ducati (M. a. P., 
XL, 450). Ad altri 4000 fiorini, che pure spettavano aUa 
Camera apostolica, accennai più su. 

(14) Il 9 maggio 1487 è dato in pegno agli Strozzi per 
certo loro credito di 6000 fiorinL il bottone pontificale, che 
era ancora in loro mano nel febbraio 1493 (AV., 1. e, 514, 
e. 74 6; ASR.., Divers. Alex. VI, 1402-94, Primum Bulletarium 
domini Alexandri pape VI, e. 39 a). In mano dei Medici fu 
per lungo tempo, come vedremo anche più avanti, la tiara 
papale (E. Muntz, La renaissance en Italie et en France à 
V epoque de Charles VIII, Paris, Didot, 1885, p. 50). Trovo 
anche ricordato, il 15 aprile 1493, che i Sauli avevano in 
pegno la mitra papale, secondo tm accordo fatto il 19 no- 
vembre 1492, ma per ixn credito precedente (ASR., 1. e, 61 a). 

(16) Sugli spedienti, ai quali, nell'aprile del 1489, sem- 
brando vacillare i banchi de' Martelli e degli Spannocchi, 
ricorsero gli agenti medicei per far vedere alla Corte romana 
come « non fosse altra fede » che la loro, informano ima let- 
tera assai interessante di Giovanni Tomabuoni e una di 
Niccolò Michelozzi e ser Piero da Bibbiena a Lorenzo, del 
12 aprile (M. a. P., XLI, 104; LVI, 32). E tuttavia un mese 
prima ser Piero parlava de « la strecteza nostra » (al Lanfredini, 
5 marzo 1488-89: LIX, 140): cf. anche Meltzing, 131 sgg. 

(16) I Medici prestano 219 fiorini il 26 gennaio 1487, 
5117 il 28 aprile, 2000 il 22 ottobre, 5000 il 21 gennaio 1488, 
2447 il 9 aprile; ben 30.000, insieme con gli Strozzi, il 17 
luglio; 15.372 il 31 luglio, 2200 il 30 agosto, 428 il 4 dicembre 
(AV., 1. e, 514, carte ,40 a, 71 a; 516, carte 17 6, 44 o, 67 a, 
99 6, 103 6; 519, e. 27 a). Quanta parte di queste somme 
fosse restituita è difficile dire, perchè nei registri della Ca- 
mera sono notate soltanto le somme sodisfatte ia con- 
tanti, mentre i Medici si rifacevano per lo più sull'appalto 
deEo spirituale, la dogana cittadina della grascia, quella delle 
pecore, gli introiti del sale, i censi delle città e dei vassalli, 
per le quali entrate non abbiamo computi sicuri. Sappiamo, 
in ogni modo, per non dubbie attestazioni, che i Medici 
restavano sempre in credito. Sonmie assai maggiori, come 
vedremo, rappresentano il prezzo del cardiaalato di Gio- 
vanni. 

(17) Poco prima della creazione cardinalizia di Gio- 
vanni de' Medici, il Lanfredini chiede a Lorenzo trebbiano, 
vernaccia, o greco, aggiimgendo, in modo assai significa- 
tivo «teneteci allegriti, e, raccomandando certi napponi, che 
il papa aveva commessi a Firenze per quella cerimonia, esorta 
a badare « che pochi denari . non ci vituperino, che sarieno 



LA CREAZIONE B'UN CABDINALK TREDICENNE 211 



deboli cólpi et moUo alieni da voi» (18 febbraio 1488-89: 
M. a, P., LVIII, 116). E, il 12 agosto 1489, a proposito del 
dono al papa di certo trebbiano scrive : « Sono pure cose pic- 
cole et da compiacerne et continuare, perchè e' pagerà un dì 
le vetture et el trebbiano con qualche buono vescovado che uscissi » 
(LVIII, 155). Nell'ottobre si discorre di raviggiuoli: messer 
Giovanni ne manda a regalare al papa; se gli piacciono, se 
ne invieranno ancora, un. poco per volta (Lorenzo al Lanf re- 
dini, 17 ottobre: LI, 706). Il papa, in mezzo alla trattazione 
di negozi gravissimi, domanda come non siano comparsi; 
e, siccome quelli erano stati rubati alle porte di Siena, Lo- 
renzo ne invia altri (Lanf redini, 21 e 23; Lorenzo, 24: LVIII, 
184-85, 186-87; LI, 709-10). In meno di un mese, dal 9 
aprile al 4 maggio 1491, Piero Alamanni discorre ben 
quattro volte del vino, che il papa non trovava mai di suo 
gusto, e l'ultima volta parla anche di una saia, che Inno- 
cenzo desiderava, essendo vecchio e pesandogli i panni (LII, 
138, 142, 146, 148). 

(18) Sulle speranze del paipa in Maddalena per « il riduci- 
mento del signor Francesco » e sul mutarsi di costui nei primi 
mesi del matrimonio, cf. le lettere di Gtentile Becchi, 1° feb- 
braio 1487-88; di Nofri Tomabuoni, 16 novembre 1487; 
del Lanfredini, 30 agosto 1488: M. a. P., XXVI, 516; LII,' 
61; XL, 405 bis. Ma la luna di miele passò: Franceschetto 
ritornò a giocare e a caricarsi di debiti e la povera Madda- 
lena, che lo amava « excessivamente » e non senza « una certa 
gelosiuza acuta», intisichiva (Lanfredini a Lorenzo, 15 di- 
cembre 1488; Matteo Franco a ser Piero da Bibbiena, 18 
e 23-24 gennaio 1492: M. a. P., XL, 450, LXXXIX, 238 e 
368; Volpi, Un cortigiano, 258 sgg., 265 sgg.). 

(19) La capitolazione del conclave del 1484 obbligava il 
papa a non creale cardinali, finché il numero dei viventi 
allora non fosse ridotto a ventiquattro, e a non superare 
mai questo numero (cf. Lìjnig, Ood. Italiae diplom., IV, 
189 sgg.; BuBCKARDi lÀber. n. e., I, 40; J. LtrLVÈs, Pàpstliche 
Wahlkapitulationen in Quell. u. Forsch., XII, 1, Roma, 1909, 
p. 219 sgg.). Il 9 novembre 1484, gli oratori bolognesi, Lodo- 
vico da San Piero e Bonifacio de' Catanei, scrivevano al loro 
Comime che non si discorreva ancora di creazioni (ASB., 
Lett. al Comune, 1484-85, reg. 5). Se ne cominciò a parlare 
nel marzo del 1485 (Pastor, III, 272); ma nel dicembre il 
Collegio negava ilcappeUo a Federigo Sanseverino, perchè i 
cardinali viventi erano ancora ventisei (Guidoni a Ercole 
d'Este, 23 dicembre 1485: Cappelli, Lett. di L. d. M., 277). 
Però fra l'agosto • 1484 e la fine del 1488 ne morirono ben otto. 



212 NOTE AL CAPITOLO III 



(20) Cf. la citata minuta di Lorenzo, del 1477, e una 
lettera del Guidoni, 28 novembre 1485: Cappelli, 1. e, 274. 

(21) Pandolfini a Lorenzo, 25 febbraio 1486-87, e di nuovo, 
il 28 marzo 1487: LUI, 42 e 55. L'arcivescovo sapeva che 
l'oratore gli era favorevole e chiedeva a Lorenzo di lasciarlo 
a Roma almeno fino a Pentecoste (30 marzo 1487 : Stafpetti, 
1. e, p. 6, n. 1). Ma Pentecoste fu in quell'anno il 3 giugno 

. e fin dal maggio il Pandolfini era di ritomo (ASF., Ricordi 
per lo studio pisano, Reg. 415, e. 65 6). 

(22) Cf. la lettera sua del 3 marzo 1486-87: LUI, 47. 

(23) Lorenzo al Lanfrediai, 9 febbraio 1487-88: LVII, 25. 
Clarice era figliuola di Iacopo Orsini di Monterotondo e so- 
rella di Orso od Organtino e dell'arcivescovo Rinaldo. 

(24) Di più lettere a lui per le cose di Passignano e di 
Montecassino v'è ricordo nella filza LXIII del M. a. P., 
ma Nofri scrive che egli né faceva, né lasciava fare ad altri 
(21 aprile 1487: LII, 50). 

(25) n parentado fu conchiuso a Napoli, il 24 febbraio 
1487 (Retimont, II, 256): del contratto nuziale stretto fra 
Virginio, cugino della sposa, e Lorenzo v'è copia senza data 
in M. a. P., CXXXVII, 1013. 

(26) Lanfredini a Lorenzo, 11 febbraio 1488-89: M. a. P., 
LVIII, 108-10. 

(27) Lorenzo al Lanfredini, 26 giugno e 10 luglio 1487, 
9 febbraio 1487-88: LVII, 53, 58, 25. 

(28) Rinaldo Orsini aveva avuto gran parte in quella de- 
dizione di Monterotondo al pontefice, nel gennaio 1486, che 
diminuì di tanto il perìcolo deUa Chiesa nella guerra con 
Napoli (Infessura, 195; Gaspabe Pontani, Il diario romano, 
a cura di D. Toni, Città di Castello, Lapi, 1907-8, RR. II. SS., 
t. HI, par. II, p. 55). Perciò il Lanfredini rispondeva a Lo- 
renzo che il papa era bene disposto per Rinaldo (3 e 18 luglio 
1487: XL, 103 e 91); e non fu nulla. 

(29) Lorenzo protestava che non era vero; ma si la- 
gnava col papa che non gli fosse tenuto il segreto (Lorenzo 
al Lanfredini, 26 giugno; Lanfredini a Lorenzo, 29: LVII, 
53; LVni, 5). 

(30) Lorenzo ordina infatti al Lanfredini di insistere 
presso il papa, afi&nché non crei cardinali fiorentini, fuor di 
quelli che gli fossero ricordati per mezzo dell'oratore, «per- 
chè altrimenti ne faremo perdita assai; né conosce Nostro Si- 
gnore e' polli nostri come noi; et non solamente nel dare dignità 
di cardinalato; ma anchora ogni \altra\ reputatione o exaltatione, 
die non vengha per la via stia, è pericolosa)) (10 luglio 1487: 
LVII, 58; Fabboni, L. M.. Il, p. 375). E il Lanfredini scrive, 



LA. CBE AZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 213 



più tardi/ d'aver parlato al papa ia modo chiaro quanto ai 
Fiorentini, facendone certo perdita grande con loro; «ma 
Dio mi conservi pure voi che altro non mi dà noia^ì (21 giu- 
gno 1488: LVIII, 59-62). S'accenna in queste lettere, come 
apparisce da un'altra dell'oratore, del 30 agosto (XL, 405 bis), 
specialmente al vescovo di Volterra, Francesco Sederini, 
« buon cortigiano », ma sospetto a Lorenzo. 

(31) Si legga questo passo gustosissimo di una lettera 
del Becchi a Lorenzo, da Arezzo, 29 marzo 1488, a proposito 
dell'ultimo suo colloquio con Innocenzo Vili: a Nostro Si- 
gnore hec: — Tu non mi sé" mai tornato a vedere, -j — 22. JLo- 
renzo ci die in commessione che di nulla molestassimo la Santità 
Vostra. Io non gli ò potuto levare altra molestia che la mia. — 
Et chome gli avete bene a questo tuo Lorenzo? — R. Non ne 
voglia la Santità Vostra a me, se io non ne voglio a llui: alter 
alteruirum finxit, ille me ex luto, ego illum ex auro; delectatur 
homo in factura sua. — Et me chome ami tu? — R. Domine, 
tu scis quia amo te. Et messer Girolamo (il Calagrano, came- 
riere del papa) sa quanto è ch'io pronosticai questo pontificato 
nella Beatitudine Vostra. — Bè: anche noi pronosticheremo 
quMche cosa per te. Di' a Lorenzo che noi habbiamo inteso la 
mente sua. — Et in osculo dimisit me ». (M. a. P., XL, 248). 
Con parole quasi somiglianti Lorenzo, che l'ebbe maestro 
dal 1454 (cf. ivi, XVII, 120; Fabroni, L. M., II, 9), scri- 
veva nel 1477 al cardinale Ammannati: « quello che è del 
prefato vescovo et quello che ha di degnità o di honore, è tutto 
fatto da me, come è fatto da lui quello poco di vertù o discretione 
che io hoì);e secondo padre lo diceva in una lettera dello stesso 
tempo al cardinale Orsini (M. a. P., XLIII, 140 e 140 bis). 

(32) La frase poetica è tradotta da xm'elegia del Fonzio 
{BNF., Mglbch., II. ii. 62, car. 95 a; Ph. Villani J>i6er, cit. , 
p. 152). La nomina del Becchi a vescovo di Arezzo fu an- 
nunziata da Sisto IV ai Fiorentini con bolla del 20 otto- 
bre 1473 (Salvimi, ms. cit., all'anno 1462): neUo stesso giorno 
egli prestò l'obbligazione alla Camera apostolica (Etjbel, 
II, 105). 

(33) Lo ricordo nel 1469 con Lorenzo a Milano (F abboni, 
L. M., II, p. 54, n. 27), nel 1470 a Roma, donde scrive lettere 
cifrate a Lorenzo (Is. del Lungo, Qli amori del magnifico Lo- 
renzo, Roma, Nuova Antologia, 1913, estr. dal fase. 1° maggio 
1913, p. 8), nel 1472 con Giuliano a Venezia, nel 1483 in Fran- 
cia per l'avvento di Carlo VEII al trono (Reumont, I, 240; 
II, 205), nel 1484 a Roma per .l'omaggio a Innocenzo VEII, 
innanzi al quale proniinzia l'anno dopo, in nome della lega 
itaUca, Tina esortazione aUa pace (Canestrini-Desjabdins, 



214 NOTE AL CAPITOLO III 



I, 205 sgg.); nel 1487 egli è, con Francesco Gaddi, negoziatore 
della sottomissione di Osimo al papa. L'invettiva del suppo- 
sto sinodo fiorentino del 1478 si legge in Fabroni, L. M., 
H, 136 sgg.; perchè io la ritenga con certezza del Becchi, 
si vedrà più avanti. 

(34) Minuta di lettera all'oratore a Roma, 1477; lettera 
al Lanfredini, 19 marzo 1487-88: M. a. R, XLIII, 141; 
LVII, 35. 

(35) Per il 1477 si vedano i documenti citati più su; per 
il 1484 si confronti ttna lettera sua a ser Piero da Bibbiena 
ricevTita da questo il 25 dicembre 1484: ivi, CXXXVII, 472. 

(36) Si vedano le sue lettere al Lanfredini, 29 gennaio 
e 9 febbraio 1487-88: ivi, LVII, 18 e 25: la prima è qui pub- 
blicata in parte in App. II, n. X. 

(37) Cf. la citata sua lettera del 29 marzo 1488. 

(38) Vedi le lettere del Lanfredini del 7 e 29 luglio 1488, 
e cf. altre del 30 agosto e 27 novembre 1488 e dell' 11 feb- 
braio 1488-89 (LVIII, 69-70; XL, 388, 405 6is; LVIII, 87-88, 
108-10). 

(39) Lettera del 20 settembre 1488: LXVIII, 204. 

(40) M. a. P., LVni, 1; dell'invio del Lanfredini il Medici 
aveva dato notizia al papa e a Rinaldo Orsini il 6 maggio 
1487 (LXni, 70 6). 

(41) Cf. la lettera citata del 19 marzo 1487-88 al Lanfre- 
dini e l'altra del 26 giugno 1487 (LVII, 53). 

(42) Vedi le sue lettere del 10 luglio 1487, 29 gennaio 
1487-88, 28 marzo e 16 giugno 1488 (LVII, 58 e 18; LIX, 
147 e 185: la seconda qui neWApp. II, doc. X; l'ultima in 
RoscoE, L. X., II, 260-61). La frase relativa a Francesco 
Cibo è in una del Lanfredini del 12 dicembre 1488 (XL, 
446-47). 

(43) Nofri a Lorenzo, 29 novembre 1487: LII, 63. 

(44) Dell'Orsini, già il 2 aprile 1488, Lorenzo scriveva 
non piacergli i modi e pensava al mezzo di allontanarlo da 
Roma (LIX, 150). Ed ora il Lanfredini ne seguiva l'azione 
in queste pratiche del cardinalato con manifesta diffidenza 
(lettere del 21 giugno, 7 luglio, 12 dicembre 1488: LVIII, 
59-62, 69-70: XL, 446-47). Morta poi Clarice, il 30 luglio 1488, 
all'arcivescovo non si diedero che buone parole (cf. ima let- 
tera di Lorenzo al Lanfredini, 6 dicembre 1488: LIX, 77). 

(45) Lanfredini a Lorenzo, 11 e 21 giugno 1488: LVIII, 
57-64, 59-62. 

(46) Lorenzo al Lanfredini, 16 luglio 1488: LIX, 200. Si 
accenna qui à una lettera precedente, che dev'essere quella, 
in parte cifrata, del 4 (LIX, 195). Dell'andata di Lorenzo a 



LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 215 



Roma parla Tina lettera del Lanf redini, del 7 luglio (LVIII, 
69-70). 

(47) Lettera del 21 giugno, citata. Delle disposizioni del 
papa discorrono anche altre lettere dell'oratore, specialmente 
quelle del'SQ luglio .e 30 agosto (XL, 388 e 405 bis). 

(48) Accenna a questo disegno la lettera di Lorenzo del 
29 gennaio 1487-88, citata. 

(49) Lo studio dello Zippel {L'allume della Tolfa e il suo 
commercio, in Ar., voi. XXX, nn. 117-18, 1907, p. 5 sgg.) 
non è in questa parte molto chiaro, né compiuto, mancando 
al dotto autore il soccorso de' libri dell'Amministrazione della 
crociata (cf. p. 414). Dai documenti fiorentini, che lo Zippel 
non ebbe occasione di esaminare, sappiamo che il 31 otto- 
bre 1488, Lorenzo commise al Lanfredini di esprimere al papa 
la sua gratitudine per la concessione degli allumi e il 20 no- 
vembre scrisse al pontefice stesso, ringraziando (LIX, 50, 66), 
il 27 novembre Lorenzo de' Medici e soci ratificaiono gli 
accordi conehiusi con la Camera apostolica da Nofri Toma- 
buoni ( Protocollo Orazzini, citato, 294 a). Per quale ragione 
i Medici abbiano poi lasciato l'appalto alle società, genovesi 
dei Gentili e Centurioni, non so (cf. Zippel, 1. e, e vedi AV., 
Intr. et ex., 522, carte 98 a, 99 6). 

. (50) Così, il 22 aprile 1489, si registrano ad entrata 1759 
fiorini, che i Medici devono riavere sui censi di Faenza e 
di Pesaro; il 30 aprile, 874, prestati « gratis et amx>re »; il 
19 maggio, 1555 per l'appalto dello spirituale; il 31 luglio, 
1638; il 3 agosto, 1359 (AV., Intr. et ex., 519, earte 57 a, 
61 6, 67 a, 90 a, 91 a); ad uscita si registrano, il 20 maggio, 
4020 fiorini, e, il 24, altri 2000 (ivi, 206 a, 209 6). 

(51) Delle pratiche per un grosso prestito de' Medici al 
papa si discorreva a Firenze e a Roma fin daUa fine di mag- 
gio del 1489 (cf. Cappelli, Lett. di Lor. d. Medici, 315; A. De 
BotJAED, Lettres de Rome de Bartolomeo de Bracciano à Vir- 
ginio Orsini, in Mèi. d'arch. et d'hist., XXXIII, 1913, p. 281). 
Il prestito è registrato nei libri della Camera l'il agosto 
{Intr. et ex., 519, car. 93 a). La ridxxzione nel valore dei panni 
era stata concordata dai Medici col papa per mezzo dei car- 
dinali Cibo e Gtentile Pallavicini: ai Medici erano assegnati 
due terzi delle .indulgenze e dell'imposte per la Crociata, 
che si raccogliessero in Francia, Inghilterra, Scozia, Ger- 
mania, Lorena: se queste somme non bastassero ad estinguere 
il debito entro diciotto mesi, sarebbero concessi a loro anche 
i proventi della salara della Marca d'Ancona e del ducato 
di Spoleto e quelle delle tesorerie della Marca e del Patrimo- 
nio; se non bastassero ancora, tutte le altre rendite della 



216 NOTE AL CAPITOLO III 



Camera. Un mandato del 5 settembre 1490 ricorda una 
nuova riduzione del credito « ex rationabiU causa et de consensu 
partium » a 91.000 fiorini (ASR., Mandati, 861, car. 13 a). 

(52) Giovanni Cambi scrive che la creazione di Giovanni, 
« che si fé de' danari del Ghomune », costò « scudi 50 mila d'oro » 
{Istorie, II, nelle Delizie degli eruditi toscani, XXI, Firenze, 
Cambiasi, 1785, pp. 54-55). Il Parenti inalza la sonmia a 
centomila ducati (BNF., II. iv. 169, part. II, car. 32 6), e 
Alamanno Rinuccini a più che dugentomila {Bicordi, cit., 
oxxv). 

(53) Lanf redini a Lorenzo, 18 febbraio 1488-89 (LVIII, 
116); il papa è nascosto qui, come spesso, dalla cifra 12. Si- 
mili giudizi sono nelle lettere del Lanfredini del 27 novem- 
bre e 1° dicembre 1488 e 6 febbraio 1488-89 (LVIII, 87-88, 
89-90, 96-97) e in altre molte. 

(54) RoscoE, L. X., I, 71. Il medesimo autore, trovando 
in ima lettera di Lorenzo del 5 marzo 1488-89 (LIX, 139) 
certe parole cifrate, suppone, con quanto fondamento ognuno 
può vedere, che vi si discorra dell' anunissione del Riario 
nel S. Collegio (II, 269, n. 2). 

(55) Cf. specialmente le lettere di Nofri Tomabuoni, 
8 dicembre 1486, e del Lanfredini, 6 giugno 1488: LII, 39; 
LVIII, 54. H Riario non fu tra gli ultimi a consentire 
al cardinalato di Giovanni: fin dall' 11 febbraio 1488-89 
Ascanio Sforza poteva promettere al Lanfredini il suo voto 
(lettera di questo: LVIII, 108-10); il 18 l'oratore scrive che 
la domenica precedente, il 15, il papa aveva parlato al car- 
dinale, che s'era mostrato un po' riluttante a quel modo 
di creazione segreta, suggerendo invece di promettere il 
cappello per mezzo di un breve, firmato dal papa e dai cardi- 
nali; ma s'era poi rimesso al volere del pontefice (LVIII, 116). 
Addmre a prova del malanimo del Riario l'episodio della 
supposta congiura del 1517 non mi par ragionevole: non 
poteva egli certo simulare per tanti anni. 

(56) Egli ringrazia diversi cardinali per la concessione 
della depositeria, con lettere del 18 agosto 1487 (LXIII, 
73 6). 

(57) Trovo, ad esempio, che il Vincola si lagnava di non 
essere stato rimborsato di novecento ducati di decime, come 
il Riario e l'arcivescovo Orsini, e che il Lanfredini suggeriva 
a Lorenzo di fargli buona conclusione (14 febbraio 1488-89: 
LVIII, 111). Il 9 novembre 1488, Lorenzo scrive all'oratore 
che il cardinale di S. Maria in Portico, Battista Zeno, pas- 
sando per Firenze, lo aveva pregato di dargli favore presso 
il papa; il Lanfredini ne sputi qualche parola con questo. 



LA CREAZIONE d'uN CARDINALE TREDICENNE 217 



senza guastarsi con gli altri (LIX, 57; cf. anche la risposta 
dell'oratore, del 13 novembre, e un'altra lettera di Lorenzo 
del 16 novembre: LVIII, 36137; CXXXVII, 508). 

(58) Sulle disposizioni del Collegio, vedi specialmente 
le lettere del Lanfredini, 30 agosto, 23 e 27 novembre, 1, 12, 
15 dicembre 1488 (XL, 405 bis e 435; LVIII, 87-88 e 89-90; 
XL, 446-47 e 450). Sui due cardinali francesi e sulle pratiche 
per il loro cardinalato, cf. L. Thuasne, Djem-sultan, 187 sgg. 
I Veneziani avevano cominciato a discorrere della crea- 
zione d'un loro cardinale fin dall'ottobre 1486, quando il 
papa trattava di lega con la Repubblica, e asserirono più 
tardi che quegli avea detto di voler concedere un cappello 
a un veneziano, dovesse pure dargli il proprio. Le insistenze 
furono poi ripetute molte volte, e fu fatto il nome del Landò 
(vedi le deliberazioni del Senato, 20 ottobre 1486, 26 mag- 
gio e 2 novembre 1487, 29 novembre 1488: ASV., Sen. Secr., 
XXXni, 39a-&, 76 6, 116 6, 165 6, e le lettere del Collegio 
al papa, ai cardinali, a Francesco Cibo, agli oratori veneziani 
a Roma, 10 maggio, 30 novembre, 6 e 13 dicembre 1488, 
3 gennaio, 10 febbraio 1488-89: ivi. Collegio, IV, Secr., Leti. 
1486-89, filza 1, nn. 151, 101-98, 95, 86, 84-83, 67-63). Lo 
stesso Landò scrisse al pontefice più tardi, il 1° dicembre 1489, 
che da tre anni era fama fosse stata promessa alla Signoria 
la sua creazione (Cod. Marc. Lat. X. 174, car. 123 [93]). Il 
papa, quantunque fossero mutate le condizioni politiche e i 
Veneziani avessero deluso la sua speranza di avere da loro 
aiuti contro Ferrante, pareva disposto a mantenere la pro- 
messa (cf. la lettera del Lanfredini a Lorenzo de' Medici, 
21 giugno 1488: LVIII, 59-62; e i documenti veneziani del 
29 e 30 novembre 1488, citati). 

(59) La frase è nelle lettere del 18 febbraio e 9 marzo 
1488-89 (LVIII, 116-18, 119); cf. anche quella del 31 gen- 
naio (LVEII, 94-95). 

(60) Cf. la sua lettera a Lorenzo, 11 febbraio 1488-89: 
LVIII, 108-10. 

(61) Queste diverse considerazioni appariscono da molte 
lettere del Lanfredini: l'ultima sembrava al papa dover 
avere tanta efficacia sull'animo dei cardinali, da indurli a 
consentire facilmente alla creazione di Giovanni (lettere del 
Lanfredini, 21 giugno, 7 luglio e 30 agosto 1488: LVIII, 
59-62, 69-70; XL, 405 bis). La repugnanza poi dei cardinali, 
specialmente dei papalisti, ad introdurre nel Collegio chi 
potesse aspirare alla tiara, si rivelava allora nell'opposizione 
al vescovo di Aleria, Ardicino della Porta, e a quel di Tivoli, 
Achille Grassi, a proposito del quale, che non ottenne in- 



218 NOTJE AL CAPITOLO IH 



fatti il cappello, il Lanfredini visa la frase riportata nel testo 
(cf. le sue lettere del 9 e 14 febbraio 1488-89: LVIH, 102-5, 
116). 

(62) Lettera del 1° dicembre 1488 e altra senza data, ma 
ricevuta il 31 gennaio 1488-89 (LVIII, 89-90, 92). 

(63) Le frasi, ricordate qui, sono rispettivamente nelle 
sue lettere del 17 gennaio 1488-89, 15 dicembre 1488, 9 feb- 
braio 1488-89: XL, 361; XL, 450; LVIII, 102-5. SuUa morte 
di Orsino Lanfredini, cf. Btjrckabdi itòer, ed. Celani, p. 249, 
n. 1. Nel M. a. P., sono tin' affettuòsa lettera autografa di 
Lorenzo de' Medici per condolersi col padre e luia di ser 
Piero da Bibbiena, del 19 gennaio 1488-89 (LIX, 109-10). 

(64) Lettere del 21 giugno 1488, e 11 febbraio 1488-89, 
citate. 

(65) Lettera di Lorenzo, 3 febbraio 1488-89: LIX, 118; 
di Giovanni, non autografa, 16 febbraio 1488-89: LIX, 131 
(qui App. I, n. 1). 

(66) Si vedano le sue lettere del 5 e 11 febbraio 1488-89: 
M. a. R, LVni, 96-97, 108-10; le ultime due frasi sono rife- 
rite nella seconda, come dette a lui dal cardinale di San Marco. 

(67) Nei registri Intr. et ex. dell' AV. è notato un prestito 
di 200 ducati, che il Lanfredini diede il 7 gennaio 1487-88 e 
furono pagati al banco de' Medici in deduzione del suo cre- 
dito; fiirono poi restituiti il 24 maggio 1489 (r^. 516, car. 
40 6, 188 6; reg. 519, car. 209 6; cf. anche ASR., Mandati, 
859, car. 155 a). 

(68) Lettera a Lorenzo, 9 febbraio 1488-89: LVin, 102-5. 

(69) Così il 23 novembre 1488 invia minute di lettere per 
i cardinali Giuliano della Rovere e Barbo, pregando Lo- 
renzo di non attribuirlo a presunzione, ma al desiderio di 
servirlo (XL, 435). Il 7 febbraio 1488-89 scrive a Lorenzo 
che le lettere per i cardinali, da lui richieste già con molta 
insistenza e non senza aspri rimproveri per la lentezza nel 
mandargliele (cf. la sua del 5), non gli piacevano: le avrebbe 
perciò scritte egli stesso sui fogli bianchi (LVIII, 99-101; 
cf. anche 96-97 e la lettera di Lorenzo del 3: LIX, 118). E 
scrisse infatti, con la data del 14 febbraio 1488-89, ai car- 
diaali Giuliano della Rovere, Costa, Barbo, Carafa, Borgia, 
Orsini; le minute sono ora in doppia copia nell'ASF. (LI, 
573 e LVin, 113) e di quella al Barbo v'è, come ho detto, 
l'originale nel ms. Vatic. Lat. 5641, cart. 38 a, donde tolse 
la lettera e la pubblicò, come di Lorenzo, il De Nolhac, 1. e. 

(70) Si ' veda specialmente la lettera al Barbo. 

(71) Lanfredini, 7 e 11 febbraio 1488-89: LVIII, 99-101 
e 108-10). Un altro dei malevoli credeva l'oratore, fosse un 



LA CREAZIONE D'UN CARDINALE TREDICENNE 219 



frate Piero Pagagnotti, fiorentiiio, il quale voleva ottenere 
il cardinalato al proprio fratello, il noto vescovo di Vaison. 

(72) Lanfiedini, 29 luglio 1488 e 17 gennaio 1488-89 
(XL, 388 e 361; la seconda qui in App. Il, doc. XI). Gio- 
vanni Andrea Boccaccio, oratore estense, scriveva più tardi, 
esagerando un poco, che il Medici, quando fu creato, « vera- 
mente il non haveva .xiu. anni et chi giurò il falso non vissi 
l'anno », con chiara allusione al Lanfredini, che morì meno 
d'un anno dopo- queste pratiche, il 5 gennaio 1490 (lettera al 
duca Ercole,'6 luglio 1493: ASMo., Cane. Due, Disp. da Roma, 
busta 8», mazzo 65). Anche Alessandro VI voleva far credere 
al Boccaccio d'essere stato allora ingannato, come gli altri 
colleghi suoi (lettera del Boccaccio, 11 marzo 1493, ivi); 
in verità il vicecajieelliere d'allora poteva sapere meglio di 
ogni altro che nei registri della Cancellerìa era, con altre, 
la bolla del protonotariata, la quale diceva che il figliuolo 
di Lorenzo, nel giugno del 1483, era nell'ottavo suo anno 
{App. II, doc. VII; cf. la lettera del Lanfredini del 31 gen- 
naio 1488-89: LVIII, 94-95). Ma a Roma sembra davvero 
che molti cadessero in inganno: il Burckard, il quale non è 
solito a nascondere cosa che tomi a disonore del papa o dei 
cardinali, dice che Giovanni, al tempo della creazione, « in .xv. 
etatis sue anno constitvius erat » (ed. Celani, I, 342), e lo ripete, 
quando era cessata ogni necessità di mentire. Paolo Cortesi,, 
per provare come possa riuscire bene anche un cardinale fan- 
ciullo {De cardinalatu, ccxxvima). A Firenze, naturalmen- 
te, si sapevano meglio le cose; e, se non v'era il pericolo, 
temuto dal Lanfredini, che alcuno riuscisse, contro la vo- 
lontà di Lorenzo, a trarre dai registri battesimali l'età di Gio- 
vanni, l'oratore estense Guidoni poteva scrivere con ironia 
« non sarà inconveniente in questo caso farlo vecchio di due 
anni più che revera egli non avràr> (2 marzo 1489: Cappelli, 
Lett. di L. d. M., 306); e il fatto che Lorenzo non accettasse la 
proposta del suo oratore quanto alla testimonianza dei citta- 
dini, mostra che gli sembrava pericoloso invitare alcuno 
di questi, fosse pure tra i più. fidi, a giurare cosa palesemente 
falsa (cf. lettera sua del 18 gennaio 1488-89: LIX, 108). Uffi- 
cialmente però anche qui si cresceva l'età del giovinetto: il 
Poliziano nella lettera a Jacopo Antiquario scrive che alla 
morte di Lorenzo egli era diciottenne {Opera, 49). 

(73) Lettere del 23 novembre 1488 e 17 gennaio 1488-89, 
citate. In questo senso era anche scritta una lettera di Lo- 
renzo al cardinale di San Marco, del 3 febbraio 1488-89 (ASF., 
Strozz. I. 357, car. 311 a); la qual lettera però, come ve- 
demmo, non fu presentata, certo perchè, essendo passati 



220 NOTE AL CAPITOLO III 



ormai molti giorni da quanda l'oratore, il 17 gennaio, l'aveva 
chiesta, le circostanze erano cambiate e il mettere tali cose in 
iscritto poteva dare nuove armi agli avversari della creazione. 

(74) Lanfredini, 23 e 27 novembre 1488: XL, 435; LVIII, 
87-88. L'oratore s'era anche adoperato a persuadere Fran- 
ceschetto della necessità che i nuovi cardinali dipendessero 
da lui, e sperava ch'egli ne discorresse col padre, credendo 
di lavorare per il Cosentino, e che il papa intendesse dell'a- 
mico: riconosceva però che quel pover'uomo, quanto più 
praticava cose grandi, più si perdeva (12 dicembre 1488: 
XL, 446-47). 

(75) Lettera del Lanfredini, 5 febbraio 1488-89: LVIII, 
96-97. 

(76) La lettera di Lorenzo, del 1° dicembre 1488, è in 
M. a. P., LIX, 76, e fu pubbhcata dal RoscoE, L. X., II, 
264-65. Vedi poi le lettere del Lanfredini, 7, 14, 21 febbraio 
1488-89: LVIII, 99-101, 111; XL, 227. 

(77) Lanfredini, 30 agosto 1488; XL, 405 bis. I tre erano 
il Borgia, l'EstoutevUle e il Gonzaga; in luogo de' due ultimi, 
osservava l'oratore, erano adesso lo Sforza e Giuliano della 
Rovere. 

(78) Le parole sono di Nofri Tomabuoni, in ima let- 
tera del 17 febbraio 1486-87: LII, 31. 

(79) La frase citata si legge, quasi identica, in ima let- 
tera di Guidantonio Vespucci, del 29 agosto 1484 (Btjr- 
CKABDi Diarium, ed. Thuasne, I, 517-18), e nel Diario della 
città di Roma di Antonio de Vascho ed. a cura di G. Chiesa, 
RR. II. SS. n. e., XXIII, parte III, 1904, p. 521. Su queste 
vicende del cardinale della Rovere vedi, in generale, Beosch, 
40 sgg. La nuova partenza del cardinale da Roma fu il 28 ago- 
sto 1487 (Gaspare Fontani, Il diario romano, ed. cit., 68). 

(80) SuUe insistenze di Milano e di Venezia per il ri- 
torno del cardinale, vedi la lettera del Lanfredini a Lorenzo, 
22 novembre 1487 (XL, 192); sull'ingresso di lui in Roma 
BuRCKABDi Liber, ed. Celani, I, 229-30, sui raUegramenti 
del Senato, 3 maggio 1488, ASV., Sm. Secr., XXXIII, 
fol. 134 6-135 a. Non sarà forse inutile rilevare come il car- 
dinale fosse creditore della Camera apostolica per somme 
cospicue (cf. AV., Intr. et ex., reg. 512, car. 2 6, 116, 12 6, 
16 b, 201 6; reg. 516, car. 176 a, 197 a; reg. 519, car. 187 6). 

(81) Sul primo passaggio del Vincola cf. la lettera di 
Lorenzo al Lanfredini, 11 settembre 1487 (LVII, 106); sul 
secondo le due del 29 marzo 1488 (LIX, 147, 148); sulla fi- 
ducia di Lorenzo in lui, vedi anche una minuta di lettera sua 
dell'aprile 1488 (LVIII, 47). 



LA GRE AZrOXE d'un CARDINALE TREDICENNE 221 



(82) Lorenzo al Lanfredini, 12 giugno 1488 (LIX 183); 
Lanfredìni a Lorenzo, 7 e 29 luglio (LVIII, 69-70; XL, 388). 

(83) Lanfredini, 31 gennaio e 14 febbraio 1488-89 (LVIII, 
92, 111). L'oratore scrive altra volta, a proposito di luì: «non 
v'è sottilità d'ingegno et non pigia le cose così al primo » (28 
aprile 1489: LVIII, 122). 

(84) Lanfredini, 10 maggio 1488 e 11 fe»bbraio 1488-89: 
XL, 340; LVIII, 108-10. 

(85) Lanfredini, 11 giugno 1488 (LVIH, 57). Sul matri- 
monio di Maddalena, cf. Btjser, 255-56. 

(86) Lettera di Piero Alamanni, da Roma, 3 marzo 1490- 
91 (LII, 129); Sigismondo dei Conti, Le storie de' suoi tempi, 
II, Roma, Barbèra, 1883, p. 35; Diario di seb Tommaso di 
Silvestro notabo, con note di L. Fumi, Orvieto, Tosini, 1891, 
coU. 17 e 20. La lettera dell'Alamanni, il diario orvietano e 
una notula contemporanea, che trovai in un codicetto dell' Ar- 
chiviò Vaticano (Arm. XXXIV. 17, cart. 44 a), provano che il 
Barbo morì il mercoledì 2 marzo 1491, non l'I 1, come sì suol 
ripetere, non nel 1490, come si scrisse confondendo lo stile. 

(87) L'elogio è dì Piero Dolfìn {Epist., ed. 1524, Kb. II, 
n. 78). 

(88) Il colloquio col cardinale, ch'era stato fra il 25 e il 
27 agosto, ci è riferito dal Lanfredini in una lettera del 30 
(XL, 405 his). Si vedano poi le due lettere di Lorenzo all'o- 
ratore, del 3 settembre (LIX, 228). 

(89) Lanfredini a Lorenzo, 1° novembre 1488: XL, 427. 

(90) Vedi le lettere di Lorenzo al Lanfredini, 16, 18, 20 
novembre: OXXXVII, 508, 509; LIX, 67. La lettera al papa 
è senza data nella f. XLIII, 1, donde la tolse e pubblicò il 
Fabboni {L. M., n, 389-91); nella f. LIX, 66, invece, ha la 
data del 20 novembre ed è autografa, come si rileva dal- 
l'altra dello stesso giorno al Lanfredini (LIX, 67), nella quale 
è detto: « io sto in duhio se la potrà leggere, perchè io non ho, 
poi che sapete, imparato a scrivere ». Sulla malattia del papa 
cf. BuBOKABDi Liber, 1, 245-46; il cerimoniere, sulla cui asse- 
rita esattezza ho fatto già altra volta qualche riserva, dice 
che essa cominciò la notte dal 20 al 21 novembre; ma fin dal 
16 Lorenzo parlava del nuovo accidente sofferto dal papa. 

(91) Lettere del Lanfredini a Lorenzo, 27 novembre 1488, 
di Lorenzo a lui, 1° dicèmbre, e di Lorenzo al papa, dello 
stesso giorno (LVIII, 87-88; LIX, 74,75). L'ultima si legge, 
con la data erronea del 1° ottobre, in Fabroni, L. X., Adnòt., 
246, e in Roscoe, L. X., II, 262-63. 

(92) Lorenzo al Lanfredini, 27 novembre, 1° e 6 dicembre: 
LIX, 69, 74, 77. 



222 NOTE AL CAPITOLO HI 



(93) Lanfredini, 23, 27 novembre e 1» dicembre: XL, 
435; LVni, 87-88, 89-90; cf. anche le lettere di Lorenzo a 
lui, 1° e 6 dicembre, citate. Anche il 26 dicembre il Lanfre- 
dini scrive ch'egU lavora assai « per lo amico » (LVIII, 91). 

(94) Cf. la lettera del Lanfredini a Lorenzo, 17 gennaio 
1488-89, citata, 

(95) Lanfredini, 11, 14, 18 febbraio 1488-89: LVin, 
108, 111, 117-18. 

(96) Si vedano la lettera scritta al cardinale da Lorenzo, 
o meglio in nome di lui, il 14 febbraio, citata, e una di Lo- 
renzo stesso al Lanfredini, 15 febbraio (LIX, 130: Roscoe, 
op. cit., IL 265), dove le due cifre nascondono i nomi del 
Borgia e del Barbo. 

(97) A doppiezza del cardinale accenna Lorenzo nelle 
lettere sue al Lanfredini del 22 dicembre 1488 e 3 gennaio 
1488-89 (LES, 88, 100); d'intrighi di lui per il papato futuro 
discorre il Lanfredini in molte delle lettere citate, ma senza 
recar alcuna prova, fuori di voci , e sospetti; per la stima, 
che Lorenzo faceva del voto suo, vedi la lettera del Lanfre- 
dini, 11 febbraio. 

(98) Ancora il 22 dicembre 1488, Lorenzo scriveva al 
Lanfredini piacergli più la pratica del Vincola che qua- 
lunque altra, perchè gli pareva più reale e più vera, e ordi- 
nava all'oratore di fare ogni sforzo per mettere d'accordo il 
cardinale col papa. 

(99) Vedi le lettere del Lanfredini, 23, 27 novembre, 1° 
e 15 dicembre 1488, 31 gennaio 1488-89: XL, 435; LVIII, 
87-88, 89-90: XL, 450; LVIII, 92; sulla nomina del castel- 
lano, che fu il 24 giugno 1487, cf. Il diario di Antonio de 
Vascho, citato, 54. 

(100) Cf. le lettere di Nofri Tomabuoni, 19 e 29 novembre 
1487 e 2 aprile 1488 (LII, 62, 63; LXI, 114), di Lorenzo, 12 
e 18 agosto, 11 settembre 1487 (LVII, 89, 94, 106), del Lan- 
fredini, 1 luglio, 18 ottobre, 23 novembre, 12 dicembre 1488 
(LVni, 66-67, 83-86; XL, 435, 446-47). Una lettera in cui 
Lorenzo ordina al Lanfredini di appoggiare « monsignor nostro 
di Cosenza» è evidentemente fatta ad arte, per ingannare 
costui (LIX, 67, 9 novembre 1488; cf. l'ultima lettera ci- 
tata dell'oratore). 

(101) Il papa aveva cominciato a discorrere di lui nel 
novembre del 1488, quando perdette la speranza di trarre in 
Collegio il Bucciardo, e aveva affidato la caxisa della legit- 
tiniazione ai cardinali Barbo,, Michiel e Balue (lettera del 
Lanfredini, 23 novembre, citata). La paternità dell'arcive- 
scovo di Benevento era infatti, ed è tuttora, incerta: ne danno 



LA CREAZIONE D'UN CAEDINALE TREDICENNE 223 



varia notizia Rafiaele Volterrano (260 6), l'Infessura (238-39), 
il Bnrckard (n. e., I, 405-6). Nei documenti pubblicati dallo 
Staffetti {Il libro di ricordi della famiglia Cyho, negli Atti 
d. soc. ligure di st. patr., XXXVIII, 1908, p. 252) apparisce 
figliuolo di Domenico Mari, cugino del papa. Ma altrove 
l'Infessura lo aveva detto figliuolo di questo (224), uno di 
quelli, certo, che la voce pubblica gli attribuiva oltre ai due 
riconosciuti quasi ufficialmente: un accenno di Lorenzo e 
uno del Lanfredini mi fanno • sospettare che corresse anche 
altra fama più trista (lettere del 26 e 31 gennaio 1488-89: 
LIX, 113; LVIII, 94-95). Sull'opposizione poi del Lanfredini 
all'immediata creazione di lui, ch'era suggerita al papa 
dagli avversari del Cosentino, cf. la lettera dell'oratore, 5 feb- 
braio 1488-89: LVIII, 96-97. 

(102) Lettera di Lorenzo al Lanfredini, 22 dicembre 1488 
(LIX, 88). Si vedano anche una lettera del Lanfredini, 31 
gennaio 1488-89 (LVHI, 92) e un capìtolo di lettera per il 
Vincola, che l'oratore scrisse, fingendo d'averlo da Lorenzo 
con la sua del 3 febbraio (LIX, 119, cf. 118 e LVIII, 100). 

(103) Lettere del Lanfredini a Lorenzo, 11 e 14 febbraio 
1488-89 (LVIII, 108-110, 111), di Lorenzo, o meglio del 
Lanfredini, al cardinale, 14 febbraio (LVIII, 113, e LI, 573), 
del Lanfredini a Lorenzo, 18 e 24 febbraio (LVIII, 116; XL, 
227). H Vincola è nascosto in molti luoghi di queste lettere 
sotto la cifra- 93. 

(104) Cf. la lettera sua a Lorenzo, del 18 febbraio 1488-89, 
citata. 

(105) Lanfredini, 30 agosto 1488: XL, 405 bis. 

(106) Cappelli, Lett. di L. d. M., 296-97; Lanfredini a 
Lorenzo, 27 settembre 1487: LVIII, 21. 

(107) Sull'intrigo faentino cf. A. Missibou, Astorgio III 
Manfredi signore di Faenza (1488-1501), I, Bologna, Beltrami, 
1912. Si veda poi un polizzino del Lanfredini, ricevuto da Lo- 
renzo il 9 luglio 1488, nel quale si riferiscono, scrivendo in 
cifra i nomi, certe parole oscure dette da frate Piero Paga- 
gnotti sulle relazioni tra gli Sforza (18 e 19) e Lorenzo (51): 
M. a. P., L. 88. 

(108) Sugli onori ad Ascanio, cf. una lettera di ser Piero 
da Bibbiena al Lanfredini del 22 settembre 1488, la quale 
annunzia che il giovedì seguente, il 25, Lorenzo, ch'era ai 
bagni allo Spedaletto, sarebbe tornato a Firenze per trovarsi, 
il 27, all'arrivo del cardinale, a cui si doveva andare incontro 
fino a Scarperia e fare le spese durante il soggiorno nel do- 
minio (LIX, 245). Vedi poi Lanfredini a Lorenzo, 23 ottobre, 
1° e 23 novembre (XL, 424, 427, 435). 



224 NOTE AL CAPITOLO III 



(109) Lorenzo al Lanfredini, 16 e 27 novembre: CXXXVII, 
508; LIX, 69. 

(110) M. a. P., LVni, 89-90. 

(Ili) M. a. P., Prov. Ouiducci, 185 (Doc. XII). La firma 
è autografa, cosa non frequente nelle lettere dei cardinali, 
che avevano per lo più soltanto il nome e il titolo suUa so- 
prascritta. 

(112) È opinione comune, che l'accordo fra i due si strin- 
gesse nel conclave del 1492; ma in verità era così grande 
l'amicizia fra il vicecancelliere ed Ascanio che quegh, poco 
dopo il ritorno di questo, si faceva garante per lui presso il 
papa che sarebbe « buono servitore et fedele di Siuz San- 
tità ìì (Lanfredini, 23 ottobre 1488: XL, 424). E in tutte que- 
ste pratiche i due appariscono legati intimamente. 

(113) Lanfredini, 1° dicembre 1488 e 11 febbraio 1488-89: 
LVIII, 89 e 108-10. Nella prima lettera l'oratore informa 
avergli detto il Vincola che si trattava di nuovo papa; egli 
inchinava al Barbo o al Costa, Ascanio con i suoi al Carafa. 

(114) Lettere di Lorenzo al Lanfrediai, 3 gennaio 1488-89, 
e di questo a quello, 17 gennaio e 14 febbraio: LIX, 100; 
XL, 361; LVni, 111 (per la seconda, App. U, doc. XI). Nel- 
l'ultima di queste lettere l'oratore dice d'essere riuscito quasi 
a fare l'TUlione tra 93 e 19, cioè tra il Vincola e Ascanio (la 
cancelleria medicea interpretò erroneamente la seconda cifra 
per San Marco), « che non mi pare suto piccolo passo ». Ma, 
appunto, l'unione era quasi fatta; quel che mancava non 
s'ottenne, né si poteva ottenere. 

(115) Lanfredini a Lorenzo, 5 febbraio 1488-89: LVIII, 
96-97. Già dal dicembre del 1486, il vicecancelliere aveva 
fatto grandi offerte a Lorenzo (lettera di Nofri Tornabuoni, 
del 3 di questo mese: LII, 38); e il Lanfredini, quantunque, 
come vedemmo, da prima non se ne fidasse, riteneva tuttavia 
ch'egli dovesse cedere al papa a per necessità, quando man- 
cassila volontàv (23 novembre 1488: XL, 435), e credo volesse 
dire che la vita di lui era tale che non gli conveniva resistere 
ai voleri di un papa. Fin dal 17 gennaio egli aveva promesso 
al papa di consentire alla creazione di Giovanni k pera tempo »; 
ma il pontefice non si teneva ancora sicuro. Il 31 il Lanfredini 
annunzia ch'egli è stato ridotto da Ascanio (XL, 361 o qui 
App. II, doc. XI; LVHI, 94-95). 

(116) Sull'obbligazione di Lodovico al pontefice e sul- 
l'andata di Piero de' Medici a Milano, vedi la copia di una 
lettera di Piero Alamanni a Lorenzo, da questa città, il 31 
gennaio 1488-89, due lettere del Lanfredini a Lorenzo, 7 e 
11 febbraio, e due di questo a quello, 6 e 21 febbraio (LIX, 



LA CREAZIONK D'UN CARDINALE TREDICENNE 225 



120; LVin, 99-101, 108-10; LIX, 121, 135), dall'ultima 
delle quali si rileva come l'accordo avesse a rimanere tantd 
segreto che fino i Signori e i Settanta dovessero in Firenze 
ignorarlo. Cf. anche una lettera di Gian Lucido Cataneo al 
marchese di Mantova, da Roma, 25 febbraio 1492 (Arch. 
Gonzaga, E. XXV. 3, busta 849). 

(117) Su queste pratiche vedi le lettere del Lanf redini, 
5, 7, 9, 11, 14, 18, 24 febbraio 1488-89: LVIII, 96-97, 99- 
101, 102-5, 108-10, 111, 116; XL, 227. Nell'ultima l'ora- 
tore dice che, fatta la promozione, si sarebbe dovuto rimeri- 
tare il Limate con quattrocento ducati. 

(118) Sulle pratiche del papa con i Veneziani e sulla fred- 
dezza, che segui al loro fallire, sono documenti interessan- 
tissimi in ASV., Sen. Secr., XXXIII, 168 a sgg., XXXIV, 2 b. 

(119) Lanfredini a Lorenzo, 18 febbraio 1488-89, citata. 

(120) Lanfredini a Lorenzo, 17 gennaio 1488-89: XL, 361, 
App. n, doc. XL Cf. anche la lettera del 18 febbraio (LVIII, 
116) e quella di ser Piero all'oratore, 5 marzo (LIX, 140), dove 
si danno curiose notizie sulla fattura di questi lavori e suUe 
strettezze di Lorenzo, che trattenevano il Bibbiena dal pro- 
porgli di pagarne la spesa, come pare che si desiderasse a 
Roma. 

(121) Per il Costa vedi le lettere del Lanfredini, 7 e 14 
febbraio. H giudizio sul Carafa è in una lettera dell'oratore, 
del 21 giugno 1488 (LVIII, 59-62); il cardinale era allora 
oppositore deciso di ogni nuova creazione; più tardi s'era 
mostrato favorevole al Becchi (1° dicembre 1488: LVEII, 
89-90); sul contegno suo nel febbraio vedi le lettere dell'ora- 
tore, 5, 7, 9 febbraio citate. 

(122) Lettere del Lanfredini, 11 e 14 febbraio, citate. 
NeU^ seconda leggiamo: «L'Orsino ha pure voluto vendere 
al papa questo servigio et hagli domandato mille du- 
cati l'anno di provigione su' sali delle terre sue 
et papa è stato contento et sul dominio vostro due- 
mila di benefici». (Le parole, che qui sono in tondo 
spazieggiato, nel documento sono cifrate). 

(123) Lanfredini, 18 e 24 febbraio. 

(124) Ninna fatica, ho detto, con il Balue ed il Foix, 
perchè la Corte di Francia era bene disposta per Lorenzo. 
Ma non v'è alcuna prova che questa si adoperasse per la crea- 
zione di Giovanni, come scrive il Cipolla {Signorie, 660); 
ed è poi del tutto errato quello che il Delaborde ripete più 
volte, che il figliuolo di Lorenzo dovesse la porpora ai Fran- 
cesi (205, 224, 234). Se il Lanfredini scrive, fin dal 12 dicembre 
del 1488, che il Balue, pur desiderando che i creati non fos- 

15, — PiooTTi, Leone X. 



226 NOTE AL CAPITOLO IH 



sero più di due, non si rifiuterebbe alla volontà di Lorenzo 
(XL, 446-47), non s'era però allargato in nulla con lui, e l'il 
febbraio non aveva parlato ancora né a lui né al Foix. Anzi 
l'intervento del cardinale di Angers in favore del castellano 
gli pareva nuocere a Giovanni (5 febbraio). 

(125) M. a. P., XL, 227. I cardinali sottoscritti erano 
Borgia e Balue, vescovi, Michiel, Costa, Domenico della 
Rovere, Conti, Sclafenati, preti, Foìx, Riario, Colonna, Orsini, 
Sforza, diaconi. 

(126) Arch. di Stato di Siena, Lett. di Balia, voi. 51, n. 65: 
lettera di Niccolò Borghesi, da Roma, 5 marzo 1488-89. 

(127) Vedi, su tutto questo, le lettere di Lorenzo, 18, 
26, 28 gennaio, 3, 12, 15, 21 febbraio, 5 marzo 1488-89: 
LIX, 108, 113, 115, 118, 127, 130, 135, 138-139: queUe 
del 15 e 21 febbraio sono pubblicate in parte dal Roscoe, 
L. X., II, 265-68. Le frasi citate sono nelle lettere del 12 
e 21 febbraio. 

(128) Bttbckardi Liber, n. e., I, 342. 

(129) Nofri Tomabuoni a Piero de' Medici, 10 settem- 
bre 1492; Antonio da Colle al medesimo, 19 agosto 1493: 
XIV, 303; LXVI, 255 b. 

(130) L'oratore non aveva da prima creduto necessario 
che Giovanni avesse la laurea in diritto canonico, pur esor- 
tando Lorenzo a farlo studiar legge, sicché l'avesse al più 
presto; e, dopo aver ricordato come, alla morte di Paolo H, 
il Bessarione voleva impedire aUo Zeno e al Michiel l'en- 
trata in conclave, perché non avevano la laurea secondo le 
costituzioni del Collegio, aveva soggiunto: «Et però mi dixe 
San Marco bisogna siano probati et non probandi, et non do- 
mandale come vi si riscalda, che vuole dire questo et non lo spe- 
cifica; ma la bolla starà in modo che, benché non siamo doctori, 
non vi si potrà opporre» (9 e 14 febbraio 1488-89: LVIII, 
102-105, 111). Sembra però ch'egli si sia persuaso poi che, 
per raaggìore sicurezza, occorreva che Giovanni fosse dia- 
cono e dottore: il 24 febbraio, infatti, chiede a Lorenzo la 
fede del diaconato e dice di credere che dottore egli sia già, 
essendo canonico (XL, 227). Le minute de' due atti si leggono 
in un protocollo di ser Domenico di Antonio da Figline (ASF., 
D. 93, 1487-88, car. 141 o-&, 143o-144a); son pubblicate 
dal Fabboni {L. X., 247-48, 248-50). 

(131) Lettera del 6 marzo 1488-89: LIX, 138. 

(132) Cf. PBEZzmEB, I, 166, e doc. IV, 231; F. BtJONAMici, 
Il Poliziano giureconsulto o della letteratura nel diritto, Pisa, 
Nistri, 1863, p. 25. 

(133) L'Audin (p. 70), però, si guarda bene dal precisare 



I-A CREAZIONE D'TJN CARDINALE TREDICENNE 227 



la data della laurea e la pone dopo il ricordo degli studi di 
diritto canonico, i quali Giovanni avrebbe fatti a Pisa con 
grande fervore ! Il Roscoe invece (L. X., II, 269, n. 3) suppose, 
stranamente, che i documenti mandati allora da Lorenzo 
al Lfinfredini non si riferissero a Giovanni di Lorenzo, ma 
allo zio paterno Giovanni, cioè a un Giovanni di Piero di 
Ciosimo, che non esistette mai. 

(134) Nella lettera agli Otto del 5 febbraio 1488-89 egli 
informa della probabile creazione del castellano* del da- 
tario, del vescovo di Aleria « et di altri non si sa, benché si parli 
di moUiv; il 14 ripete quasi le stesse parole, aggitmgendo 
a quei tre l'arcivescovo di Bordeaxix e il Gran Maestro di 
Rodi: il 19 dice possibile che sia creato il vescovo di Tivoli; 
ad un cardinale fiorentino nessun accenno (ASF., Otto di 
Pratica, Cari., Bespons., 6, carte 331 a, 318 a, 311 a; Legaz. 
e Oomm., Miss, e Besp., 17, carte 132 b, 135 a e 6). Comu- 
nicando poi il 9 marzo agli. Otto la nomina segreta del car- 
dinale fiorentino, quando ormai essa non era più realmente 
un segreto, aggiungeva queste significative parole : « hora 
mi doverrà scusare chi m^havessi biasimato, perchè io non ho 
a scrivere le chose che non si hanno a dire et. che. possono fare 
charicho et danno in publico et in privato sanza utile; inge- 
gnerom,mi fare Vufficio mio nettamente, chome sono costu- 
mato, et temere pocho, dovè non ho colpa it {Otto di Pratica, 
1. e, 349 a). Che iijaportava, infine, al Lanfredini lo scontento 
altrui, fosse ptir degli Otto, quand'era contento Lorenzo 
de' Medici? 

(135) Per la lettera del Guidoni, 17 dicembre 1488, cf. 
Cappelli, 1. e, 305. La lettera di Lorenzo, del 5 marzo 1488- 
89, è in M. a. P., LIX, 139; Roscoe, II, 268-69: dopo le pa- 
role « et sopra tucto tenete di presso », dove il Roscoe mette 
puntini, si legga « 19 », cioè Ascanio. 

(136) Le due lettere del Lanfredini e del Tomabuoni 
sono in LVin, 119 e XL, 338; quella di Ascanio Sforza in 
XLI, 79 (qui, App. Il, doc. XIII). La lettera del Balue si 
trova, con la data del 9 marzo, in XLI, 70, e fu pubblicata 
dal Fabroni {L, X., 247); il Roscoe la riproduce con la data 
erronea dell'S (II, 270-71): vedila anche in Bpbckakdi Liber, 
ed. Celani, I, 341, n. 2. Non è esatto quanto scrivono l'Eubel 
(II, 22), il Pastor (IH, 273) e il Celani (ivi, 252, n. 5), che 
Giovanni fosse riservato in pectore; in questo caso non ne 
sarebbe stato pronunziato, nenmaeno in concistoro segreto, il 
nome fino aUa pubblicazione, che poteva seguire quando pia- 
cesse al papa, né Giovanni avrebbe avuto il cappello od il ti- 
tolo. Si trattava invece di una vera creazione, che doveva, 



228 NOTE AL CAPITOLO III 



con novissimo esempio, rimanere segreta per un tempo fisso 
e sotto condizioni determinate. Anche il Burckard, cerimo- 
niere papale, sebbene parli della creazione solo nel 1492, 
tó quum secreta plus esset », dice che Giovanni fu assunto e 
creato con gli altri cinque (n. e., I, 342). 

(137) La lettera, scritta o almeno datata dal 9 marzo, ar- 
rivò a Firenze il 13 (XLVI, 557). Altre lettere furono scritte dal 
vescovo di Tortona e da Gerolamo Calagrano (LXIII, 92 a). 

(138) Vedi le lettere di Lorenzo al Lanf redini, 11 marzo 
1488-89 (M. a. P., LIX, 142; qui App. II, doc, XV), del Gui- 
doni a Ercole d'Este, 10 marzo (Cappelli, I, 307), di Stefano 
Taverna, oratore milanese, 22 febbraio 1492 (ASM., Pot. est., 
Roma, 1492-93, busta 343). Cf. poi ciò che scrive Lionardo di 
Lorenzo Morelli {Cronaca, iri Delizie degli eruditi toscani, XIX, 
Firenze, 1785, p. 196) e la retorica descrizione del Poliziano 
in quella sua lettera di ringraziamento al papa, la quale, 
appim.to per l'insistenza nel descrivere e amplificare una pub- 
blicità, che gli ordini papali vietavano, a Lorenzo non piacque 
{Op. omn., 106; vedi Lorenzo al Lanfredini, 14 marzo 1488-89: 
LIX, 144; RoscoE, II, '2n4:-15; Del Ltjngo, Florentia, 244). 
La deliberazione del Capitolo, 10 marzo 1488-89, si legge 
neU'Arch. Capitolare di Firenze, Partiti, voi. cit,, 107 a; 
sulla vacanza degli studenti pisani cf. la lettera dei bidelli 
Bartolomeo di Pasquino e Antonio Miniatore, del 24 marzo 
1488-89 (ASF., Lettere dello Studio di Pisa dal 1487 al 1489, 
reg. 426, car. 99). 

(139) Mabsilh Ficmi Opera, I, 897, 898; cf. 1908 sgg.); 
Della Torbe, 621, n. 3. È noto che le tre opere, insieme con 
altre ofierte a Lorenzo, furono raccolte nel bellissimo codice 
membranaceo, che oggi è il Laurenz.. PI. LXXXII. 15; vedi 
qui le dediche ai fogli 32 a e 94 a. 

(140) La Dialeetica nova secundum mentem Thoìnae Aqui- 
natis uscì a Firenze, senza indicazione di stampatore, il 18 
marzo 1488-89; cf. Hain, I, 360, nn. 2780-81. La dedica fu 
riprodotta dal Salviati alla fine del trattato Septem quaestio- 
num, offerto più tardi a Leone X, per ricordargli quel suo 
vaticinio {Laurenz., PI. LXXXIII. 18, fol. 49 6). 

(141) Heptaplus Joannis Pici Mibandtjlae... ad Lauren- 
tium Medicem prooemium in Joannis Pici Mibandixdae omnia 
opera.... «dUigenter impressit Bemardinus Venetus.... Ve- 
netiis, anno salutis .Mcccclxxxxviii. die .ix. octobris ». 
Cf. poi le lettere del Lanfredini a Lorenzo, 27 agosto 1489: 
LVin, 161-62, 163-64, pubblicate da D. Berti, 'Intorno a 
Giovanni Pico della Mirandola, nella Riv. contempor., XVI, 
Torino, 1859, pp. 53-55. Il pontefice faceva dire più tardi 



LA CREAZIONE I>'UN CARDINALE TREDICENNE 229 



a Lorenzo dal Lanf redini « che voi non doverresti volere essere 
nominato in una opera heretica et che il Conte ve la haveva 
adiritta, perchè Jussi scudo ad. salvargléki i^ (2 ottobre 1489: 
LVIII, 173). 

(142) Cf. per esempio, tra i carmi, quello, di Giovan Fran- 
cesco Filomusi da Como {Garm. ili. poetarum italorum, VII, 
Firenze, Tartini e Franchi, 1720, pp. 182-83) e, tra le lettere, 
una di Alessandro di Orfeo di Ricavo, da Cremona, 17 marzo 
1488-89 (XL, 244) e im'altra, un po' tardiva, del celebre me- 
dico Pier Leone, da Roma, 4 giugno 1489 (L. Gtjebba-Cop- 
piOLi, M.° Pierleone da Spoleto, medico e filosofo, nel Boll, 
della R. Dep. di st. patr. per l'Umbria, XXI, Perugia, 1915, 
p. 425). 

(143) Delpheni Epistol., ed. 1524, 1. II, nn. 18 e 19. 
Anche al priore degli Angeli il Dolfìn scrive, il 15 marzo, augu- 
rando che, siccome i parti tardivi' sogliono essere meravigliosi, 
cosi quel cardinale, dato alla Toscana dopo così gran tempo, 
fosse per continenza un Giuseppe, per fortezza un Sansone, 
un Samuele per santità, vm Giovanni per giustizia e per re- 
ligione (ivi, n. 20). 

(144) Ad una prima lettera di Lorenzo al papa accen- 
nano quella già citata di Lorenzo al Lanf redini, dell' 11 marzo 
1488-89, con cui essa era unita, e tma di Giovanni Antonio 
d'Arezzo a Lorenzo del 14 dello stesso mese (XL, 241; Del 
Lungo, Florenùia, 4:27, n. 1); la seconda, del 14 marzo, è 
nella collezione Podocataro della Marciana di Venezia, nel 
cod. Lat. X. 174, car. 142 [193] (ef. L. G. Pélissibe, Catalogne 
des dbcuments de la collection Podocataro à la biblioteca Mar- 
ciana à Venise, in Centralblatt fiir Bibliotheleswesen, XVIII, 
Leipzig, 1901, p. 479) e fu pubblicata abbastanza male da 
D. MoBENi, Lettere di Lorenzo il magnifico al sotti, poni. In- 
nocenzio Vili, ecc., Firenze, Magheri, 1830, p. 14. Le risposte 
ad AseaUio e al Balue sono ricordate nel registro mediceo 
ril marzo (LXIII, 92 a); le lettere di credenza all'oratore 
nello stesso luogo, il 4 d'aprile (93 b), nel qual giorno Lo- 
renzo le mandò al Lanfredini (LI, 588-89), antidatandole però 
di qualche giorno, perchè l'oratore potesse scusare il ri- 
tardo per la sua malattia. 

(145) Lettere di Lorenzo al Lanfredini, 11 e 14 marzo 
1488-89 e 4 aprile 1489 e di Gian Antonio d'Arezzo, 14 marzo, 
citate. Il Del Lungo, che pubblicò parte di quest'ultima, 
credette che fosse inviata a ringraziare il papa madonna Cla- 
rice e andasse poi anche Piero col Poliziano (1. e, 427, 429); 
ma al dotto scrittore fiorentino avvenne per una volta quello 
che avviene spesso ai non Fiorentini, di scambiare lo stile: 



230 NOTE AL CAPITOLO III 



il viaggio di Clarice e di Piero è anteriore di un anno alla 
creazione cardinalizia e alla lettera di Gian Antonio. Que- 
sta volta, al papa sembrò che l'andata di Piero fosse « troppa 
grande dimostrarne y^ e potesse dare ombra ai potentati: 
e Lorenzo stesso, ripensandoci, volle riserbarla per quando 
avesse a far frutto neU'abbreviare il termine per la pubbli- 
cazione. 

(146) Cf. la lettera dell' 11 marzo, citata. 

(147) Non solo tutta Firenze la seppe; ma Lorenzo comu- 
nicò « ZÓ mu)va di messer Giovanni nostro alla promotione del 
cardinalato » il giorno stesso, 10 marzo, in cui n'ebbe notizia, 
al duca di Milano, a Lodovico il Moro, al duca di Ferrara, 
al marchese di Mantova, a Giovanni Bentivoglio, al duca di 
Urbino, a Virginio Orsini, al conte di Pitigliano, a Gabriele 
e Leonardo Malaspina, a Gian Luigi del Fiesco, a Giovanni 
Guidiccioni da Lucca, a Iacopo Petrucci da Siena, a Caterina 
Riario Sforza, a Piero Alamanni, oratore a NapoU, a Dio- 
nisio Pucci, commissario a Faenza, al vescovo di Arezzo, 
al legato di Perugia (LXIII, 92 a; la leiheva, a Ercole d'Este 
è pubblicata dal Cappelli, 247; quella al marchese di Mantova 
è nell'Arch. Gonzaga, E. XXVin. 2, Firenze 1368-1523, 
busta 1085. Il giorno dopo, Lorenzo scrisse al re Ferrante 
« congratulandosi de la asumptione di messer Giovanni no- 
stro y> (LXin, 92 6). 

(148) Cf. le lettere di Lorenzo, 11 e 14 marzo, citate. 
Lorenzo adduceva come scusa anche questa, che a Roma, 
attorno alla creazione del suo figliuolo, s'era fatto più ru- 
more che a Firenze. E non era vero. Non solo Giovanni de' 
Medici non ha mai il titolo di cardinale nei documenti di 
Curia fino al 1492: ma Pier Leone tardava a rallegrarsi, per- 
chè la creazione a Roma non era pubblica (lettera citata) 
e la stessa Maddalena de' Medici esitava a scrivere al fra- 
tello li per non essere excomunichatan (lettera di G. A. d'A- 
rezzo, citata). Dei cronisti, Gaspare Fontani dà la creazione 
per incerta (1. e, 69): il Burckard (252) e il Conti (I, 326 sgg.) 
ne tacciono; ne parlano l'Infessura (239) e Antonio de Vascho 
(542-43), 'ma con notizie molto imprecise e, almeno quanto 
al primo, scritte molto più tarcfi. 

(149) Si vedano le lettere di Lorenzo al Lanf redini, 14 e 
23 marzo 1488-89, il poscritto senza data, ma certamente 
unito con questa, la lettera del 28 marzo, pure all'oratore 
(LIX, 144; LI, 575 e 568, 569-70), ima al vescovo di Arezzo 
del 9 aprile (XLIII, 146), altre al Lanfredini del 25 e 27 a- 
prile (LI, 600-1, 602-3); e lettere del Lanfredini, 2 e 28 aprile 
(XLI, 103; LVni, 122). La malattia del Lanfredini, la 



LA CEBAZIONE D'VN CARDINALE TEEDICENNE 231 



quale, scrìveva Gian Antonio d'Arezzo nella citata lettera 
dèi 14 marzo, era stata «non puncto a proposito delle 
occorrentie », consisteva specialmente in una a deboleza et 
fiaccheza grande -a dovuta certo àgli strapazzi di quei giorni, 
ar lutto ancora fresco e alla scarsa robustezza dell'oratore. 

(150) Dell'incarico al Balue parla la bolla stessa (qui. 
Appendice, n, doc. XIV); dell'opera di Niccolò da Castello, 
che ftveva servito i Medici « da amici ' et sanza rispecto ». 
discorre il Lanfredini nella citata lettera del 2 aprile, nella 
quale chiede, come premio per lui, certo ufficio in Firenze 
a un parente suo, forse a quell'Antonio, che fu podestà 
nel 1493 e per cui il Poliziano compose l'orazione a ad do- 
minosy> (pp. omn., 511): Lorenzo promise l'ufficio e scrisse a 
Niccolò per ringraziarlo (Lorenzo al Lanfredini, 5 maggio, 
LI, 608-9; reg. di lettere, alla stessa data, LXHI, 94 6). Su 
questo Niccolò de' Bufolini da Castello, dottore in ambe le 
leggi, avvocato concistoriale e abbreviatore de parco maiori, 
cf. BuBOKABDi Liber, ed. Celani, I, 320, n. 2, 608, n. 2; II, 
149, 196, n. 2; P. Egidi, Necrologi, II, 155, 160, 508 e vedi 
anche ASR., Mandati, n. 858, car. 211 a; 860, car. 100 6, 
95 6, al 28 luglio 1486, 1° aprile e 29 maggio 1489. Gli oratori 
o agenti de' Medici e degli Sforza ricorsero a lui per consiglio 
in più casi: vedi, per esempio, lettere di G. A. Vespucci, 22 
febbraio 1483-84, di Pierfflippo Pandolfini, 20 settembre 
1490, di Nofri Tomabuoni, 25 febbraio 1490-91, di Piero 
Alamanni, 1° marzo 1490-91, 15 e 25 maggio 1491 (M. a. P., 
XXXIX, 5; Lin, 99; XLII, 25; LII, 126, 153, 158) e di 
Stefano Taverna al duca di Bari, 25 gennaio e 22 febbraio 
1492 (ASM., Fot. est., Roma, 1. e). 

(151) Lanfredini a Lorenzo, 25 marzo 1488-89, Lorenzo 
al Lanfredini, 28 marzo 1489 (XLI, 93; LI, 569-70). Lorenzo, 
che con tma contraddizione non rara, specialmente in quel- 
l'età, disprezzava gli ordini papali, ma temeva la scomunica, 
sollecitava l'oratore ad ottenergli l'assoluzione, ch'ei gli 
aveva promessa anticipatamente (cf., oltre alle lettere ricor- 
date qui, .quella del Lanfredini, del 2 aprile, citata sopra). 

(152) Ma nemtmanco è vera l'asserzione del Machiavelli 
che Giovanni fosse «fatto cardinale, fuori d'ogni volontà del 
Collegio 1) {Estratto di Lettere, ne Le opere, voi. II, per cura 
di L. PAssEBura e G. Meoaìtesi, Firenze -Roma, tip. Cenni- 
niana, 1874, p. 237). 

(153) Anzi, quando l'anno seguente, se ne cercò la minuta, 
neppur questa fu trovata (Pandolfini a Lorenzo, 20 set- 
tembre 1490, citata); e non è vero che sia ima minuta l'e- 
semplate della collezione Podocataro, come afferma il Pòlis- 



232 NÒTE AL CAPITOLO III 



sier (1. e, 178; cf. per questa e per altre copie qui, App. II, 
doc. XIV). Sappiamo che una copia della bolla era anche 
presso il cardinale Sforza, che si guardava bene dal lasciarsela 
uscire di mano (lettera del Taverna, 22 febbraio 1492, cit.); 
l'originale non mi riuscì di trovarlo. 

(154) n Lanfredini nella sua lettera del 25 marzo 1488-89, 
citata, dice che nel concistoro del lunedì precedente, 23, era 
stata letta la boUa: Ascanio Sforza invece ia ima lettera, al 
fratello dell'8 febbraio 1492, nella quale non si può sospettare 
ch'egli menta, afferma il contrario (ASM., 1. e): il papa, a 
sua volta, protestava, nel concistoro del 17 febbraio 1492, 
che quella lettura era avvenuta. Una lettera di Stefano Ta- 
verna (22 febbraio 1492, citata), riferendo le parole dette 
in questo concistoro da Ascanio, chiarisce la cose nel modo 
ch'è scritto quassù. Quanto alle sottoscrizioni, vedi in App. 
ìì doc. citato, e cf. le lettere del Lanfredini 28 aprile 1489, 
e del Taverna, 22 febbraio 1492, citate. 

(155) La bolla era su questo punto, forse volutamente, 
equivoca. In un luogo è detto: « ne, si contingat nos, huius- 
modi assumptionis pttblicatione per nos non facta, ante vel 
post decursum triennium huiusmodi de medio summoveri, 
assumptio predicta, inefficax remaneat.... concedinms qiiod tu 
ipse in huiusmodi obitus nostri eventum et non ante, dieta 
pttblicatione non facta.... officia et exercitia, que olii cardinales 
exercere soliti sunt, exercere.... libere et licite valeasì>, donde 
parrebbe, che tranne il caso della morte del papa, la pub- 
blicazione fosse necessaria e non dovesse nemmeno avvenire 
necessariamente dopo i tre anni. Ma altrove la boUa dice: 
« tecum, ut in diaconum cardinalem ex nunc, et decurso dieta 
triennio et etiam ante, si nos interim de medio summoveri con- 
tingat, que ad eiusdem cardinalatvs dignitatem et officium per- 
tinent, facere et exercere.... libere et licite valeas.... dispensamus », 
donde sembrerebbe concesso al Medici di esercitare senz'al- 
tro l'ufficio cardiaalizio, appena jBnito il triennio. 

(156) Si veda ancora la lettera del Lanfrediai, del 25 marzo, 
più volte citata: l'oratore raccomanda a Lorenzo di scrivergli 
di sua mano, aggiungendo queste parole che sono degne di 
nota per il carattere del Borgia: « Questi Spagnuóli sono m,olto 
cerimoniosi et humili in ogni loro dim^stratione et costui colma 
lo staio -A, 

(157) Cf. le lettere del Lanfredini 3 gennaio, 18 e 24 feb- 
braio 1488-89: XL, 204; LVIII, 116; XL, 227. L'oratore 
diceva di voler servire bene i Milanesi, come Lorenzo aveva 
ordinato e come Ascanio meritava; ma in realtà, per ren- 
dere meno difficile la creazione di Giovanni, non esitava a 



LA CREAZIONE D'UN CAKDINALE TBEDICENNE 233 



operare in segreto contro quella del Malleacense. Questi era 
figliuolo di Roberto Sanseverino, il quale era nato da una so- 
rella di Francesco Sforza: già altra volta il padre aveva 
chiesto il cappello per lui (cf. Cappelli, I, 277, 280; A. Za- 
nelle, Roberto Sanseverino e le trattative di pace tra Inno- 
cenzo Vili ed il re di NapoU, in Ar., XIX, 1896, pp. 179, 
186); ora gli Sforza, che in altri tempi erano freddi con i 
Sanseverino, l'appoggiavano caldamente. 

(158) Lanfredini a Lorenzo, 25 marzo 1488-89; Lorenzo 
al Lanfredini, 28 marzo 1489. 

(159) La minuta per l'esecuzione del mandato apostolico 
è in ASF., B. Acquisto Galletti Strozzi, insieme con la, copia 
della bolla. 

(160) Lanfredini, 28 aprile: LVIII, 122. Lo Sforza ne seppe 
tuttavia qualche cosa e, più, tardi, voleva la bolla del San- 
severino, come Lorenzo aveva avuto quella del figliuolo; 
ma il papa protestava che non era vero e, insistendo Ascanio 
nel voler vedere la bolla di Giovanni, pregò Lorenzo di ta- 
cere della cosa, anzi pareva gli volesse richiedere la boUa, 
per mostrarla quand'occorresse (Lanfredini, 12 agosto 1489: 
LVin, 155). 

(161) Vedi qui; App. U, doc. XVI e XVII; cf. le lettere 
di Lorenzo, del 7 e 11 maggio 1489: LI, 610-11, 614-15. Più 
tardi, il Lanfredini, a^ìcennando alle nuove creazioni del 
luglio 1489, scriveva «faccisi chi vuole, non crediate habbi 
brevi, anello et' cappello, perchè non si costumò mai piuy> 
(11 luglio: LVin, 132-34). 

(162) La lettera del Lanfredini, del 9 marzo 1488-89 è 
in Otto di Pratica, 1. e, 349 a; la risposta degU Otto, 11 marzo, 
è in Leg. e Gomm,., Miss, e Resp., 17, car. 148 6. 

(163) Luca Landucci, Diario fiorentino, pubbl. da I. Del 
Badia, Firenze, Sansoni, 1883, pp." 56, 65. Narrarono più 
tardi che Lorenzo stesso dicesse : « Medicee posteritaM fi,rmo 
presidio consului: quod Cosmus ipse hoc nec Jecit, nec vidit 
unquamii (Stephani Joanninensis... In mediceam monarchiam 
penthatheucus, Ancona, Guerraldi, 1524, car. lxxxvi 6). 

(164) Lettera a Lorenzo, 9 marzo 1488-89: XL, 338. 

(165) Cf. la citata lettera del Taverna, del 22 febbraio 
1492. 

(166) Sì veda, ad esempio, la lettera di Piero Vettori, 
oratore a Napoli, a Lorenzo de' Medici, 9 marzo 1489-90: 
Fabboni, L. M., n, 345. 

(167) Tutti gli storici pongono nel concistoro del 9 marzo 
1489 la creazione segreta del Sanseverino e di Mafieo Ge- 
rardo, patriarca di Venezia. In realtà, come è detto nella 



234 NOTE AL CAPITOLO III 



lettera del Lanf redini a Lorenzo, del 9 marzo, ed è confer- 
mato da altri documenti, che vedremo più innanzi, in quel 
concistoro s'era deliberato di riservare il luogo nella prima 
promozione ad uno, che la Signoria di Venezia avrebbe 
designato, a uno per il duca di Milano e ad altri per alcimi 
principi oltramontani. Perciò Ascanio Sforza potè dire più 
tardi, con qualche apparenza di verità, che, insieme con 
Giovanni de' Medici, erano stati creati alcuni cardinali se- 
greti (lettera del Taverna, 22 febbraio 1492, citata); e in tma 
parte, che non ebbe però nel Consiglio dei Dieci che tm ~voto, 
. si affermò che il patriarca era stato eletto nel concistoro 
stesso del Medici (ASV., Cons. X, Misti, 25, 78 6, 28 feb- 
braio 1492); anzi Gian Lucido Cataneo, agente mantovano, 
potè scrivere che s'era allora conchiuso che il protonotario 
Gonzaga fosse fatto cardinale « a li termeni del prefato reveren- 
disai/mo monsignore de^ Medici y> (Roma, 19 marzo 1492: Aich. 
Gonzaga, Estemi, Boma, 1492-93, E. XXV. 3, busta 849). 
Ma dal promettere al mantenere corse assai, in ogni tempo! 
(168) La frase è di Tkibaldo de' Rossi (Ricordanze, nelle 
Del. degli eruditi toscani, XXIII, Firenze, 1786, p. 2^79). 



CAPITOLO IV 

VITA STUDENTESCA PISANA 



Gli studi consigliati al giovinetto - Pisa, quando v'andò 
Giovanni de' Medici - La casa da San Matteo - L'univer- 
sità pisana nel triennio 1489-92: la Sapienza - Dottori 
famosi. — II. Il bidello Bartolomeo di Pasquino e gli 
studi di monsignore - Il diritto canonico a Pisa — Scolari, 
stipendi e maestri - Antonio Cocchi e Filippo Decio. — 
III. Giovanni de' Medici nella vita imiversitaria pisana - 
Onori e preghiere - Il contegno del giovinetto e il profitto 
suo. — IV. La famiglia di Giovanni studente - Matteo 
da Cascia - Il Bonciani - Ser Stefano da Castrocaro - 
Andrea Cambini - Pandolfo della Luna. — V. Gentile Bec- 
chi educatore di Giovanni - La cultura e il carattere del- 
l'Aretino - Le relazioni fra lui e il giovinetto. — VI. Ia- 
copo Gherardi da Volterra, maestro di cerimonie e consi- 
gliere — VII. Compagni della vita pisana - Francesco 
Secco - Cesare Borgia. — VILE. Il lungo, arduo e 
tremendo esame e là fine degli studi. 



Nei giorni stessi, in cui il papa creava cardinale 
il giovinetto figliuolo di Lorenzo, aveva, come per 
alcuna vergogna o rimorso, raccomandato al 
cancelliere fiorentino ch'egli si facesse adocto et 
buono ecclesiastico » (1): il trieniiio d'attesa era sta- 
bilito appunto, perchè quel fanciullo si potesse 
con gU studi far meno indegno dell'alto suo ufficio. 
Ma non già con gH studi teologici: ed ebbe torto 
chi pensò ch'ei vi attendesse, e chi si meravigliò 



236 CAPITOLO IV 



che fossero trascurati (2). Era necessaria la teo- 
logia, quando lo sguardo, del sacerdote si doveva 
levare su in alto, insino a Dio, non ora che il guar- 
dare alla terra era il principale studio della Chiesa 
fatta mondana. Giovanni Lanfredini, buon co- 
noscitore delle cose romane, scrive, già dal feb- 
braio del 1489, a Lorenzo che faccia lasciare al 
giovinetto « tucti gli studii latini et greci et sóla- 
mente darsi a legge canoniche, 'perchè sólo harà a 
usare quelle, che gli faranno honore »; e aggiunge 
poi che in casa, col cardinale, sarebbe bene par- 
lar sempre latino (3); il quale suggerimento non 
contraddice all'altro, di lasciar gH studi umani- 
stici, perchè quel parlare non doveva rendere 
esperto il giovinetto nella lingua di VirgiHo e di 
Cicerone, bensì in quella, ch'era usata nei conci- 
stori e nell'altre pratiche della Curia di Roma. 
E i consigH, che l'oratore aveva dati come propri 
o di persone che intendevano e volevano bene a 
Lorenzo, erano ripetuti, quasi con le stesse parole, 
da Innocenzo Vili, il quale, perchè Giovanni 
paresse a Roma a uno dodo et valente homor), sug- 
geriva « che postponessi tutti gli altri studii et tutto 
si dessi alle legge et ad farsi familiarissima la 
lingua latina, a^ermando che queste due cose li 
farieno in questa corte piii honore che tutte le al- 
tre n (4). 

Ora, se trovare chi parlasse latino col giovinetto 
era in quell'età molto facile e si poteva parlare 
quella lingua dove che fosse, gH studi di legge 
non potevano essere seguiti fuor che nella sola 
città del dominio fiorentino, dove si professassero 
allora (5). 

Da che i Medici erano giunti in Firenze a si- 
gnoria, Pisa lentamente si era andata sollevando 
daUe condizioni tristissime, in cui era caduta 



vitÌ studentesca pisana 237 

nell'ultimo periodo della vita comunale e nei 
primi anni deUa dominazione fiorentina. Con 
q-ueUa politica più larga e avveduta di fronte 
alle città del dominio, che le Signorie nell'interesse 
loro proprio contrapponevano alla esclusività 
del Comune, Cosimo e, più assai, Lorenzo de' Me- 
dici avevano dato all'antica rivale di Firenze 
amorevoli cure. Gli acquisti, ch'essi fecero assai 
largamente, di terre e di muKni nel contado di 
Pisa, ad Agnano, a Coltano, a Collesalvetti, a 
Bientina, a Ripafratta, furono certo suggerite 
in parte, come bene avvertì il Guicciardini, dal- 
l'opportunità d'investire in terreni una parte 
dei capitah sottratti alla mercatura ormai vacil- 
lante; ed il fatto che si abbandonassero, per 
comperare queste nuove, le antiche possessioni 
di Mugello, trova una spiegazione anche nel- 
l'essere le terre pisane vendute a minor prezzo 
per le condizioni del terreno e per le scarse ga- 
ranzie che poteva dare a proprietari pisani la 
giustizia fiorentina. Ma è anche assai verisimile 
che i Medici raccoghessero in mano propria quei 
terreni per iniziare un lavoro di bonificamento, 
che allora poteva essere tentato solo dal posses- 
sore di latifondi, come poi faranno i granduchi 
medicei e più i Lorenesi. E l'aggiunta di molte 
case, botteghe e magazzini all'antico palazzo me- 
diceo di San Matteo, e il tornare Lorenzo assai 
spesso nella città, e il disegno, ch'egh aveva ab- 
bozzato, di larghi provvedimenti per farla rifio- 
rire erano ispirati dal proposito accorto di legare 
strettamente gl'interessi pisani non tanto a Fi- 
renze quanto alla casa medicea, così che le basi 
della signoria non riposassero più unicamente 
sul mutevole favore dei Fiorentini, ed i nuovi 
domini de' Medici, stendentisi tra Firenze ed il 



238 CAPITOLO IV 



mare, fossero minaccia a chi pensasse mai di 
rovesciar la tirannide (6). 

Ma questa restaurazione della fortuna pisana 
doveva procedere lentamente, e per la natura 
stessa di tali opere e per la necessità di non offen- 
dere i Fiorentini, che vedevano già con sospetto 
quel favore di Lorenzo ai loro vecchi nemici. 
Perciò, quando venne a Pisa Giovanni, la città 
era ancora « in povertà grandissima e molto vota 
di abitanti e di esercizii)); gli studenti non vi tro- 
vavano « uno riductò et con fatica etiam chase », 
o, se pur ne trovavano, erano « gnude, sanza una 
masserizia)); e, quanto al vitto, nemmeno per 
danaro potevano « havere il hizogno loro », sì da 
essere costretti a chiedere a Firenze che gli si 
desse modo almeno di comprarsi un poco di 
pesce (7). A Giovanni, certo, l'abitazione non man- 
cava, perchè egli aveva qui la casa patema, 
un'ampia vecchia casa a tre piani (8), ma soli- 
taria e silenziosa, sicché al giovinetto e ai com- 
pagni suoi pareva d'essere « in ysola perduta », 
dov'era « penuria maxima di tucte le cose buo- 
ne » (9). E anche quando, come avveniva di fre- 
quente, Lorenzo si recava a Pisa, era ben lontano 
dal condurvi tutt'i suoi e tenervi una vera e 
propria corte « di poeti, artisti, uomini politici 
e mercatanti)), come alcuno pensò (10); anzi, quando 
non avea da badare agh affari delle possessioni 
e del banco, i quali, del resto, erano ben confidati 
a Giovanni Cambi, vi soleva cercare un po' di 
riposo e, specialmente presso alle maggiori feste 
dell'anno, quasi un ritiro (11). Non era questo, 
perciò, soggiorno ameno per un fanciullo, ma, 
in compenso, era luogo assai opportuno per chi 
avesse voluto imparare davvero. 

Lo studio pisano, quando il figliuolo di Lo- 



VITA STUDENTESCA PISANA 239 

renzo vi entrò, nel novembre del 1489 (12), co- 
minciava il diciassettesimo anno dalla sua risur- 
rezione. La quale non era dovuta, come fu detto 
con vuota rettorica, ad avversione per lo Studio 
fìoreìntino, in cui Lorenzo vedesse un avanzo 
di corporazioni antiche o di istituti repubblicani, 
né era suggerita soltanto da gretto desiderio di 
accrescere valore ai possedimenti medicei in quel 
di Pisa (13); ma faceva parte anch'essa di quel- 
l'ampio programma, che mirava a far rivivere 
tutte l'energie antiche dei territori soggetti, per- 
chè ne traesse forza il nuovo Stato sorgente sulle 
rovine del vecchio Comune. Certo, Lorenzo aveva 
dimostrato per lo Studio pisano grandi premure, 
e, poiché non bastava il danaro pubbHco a man- 
tenerlo in fiore, né, forse, era prudente doman- 
dare ai Fiorentini di spendere molto per cosa 
che riguardasse Pisa, aveva ottenuto che lo Studio 
potesse raccoghere-a suo profitto dal clero una 
decima di cinquemila fiorini all'anno (14). Lo 
Studio non aveva ancora, per vero, sede conve- 
niente, perché la nuova fabbrica della Sapienza, 
quantunque comprendesse già alcune scuole e 
stanze per un piccolo numero di studenti e cre- 
scesse, per le cure di Francesco Cambini, ogni 
anno alcun poco, andava innanzi assai lenta 
per gh stanziamenti troppo meschini (15): le le- 
zioni erano tenute, quah nell'abbazia camaldo- 
lese di San Michele in Borgo, quafi a San Pietro 
in VincoU, e le lauree alcuna volta in quell'ab- 
bazia, più spesso nell'aula maggiore del palazzo 
arcivescovile (16). Ma, in cambio, erano, per al- 
cune discipHne, insigni i maestri e fra i piti repu- 
tati d'Italia. 

Il nuovo studente giovinetto non vi poteva 
trovar più Giasone del Maino : il « singulare doctore » 



240 CAPIT01.0 IV 



la cui venuta a Pisa, nel gennaio del 1489, aveva 
recato agli studenti grande gioia e profìtto mag- 
giore del solito, si era messo in gara col Sozini e, 
non ottenendo un salario più alto del suo, aveva 
nell'ottobre dell'anno stesso fatto cancellare* il 
suo nome dal rotolo ed era partito « con dispiacere 
assai di tutti gli scolari » ; e gli sforzi dei Fiorentini 
per indurlo a ritornare non erano giunti ad alcun 
risultato (17). Né s'era ottenuto, nonostante le 
pratiche più attive, che venisse a sostituirlo nello 
Studio pisano Lancellotto Decio, o U Bulgarini, 
o il Riminaldo, o il napoletano Vatimo, ch'erano 
de' più celebrati giuristi di quell'età. Ma in com- 
penso la Signoria fiorentina con singolari misure, 
d'incarceramento, di processo, d'aspra contesa 
con Siena, era potuta riuscire a trattenere a Pisa 
Bartolomeo Sozino, il maestro senese, al quale, 
se mancavano facondia, onestà di costume e 
urbana temperanza di modi, non difettavano 
cultura vasta e di diritto e di lettere, acutezza 
giuridica, perizia di uomo pohtico, sicché a Pisa 
gli davano, fin nei documenti privati, il titolo di 
principe de' giureconsulti, di monarca e interprete 
chiarissimo dell'uno e dell'altro diritto, e in Fi- 
renze stessa preferivano lui a Giasone, se non li 
potessero avere ambedue (18). E, sebbene assai 
minore che quella del Sozino e del Maino, non 
era tuttavia oscura la fama di Francesco Pepi, che 
aveva sostenuto onorevolmente la concorrenza 
con Giasone, e di Francesco' Vergelh, al merito 
del quale lo stesso Pepi, avversario suo, rendeva 
testimonianza, dichiarandosi pronto, come buon 
fiorentino, a cedergh un'aula, oggetto di lunga 
contesa, per evitare allo Studio il danno ch'egh 
partisse (19). Piccola fiaccola in mezzo a gran 
luminari, anche Gian Vittorio Soderini, che in- 




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240 CAPITOLO IV 



la cui venuta a Pisa, nel gennaio del 1489, aveva 
recato agK studenti grande gioia e profìtto mag- 
giore del solito, si era messo in gara col Sozini e, 
non ottenendo un salario più alto del suo, aveva 
nell'ottobre dell'anno stesso fatto cancellar^ il 
suo nome dal rotolo ed era partito « coìi dispiacere 
assai di tutti gli scolari » ; e gli sforzi dei Fiorentini 
per indurlo a ritornare non erano giunti ad alcun 
risultato (17). Né s'era ottenuto, nonostante le 
pratiche piti attive, che venisse a sostituirlo nello 
Studio pisano Lancellotto Decio, o il Bulgarini, 
o il Riminaldo, o il napoletano Vatimo, ch'erano 
de' più celebrati giuristi di quell'età. Ma in com- 
penso la Signoria fiorentina con singolari misure, 
d'incarceramento, di processo, d'aspra contesa 
con Siena, era potuta riuscire a trattenere a Pisa 
Bartolomeo Sozino, il maestro senese, al quale, 
se mancavano facondia, onestà di costume e 
urbana temperanza di modi, non difettavano 
cultura vasta e di diritto e di lettere, acutezza 
giuridica, perizia di uomo poHtico, sicché a Pisa 
gli davano, fin nei documenti privati, il titolo di 
principe de' giureconsulti, di monarca e interprete 
chiarissimo dell'uno e dell'altro diritto, e in Fi- 
renze stessa preferivano lui a Giasone, se non li 
potessero avere ambedue (18). E, sebbene assai 
minore che quella del Sozino e del Maino, non 
era tuttavia oscura la fama di Francesco Pepi, che 
aveva sostenuto onorevolmente la concorrenza 
con Giasone, e di Francesco VergeUi, al merito 
del quale lo stesso Pepi, avversario suo, rendeva 
testimonianza, dichiarandosi pronto, come buon 
fiorentino, a cedergh un'aula, oggetto di lunga 
contesa, per evitare aUo Studio il danno ch'egh 
partisse (19). Piccola fiaccola in mezzo a gran 
luminari, anche Gian Vittorio Soderini, che in- 



VITA STUDENTESCA PISANA 241 

segnò pòi lungamente a Pisa, era sembrato degno 
di leggere in concorrenza col Sozino, quantunque 
con assai minore stipendio (20). Nessuno di questi 
dottori tuttavia fu, almeno ordinariamente, mae- 
stro di Giovanni de' Medici, sebbene il piti cele- 
brato fra essi, il Sozino, appaia, come vedremo, 
aUa laurea di lui invece del Decio e avesse già 
prima buone relazioni col cardinale, che designò 
un figliuolo suo a procuratore per tradurre in 
atto una riserva papale, e per questo figliuolo 
stesso, od un altro, sollecitò dall'arcivescovo di 
Pisa la cessione di certi benefìzi a lui conferiti 
dal papa (21). 



II. 

Il bidello Bartolomeo di Pasquino, scrivendo a 
Luigi Ventura, provveditore degli Ufficiali dello 
Studio, il 2 dicembre 1489, pochi giorni dopo la 
venuta di Giovanni a Pisa, rammenta che An- 
tonio Cocchi, il quale teneva la cattedra mattu- 
tina di diritto canonico, aveva fra i quaranta 
discepoH, che ne solevano frequentare la scuola, 
« il nostro reverendissimo monsignore » e che questi 
v'era accompagnato ogni mattina da tutti e tre 
i bideUi deUo Studio (22). E, siccome il Pasquini 
adduce quest'incarico suo e dei compagni per 
giustificare sé e loro dall'accusa di trascuratezza 
e non accenna ad altro servigio ch'essi dovessero 
prestare a monsignore, sembra chiaro che questi 
frequentasse nello Studio quell'unica acuoia. EgH 
non si valse perciò del privilegio concesso dal 
papa agh ecclesiastici che studiassero a Pisa, di 
frequentare, contro ai divieti canonici, anche le 
lezioni di diritto civile, purché né leggessero né 

16. — PicoTTi, Leone X. 



242 CAPITOLO IV 



insegnassero (23). Eppure questo studio, se era 
utile a tutti i canonisti, tanto più poteva essere 
a chi era destinato a una parte così rilevante nella 
vita pubblica fiorentina e romana! Possiamo in- 
vece ritenere con qualche probabiMtà ch'egli 
udisse, come molt'altri studenti di legge, quel 
Bartolomeo da Pratovecchio, umanista, che, nei 
primi giorni del dicembre 1489, leggeva ancora 
in casa Medici « a contemplatione » dì Giuliano e 
daUa metà di quel mese ricominciò a insegnare 
pubblicamente, per una nuova condotta; maestro 
di ninna fama presso i posteri e assai scarsa 
presso i contemporanei, se, contro al costume, 
gh si diminuiva, invece d'aumentare, il salario 
e se ne tolleravano le lezioni, solo perchè non 
s'avevano altri maestri (24). 

Lo studio del diritto canonico, al quale si ridu- 
ceva tutta l'educazione giuridica del giovine 
cardinale, non era allora, a Pisa, in gran fiore; 
né gh Ufficiah, né Lorenzo stesso, che pure aveva 
mandato per esso in questa città il figliuolo, 
mostravano di curarsene troppo. È vero che, pre- 
valendo a quei tempi tutt'altre tendenze da 
quelle del gioire ecclesiastico, non erano molti gh 
uomini che avessero ottenuto in questo una 
fama sicura e lasciassero poi qualche traccia nella 
sua storia: anche i più celebrati, come il Sandeo ed 
il Sangiorgio, appaiono piuttosto raccoghtori 
dihgenti e casisti sagaci che indagatori di nuove 
e larghe vedute. Ma conviene pur riconoscere 
che le condizioni fatte a Pisa a quegh studi non 
erano tafi da assicurare ad essi quel posto, che 
l'importanza della discipHna meritava. Scarsa 
la frequenza alle lezioni. Erano allora a Pisa in 
tutto un dugentoquaranta scolari, « non... molti, 
ma che honoratissimi )) (25); e, se alle lezioni mat- 



VITA STUDENTESCA PISANA 243 

tutine di ciascuno dei tre concorrenti di diritto 
civile ve n'erano da trenta a trentasei, a quelle 
di Giasone del Maino, che pure leggeva in con- 
correnza col Pepi, accorrevano forse un centi- 
naio; Bartolomeo Sozino, quando fu solo a leg- 
gere di sera, ne aveva da centoquindici a cento- 
venti, e Filippo Decio, nel tempo che tenne la 
cattedra di diritto civile per lui prigioniero, fin 
centotrenta. Ma il Decio stesso, quando insegnava 
la mattina diritto canom'co a gara col Cocchi, 
aveva trentasei scolari e il Cocchi quaranta; e, 
la sera, Roberto Strozzi ne aveva da venti a 
ventidue e il suo concorrente, il Nerucci, appena 
dodici o dieci (26). 

Né gli stipendi erano lauti. Felino SandeO, 
che era stato, con brevi interruzioni, lettore mat- 
tutino di diritto canonico dalla riapertura dello 
Studio fin al dicembre 1486, era salito da cinque- 
cento a settecento fiorini « de studio » (27) ; e tut- 
tavia era rimasto molto lontano dai millequat- 
trocento, ch'erano dati in alcuno di quegli anni 
a Francesco Accolti, lettore ordinario vespertino 
di diritto civile (28), e dai milletrecentocinquanta 
di Giasone e del Sozino, che furono poi accre- 
sciuti per l'ultimo fino a milleseicentosessantacin- 
que (29). Ma, in generale, il salario dei canonisti 
più reputati non giungeva a cinquecento fiorini, 
quello dei minori non arrivava a cento (30). E la 
persuasione che un lettore di diritto canonico 
meritasse meno di imo civile era così viva che 
Filippo Decio, tramutato da quella a questa let- 
tura, protestava di non voler accettare il nuovo 
ufficio, se non gli si crescesse lo stipendio, ch'era 
di quattrocento fiorini (31). 

Non fa quindi meraviglia che i maestri pisani 
di quella disciphna non fossero né molto valenti, 



244 CAPITOLO IV 



né molto operosi. Roberto di Carlo Strozzi era 
bensì canonista lodato; ma, tenendo anche l'uf- 
ficio di vicario generale, o in verità, di reggitore 
deUa diocesi, per l'arcivescovo cardinale Raf- 
faele Riario, non si poteva certo dedicare all'in- 
segnamento con tutta l'energia (32); ed è lecito 
ritenere ch'egli sia stato uno di quei dottori, de' 
quali il solerte notaro deUo Studio lamenta che 
non vanno in cattedra « con Voriuolo » e « Vutilità 
degli studiosi auditori parvifaciunt )) (33). Ed egM 
fu poi. appunto nel 1489-90, ammalato per un 
periodo abbastanza lungo, sicché il vicerettore 
scriveva che, non avendo Niccolò da Prato as- 
sunto l'ufficio e mancando al Nerucci uditori e 
grazia presso di loro, la lettura vespertina di di- 
ritto canonico si poteva considerare vacante (34). 
Di Matteo Nerucci da San Gimignano abbiamo 
udito qui non favorevole giudizio, che il numero 
meschino degH scolari suoi ci conferma (35). 
Bono Boni, ch'era prima straordinario di diritto 
civile e dal 1490-91 passò aUa lezione ordinaria 
mattutina di canonico, era stato designato dal 
Sozino come esperto in ambedue le discipline, la 
qual cosa fa credere ch'egH meritasse una certa 
considerazione, ed ebbe davvero fama di attivo 
insegnante e studioso; non però seppe levarsi 
daUa folla dei mediocri (36). E quell'Antonio 
Cocchi, del quale solo abbiamo sicura memoria 
come di maestro a Giovanni, ebbe a Pisa, dove 
insegnava già dal 1473, molta fama di savio con- 
sigliere e di amministratore valente, siccHé il 
Fabroni scrisse che la sua casa era « totiiùs civi- 
tatis oraculum » ; fu anche assai caro a Lorenzo 
de' Medici, che nell'ultima sua malattia chiamò 
a posta a Firenze Bernardo Torni a curarlo (37); 
ma negh studi non pare che valesse molto, né 



VITA STUDENTESCA PISANA 245 

certo lasciò alcun ricordo; ed era poi di carattere 
così litigioso da impedire o rendere difficile quella 
concorrenza, ch'era uno de' più efficaci strumenti 
per eccitare nei maestri lo zelo e accrescere il 
profitto negli scolari. 

Assai più insigne maestro era Filippo Decio, 
che fu competitore suo fino al primo di marzo 
1490, e, morto quello il 13 settembre 1491 (38), 
gh succedette per Fanno scolastico seguente, 
uomo di dottrina grande, fecondo scrittore di 
opere ch'ebbero lunga fama, così lodato per il 
metodo suo d'insegnamento che, molt'anni dopo, 
Cosimo I voleva ancora fosse tenuto nella scuola 
pisana l'ordine di studi fissato da lui. Ma, lasciando 
pure quel suo temperamento rissoso, che sembra 
non invidiabile prerogativa dei maestri di quel- 
l'età e, purtroppo, non di quella soltanto, i costumi 
suoi erano riprovevoli e per quello ch'egli fa- 
ceva e per quello che tollerava nella famigUa; 
e le opinioni • di lui, che attribuì nel tempo del 
conciho pisano al re di Francia e ai cardinaH il 
diritto di convocare il conciho a dispetto del 
papa, non erano tah in verità da preparare nel 
futuro Leone X un energico difensore dell'autorità 
della Chiesa (39). Ne doveva poi sminuire, almeno 
nei primi anni, l'efficacia didattica il frequente 
mutamento dalla lettura di diritto canonico a 
quella di civile e da questa all'altra (40), molto 
più ch'egh insegnava canonico mal volentieri, e 
protestava che, per essere pochi gH studenti e 
i pochi quasi tutti preti, l'opera sua non riusciva 
a dare il frutto sperato (41), Giovanni de' Medici, 
in ogni modo, non potè averlo maestro che nei 
pochi mesi dal principio dell'anno 1491-92 alla 
sua laurea. Né egh si potè giovare, se non forse 
per un tempo così breve, del riordinamento degh 



246 CAPITOLO IV 



studi canonici, che fu fatto per quell'anno scola- 
stico, quando al Decio e al Boni fu aggiunto nelle 
lezioni mattutine il parmense Francesco Mal- 
chiostro, e la sera, oltre allo Strozzi e a Matteo 
da San Gimignano, fu chiamato a leggere Bal- 
dassare Carducci, già da più. anni straordinario, 
maestro di buona riputazione, anche se il nome 
suo appariva troppo frequentemente nelle risse 
quasi continue degh studenti tra loro e con il 
popolo di Pisa (42). 



III. 

Quando Giovanni de' Medici è già per lasciare 
lo Studio pisano, il notaro Andrea del Campo, 
ricordando agh Ufficiah le molte dispute fatte 
sin allora dai dottori di ogni facoltà ed esortan- 
doli a deterininare in qual tempo si devano fare 
nel resto dell'anno, ne dà per ragione che, « par- 
tendosi di qui il reverendissimo cardinale, optimo 
medico a curare le infirmità swperveniente dello 
Studio, fa hizogno tagliare le cause, aliter perir ent 
multi)) (43). Il buon notaro esagerava, senza 
dubbio, nell'attribuire al giovinetto un'azione 
moderatrice e incitatrice sulla vita universitaria 
pisana, poiché nelle molte contese scoppiate in 
Pisa in quegh anni, quando il VergeUi ed il Pepi 
si disputavano l'aula, ch'era stata di Giasone 
del Maino, quando gli artigiani di Pisa, venuti 
a parole con gh studenti « per caso di dama » 
traevano dalla casa di Baldassare Carducci armi 
a ferirH e questi si vendicavano ferendo il Car- 
ducci, quando i soldati del conte di Marciano, 
di Iacopo Conte, di Ercole Bentivoglio si azzuf- 
favano con gh scolari con ferite e con morte, 



VITA STUDENTESCA PISANA 247 

i magistrati di Firenze e gli Ufficiali dello Studio, 
per mettere pace, ricorrevano al podestà o al 
capitano di Pisa, o al rettore dello Studio, o chia- 
mavano i contendenti innanzi a loro a Firenze 
e li obbligavano a dar garanzie di non venire a 
nuove offese né trarre vendette (44); ma all'opera 
di Giovanni de' Medici non trovo che pensassero 
di ricorrere mai. 

Tuttavia la doppia quaKtà di cardinale e di 
figliuolo di Lorenzo de' Medici doveva di neces- 
sità attirare molti sguardi sul giovinetto studente. 
La testimonianza di Bartolomeo di Pasquino ci 
dimostra com'egli avesse insolita scorta nell'an- 
dare allo Studio; e il ricordo, ch'è in una lettera 
di ser Stefano da Castrocaro, ch'egli s'era tratte- 
nuto a Pisa per assistere alla Messa e al vespro di 
Natale nel Duomo, fa supporre che anche qui egli 
fosse trattato con onore speciale (45), Il quale onore 
non gli era certamente dato per riguardo del padre, 
poiché nemmeno per sé Lorenzo chiedeva o tol- 
lerava tah distinzioni; ma a Pisa, ch'era città 
assai meno in vista che non fosse Firenze, si po- 
teva piti agevolmente fare qualche strappo al- 
l'ordine papale, che voleva segreta la dignità 
cardinaHzia di Giovanni: anche nei documenti 
pisani, dov'egh é nominato, v'é sempre, a dif- 
ferenza de' fiorentini, il ricordo di questa di- 
gnità, sia pure con accomodamenti singolaris- 
simi, com'è l'appellativo di « cardinaUs electus » 
o l'unione del titolo di cardinale con quello di 
chierico fiorentino (46). Ma non al cardinale, 
bensì al fighuolo di Lorenzo de' Medici, erano 
chieste grazie, o accordati favori, specialmente 
in cose che si riferissero allo Studio pisano. Una 
volta il rettore, Nuccio Micari sicihano, gU rac- 
comanda un Luisetto da Messina; e Giovanni 



248 CAPITOLO IV 



invoca per questo il patrocinio di Lorenzo « in 
quello che si può honestamente)), con una lettera 
scritta in suo nome, anche se non di sua mano, 
e tuttavia così rispettosa da far vedere ben chiaro 
come la porpora promessa non avesse mutato le 
relazioni tra il fìgUuolo ed il padre (47). Altra 
volta gh Ufficiali deUo Studio, deliberano che sia 
dato un insegnamento, per verità non molto im- 
portante, né bene retribuito, quello d'istituzioni 
con venticinque fiorini l'anno, a un maestro, che 
Giovanni de' Medici si riserva di designare; e fu 
un Giovanni Francioso, che tenne infatti quella 
cattedra nell'anno scolastico seguente (48). Più 
tardi, una lettera di Giovanni per uno scolaro 
fiorentino, che aspirava alla lettura festiva di 
medicina, sebbene fosse fredda e generale, ebbe 
tanto effetto sul rettore e sui consiglieri, che la 
dovevano concedere, da minacciare di render vano 
il lungo e faticoso lavoro d'altro aspirante (49). 
E, quando Giovanni fa scrivere dal suo ser Ste- 
fano a Bernardo da Bibbiena per sapere che de- 
hberazione si sia fatta a Firenze su una contesa 
tra gh scolari pisani e i soldati del conte Bernar- 
dino di Marciano, nella quale uno studente era 
stato ferito, egK eerto vuole discretamente rac- 
comandare che si provveda, alla sicurezza de' 
compagni suoi dello Studio (50). 

A queste contese tuttavia egH certamente non 
aveva parte, ed era, per la giovinezza, per le con- 
dizioni di famigha, per il grado, estraneo a quella 
tumultuosa vita di studenti, che or pensavano 
a battagHare in una giostra per un bel panno 
damaschino (51), or uscivano di notte, a squadre, 
con l'arme in asta, a commettere furti, a menar 
le mani, a usare ogni « Ucenfia et audacia », sicuri 
com'erano che il loro rettore, quando pur non 



VITA STUDENTESCA PISANA"^ 249 

fosse d'accordo con loro, non li avrebbe puniti e 
che a Eirenze si sarebbe finito col dar ragione 
a loro, perchè non si voleva ch'essi, particolar- 
mente i forestieri, « ornamento dello Studio » 
avessero ragione o pretesto di partirsene (52). 
Né sarà stato fra coloro che, alcuni giorni innanzi 
alle vacanze, specialmente del carnovale, secondo 
un'abitudine che Giasone del Maino diceva ormai 
invecchiata, si studiavano di persuadere i dottori 
a cessar di leggere neon 'piacevoli Tnodi », com'eran 
quelli di entrar mascherati a togliere i hbri ai mae- 
stri, di riempire la scuola di brutture, di gittar 
rape o melarance, e ne avevano la pena gravis- 
sima di pagare ai consiglieri qualche marzapane, 
o qualche fiasco di malvasia, se pur non riusci- 
vano, per Hberarsi da ogni briga, a persuadere 
un di quei bidelH, che dovevano appuntare le 
assenze degh insegnanti, a recarsi a casa di questi 
e comandare che non leggessero, o non eràÉno 
segretamente d'accordo con i maestri, ai quaH 
sembrava troppa fatica andare innanzi con le 
lezioni fino al dì stabiHto (53). Ma non parrebbe 
nemmeno ch'egH fosse tra quegH a studiosi sco- 
lari)-), che si lamentavano d'essere impediti d'an- 
dare a scuola da chi non voleva far bene e tro- 
vavano soverchio il nxunero dei giorni di vacanza, 
che, tolte pure le ferie autunnah, raggiungeva 
quasi il numero di quelli di scuola, ridotti ormai 
da dugento a centoquaranta (54). Anzi il rettore 
Micari per sollecitare gh Ufficiah ad anticipare 
al 25 gennaio le vacanze dalla Sessagesima, che 
in quell'anno, 1490, cadeva il 14 febbraio, scri- 
veva: « Questo serria, secundo posso comprendire, 
gratissimo allo nostro reverendissimo monsignor 
cardinale)): ma queUi, punto commossi, forse 
perchè in fatto di vacanze le parole del rettore 



250 CAPITOLO IV 



— uno studente! — non meritavano gran fede, 
rispondevano che non se ne facessero altre da 
quelle ch'erano fissate negU statuti (55). E, se 
Bernardo Tomi, medico insigne e dottore nello 
Studio, ojBìrì in quegli anni al giovinetto uno 
scritto De cibis quadragesimalihus per indicare 
quah cibi in quaresima fossero più. opportuni 
alla salute ed un altro De tuenda sanitate, per 
riassumere in breve i precetti di molti medici 
antichi, non penso ch'ei credesse seriamente 
che l'uomo dotto e savio, base e fonda- 
mento della Chiesa Romana, avesse bisogno 
di tah riguardi igienici per evitare che il troppo 
studio gli rovinasse la salute (56). 

Del profitto di lui, veramente, sappiamo ben 
poco. Il papa disse a Piero Alamanni, l'S gennaio 
1491, « Jiavere inteso che si portava molto bene nelli 
studi a Pisa et che haveva inteso che in alcune 
di§pute haveva havuto sì grande honore» (57). Le 
dispute, che gh statuti imponevano ai dottori 
e agli scolari dopo le lezioni vespertine (58), erano 
veramente insieme esercitazioni profìcue e modo 
di saggiare, megfio che in un esame annuale di 
pochi minuti, l'ingegno e il profìtto di ciascuno, 
cosi che in esse si spendeva molta parte dell'at- 
tività dei maestri e discepoh. Ma qual parte vi 
prendesse Giovanni de' Medici non ci è noto per 
altra via; e quello ch'era riferito al papa, non 
può essere accolto senza riserva, perchè appunto 
allora i Medici volevano persuadere Innocenzo 
ad abbreviare al cardinale giovinetto il tempo 
del segreto. È certo, ad ogni modo, che di ima 
speciale perizia di lui nel diritto canonico niun 
altro discorse, ne allora, né poi. E Matteo Bosso, 
dedicandogli, proprio sulla fuie degh studi pisani, 
le sue RecwperaJtiones Fesulanae, gh scrive di 



VITA STUDENTESCA PISANA 251 

aver udito da lui che aveva letto con piacere 
l'altro suo libro De veris ac salutarihus animi 
gaudiis; ma aggiunge ch'egli soleva tenere fra 
le mani le opere subHmi del Ficino e del PoH- 
ziano (59). E, se poco aveva da fare col diritto 
canonico quel Hbretto, per quanto ricco di sa- 
pienza cristiana, meno, certo, avean queste. 
Né gii studi, che Giovanni alternava con la caccia 
e la pesca nel soggiorno estivo di Passignano, 
potevano essere di legge, perchè ser Stefano, che 
vi attendeva con lui e scriveva a Bernardo da 
Bibbiena di trame piacere, non era davvero 
uomo che si dilettasse di canoni o di decreti (60). 



IV. 



Quest'abbazia di Passignano, che, nel calore 
della state, pareva a ser Stefano « una stanza 
di messer Domenidio » e, alcuna volta, l'altra 
abbazia medicea di Coltibuono solevano essere 
il riposo del giovinetto nelle vacanze autunnali, 
che per lui, come per gii altri studenti, principia- 
vano molto innanzi al dì 31 di luglio fissato 
dagH statuti (61). Il rimanente dell'anno egli 
passava in Pisa; e nei periodi piti brevi di vacanze, 
natalizie o pasquaU o delle purgazioni, soleva 
ritirarsi nella villa di Spedaletto in vai d'Era, 
ornata di affreschi dal BotticeUi e dal Gidrlan- 
daio, o tra i pini odorati e gh aranci di Agnano 
presso il lido Tirreno; e qualche giorno arrivava 
a Ripaf ratta, a visitare il mulino, destinato a 
dare incremento aUe nuove culture medicee, che 
pareva a chi lo vedesse cosa meravighosa e degna 
del magnifico Lorenzo (62). 



252 CAPITOLO IT 



Erano con lui il fratello Giuliano e il cugino 
Giulio de' Medici, i quali attendevano in casa 
a studi, probabilmente di lettere (63): forse, con- 
siderandosi Piero già arrivato a maggiore età 
e non più bisognoso di pedagogo, Lorenzo voleva 
che gli altri figliuoli e il nipote, ch'egH cresceva 
per suo, avessero uguali, se non gli studi, gli edu- 
catori. Gli stavano al fianco due de' maestri suoi 
degli anni precedenti alla creazione cardinalizia, 
il Mìchelozzi e Gregorio da Spoleto; ma con essi, 
come si addiceva all'età cresciuta e alla nuova 
dignità, altri uomini. Questa compagnia del gio- 
vinetto ci è dipinta bizzarramente da una lettera 
di Marsilio Ficino, il quale, scrivendo, il 21 di- 
cembre del 1489, al Mchelozzi, vuole essere ri- 
cordato all'uomo venerabile Pandolfo Luna, ma 
prima al Sole, cioè al cardinale, e a Giovanni 
Battista, ch'era quasi Giove a cagione deUe leggi, 
e a Gregorio, ch'era Mercurio, e a Matteo, Venere, 
in mezzo ai quali messer Bernardo era rAm.ore: 
Saturno e Marte non erano in quel loro contu- 
bernio festivo, perchè lietezza e umanità h te- 
nevano lontani (64), 

Quale somigHanza trovasse il Ficino fra la vaga 
dea di Cipro e il reverendo messere Matteo da 
Cascia non saprei davvero; e non ho di costui 
altra notizia fuor di quelle che si riferiscono agli 
uffici ch'egU tenne, di rettore d'una chiesa in dio- 
cesi di Volterra, di canonico pure di Volterra e 
di San Lorenzo in Firenze, di familiare del car- 
dinale de' Medici, col quale sembra che avesse 
fin dal 1486 (65) particolari rapporti. Più noto è 
il Giove di quell'accolta di astri, Giovanni Battista 
di Girolamo di Niccolò Bonciani, dottore in de- 
creti, uomo probo e assai intelligente in diritto 
ecclesiastico, il quale fu posto da Lorenzo accanto 



Vita studbntesca pisana 253 

a Giovanni neirufficio, che dicevano di audito re , 
cioè di perito di leggi, forse perchè lo istruisse 
in quella disciplina in privato, più largamente 
che non fosse possibile nelle lezioni deUo Studio, 
certo perchè lo consigliasse negU atti, che doveva 
compiere quale commendatario di tanti benefìzi 
e, più tardi, cardinale (66). 

E anche ci son noti altri famihari di Giovanni, 
che non rammenta il Ficino. CancelUere, insieme 
con un Cristoforo, del quale non conosco che il 
nome (67), era ser Stefano di Maldeo da Castrocaro, 
che fu mandato col giovinetto fin dai primi giorni 
che, a Pisa, aveva bisogno di un segretario (68). 
Egh era, come i Bibbiena, ai quah fu carissimo, 
uno di que' canceUieri medicei, che non pure sape- 
vano scrivere con efficacia una lettera privata, 
ma inviare una lucida relazione di fatti pohtici 
o sostenere incombenze rilevanti e delicate, 
veri atìibasciatori segreti di Lorenzo e di Piero, 
megUo informati spesso' e più autorevoh degh 
oratori eletti pubbhcamente. Lorenzo già l'aveva 
sperimentato a Faenza, quando Galeotto Man- 
fredi, cinto da nemici, s'era gettato nelle sue 
braccia con più fiducioso abbandono che non 
paresse dalle relazioni pubbliche sue col Comune 
fìorentiao (69). Certo egli ne conobbe allora l'in- 
gegno e quella devozione affettuosa, per la quale, 
più tardi, Stefano quando seppe che il naagnifico 
padrone era presso alla morte, scrisse di non 
credere « fussi mai uno cuore di uno 'povero servi- 
dore tanto afflicto et trihulato » (70). Lo diede perciò 
quale compagno a Giovanni, sebbene sapesse che 
il carattere di lui non era de' più facili e fosse già 
stato costretto a scrivere a lui e ad un altro dei 
familiari, che s'erano posti « a pugìiare » certa let- 
tera, che h aveva fatti «andare co' capi bassi)} {71). 



254 CAPITOLO IV 



E Giovanni stesso dovette provarlo, quando ser 
Stefano s'inimicò a Pisa con non so quale altro 
de' suoi, sicché il giovine padrone, che diceva 
d'avere sperimentato già quanto fossero trista 
cosa tah discordie e voleva ovviare con celere 
rimedio, pregò ser Piero di scrivere a lui ed a 
Stefano una lettera, la quale confortasse all'ac- 
cordo (72). Tenne però ancora presso di sé il can- 
celliere, come uno de' suoi più fidi, e lo condusse 
nel 1492 a Roma, donde noi lo vedremo inviare 
a Firenze chiare informazioni di quel che seguiva 
intomo al cardinale e nella Curia. 

Teneva in casa del cardinale l'ufficio di eco- 
nomo quell'Andrea di Antonio Cambini, al quale, 
e a FiHppo Valori, si narrò che Lorenzo, inviando 
a Roma il figliuolo e sentendo già vicina la morte, 
raccomandasse l'età giovinetta di questo e l'onore 
di Firenze (73). Il futuro seguace di Girolamo 
Savonarola e quasi intermediario tra il frate e 
i cittadini (74) era allora tra i più devoti ai Me- 
dici e da Lorenzo « molto ado'perato 'per il jyubhUco 
o privato» (75): aveva già sostenuto incarichi 
politici a Bologna ed a Siena, nella quale città 
continuava anzi a tenere segrete relazioni, spia- 
cevoh a Iacopo Petrucci, che vi avea predo- 
minio (76). Con la pratica d'affari il Cambini con- 
giungeva poi non ispregevole cultura di storia e 
di lettere, sicché il Poccianti lo disse, esagerando, 
« historicus percelébris » (77). Per Giovanni aveva 
tenuto alcun tempo, come vedemmo, l'ufficio di 
governatore della badia cassinese; ed era al suo 
fianco dal lugHo del 1489, rappresentandolo 
spesso come procuratore per i benefizi di Toscana 
o di fuori e provvedendo alle spese di lui e della 
famigha (78). Quando Lorenzo morì, egfi pro- 
metteva a Piero di usare nelle cose del fratello 



VITA STUDEIifTESCA PISANA 255 

cura e diligenza anche maggiore, e se ne occu- 
pava ancora nell'autunno del 1494 (79); ma 
più tardi, quando i Medici erano caduti ed egli 
avea loro volto le spalle, si mormorava di lui 
che, a fatto richo 'per mangiare la roba de' Medici 
hon tempo », si fosse mostrato « discognoscente de 
chi li Jiaveva facto beneficio » (80). 

Ma il primo posto accanto a Giovanni de' Me- 
dici, quale capo della famigha cardinaHzia, aveva 
messer Pandolfo della Luna. Del quale Andrea 
Dazzi cantò la speranza, la pietà, la fede, l'amore, 
mal compensati sulla terra da quella sola, troppo 
comune, dignità sua di protonotario e che at- 
tendevano il premio da Dio, scrutatore e rimune- 
ratore (81). Ma non riesce a noi di trovarne altri 
meriti fuor che di raccoglitore « intendente » di 
decime papali, intendente, si capisce, di quello 
che conveniva al vantaggio de' Medici, e di buon 
servitore, nella heta e nella trista fortuna, della 
casa pallesca. E anche gh difettava l'energia; 
quando accadeva nella famiglia alcun inconve- 
niente, egh non ardiva farne parola al cardinale, 
non che riprendesse chi errava, e, poveruomo, pian- 
geva la servitù, sua, ma non ne sapeva uscire e si 
doleva che si pensasse a sostituirlo con altri (82). 
Per la debolezza di lui avvennero discordie gravi 
tra i famihari: Gregorio da Spoleto mormorava 
sotto voce e quel suo « pispissera » era sgradito 
agh altri; il giovinetto padrone non sapeva reg- 
gere se stesso, né i suoi; quella era « casa di li- 
centia, sanza governo ^k Si giunse a tal punto che 
Lorenzo dovette ordinare, nel dicembre del 
1490, al fìgUuolo di venir subito a Firenze j(83). 
E allora, tolto dal fianco di Giovarmi lo Spoletino, 
Lorenzo volle che stesse con lui, almeno finché fos- 
sero rassettate le cose, un altro uomo, nel quale 



256 CAPITOLO IT 



aveva tutta la fiducia e dal quale sperava che 
il figliuolo fosse ridotto a vivere come conveniva 
alla sua professione futura. 



V. 

Gentile Becchi era rimasto, per verità, un po' 
scontento che gh fosse tolto il cappello, che Lo- 
renzo gli aveva fatto sperare; e s'era lamentato 
che, per voler cardinale un fanciullo, il padrone 
avesse rinunziato aUa sicurezza di aver nel Col- 
legio uno de' suoi. Anzi, per acquetarlo, il Magni- 
fico gli aveva dovuto scrivere una lettera accorta, 
ma non sincera, dicendo di credere che a lui do- 
lesse piti quel che mancava alla perfezione della 
dignità di Giovanni che quello che mancava al 
desiderio comune: la nomina del figliuolo essere 
stata fuor d'ogni sua aspettazione, non avendo 
egh dato altra commissione che per l'Aretino: 
mantenesse questi però « verde la speranza », per- 
chè egh non avrebbe lasciato occasione per dare 
a quella sua pianta giovine e, tenera il sostegno 
di « uno palo più grosso et più duro » (84). Non è 
probabile che, dopo l'esperienza fatta, il Becchi 
abbia creduto a così belle parole; ma egh. era un 
servo fedele e non tenne rancore per la ricom- 
pensa promessa e non data. Anzi, fin dal maggio 
del 1489, era pronto ad accompagnare a Roma 
il giovine cardinale, perchè aveva già detto che, 
« hgro et straccho », rinverdirebbe tutto, se lo man- 
dassero là o altrove in servizio de' Medici: anzi, 
« paratus... et non turbatusn ricordava, « al modo an- 
tiquo » e pure sconsighando l'andata, quel che oc- 
correva, perchè questa fosse decorosa e segreta (85). 
Giovanni allora non andò a Roma; e l'Are- 




Un carattere " capitoso ' 



Melozzo da Forlì : Giuliano della Rovere e Sislo !V - Valicano. Roma. Alinari - Firenze 



256 CAPITOLO IT 



aveva tutta la fiducia e dal quale sperava che 
il figliuolo fosse ridotto a vivere come conveniva 
alla sua professione futura. 



V. 

Gentile Becchi era rimasto, per verità, un po' 
scontento che gh fosse tolto il cappello, che Lo- 
renzo gli aveva fatto sperare; e s'era lamentato 
che, per voler cardinale un fanciullo, il padrone 
avesse rinunziato alla sicurezza di aver nel Col- 
legio uno de' suoi. Anzi, per acquetarlo, il Magni- 
fico gli aveva dovuto scrivere una lettera accorta, 
ma non sincera, dicendo di credere che a lui do- 
lesse più quel che mancava alla perfezione della 
dignità di Giovanni che quello che mancava al 
desiderio comune: la nomina del figliuolo essere 
stata fuor d'ogni sua aspettazione, non avendo 
egli dato altra commissione che per l'Aretino: 
mantenesse questi però « verde la speranza », per- 
chè egli non avrebbe lasciato occasione per dare 
a quella sua pianta giovine e, tenera il sostegno 
di « uno palo più grosso et più duro » (84). Non è 
probabile che, dopo l'esperienza fatta, il Becchi 
abbia creduto a così belle parole; ma egh era un 
servo fedele e non tenne rancore per la ricom- 
pensa promessa e non data. Anzi, fin dal maggio 
del 1489, era pronto ad accompagnare a Roma 
il giovine cardinale, perchè aveva già detto che, 
« logro et straccilo », rinverdirebbe tutto, se lo man- 
dassero là o altrove in servizio de' Medici: anzi, 
« paratus... et non turhatus)) ricordava, « al modo an- 
tiquo » e pure sconsighando l'andata, quel che oc- 
correva, perchè questa fosse decorosa e segreta (85). 
Giovanni allora non andò a Roma; e l'Are- 




Un carattere " capitoso 



Melozzo da Forlì : Giuliano della Rovere e Sislo IV - Vaticano. Roma. Alìnari - Firenze 



VITA STUDENTESCA PISANA 257 

tino rimase nel suo vescovado. Di qua, nel no- 
vembre del 14.90, Lorenzo lo chiamava in gran 
fretta a Firenze, parendo il papa vicino aUa morte 
e imminente il viaggio del nuovo cardinale, ma 
questi si fermò invece ad Arezzo e nel palazzo 
vescovile compi, come vedremo, gli atti che ne 
dovevano assicurare l'ammissione nel Collegio 
e l'entrata- in conclave. Quando, sulla fine di 
quell'anno, Lorenzo scrisse al vecchio vescovo 
d'andare a svernare con Giovanni a Pisa, egli, 
sebbene lo stare con altri e giovani in quell'età 
gli fosse ben molesto, obbedì, sperando tuttavia 
di avervi da restar poco (86). 

Era Gentile Becchi (87) uomo colto in diritto 
canonico, esperto di cose pohtiche, accortissimo 
osservatore e pittore efficace di fatti e di uomini, 
arguto nello scrivere e bizzarro, con quel suo 
stile interrotto, con le molte giunte, che riempi- 
vano a volte tutti i margini, con quelle « cartucce », 
di cui si scusava per la « senettii » (88), con quel 
gergo, che, se non è sempre così elegante ed ur- 
bano come parve a un illustre scrittore moderno, 
si rivela tuttavia, dovunque si riesca a compren- 
derlo, di singolare finezza. Lodarono gli storici 
la prudenza, con la quale trasse a buon fine dehr 
catissimi negozi; e davvero le lettere ch'egli scri- 
veva dalla Corte di Francia, quando vi fu oratore, 
sebbene ritraggano le incertezze di un tempo, in 
cui la spedizione di Carlo Vili a volta a volta 
pareva or sicura, or dubbia, or non vera, mo- 
strano in più luoghi una rara chiarezza di ve- 
dute (89). E i letterati del tempo suo lo avevano 
in grande stima: Giovanni Antonio Campano, 
pur facendone alcuna volta un ritratto che 
sembra uscire dai limiti di uno scherzo amiche- 
vole, si diceva feUce d'essere nato nell'età, in cui 

17. — PicoTTi, Leone X. 



258 CAPITOLO IV 



un tale uomo viveva; il Filelfo lo pregava di te- 
nere con lui corrispondenza frequente; il Poli- 
ziano lo diceva la parte maggiore dell'anima sua 
e gli scriveva quella sua ode bellissima per con- 
fortarlo dell'uccisione di Giuliano; il Ficino gli 
parlava della sua antica e pur verde amicizia (90). 
Le orazioni dì lui, in istile solenne, quasi bi- 
blico, furono in quell'età ammiratissime; quella 
ch'egli tenne per l'ambasceria fiorentina d'o- 
maggio ad Alessandro VI — e per tenerla narra- 
rono ch'egli desse a Piero de' Medici il tristo con- 
sigho di non procedere unito con gh altri oratori 
della serenissima lega — parve « tanto hucma, 
tanto elegante, tanto nervosa, tanto grave, tanto 
efjlcace et si bene decta « da lasciare « in tucti li 
audienti admiratione grandissima» {91); e Carlo Vili 
non rifiniva di lodare l'altra, ch'egli pronunziò 
davanti a lui nel 1493, e con un giuoco di parole 
non elegante gh domandava se vi fosse « miglior 
becco » in Itaha (92). Ma, se, anche ad uno scrittore 
moderno, i discorsi dell'Aretino parvero arguti 
ed ornati, quanto a me, non credo che avessero 
gran torto l'Alcionio nel riscontrarvi parole tri- 
viali, locuzioni barbare e salvatiche, pensieri im- 
prudenti e puerili, ed il Guasti nel dirli arieggianti 
a secentismo (93). Anche gli epigrammi del Bec- 
chi furono lodati dal Calderini come esprimenti 
le arguzie di Marziale (94) e Lippo Brandohni 
cantò che i versi di lui richiamavano le antiche 
eleganze e ritenevano i sali del Lazio e dell'At- 
tica (95). E tuttavia, se ad alcuno avvenga di leg- 
gere quel poco che ci è rimasto di lui, una elegia, 
una saffica e un epigramma in quella Collectio 
Cosmiana di Bartolomeo Scala, nella quale, se- 
condo il vezzo dell'età, i poeti erano chiamati 
quasi a gara intorno a uno stesso soggetto, l'udrà 



VITA STUDENTESCA PISANA 259 

dichiarare che, non potendo un solo poeta cantar 
tutte le lodi di Cosimo e lodandone altri l'altre 
parti, egli non vorrà celebrare i piedi, che nemici 
avea dati a Cosimo fiera podagra, ma glorificherà 
la mano, che lo ha fatto da un tronco d'albero im 
uomo: la mano larga di Cosimo depose dalla 
sede i potenti, inalzò dallo sterco i miseri 
la mano larga; e via così, con monotono accop- 
piamento di concettini opposti, per trentasei distici 
fastidiosi. E la saffica parrà contorta, oscura, ba- 
nale; e affatto comuni sembreranno i pensieri del- 
l'epigramma, che pure è fra i tre canti il meno 
cattivo; difettosa spesso la sintassi, il verso sciatto 
o slombato, e mancanti in ogni parte, come bene 
osservava l'Alcionio, levigatezza e purità. Non 
era eccessiva la modestia del Becchi, quand'egli 
diceva inadatta al vasto mare la piccoletta sua 
barca (96). 

In fatto di religione e di morale, sembra invece 
davvero che l'Aretino fosse migUore de' piti fra 
i contemporanei. Certo, anche nelle sue poesie ri- 
corre talvolta la consueta spiacevole mistura di 
profano e di sacro, di cristiano e di pagano, e 
l'invettiva notissima contro a Sisto IV non solo è 
irrispettosa al capo della Chiesa, ma esce dai hmiti 
dell'onestà; conviene tuttavia tener conto e del 
costume dei tempi e del carattere deUe invettive e 
deUa commozione, che la congiura de' Pazzi, la sco- 
munica papale e la guerra avevano prodotto fra gli 
amici de' Medici (97), Ma io sono disposto a fargh 
una lode per queUo di cui si dolevano Benedetto 
Colucci e il Campano, che, fatto vescovo, egli 
avesse lasciato Firenze e frodato le Muse (98); 
e la cura, ch'egli pose nel badare aUa diocesi sua, 
e l'essersi tenuto lontano da queUa vergognosa 
caccia di benefìzi, alla quale si lanciarono gh 



260 CAPITOLO IV 



altri fautori medicei, sono prova di rara consape- 
volezza del dovere suo e del decoro. Né per la 
vita morale gli fu fatto mai rimprovero, o seria- 
mente, o da burla: anzi, quando Alessandro VI, 
più. tardi, voleva trovare un pretesto per non 
dare né a lui, né ad altro de' medicei la porpora, 
adduceva ch'egli era « homo di mal cervello », 
rivangando l'invettiva famosa, ma soggiungeva 
piacergli ancor meno il vescovo di Pistoia a per 
peggior causa)), riconoscendo così che, da quel- 
l'invettiva in fuori, ninna cosa poteva essere detta 
a carico dell'Aretino (99). E uomini pii, onesti, 
non prochvi all'adulazione, ne dissero bene: Piero 
DoMn, a cui il Becchi aveva fatto, come a gene- 
rale de' Camaldolesi, le più oneste accoglienze in 
Arezzo ed era sembrato « humanitatis studiis 
apprime iinhutus », scrisse più tardi al vescovo 
stesso, dicendosi heto che il nuovo abbate di 
San Michele d'Arezzo avesse trovato in lui un 
padre più indulgente, più buono, più santo (100); 
e Matteo Bosso, rammentando la piccola casa del- 
l'Aretino, presso a quella sua fonte della Botte, 
larga d'acque perenni e incantevole per natura 
e per arte, e la piccola biblioteca, accarezzata 
con assidua cura amorosa, diceva essere quello 
un ritiro degno d'un santo filosofo (101). 

Molti anni prima, quando si trattava di ottenere 
il cappello cardinalizio a Giuhano de' Medici, 
il cardinale Ammannati, uno de' migMori uomini 
che avesse allora la Chiesa, aveva scritto a Lo- 
renzo che messer Gentile, insieme con lui, avrebbe 
potuto indirizzare quel giovinetto in modo che 
non fosse se non commendato: con altri sen- 
timenti, il Ficino, quando Lorenzo affidò, sebbene, 
come pare, per breve tempo, al Becchi il suo Piero, 
si era compiaciuto, perchè egh avrebbe appreso 



VITA STUDENTESCA PISANA 261 

« a teneris unguiculis » l'arte del governare e sa- 
rebbe divenuto vecchio per senno nella stessa 
puerizia (102). Non poteva quindi che essere lo- 
data la scelta del vecchio maestro come educa- 
tore di Giovanni, al quale appunto conveniva 
che s'insegnassero insieme le regole della vita 
ecclesiastica e l'arte del governare, anche se l'a- 
vere Lorenzo messo al fianco dei figliuolo cardinale 
lo scrittore dell'invettiva contro Sisto facesse 
pensare che, nonostante ogni sua protesta, ei lo 
volesse prima un fiorentino ed un Medici che un 
uomo di Chiesa. 

Dagh scarsi documenti che ci rimangono, è 
impossibile determinare con precisione quale 
fosse l'incarico dell'Aretino, Egh accenna in modo 
assai poco chiaro alla Messa, ch'egH voleva im- 
parassero a dire e che lo si accusava di non volere 
che dicessero; e il plurale fa supporre che s'alluda 
a Giovanni, ed a Giuho (103): parrebbe quindi 
ch'egH avesse la commissione d'indirizzare H gio- 
vinetto nella via non facile del cerimoniale ec- 
clesiastico. Qualunque fosse però in apparenza 
il compito suo, in realtà Lorenzo voleva ch'egH 
fosse guida e consigliere al figliuolo, com'era 
stato a lui in altra età. 

Ma Gentile trovò l'incarico suo più difficile 
che non avesse pensato. Non che Giovanni fa- 
cesse male; anzi egH era tornato da Firenze 
« assai rasettato »; ma era ben lontano daUa norma 
di vita, che si conveniva a unfuturo uomo di Chiesa. 
Non teneva regola nel distribuire le occupazioni 
deUa giornata, si specchiava in Piero e ne' simiH 
suoi, non pensando che la sua professione era 
d'altra natura; e una « certa instillacione grego- 
riana », che gli veniva da Firenze, non gh la- 
sciava « fermar l'animo », riconducendolo, certo, a 



262 CAPITOLO IV 



quegli studi ed esercizi letterari, ai quali già 
l'aveva guidato lo Spoletiao, ma da cui il ponte- 
fice lo voleva ora distolto (104). AU' Aretino, 
come al Luna, facea vezzi, ma lo teneva, quanto 
potesse, lontano e si giovava dell'opera sua molto 
meno di quello che Lorenzo volesse: faceva ale 
sue consuUationi » con un cameriere Tibaldo, pur- 
troppo ignoto (105), né permetteva che il mae- 
stro di casa, quel pòvero messer Pandolfo, che 
non sapeva se non lusingare tutti quanti, fosse 
maestro di casa davvero, così che, dice l'Aretino 
con una delle sue frasi bizzarre, alludendo certo a 
quel cameriere, si murava più a letto che non 
potesse egU murare in sala. Lorenzo avrebbe de- 
siderato che il figliuolo si comportasse altrimenti 
e mostrava all'Aretino fiducia sin troppo grande; 
ma né sapeva comandare al giovinetto di vivere 
secondo l'ordine proprio, né voleva lasciarlo vi- 
vere a modo suo; anzi faceva scrivere al Becchi 
dal suo ser Piero che usasse maniera e destrezza, 
come se l'uccelletto, che oramai aveva messo le 
penne e vedeva chiaro, potesse incappare neUa 
rete di suggerimenti coperti. Nella famigha più 
d'uno si doleva a bassa voce del disordine, ma 
tutti menavano la mano secondo il pelo e biasi- 
mavano il parlare aperto del vescovo. Il quale, 
sebbene la quaresima non fosse andata troppo 
male, era, per quel contrasto tra il fighuolo ed 
il padre, per quel disaccordo nel comandare, 
insodisfatto e desideroso di hberarsi di servitù. 
E-itìratosi, come soleva, ad Arezzo per le funzioni 
della Pasqua del 1491, scrisse di qua a ser Piero, 
dandogh notizia di quella sua vita pisana e di- 
cendo di voler ormai rimanere a farsi una sepol- 
tura al Duomo vecchio aretino; l'inverno era 
finito, ed egh, fatta l'obbedienza al padrone, desi- 



VITA STUDENTESCA PISANA 263 

derava uscire da un ufficio, nel quale pure tanti 
altri cercavano di entrare, perchè a lui non im- 
portava, come a questi « entrare in facende et vul- 
finarey), a costo pur d'ingannare il padrone (106). 
Il momento di levarsi dalle spalle il pesante 
fardello poteva all'Aretino sembrare opportuno. 
Ser Piero infatti gli aveva scritto che si doveva 
recare a Pisa un altro prelato, Ferdinando arci- 
vescovo di Arborea, al quale si poteva credere 
che Lorenzo desse non già l'incarico, troppo umile 
per lui, di maestro di casa, come pareva temere 
messer Pandolfo, ma quello, che aveva commesso 
già all'Aretino, di avviare Giovanni nella vita 
sacerdotale e prelatizia. E l'arcivescovo andò 
per vero a Pisa (107) e forse è quel vescovo che 
Giovanni condusse, il 7 maggio 1491, da Agnano 
a vedere il mulino di Ripafratta (108); e certo 
il 3 giugno 1491 assisteva, col Becchi ed il Luna, 
a un atto notarile in casa di Giovanni, dove pro- 
babilmente aveva stanza (109). Ma egh dovette 
rimanere poco presso al Medici, e non sappiamo 
che sia stata fra loro alcuna intimità, mentre 
dall'atto or ricordato apparisce che l'Aretino era 
di nuovo col cardinale, che da questo punto non 
lasciò più, finché questi non prese il cappello (110). 
E tuttavia la nube, " che la lettera di messer Gen- 
tile a ser Piero stende sulle relazioni fra lui e Gio- 
vanni, non è dissipata da alcun raggio di affetto 
più caldo fra il giovine cardinale ed il vecchio 
prelato: con questo, che fu il mighore forse de' 
suoi educatori, Giovanni era freddo, e rimase. 



264 CAPITOLO IV 



VI. 



Più cordiali sembrano essere state le relazioni 
sue con un altro, pur insigne maestro. Il 26 di- 
cembre 1491, ser Stefano scrive al Bibbiena: 
« La venuta di messer Iacopo è stata bene a 'propo- 
sito; et Lorenzo omnia sapienter facit. Monsignore 
lo ode volentieri et lui del continuo è olii orecchi di 
sua Signoria et fa l'odio suo motto diligentemente 
et con amore, in modo che spero che monsignore 
hàbhi a comparire non come tirone, ma come bene 
veterano et hahisi a fare grande honore, et poche 
cose li saranno nuove. Veramente fu opera divina 
a mandarcelo, et non potrebbe essere la sua più, 
dolce, ne piò, suave compagnia et è tutta bonità, sì 
che Lorenzo ha da riposarsene' assai; et quello che 
molto mi piace si è che le cose vanno unitamente et 
con buona carità di tutti et ciaschuno tende al 
bene, benché di tutte queste cose da messer Pandolfo 
et da messer Bernardo a boccha ne potrete havere 
havuto piii piena notizia y>. Questa cosi dolce ar- 
monia non durò troppo a lungo: proprio ser 
Stefano non tardò molto a « ombrare », forse di 
Iacopo stesso, che temeva gli fosse sostituito nel 
segretariato (111). Ma non v'è motivo di non cre- 
dergli, perchè egli non è testimone sospetto, 
quando ci attesta che messer Iacopo era riuscito 
a guadagnare molto potere sull'animo di Giovanni, 
al quale doveva esser maestro di cerimonie, ma 
senza dubbio daUe cerimonie esterne doveva 
condurlo alquanto piti addentro nella vera, in- 
tima vita religiosa. Egli aveva quindi accanto 
a lui quell'ufficio delicatissimo di guida spirituale, 
in cui il Becchi non aveva potuto o saputo riu- 



VITA STUDENTESCA PISANA 265 

scir bene, sicché a ragione Gerolamo Donato, 
scrivendogli da Roma, il 15 gennaio 1492, si ral- 
legrava con lui perchè Lorenzo l'avesse chia- 
mato « sua causa eaque summa ». E soggiungeva 
il Donato che in verità il giudizio di Lorenzo 
appariva in ogni cosa esattissimo, ma nella scelta 
degh uomini sommo (112). 

La dupHce lode, a messer Iacopo e a Lorenzo, 
era ben meritata. Iacopo Gherardì da Volterra 
ci è dipinto da un contemporaneo come bello di 
persona, garbato nei modi, liberale in privato, 
in pubbHco splendido, faceto e pur casto nel con- 
versare, pieno d'attività, di gravità, di amore per 
la giustizia. La dimora lunga neUa Curia come 
segretario papale, l'ufficio di nunzio per piti anni 
a Milano lo avevano fatto esperto del governo 
ecclesiastico e dei maneggi politici,: le lettere, 
ch'egh scrisse al pontefice da quella sua nunzia- 
tura, dimostrano veduta lucida e senno pratico; il 
diario romano è, tra le fazioni ardentissime in 
Roma nel tempestoso pontificato di Sisto IV, 
beUa prova di serena imparziahtà (113). Lorenzo 
de' Medici teneva Iacopo in così gran conto che, 
mentre questi era a Milano, aveva fatto leggere 
una lettera sua in una grande accolta di cittadini 
e aveva detto ch'essa mandava odore del cardi- 
nale di Pavia (114). Ed appunto lo designava al 
compito nuovo, che Lorenzo gh voleva affidare, 
l'essere egh stato già segretario e maestro di casa 
di quell'Ammannati, per il quale il Medici aveva 
nutrito stima ed affetto grande e che dalla fami- 
harità con Pio II aveva tratto alto spirito reh- 
gioso ed esperienza di affari, anche se ottenebrati 
alcuna volta da passioni personah e da male celati 
rancori. Del Papiense il Volterrano era l'erede 
spirituale e con molta spesa e fatica ne andava 



266 CAPITOLO IV 



raccogliendo gli scritti; e già una prima scelta 
di lettere aveva dedicata al cardinale di Siena, 
comprendendovi quelle che gli parevano non solo 
degne di essere conosciute, ma tali da poter es- 
sere pubblicate con frutto dei lettori e senza of- 
fesa di alcuno. Quel libretto, ci attesta il Volter- 
rano medesimo, usciva di rado dalle mani di Gio- 
vanni de' Medici, accanto al quale messer Iacopo, 
godendo quasi un riposo dopo le fatiche della 
vita di Curia e della legazione milanese, stava 
riordinando la maggior parte dell'altre lettere 
dell' Ammannati. E le dedicò poi al Medici nei 
giorni che questi scendeva, come nuovo soldato, 
nel campo cardinalizio, perchè egU conoscesse 
di quah armi avevano usato i veterani, quelH 
specialmente che avevano conseguito gloria nel 
vivere, nell' operare, nel consighare e vivevano 
ormai nella gloria sempiterna di Dio. Così, se al 
cardinale di Pavia non era stato consentito di 
educare il giovinetto, ch'egh avrebbe salutato col- 
lega con la gioia con cui il vecchio Simeone avea 
salutato l'atteso Redentore, lo farebbe almeno 
educare da un alunno suo con la lettura de' suoi 
scritti, in modo che quegh dovesse, quasi fighuolo, 
benedire al padre morto e fosse grato al Volter- 
rano, che aveva recato alla sua dignità nuova 
tale ornamento. Messer Iacopo in quella dedica 
era largo di entusiastica lode al giovine cardi- 
nale, imitatore del senno paterno, emulo della 
virtù, già così ammirevole in quella sua ancor 
tenera età da far presagire ad ognuno che non 
solo uguagherebbe il padre nella prudenza, nella 
dottrina, nella hberalità, nella mitezza, che pur 
in questo erano somme, ma di gran lunga lo supe- 
rerebbe (115). E tuttavia, chiamando a educatore 
del suo alunno il morto Papiense, egh riconosceva 



VITA STUDENTESCA PISANA 267 

tacitamente come l'opera propria non fosse 
stata molto efficace. Né crederei ch'egli dicesse 
questo soltanto per modestia, o per rendere mi 
tributo d'onore aUa memoria, per lui sacra, del- 
l' Ammannati; poiché il tempo, ch'egli passò 
accanto al Medici, può avergli permesso di dare 
alla vita e agli atti di lui quelle apparenze esteme, 
che si convenivano ad un cardinale, ma certo 
non gli consentì di dargli una nuova forma spi- 
rituale. Appena intomo al dicembre del 1491 il 
Gherardi giunse a Pisa e, se é probabile che abbia 
assistito alla cerimonia solenne del 9 marzo 1492 
e seguito a Roma il nuovo porporato, sembra 
ch'egh sia rimasto qui fino all'elezione del papa 
e siasi ritirato poi a Volterra (116); né v'è indizio 
ch'egli abbia avuto col Medici altra relazione 
più, se non di amicizia devota. 



VII. 

In ogni modo, questa mutazione così frequente 
di educatori e di consigHeri fa pensare che fosse 
verace la pittura, che aveva disegnata il Becchi 
del giovinetto, vogHoso di operar di suo capo, 
sdegnoso dei consigli de' mentori savi. Forse, 
più de' mentori, egM amava i compagni, che non 
gli dovettero mancare in questa sua vita studen- 
tesca; e probabilmente non senza ragione De- 
metrio Calcondila mostrava di temere che lo po- 
tesse corrompere il carattere di alcuni, ch'erano 
dediti alla libidine e all'adulazione (117), Certo 
noi troviamo accanto a lui, in quegli anni, taH 
uomini che non potevano essere compagnia van- 
taggiosa. Così è ricordato tra gH assistenti al suo 
esame dottorale, ed é perciò probabile assai che 



268 CAPITOLO IV 



avesse j&n d'allora, com'ebbe certo più tardi, 
amichevoli rapporti con lui Francesco Secco, 
un cavaliere mantovano, ch'era stato già tenuto 
dal marchese Federico Gronzaga per fratello e 
quasi compagno nel governo e per alcuni anni 
aveva dominato suE' animo del marchese Fran- 
cesco, e ìq ultimo s'era fatto cospiratore ed era 
fuggiasco da Mantova, con la taccia vergognosa 
di tradimento. Abitava allora in Pisa, probabil- 
mente in quella casa che gli fu messa a sacco alla 
discesa di Carlo Vili; i Fiorentini l'avevano as- 
soldato per condottiero e i suoi armigeri avevano 
parte, con gh studenti, nei disordini e nelle ru- 
berie, che si commettevano la notte in città (118). 
E a Pisa venne pure, nel novembre del 1491, 
un giovine vescovo, che di sacerdote non aveva 
che il nome; venne con grande ricchezza di tap- 
pezzerie e d'argenti e fino con cavaUi da corsa, 
che gh dovevano servire per gareggiare nel paho 
senese. Scrisse più tardi Rodrigo Borgia d'avere 
mandato quel suo « vescovo de Pampilona », il 
futuro duca Valentino, « sotto l'ale et protectione )> 
di Lorenzo de' Medici e di volere ch'egh fosse 
« mezo et pigno del grande amore » suo verso la 
casa medicea. In verità, è da credere che alla 
scelta di Pisa, come luogo di studio per Cesare, 
non sia stata estranea, nel pensiero del Borgia, 
la speranza di ottenere, per mezzo di lui, una 
intimità ancora più stretta con i Medici e col 
cardinale Giovanni, per giovarsene poi nel con- 
clave, ormai non lontano. Al cardinale era rac- 
comandato Cesare da una lettera di Alessandro 
Farnese; ma più efficacemente Lorenzo dovette 
scrivere al fìghuolo di accarezzare e onorare 
l'ospite in modo che questi se ne avesse a tenere 
sodisfatto e ne scrivesse a Roma, dove Rodrigo 



VITA STUDENTESCA PISANA 269 

Borgia poteva assai e per sé, e per l'ufficio, e per 
l'autorità acquistata sul papa. Gli orgogliosi 
SpagnuoH, che circondavano il vescovo giovi- 
netto, ed erano, fra gli altri, due futuri cardinali, 
il Vera e il Remolino, tenevano ogni dimostra- 
zione d'onore come obbligo e avevano « del ma- 
rano sconciamente y>, come scriveva ser Stefano 
con felice pittura della spagnolesca burbanza e 
del dispregio altrui, che trionfavano già intorno 
a Cesare (119). Tuttavia Rodrigo Borgia, dive- 
nuto papa Alessandro VI, ricordava ancora, in 
mezzo alle discordie che lo dividevano ormai 
da' Medici, l'onore che Lorenzo aveva fatto a 
Pisa al figliuolo; e Antonio da CoUe, canceUiere 
fiorentino, sforzandosi di persuaderlo che Piero 
e Giovanni amavano assai qùeUo ch'era adesso 
l'arcivescovo Valentino, mettevano innanzi l'ami- 
cizia stretta a Pisa da Giovanni con lui e l'età 
quasi uguale, e faceva eco Alessandro, parlando 
deUa « grandissima amicicia et fratellanza rispecto 
atti studi, a l'età et amore che sua Santità.... por- 
tava » a Piero e alla sua casa (120). Era davvero 
così cordiale quell'amicizia? o era tanto sincera 
quanto l'affetto che il papa e il cancelliere fioren- 
tino dicevano essere allora tra Alessandro VI e 
Piero de' Medici? Non sappiamo dirlo; ma certo 
la famiharità di Giovanni de' Medici con Cesare 
Borgia, anche se non divenne amicizia vera, non 
potè esercitare un'azione benefica sull'animo del 
giovinetto cardinale, già disposto, come vedemmo, 
a vivere più da laico che da ecclesiastico e a spec- 
chiarsi in tutt' altri esempi da quelli che si conve- 
nivano alla sua professione. 



270 CAPITOLO IV 



vili. 

Fortunatamente però gli studi pisani di Gio- 
vanni erano giunti ormai aUa fine. Non egli certo 
poteva prestare, avanti all'esame privato, il giu- 
ramento, che gli statuti richiedevano, di avere 
seguito gli studi per cinque anni, né credo che di 
lui si dicesse, nel presentarlo al vicario dell'ar- 
civescovo, che aveva profittato, studiando 
con assiduità e con diligenza, conferendo 
con acutezza, ripetendo con eleganza, perchè 
di queste ripetizioni e argomentazioni sarebbe pur 
rimasta ne' documenti medicei qualche traccia più 
sicura che le parole di papa Innocenzo; ma senza 
dubbio l'ordine severo degU statuti, i quaU pre- 
scrivevano che senza quel giuramento e quest'at- 
testazione il candidato in niun modo fosse am- 
messo all'esame, soffriva già nella pratica troppo 
frequenti eccezioni (121). Del resto, le notizie, per 
quanto scarse, che noi abbiamo su quell'esame, 
fanno ritenere ch'esso procedesse, in apparenza, 
secondo le forme consuete. Dovette quindi Gio- 
vanni essere presentato al vicario da alcuno de' 
dottori scelto a suo promotore; e la mattina se- 
guente, che fu il primo febbraio del 1492, ascoltare 
in Duomo la Messa dello vSpirito Santo e avere poi 
dal Collegio de' dottori i punti, cioè, le tesi sulle 
quah doveva disputare. La sera poi, alla disputa, 
la quale fu tenuta, crederei, nella casa stessa de' 
Medici (122), erano presenti ben dugento persone, 
tra cui il Secco ed il BentivogHo, condottieri 
dei Fiorentini. Il giovine esaminando cominciò, 
secondo il costume, col recitare le sue lezioni sui 
punti assegnati e seguì le dottrine del maestro 
suo Filippo Decio, o forse lesse quel ch'egH ayeva 



VITA STUDENTESCA PISANA 271 

preparato; poi gli arguenti fecero le obiezioni 
loro contro quello ch'egli aveva detto. E, per 
verità, qualcuno fra essi era giovine e inesperto 
e, sebbene insignito del titolo dottorale, che era 
necessaria condizione per arguire, non ricco dav- 
vero di scienza canonica: il vescovo sedicenne 
di Pamplona (123), « il protonotario Borges », cioè, 
forse, Giovanni Borgia iunior, che fu poi cardi- 
nale, ed era allora, a diciott'anni, tra i familiari 
del cardinale Rodrigo (124), un « Francesco ca- 
nonico spano », che non so identificare, se pure 
non fu il RemoHno (125), un Giovanni del Vecere 
di Lisbona e un Luigi Forbini, che mi sono anche 
ignoti, Stefano de Mela, portoghese, più tardi 
professore di diritto canonico a Pisa. Ma era con 
loro e propose fin a cinque argomenti, contro il 
costume che non fossero più di tre, ben altro giu- 
rista, il Sozino. Giovanni (.eresse al martello tre 
hore»; e questa sembra una prova di certa sua 
abilità nel disputare di cose giuridiche, poiché 
alla lezione e a risolvere gh argomenti probabih 
egli poteva, come abbiamo ogni ragione di so- 
spettare, essere preparato dal Decio, ma parrebbe 
ardito, anche se non temerario interamente, il 
sospetto che gh arguenti stessi fossero d'accordo 
col candidato: potremmo ritenere piuttosto che 
al figliuolo sedicenne del magnifico Lorenzo, al 
cardinale che doveva apparire tra qualche giorno 
nel fulgore della porpora, non si dessero a risol- 
vere questioni soverchiamente difficili. Finito il 
lungo, arduo e tremendo esame, dovevano 
esser raccolti i voti segreti de' dottori; se erano fa- 
vorevoh — e poteva forse alcuno qui essere con- 
trario? — l'esaminato era fatto sedere sulla cat- 
tedra e gli era data Hcenza di leggere, d'insegnare, 
di esercitare ogni atto dottorale; quindi il promo- 



272 CAPITOLO IV 



tore gli poneva in mano il libro chiuso ed aperto, 
gli metteva in dito l'anello e sul capo il berretto^ 
gli dava il bacio di pace e pronunziava queUa 
paterna e magistrale benedizione, ch'egli, 
insignito così e coronato nella sua via, fosse 
coronato nella patria da Colui che vive trino 
ed uno ne' secoli. Queste cerimonie furono ce- 
lebrate allora? o si rimase all'esame privato, ch'era 
compimento degH studi, e non parve opportuno 
aggiungere alla laurea del 1489 un'altra; che 
avrebbe tolto valore alla prima e, con essa, forse 
aUa creazione cardinaHzia? Non lo dice Gentile 
Becchi, il quale, accennando all'esame, lascia ad 
altri di narrarne i particolari, né lo attesta alcun 
documento notarile, che almeno sia giunto a noi. 
Sappiamo invece che tutti i presenti furono invi- 
tati ad un rinfresco, già preparato su due gran 
tavole, che erano nella sala, segno certo che il 
divieto di quella vecchia costumanza, come scon- 
veniente alla dignità del Collegio, non era stato 
obbedito: gh arguenti poi furono tenuti a cola- 
zione in casa Medici, e l'una e l'altra cosa riusci- 
rono tanto bene che non parve necessario il pranzo, 
o anzi, come dice l'Aretino, il « pasto », al quale 
s'era pensato da prima. 

Ed è questo l'ultimo ricordo della vita stu- 
dentesca di Giovanni de' Medici. Ormai lo chia- 
mava l'alto ufficio, del quale in quell'anno ap- 
punto egli doveva esercitare il diritto più impor- 
tante e compiere il piii delicato dovere. Ma poco 
più di due anni di vita pisana e il crescere dell'età 
dai tredici ai sedici l'avevano reso meno imprepa- 
rato o più degno? 




11 pontefice che " dormia con gli occhi ' di Lorenzo de' Medici. 

t'ollaiuolo: Innocenzo Vili - S. Pietro. Roma. Alinari - Firenze. 



272 CAPITOLO IV 



tore gli poneva in mano il libro chiuso ed aperto, 
gli metteva in dito l'anello e sul capo il berretto, 
gli dava il bacio di pace e pronunziava quella 
paterna e magistrale benedizione, ch'egli, 
insignito così e coronato nella sua AT-ia, fosse 
coronato nella patria da Colui che vive trino 
ed uno ne' secoli. Queste cerimonie furono ce- 
lebrate allora? o si rimase all'esame privato, ch'era 
compimento degli studi, e non parve opportuno 
aggiungere alla laurea del 1489 un'altra, che 
avrebbe tolto valore alla prima e, con essa, forse 
alla creazione cardinalizia? Non lo dice Gentile 
Becchi, il quale, accennando all'esame, lascia ad 
altri di narrarne i particolari, né lo attesta alcun 
documento notarile, che almeno sia giunto a noi. 
Sappiamo invece che tutti i presenti furono invi- 
tati ad un rinfresco, già preparato su due gran 
tavole, che erano nella sala, segno certo che il 
divieto di quella vecchia costumanza, come scon- 
veniente alla dignità del Collegio, non era stato 
obbedito: gh arguenti poi furono tenuti a cola- 
zione in casa Medici, e l'una e l'altra cosa riusci- 
rono tanto bene che non parve necessario il pranzo, 
o anzi, come dice l'Aretino, il ìì pasto», al quale 
s'era pensato da prima. 

Ed è questo l'ultimo ricordo della vita stu- 
dentesca di Giovanni de' Medici. Ormai lo chia- 
mava l'alto ufficio, del quale in quell'anno ap- 
punto egh doveva esercitare il diritto piìi impor- 
tante e compiere il piii delicato dovere. Ma poco 
più di due anni di vita pisana e il crescere dell'età 
dai tredici ai sedici l'avevano reso meno imprepa- 
rato o più degno? 




Il pontefice che " dormia con gli occhi " di Lorenzo de' Medici. 

Pollaiuolo: Innocenzo Vili - S. Pielro. Roma. Alinari - Firenze. 



VJTA STUDENTESCA. PISANA 273 



NOTE AL CAPITOLO IV. 



(1) Lettera di Gio. Antonio d'Arezzo, 14 marzo 1488-89, 
più volte citata. 

(2) Cf. Pastob, III, 276; Reumont, II, 398. 

(3) Lettere del 9 e 14 febbraio 1488-89, citate, e del 26 
luglio 1489: LVIII, 144. 

(4) Niccolò Michelozzi e G. A. d'Arezzo a Lorenzo, 24 
dicembre 1489 é 8 marzo 1489-90 (XLI, 419 e 76); nella se- 
conda sono le frasi citate. 

(5) Chi pensò ad altri disegni di Lorenzo, a desiderio suo 
di contribuire, anche in questo modo, a risollevare le condi- 
zioni della città e la fama dello Studio; o ad accorgimento 
per tener nascosto quello che tutti sapevano, essere Gio- 
vanni cardinale, mi sembra non si sia chiesto se vi fosse altro 
luogo, ove a questo ragazzo convenisse attendere agli studi 
legali. 

(6) Sui possessi- medicei di Pisa, si veda, oltre alla copia 
dell'inventario del 1492, altrove citata (M. a. P., CLXV, 107 
sgg.), una « Copia di uno inventario di mano del Giegino, fatto 
l'anno 1492 di giugnio, da' beni che si trovava in quello di Pisa 
Verede di Lorenzo di Piero di Ghosimo de' Medici, auta da Tom- 
maso Sederini di luglo 1509 ì> (f. CIV, 418 sgg.); cfr. Fabroni, 
L. M., II, 73-74 e A. Niccolai, Palazzi, vUle e scene medicee 
in Pisa e nei dintorni, Pisa, Marietti, 1914, dove però il lavoro 
della fantasia è forse maggiore che non convenga. Vedi poi 
GxncciARDiNl, Storia fiorentina, 81, 87-88. 

(7) GtricciAEDlNl, 81 ; lettere di Andrea del Campo, notar o 
dello Studio, agli tif&ciali, 2 novembre 1489, stile pisano 
e perciò 1488, e 4 dicembre 1489 (ASF., Lettere dello Studio 
di Pisa dal 1487 ed 1489, reg. 426, n. 155; Arch. Univ. di Pisa, 
Statuti, Leggi e Regol. N. 9, Ricordi varii dello Studio di Pisa 
dal I486 al 1549, "l3 o). 

(8) Nei citati inventari questo palazzo, che sorgeva, come è 
noto, fra il Ponte di mezzo e il Ponte della fortezza, presso 
l'antica chiesa di S. Matteo, è descritto, non senza qualche 
incertezza nei particolari, come di tre piani: nell'inferiore, a 
terreno, erano la loggia, una sala, una camera, un'anticamera, 

18. — PicoTTi, Leone X, 



274 NOTE AL CAPITOLO IV 



Tina stalla, e camere per i famigli; nel secondo piano una ca- 
mera a capo di scala, due camere con anticamera, l'una per 
Lorenzo, l'altra per Clarice, una sala grande, una saletta, 
una cucina; nel terzo una camera a capo di scala, altre due 
camere con anticamera, im'altra sala grande, una camera 
soprastante alla saletta, una cucina; da im lato era l'orto che 
fiancheggiava il Lungarno, dietro, un'altra casa per uso della 
famiglia e la colombaia, e, unita a questa, una terza casa. 

(9) Lettere di ser Stefano da Castrocaro ad Andrea da 
Foiano, Pisa, 18 novembre e 4 dicembre 1489: LXXVI, 
42 e 48. Ser Stefano manda a chiedere a Siena qualche mar- 
zapane o torta, promettendo di ricambiare con aranci alla 
tornata di Andrea in Firenze, e, ricevuto il dono, ringrazia 
in nome di monsignore e si scusa, perchè a Pisa non sono 
cedri che piccoli e buoni a nuUa; ne iavierà quando saranno 
portati dalia Spezia. 

(10) Cfr. NiccoLAi, 47, 48, 70. 

(11) Egli scrive da Pisa, il 14 aprile 1489, al Lanfredini 
di essersi ritirato « per uno pocho di secesso in questi dì sancti » 
— la Pasqua cadeva in quell'anno il 19 di aprile — e due anni 
dopo, il lunedi di Pasqua, 4 aprile, scrive a ser Piero che 
attende « a fare laude et udire officij » (LI, 596; CXXIV, 71-72). 
Un'altra quaresima, probabilmente del 1490, egli si ritrasse 
ad Agnano (cfr. F. O. Mencken, Historia.... Angeli Politiani, 
Lipsia, Gleditsch, 1736, p. 509 sgg.). 

( 12) Il giovinetto sembra sia stato accompagnato la prima 
volta dal padre: infatti ser Piero scrive, il 15 novembre 1489, 
da Firenze al fratello Bernardo, cancelliere del magnifico Lo- 
renzo a Pisa (CXXIV, 319), e ser Stefano, nella lettera citata 
del 18 novembre, scrive a ser Andrea da Foiano, come se 
fosse a Pisa da poco. 

(13) F. T. Pebbens, Histoire de Florence depuis la domi- 
nation des Médicis, I, Paris, Quantin, 1888, p. 548 sgg.; Cablo 
MoBELLi, Discorso premesso agli Statuti delV Università e 
Studio fiorentino pubblicati da A. Gheeabdi, Firenze, Cel- 
lini, 1881 (Doc. di stor. ital., VII), p. lv. 

(14) La concessione era stata fatta per cinque anni da 
Sisto IV con breve del 12 gennaio 1475-76 e fu confermata 
da Innocenzo VILE, il 13 giugno 1487, per altrettanto tempo 
(ASF., Deliberazioni circa lo Studio, reg. 416, cart. 236 6, 
239 a; C. Fedeli, I documenti, ecc., pp. 105-6, 109). 

(15) Sulla fabbrica della Sapienza e sugli edifizi pisani, 
che servivano in quel tempo all'insegnamento, danno non 
ben chiare notizitj il Fabbbucci {De tertia pisani Studii pere- 
grinatione, nella Race. Galogern, XLVE, Venezia, 1751, pa- 



VITA STUDENTESCA PISANA 275 



gina xxvn sgg.), il Pabront {Hist. Ac. Pisanae, 91), il Fe- 
DKLi (192 sgg.). Senza pretendere di trattare l'argomento, 
credo non prive d'interesse alcune notizie sugli anni in cui 
era a Pisa il cardinale de' Medici: chi le giudicasse inutili..,, 
passi innanzi. Nel novembre 1488 ilnotaro Andrea del Campo 
aveva scritto agli Ufficiali, lamentando il grave danno che 
veniva allo Studio dalla mancanza della Sapienza (lettera del 
2 novembre 1489-88, citata). La fabbrica doveva essere già 
cominciata, se, il 27 gennaio 1489, il bidello Bartolomeo di 
Pasquino diceva che Lorenzo l'avea veduta e confortava a 
compirla sollecitamente: essa non era però a tal punto che 
vi potessero entrare gli scolari; ed Andrea del Campo con- 
sigliava, due giorni dopo, di prendere per essi intanto al- 
cune case a pigione e Carlo del Benino, ch'era uno degli uffi- 
ciali, si doleva, l'il marzo, che i lavori procedessero troppo 
a rilento (Arch. Univ. di Pisa, 1. e, 11 6; ASF., Lett. dello 
Sttcdio di Pisa, reg. 426, n. 147). Nell'ottobre Lorenzo, ve- 
nendo a Pisa da Livorno (non « nel verno ») e visitando ancora 
la fabbrica, disse che gli piaceva, sicché Bartolomeo esor- 
tava ad affrettare i lavori (lettera del 24 ottobre 1490-89; 
ASF., ivi, reg. 427, n. 28; cf. Fabboni, 91, n. 3) ed il Cam- 
bini scriveva il 16 dicembre di avere disposto ogni cosa 
perchè si potesse cominciar a murare nel marzo o anche 
prima (Arch. Univ. di Pisa, 1. e, 13 6). Infatti, nel giugno e 
nel luglio 1490, ci si discorre di camere, che si stanno fab- 
bricando sopra le scuole, e gli Ufficiali accettano la proposta 
del Cambini, di costruire sopra di quelle un altro solaio « ad 
ornamentum et utilitatem edificiin e come abitazione degli 
scolari, dei serventi o del provveditore; ma abbiamo anche 
un'altra notizia strana e dolorosa: la Sapienza, attendendo 
di essere rivolta al proprio ufficio, è divenuta tm deposito di 
sali, sicché si deve pensare a trasportarli altrove « ne domum 
et parietes consumanti^ {ASF., Delib., reg. 416, lettere del 
21 giugno e 12 luglio, carte 147 a e b; cfr. anche ima lettera 
del Cambini del 5 luglio, nella quale si danno molte parti- 
colarità interessanti su quei lavori: Lett., reg. 427, n. 44). 
Pare tuttavia che il Cambini mettesse mano a troppe cose 
e non compisse nessuna, perchè, il 2 agosto 1492, gU si 
ordina di non fare altri lavori nella Sapienza « nam ea que 
iam incepta dimdtti imperfecta non possunty» (ASF., Ricor- 
di, reg. 415, carta 172 h) e il 18 aprile 1493-92 Bartolomeo 
di Pasqiiino dice essere vergogna che l'opera sia rimasta 
a quel modo (E. Piccolomini, Lettere riguardanti lo Studio 
di Pisa, Siena, Bargellini, 1876, Dono di nozze Paoli-Mar- 
telli, pp. 9-10. Solo il 7 febbraio 1493-94 si commette ancora 



276 NOTE AL CAPITOLO IV 



ài Cambini di eseguire « munimenta opportuna ad expediendum 
eam» {Ricordi, reg. 415, cart. 180 6). 

(16) Secondo lo statuto del 1478, i legisti si dovevano 
raccogliere per le loro dispute, le più numerose, sotto i portici 
di San Filippo in Borgo (Fabbbucoi, Monumenta hiatorica 
pisani gymnasii, nella Raccolta Oalogerà, XLIII, 1750, p. 128; 
Fabboni, 446); ma, costruendosi allora già il Mercato nuovo, 
(cfr. Fedeli, 196-98), è assai probabile che anche quelle di- 
spute si trasportassero altrove; certo, di S. Filippo non trovo 
nei doctimenti di questi anni altro ricordo. Giasone del Maino 
leggeva nel convento di San Michele in Borgo, e, dopo che 
egli fu partito, l'assegnazione della sua scuola, che spettava 
al dottore più anziano, fu causa di tma contesa violenta fra 
due maestri di diritto civile, il Pepi e il VergeUi, la qual 
contesa il rettore Nuccio Micari tentò invano di comporre, 
ordinando che il VergeUi leggesse a San Michele e il Pepi a 
San Pietro in Vincoli, oggi San Pierino, dove erano quindi 
altre aule (ASF., LeU., citate, reg. 426, im. 214, 220-23, 226, 
227; Ddib., reg. 416, cart. 93 a). Quanto alle lauree, leggo che 
nell'abbazia di San Michele ne è concessa una in diritto civile 
il 6 dicembre 1491-90 ed ima in arti e medicina il 1° agosto 
1492-91; ma altre in diritto e in teologia sono conferite il 
22 dicembre 1490-89, il 18 agosto 1491, l'8 e 17 ottobre 1492- 
-91, nell'aula superiore del palazzo arcivescovile « ubi similes 
actua fieri conaueverunt » (Arch. Arciv. di Pisa, Dottorati, n. 2, 
fol. 240 a sgg., 226 a sgg., 230 a sgg., 232 a sgg., 228 a sgg., 
170 a; cfr. anche Fedeli, 229 sgg.). 

(17) Molte notizie sulla dimora di Giasone a Pisa furono 
raccolte dal Fabbrucoi (De tertia, ecc., nella Race. Galogerà, 
XLVI, xci sgg.) e dal Fabboni (253 sgg.) e riprodotte poi 
dal Gabotto {Cfiason del Maino e gli scandali universitari del 
quattrocento, Torino, La letteratura, 1888, pp. 92-93, 117 sgg., 
277 sgg.) e dal Manacobda {Professori e studenti piemontesi, 
lombardi e liguri nelV Università di Pisa, negli Annali delle 
Università toscane, XXII, Pisa, 1899, pp. 108-109); altre 
aggiungerò forse altra volta. 

(18) Di lui e di certe sue curiose vicende dirò altrove; 
si vedano intanto il Fabbrucci, Collectio praecipuorum mo- 
numentorum,, ecc., nella Race. Galogerà, t. XXXIV, Venezia, 
1746, p. 213 sgg.; Fabboni,' 205 sgg. Per gli epiteti laudativi, 
cf. alcuni dei citati documenti di laurea (fol. 228 6, 232 a) 
e un atto del 7 gennaio 1492 del notaio Carlo di Vecchiano 
(ASF., C. 162, 1492, cart. 262 a). 

(19) Sili Pepi cf. Fabboni, 223, dove è riportata in parte 
una lettera dì Andrea del Campo, 26 marzo 1490-89 (reg. 427, 



VITA STUDENTESCA PISANA 277 



n. 3). Sul Vergelli, oltre ai documenti che ho citati più su, 
discorrendo, delle aule, vedi reg. 427, n. 33; 416, carte 94 a, 
126 b. 

(20) Vedi una sua lettera del 29 ottobre 1489, nel reg. 426, 
n. 228; e cfr. Fabroni, 157. Per questi e gli altri maestri di 
diritto civile, si possono vedere i rotoli degli anni scolastici 
dal 1489 al 1492 nel reg. 416, cart. 216 6 sgg. o nei citati Ri- 
cordi deU'Arch. Univ. di Pisa, 113 a-b. 

(21) L'atto di procura in favore di Giovanni Battista 
Sozini è quello del notaio Carlo di Vecchiano, citato poco 
sopra; della richiesta del cardinale all'arcivescovo Raffaele 
Riario discorre la minuta di tma lettera di Filippo Valori 
agli Ufficiali dello Studio di Pisa, da Roma, 12 luglio [1492]: 
ASF., Otto di pratica, Leg. e Gomm., Missive 9, non nmn. 

(22) Ivi, Lett. cit., reg. 426, n. 225. I bidelli erano Barto- 
lomeo di Pasquino, Pacino da Pistoia, Antonio Miniatore. 

(23) Il privilegio, anche di aver gradi e leggere, èra stato 
chiesto dagli studenti « ad faciliorem canonum intelligentiam »; 
e l'oratore Lanfredini aveva avuto dagli Ufficiali commis- 
sione di procvtrarlo (14 agosto 1487: Delib., 416, cart. 69 &). 
n papa non volle concedere l'insegnamento «.perchè le leggio 
civili consentono sàngue et le canoniche lo detestano » e, dopo 
lungo indugio, perchè la supplica, già segnata, si era perduta, 
fu stesa la boUa con la data del 15 dicembre 1487 (vedila 
in Fedeli, p. 111 sgg. e cfr. Lett., reg. 426, n. 30, 26, 49, 45; 
Delib., reg. 416, càrt. 70 a-b, 237 a). 

(24) Bartolomeo di ser Felice da Pratovecchio era stato 
prima a Pisa lettore di poetica e oratoria, insieme con Lo- 
renzo Lippi da Colle (Fabboni, 368-69; cfr. Delib., 416, carta 
10 6); poi, morto questo di peste nell'ottobre 1485, era rimasto 
solo. Aveva allora im salario di 200 fiorini (vedi la condotta 
del lo luglio 1485: Ddib., cit., 112 a), che dal 1° luglio 1487 
fu ridotto a 150 (ivi, 123 b). Il 3 novembre 1489 fu ricon- 
dotto a beneplacito per \in anno, ma coUa condizione di leg- 
gere solo finché gli Ufficiali, anche fra l'anno, non deliberassero 
altrimenti (ivi); egU perciò non volle cominciare le sue lezioni 
(lettera di Andrea del Campo, 9 ottobre 1490-89: reg. 427, 
n. 7) e si ridusse ad insegnare in privato a Giuliano de' Me- 
dici e ad altri. Tuttavia gli studenti, specialmente francesi, 
venuti non solo a udir legge, ma anche umanità, si dolevano 
non vi fosse il maestro, non essendo venuto Francesco di 
Cosimo Pucci, che gli Ufficiali avevano condotto (cf. reg. 416, 
218 a), sicché Andrea del Campo confortò Bartolomeo a leg- 
gere pubblicamente anche per quell'anno (lettera sua agli 
Ufficiali, 4 dicembre 1490-89: reg. 427, n. 14; Fabroni, 369, 



278 NOTE AL CAPITOLO IV 



n. 2), e gli Ufficiali dello Studio, il 12 dicembre, lo raffermarono 
a 150 fiorini per tutto quell'anno, e poi da un anno all'altro 
per i seguenti (Dèlio., reg. 416, carte 94 a, 123 6, 136 6, 138 a, 
193 a). 

(25) Andrea del Campo, 4 dicembre 1490-89 {Leti., reg. 427, 
n. 14; cf. anche 426, n. 147). 

(26) Lettere di Bartolomeo di PasqTiino, 2 dicembre 
1489, e di Pietro Moralis, vicerettore, 10 marzo 1490 (reg. 426, 
n. 225; 427, n. 4). Ma il Pepi protestava contro la falsità dei 
bidelli, che davano a Giasone cento scolari, méntre non ne 
aveva avuti mai più di sessanta, e a lui venti, quando non 
erano meno di quaranta (28 marzo 1488, o, veramente, 1489: 
reg. 426, n. 115). 

(27) Fabboni, 380-81; l'ultima nomina, con 700 fiorini, 
era stata r8 marzo 1484-85 {Delib., 416, 108 a). Un fiorino 
« de studio » valeva circa sessantun centesimi di un fiorino 
largo. 

(28) Fu per gli anni 1481-83; nei due anni seguenti l'in- 
signe giurista ebbe 800 ducati per leggere una volta alla set- 
timana (F ABBONI, 385). 

(29) ASF., Delib., 416, carta 216 a sgg.; Arch. Univ. di 
Pisa, Ricordi, cit., 110 6 sgg. 

(30) Per gli anni, ai quali si riferisce il mio studio, il Coc- 
chi ebbe nel 1489-90 e 1490-91 fiorini 450; Filippo Decio nei 
primi mesi del 1489-90 fior. 400, nel 1491-92 fior. 470; lo 
Strozzi nel 1489-90 e 90-91 fior. 230, l'anno dopo 300; il Ne- 
rucci nei due primi anni 70, nel terzo anno 100; il Boni nel 
1490-91 e 1491-92 ebbe 100; il Malchiostro nell'ultimo anno 
60 e il Carducci 40. Gli straordinari di canonico, come, del 
resto, quei di civile, andavano da 25 a 50 (ivi). 

(31) Lettera agU Ufficiali, del 21 febbraio 1490: ASF., 
Lett.; cit., 427, n. 21. 

(32) Sullo Strozzi cf. Fabbbucci, Monum. historica, ecc., 
XLIII, 1750, p. 198 sgg.; Fabboni, 151 sgg. Egli era inse- 
gnante di diritto canonico a Pisa già dal 1478-79, e in questi 
anni ebbe sempre la lettura della sera; l'ultima volta era stato 
condotto per due anni fermi e tmo a beneplacito il 13 agosto 
1491, 'ma nel maggio seguente venne a morte {Delib., 416, 
139 6). 

(33) Lettera di Andrea del Campo, 4 dicembre 1490-89 
{Lettere, 427, n, 14). 

(34) Pietro Moralis agli Ufficiali, 10 marzo 1490 (ivi, n. 4). 
Lo Strozzi in quell'anno scolastico era. già stato malato per 
tutto novembre e quasi intero dicembre {Delib., 416, 193 6). 

(35) Sopra di lui vedi Fabboni, 158-59. Egli era entrato 



VITA STXJDENTESCA PISANA 279 



nel ruolo come lettore di istituzioni nel 1485-86 col meschino 
stipendio di quaranta fiorini, il 31 ottobre 1488 fu promosso 
a straordinario di diritto civile, il 7 novembre 1489 a ordina- 
rio di canonico di sera, nel quale ufficio fu confermato il 13 
agosto 1491 {Delib., 416, cart. 115 a, 84 6, 139 6), 

(36)' Cfr. Fabbbucci, Academicarum rerum series nona 
nella jBacc. Calogerà, XLIV, 1750, p. 59 sgg.; Fabboni, 161-62. 
La designazione del Boni, insegnante allora di istituzioni, 
fu nel luglio del 1486; egli fu perciò nominato, e confermato 
due anni dopo, straordinario di diritto civile; aUa lezione di 
diritto canonico fu destinato il 17 agosto 1490 {Delib., 416, 
cart. 116 6, 128 6, 135 6). 

(37) Sul Cocchi vedi Fabbrucci, Collectio ecc., XXXIV, 
1746, p. 206 sgg.; Fabboni, 133-34, 379-80: straordinario 
di diritto canonico prima, poi ordinario di diritto civile, fu, 
il 18 settembre 1484, passato alla lettura vespertina di diritto 
canonico e il 13 febbraio 1486-87 sostituito al Sandeo nella 
lettura mattutina; il 17 ottobre 1489 fu ricondotto per un 
anno fermo e uno a beneplacito e confermato il 17 agosto 
1490 (Delib., 416, 4 6, 121 a, 132 o, 134 a). Sulla chiamata 
del Torni a Firenze nell'agosto del 1491 vedi M. a. P., LXIV, 
10 a, 11 a). 

(38) La data della morte del Cocchi si legge in Delib., 
416, 201 o, 203 o. 

(39) Cfr. G. Panziboli, .... De claris legum interpretibits, 
Lipsia, Gleditsch, 1721, p. 240 sgg.; Fabbb,tjgci, Recensio, ecc., 
XXXVII, 1747, p. 22 sgg.; Fabboni, 195 sgg. Nulla aggiunge 
F. Gabotto Un giureconsulto del quattrocento in Saggi critici 
di storia letteraria, Venezia, tip. dell'Ancora, 1888, p. 116 sgg., 
e ben poco il Manacobda, 104 sgg. Quanto al costume suo 
e della figliuola, vedi Panziboli, 247; Giuliano Tani lo trovò 
nell'estate del 1495 malato di morbo gallico {De saphati, 
fol. 34 6). Sull'attività sua nel concilio pisano si possono racco- 
gliere molte notizie dal recente volume di A. Renaudet, Le 
concile gallican de Pise-Milan, Paris, Champion, 1922, passim. 

(40) n Decio insegnò istituzioni, appena ottenuta la laurea, 
negli anni 1476-77 e 1477-78, fu straordinario di diritto 
civile nei quattro seguenti. Non è compreso nei rotoli del 
1482, riappare come lettore mattutino di diritto canonico 
nel 1483-84. Il 18 settembre 1484 fu ricondotto per tre anni 
e uno a beneplacito per insegnare diritto civile de mane o 
de sera, come ordinario o straordinario {Delib., 416, 4 6, 
e 105 a); ma, forse per la incertezza delle condizioni propo- 
stegli, non accettò, e se ne andò a Siena (ivi, 9 6). L'il set- 
tembre 1487 fu nominato alla lettura ordinaria di diritto 



NOTE AL CAPITOLO IV 



canonico o ad altra a piacere degli Ufficiali, che il 16 ottobre 
lo destinarono a concorrente dello Strozzi nella lettura ve- 
spertina (ivi, 124 o, 716, 72 o; cfr. Lettere, 426, n. 22). Ma 
il 10 luglio 1488 era tramutato alla lettura mattutina {DeUb., 
cit., 124 à; Lettere, n. 86) e, prima ancora che l'insegnamento 
comiaciasse, il 31 d'ottobre, a diritto civile de mane. Questa 
volta gli Ufficiali gli chiedevano quasi per grazia che « aeqito 
animo Jerretì) quella mutazione; ed egU, pure dicendosi spia- 
cente di aver dovuto lasciare la concorrenza coL Cocchi, scrisse 
dì avere accettato per le preghiere degli studenti, special- 
mente forestieri, i quali erano infatti assai contenti della 
sua nomina (ivi, n. 133, cfr. n. 155). Poco dopo, venuto a 
Pisa Giasone del Maino, essendo troppi i maestri di diritto 
civile, bisognò pregare di nuovo il Decio che tornasse a leggere 
diritto canonico la mattina col Cocchi (24 dicembre 1488: 
Delih., 85 6, 124 a); ma il 16 febbraio 1489-90, fu destinato 
ancora a leggere la sera diritto civile in luogo del Sozino, 
nel quale ufficio entrò, dopo molta riluttanza perchè voleva 
salario migliore, il primo di marzo (ivi, 96 6, 124 a; cfr. Let- 
tere, 427, nn. 4 e 21; 426, n. 161, e rotoli citati); e, tornato il 
Sozino, rimase a insegnare diritto civile la mattina (cf. Delih., 
17 agosto 1490 e 9 febbraio 1490-91, 134 a). Nel luglio 1491 fu 
ricondotto per due anni e uno a beneplacito per il diritto civile 
de mane o il canonico, secondo occorresse, e assegnato prima 
a civile, poi, il 6 di ottobre, a canonico in luogo del Cocchi (cfr. 
Lettere, reg. 427, n. 46; Delih., 416, 139 a, 143 &). 

(41) Lettera sua agli Ufficiali, del 20 ottobre 1487: reg. 426, 
n. 22. 

(42) Rotolo del luglio 1491, nell'Arch. Univ. di Pisa, 
Ricordi, citati, Illa; ASF., Ddih., 416, 219 6-220 a. La 
figura del Carducci e le brighe pisane, in cui ebbe parte, me- 
riterebbero di essere messe in luce, ma qui non è il luogo. 

(43) Lettera del 7 febbraio 1492: Lett., 427, n. 64. 

(44) Alla briga fra il Pepi e il Vergelli ho acceimato di 
sopra; suUa rissa fra studenti e artigiani, cf. ASF., Lett., 

426, nn. 218, 216, 215, 165; Delih., 416, cart. 93 a, 95 6; 
Arch. Univ. di Pisa, Ricordi citati, 5 a, 30 a; sulle altre con- 

. tese cf. ASF., Ricordi, 415, cart. 157 6, 158 6, 160 o; Lettere, 

427, nn. 34, 35, 55; Arch. Univ. di Pisa, Ricordi cit., 14 6, 
15 a. 

(45) Lettera a Piero da Bibbiena, da Agnano, 26 dicem- 
bre 1491: CXXrV, 109; qui App. II, dee. XIX. 

(46) Così le insegne dottorali in diritto civile sono date 
a Giovanni Francesco de Balsimo da Ciravegna, il 6 di- 
cembre 1491-90, presente tra altri « reverendissimo domino 



VITA STUDENTESCA PISANA 281 



domino Johanne magnifici Laurentii de Medicis filio, Sancte 
Bomane Ecclesie eLecto cardinali y> (Arch. are. di Pisa, 1. e, 
240 a); « Johannes cardinalis de Medicis clericus florentinus 
causa studii in presentiarum Pisis existens », nomina procura- 
tori con rogito di Carlo da Vecchiano il 7 gennaio 1492 (ASF., 
C. 162, 1492, 262 a). Il titolo di cardinale è pure dato a Gio- 
vanni negli atti cassinesi del vicario Ugolini (Arch. di Mon- 
tecassino, Beg. I. Johannis de Medicis, 18 a, 29 a); nei docu- 
menti fiorentini invece, se alcuna volta la penna trascorse 
a scriverlo, fu cancellato poi. 

(47) La lettera dell'll gennaio 1489-90, che si legge in 
M. a. P., XLI, 20, fu pubblicata dal Retjmont (II, 399, n. 3); 
però l'accuratezza della scrittura e dell'interpunzione esclu- 
dono l'autografia; cf. App. I, n. 3. 

(48) ASF., Bicordi, 415, 160 a; DeUb., 416, 137 a, 138 a. 
La nomina era stata fatta, il 26 agosto 1490, per un anno 
fermo e uno a beneplaxìito, del quale il Francioso fu richiesto 
il 13 luglio 1491, ma, prima che lo Studio si aprisse, egli se 
ne andò {Bic, 167 b). Di questo Giovanni Gallo il Fab- 
BRtrcci {De tertia, ecc., XLVT, 1751, p. cxv) dichiara di non 
saper nulla; e io confesso di non averne altre, notizie. 

(49) Si veda, vina lettera di Francesco da Ghiacceto, da 
Pisa, 4 luglio 1491, a Bernardo da Bibbiena (CXXIV, 340). 
H Medici aveva raccomandato uno scolare fiorentino, figlio 
di un maestro Lodovico medico, mentre il Ghiacceto, sospet- 
tando ch'egli vi jsi fosse indotto solo perchè «fatigato dai 
prieghi di costui y), chiedeva lettere di Lorenzo o di Piero ai 
Consiglieri dello Studio e a Gian Vittorio Soderini in favore 
di maestro Lazzaro da Volterra, pure dichiarando di non 
volersi opporre se al cardiaale importava davvero la nomina 
di quel fiorentino. La lettura fu data infatti a questo maestro 
Lazzaro di Tano da Volterra (vedi DeUb., 416, 140 6, al 13 
agosto 1491, e 220 a; e sulle letture festive degli studenti, 
cf. lo statuto del 4 novembre 14^78 in Fabbbtjcci, XLIII, 
1750, p. 123 sgg.; Fabroni, 443). 

(50) Lettera di ser Stefano, dall'abbazia di Passignano, 
26 luglio 1490 (CXXIV, 330); per questa contesa cf. Arch. Un. 
di Pisa, Bicordi, cit., 14 6, 15 a; ASF., Bicordi, 415, 168 6 sgg.; 
DeUb., 416, 148a-149a. H conte fu costretto a dar garanzie 
per i soldati suoi che non ofienderebbero gli studenti. 

(51) « qui a'è bandito una giostra per studianti et farassi 
alli xiii del mese con arme da battaglia: Vhonore è xv braccia 
di domaschino di grana-» (Stefano da Castrocaro a Lorenzo, 
da Pisa, 3 giugno 1490: XLI, 508). 

(52) Francesco Valori podestà e Lorenzo Carducci capi- 



282 NOTE AL CAPITOLO IV 



tano si dolgono della licenza degli scolari (.(per cónto, dice 
questi, che 7 loro rectore non gli punisce n {Lett., 426, n. 136, 
17 dicembre 1488; Arch. Un, di Pisa, Ricordi, 15 o, 30 agosto 
1490). Due lettere del capitano Benedetto Alberti del 3 e 
7 ottobre 1492, informano che, essendo stata saccheggiata la 
casa di \m poveruomo, egli aveva potuto mettere le mani 
su Marcantonio di Ponzone vicerettore, il quale aveva con- 
fessato che da tre anni era in tali peccati, con molti compagni; 
l'Alberti chiedeva a Piero de' Medici, agli Otto e agli Ufficiali 
le intenzioni loro, essendo incerto o, forse, temendo di indo- 
vinarle troppo bene (LX, 339; Lett., 427, n. 51). Ma il pen- 
siero dei magistrati fiorentini, di procurare ad ogni costo la 
sodisfazione degli studenti, si rileva specialmente da una 
lettera degli Ufficiali al capitano Battista Nasi del 5 gennaio 
1489-90 {Delib., 416, 95 6). Quando gli studenti, dopo tma 
rissa con i soldati di Jacopo Conti, dicevano di voler partire, 
se da Firenze non si provvedeva (cf. la lettera del rettore 
Niccolò Montagnans, 19 marzo 1491: Lett., 427, n. 34), sape- 
vano bene quanto valesse quella minaccia. 

(53) La lettera di Giasone, del 13 febbraio 1488-89, si legge 
nell'ASF., Lettere, 426, n. 146, ed è pubblicata dal Fa- 
BBONi, I, 255-56, e dal Gabotto, doc. IX, p. 279; la spiace- 
volezza » fatta dagli scolari all'insigne dottore è narrata in 
una lunga e gustosa lettera di Nuccio Micari del 4 febbraio 
{Lèttere, 1. e, 142; cf. anche 143 a). Su quella singolare pu- 
nizione agli studenti vedi ima lettera dei Consiglieri dello 
Studio del 7 febbraio 1488 e una di Andrea del Campo, del 
22 gennaio (ivi, 67, 70). Del bidello Pacino, che si prestava 
ai desideri degli studenti, scrivono gli altri due bidelli il 
24 marzo 1488-89 (ivi, 99) e dei maestri scrive Andrea del 
Campo, il 7 febbraio 1492 (Lettere, 427, n. 64). 

(54) Lettere di Andrea del Campo, 7 gennaio 1488 e 7 
febbraio 1492 (426, n. 68; 427, n. 64) e di Bartolomeo di 
Pasquino, 18 ottobre 1488 (Arch. Univ. di Pisa, Ricordi, 4:5 a). 
Gli statuti prescrivevano che le lezioni cominciassero il 
giorno dopo san Luca. 

(55) La lettera del rettore, del 15 gennaio 1489-90, dalla 
quale sappiamo che si cominciava già, abbastanza presto, 
a togliere i libri, è nel reg. 426, n. 178; la risposta, del 20 gen- 
naio, nel reg. 416, cart. 96 a (cf. anche 415, 156 a; A. Un. 
di Pisa, Ricordi, 13 6). 

(56) I due libretti in pergamena, riccamente legati in 
cuoio, con lo stemma del cardinale in miniatura, che però 
nel secondo è abraso, sono ora, come fu detto altrove, i co- 
dici Laur., XX.' 53, e Laur., LXXIII. 34. Non hanno titolo, 



VITA STUDENTESCA PISANA 283 



ma questo si rileva dalla dedica. Il primo, che è molto breve, 
di appena dieci fogli, ha la data « Ex pisano gymnasio .x. kal. 
aprilis .Mococacxxxx. »; l'altro, di 90 fogli, non l'ha; essendo 
tuttavia preannunziato nel primo, non può essere posteriore 
di molto. 

(57) M. a. P., XLI, 442; Fabboni, L. M., II, 301-2. 

(58) Cf. la rubrica VII degli statuti del 1478 in Fabbrtjcci, 
1. e, 126, e in Fabboni, HisU ac. Pisanae, I, 446; e vedi anche 
Fabboni, 100 sgg.; E. Coppi, Le università italiane nel medio 
evo, H ed., Firenze, tip. dei minorenni corrigendi, 1880, pa- 
gine 197, 250; Della Torre, 204 sgg. 

(59) Dedica citata. Il libretto De veris ac salutaribtis 
animi gaudiis, composto dal Bosso fin dal 1464, fu da lui 
presentato al Poliziano in una quaresima, che è certo quella 
del 1490, e per cura del Poliziano stesso, del Pico e di Ro- 
berto Salviati fu stampato in Firenze per Francesco Bonac- 
corsi con la date dell' 8 febbraio 1491 (cf. Mencken, op. cit., 
509 sgg.; e Becuperationes Faesulanae, ed. cit., epist. CI e CHI). 

(60) « sera et mattina usciamo, quando a ccaccia, quando 
a pescare: reliquum temporis si dispensa nello studio, in modo 
che stiamo con piacere et come sanctareUi y>: lettera del 26 lu- 
glio 1490: CXXrV, 330. 

(61) A Passignano e a Coltibuono si era recato Giovanni 
fino dall'estate, del 1489, quando con « gli altri fanciulli » 
avea voluto fuggire il caldo stemperatissimo, senza peri- 
tarsi di lasciar sola quella povera; non ben sana, Contessi- 
nuccia, aUa quale il padre scriveva per confortarla una let- 
tera piena (ii tenero affetto (ser Piero a Lorenzo, 28 luglio 
e 2 agosto 1489, e Lorenzo a Contessiaa, da Spedaletto, 31 
luglio: LVI, 37 e 39; XXIV, 502). L'anno dopo egli era sulla 
fine di luglio a Passionano e vi era ancora nel settembre 
(lettere di ser Stefano, 26 luglio e 20 settembre: CXXIV, 330, 
205, nella prima delle quali è la frase citata). Nel 1491 fu per 
alcun tempo dell'estate a Firenze in una sua casa, che è 
certo quella di Sant'Antonio (cf . la dedica del Bosso, più 
volte citata, e un atto del 21 giugno 1491 di ser Domenico di 
ser Giovanni Guiducci: ASF., G. 849, 1490-95, cart. 6 b); 
ma il 15 luglio era già a Passignano, donde il Becchi scrive 
a Piero de' Medici (XIV, 245); e qui ai primi di agosto si am- 
malò di terzana il cugino suo Giulio (cf . LXIV, 10 a; Reumont, 
nella Bass. Uhi. deWArch. stor. ital.. Ili, 19, 1874, p. 415), 
e, poco dopo, ammalò egh stesso, quantunque più leggermente, 
di scesa (P. Luna a P. da Bibbiena, 16 agosto 1491: CXXIV, 
103). Ritornò poi a Firenze e vi era ancora, sebbene le le- 
zioni fossero già cominciate da quasi due settimane, il 1° no- 



284 NOTE AL CAPITOLO IV 



vembre (atto di ser Domenico da Figline, D. 94, 1492-93, 
cart. 11 a), ■ 

(62) A Spedaletto è nel maggio.del 1490 (Piero de' Medici 
a Lorenzo^ 8 di questo mese: XLH, 57. H 13 gennaio 1492 
si scTisa con Piero da Bibbiena di non iscrivergli milla delle 
cose di Agnano, non essendovi «pe' tempi r> andato da un 
pezzo (CXXIV, 66; App. 1, n. 6), le quali parole fanno sup- 
porre che solesse recarvisi abbastanza di frequente per vedere 
come andasse quella ricca possessione patema. Certo egli 
vi è nel maggio del 1491 (cf . una lettera di ser Stefano, del 7, 
nella quale si discorre anche di una visita a Ripaf ratta: LX, 
27) e di nuovo nel dicembre (ser Stefano a Piero da Bibbiena, 
26 dicembre: OXXIV, 109). 

(63) Giuliano è col fratello il 13 maggio e il 3 giugno del 
1490 e il 7 maggio 1491 (lettere di ser Stefano: XVIII, 23; 
XLI, 508; LX, 27); e vedemmo già come « a contemplatione » 
di lui, nel dicembre del 1489, leggesse in casa l'umanista 
Bartolomeo da Pratovecchio. Giulio è ricordato ad Agnano 
nel maggio del 1491 e a Passignano in agosto (vedi sopra). 

(64) La lettera, con la data, certamente erronea, del 1488 
è nel libro X delle Epistole del Ficino (p. 905). In una let- 
tera del 15 novembre 1489, ser Piero da Bibbiena, scrivendo 
a suo fratello Bernardo, ch'era allora a Pisa, non solo come 
cancelliere, ma come « una amorevole et officiosissima guardia 
di Lorenzo V, vuole essere raccomandato al suo ser Stefano, 
al « nostro » Cascia, a messer Pandolf o, a messer Bernardo, 
a messer Giovanni Battista, a Gregorio, e che si baci per 
lui il suo «fratello Andrea Malfacto », che è certo il Cambini 
(CXXrV, 319). 

(65) iiDominus Mattheus Johannis de Cascia, canonicus 
Volaierranus, rector ecdesiae seu oratorii Sancte Marie de 
Gricciano, dyoc. Volaterrane» è ricordato in un documento 
del 9 marzo 1485 (ASF.» Atti di ser Domenico di ser Gio- 
vanni Quiducci, G. 849, 1490-95, cart. 1 6) ed il 1° agosto 1487 
è creato canonico della collegiata di S. Lorenzo (Arch. are. 
di Firenze, libro secondo delle Collaz. di ser Gabriele da Va- 
conda, f. 93 6). Fin dal 9 gennaio 1485-86, egli assiste a una 
procura di Giovanni de' Medici, abbate di Font-douce (ASF., 
Atti notarili, M. 396 6, inserto II, n. 91), ed il 4 maggio, il 14 
e 20 novembre 1487 ad altri atti di lui, come abbate di Mon- 
tecassino e di Morimondo (ivi, Atti di ser Domenico di Antonio 
da Figline, D. 93, 1486-87, cai-t. 56 a, 162 o, 196 a). Vera- 
mente in questi documenti sono ricordati come testimoni 
anche altri ecclesiastici, come un prete Francesco Bambini 
da Castel S. Giovanni e un prete Sebastiano di Antonio di 



VITA STUDENTESCA PISANA 285 



Paolo da Galzignano, i quali non ebbero, che io sappia, alcuna 
"relazione particolare con Giovanni; ma gli altri testimoni 
mutano e il Cascia vi -è sempre. Il 13 dicembre 1488 egli è 
procuratore di Giovanni per la accettazione del monastero 
di Coltibuono {Atti Chiiducd, 1. e, 1485-90, cart. 100 a); il 
24 e 26 febbraio 1488-89 è presente al conferimento a lui del 
suddiaconato e diaconato e della laurea in diritto canonico, 
il 16 giugno a Txn suo atto di procura (Arch. are. di Firenze, 
Straord., 1482-1509, ser Giovanni Chiiducci e Domenico figlio. 
Voi. non numer.). Accompagnò Giovanni a Pisa e nel settem- 
bre 1490 era con lui a Passignano, malato, sembra, di gotta 
(lettera di ser Stefano, 20 settembre 1490, citata). Quali in- 
combenze avesse precisamente non so; la lettera di ser Piero, 
che lo dice « il nostro Cascia » mi fa pensare che appartenesse 
alla cancelleria privata medicea. 

(66) n Bonciani (sul quale cf. Salvini, Vite dei nostri 
canonici, t. II, all'anno 1492, e Ughelm, Italia Sacra, VI, 
1720, col. 510) era nato nel 1457. Già in tm documento del 6 
luglio 1489 ha il titolo di dottore in decreti {Atti Chiiducci, 
1. e, cart. 119 6) e in uno del 7 gennaio 1492 è detto chierico 
fiorentino {Atti di Carlo da Vecchiano, C. 162, 1492, cait. 262 a); 
in quest'anno ebbe un canonicato neUa metropolitana per ri- 
nuncia di Cosimo Pazzi. Fu presente a molti atti di Giovanni 
a partire dal 6 luglio 1489 (doc. citato); il cardinale in un 
atto del 24 novembre 1492 lo chiama «famulum.... domesti- 
cum » {Atti Quiducci, 1490-95, e. 59 a), e gli dimostrò il sua 
affetto, procurandogli dai Buondelmonti la pieve di Sant'Ales- 
sandro a Giogoli (vedi una lettera sua a Piero de' Medici, del 
13 maggio 1494: LXVI, 240; App. I, n. 49; e cf. l'obbligazione 
prestata dal Bonciani aUa Camera Apostolica, il 23 maggio; 
AV., Intr. et ex., 526, cart. 69 6) e raccomandandolo per alcuni 
suoi desideri al fratello Piero e a ser Piero (cfr. ima lettera 
del Bonciani a ser Piero, da Prato, 10 giugna 1494, e una 
del cardinale al medesimo, da Calano, 12 settembre 1494: 
XCVI, 271; CXXrV, 176; App. 1, n. 55). E più ne diede prova, 
quando lo creò, il 3 ottobre 1514, vescovo di Caserta, la quale 
dignità egli tenne fino al 1532, anno della sua morte. Gentile 
Becchi, scrivendo, nei primi mesi del 1491, a ser Piero, sul 
modo con il quale Giovanni doveva prendere l'abito cardi- 
nalizio,' rammenta il consiglio bonciano (CXXIV, 238), il 
quale accenno fa pensare che il parere del Bonciani avesse 
gran peso sulle deliberazioni attinenti agli uffici e alla con- 
dizione del cai-dinale. 

(67) Si veda la lettera assai premurosa fatta scrivere in 
suo favore da Giovanni (XCVIII, 39; App. 1, n. 5). 



286 NOTE AL CAPITOLO IV 



(68) Da Pisa egli scrive il 18 novembre 1489 ad Andrea 
da Foiano, narrandogli come cosa nuova, quantunque forse 
non ignota a ser Andrea, che egli era con monsignore (LXXVI, 
42). Ser Stefano, che trovo ora col patronimico « Modei », 
più spesso « Maldei » è presente a molti atti di Giovanni de' 
Medici, e in imo, del 6 giugno 1492, è detto cancelliere del 
cardinale {Atti Ouiducci, 1490-95, cart. 42 a). Matteo Bosso, 
scrivendo a Giovanni, lo dice « vemacidtis et secretaritcs reru7n 
tuarum et consiliorum y> (dedica cit.). 

(69) Cf. A. Messeri, <?afeotóo Manfredi, signore di Faenza, 
medaglione storico, Faenza, tip. sociale, 1904, pp. 57, 128 sgg. 

(70) Lettera a Piero de' Medici, da Roma, 9 aprile 1492: 
XIX, 81. 

(71) V. Al Turcha e a ser Stefano stamani lessi la lettera 
commune in palagio, la qvale gli ha facti oggi andare co' capi 
bassi: ...impareranno a pugnare » (ser Piero a Lorenzo, da 
Firenze, 3 agosto 1489: LVI, 12). 

(72) Cf. la lettera di lui a ser Piero, del 13 gennaio 1491-92 
(CXXrV, 56, App. I, n. 6). Giovanni accenna qui ad altra let- 
tera scritta dal Bibbiena in nome di Lorenzo, nella quale 
erano nominati messer Iacopo da Volterra e il Michelozzi: egli 
aveva aspettato qualche giorno a mostrarla a ser Stefano, 
non sapendo qual modo tenere nel dirgli quello che era. con- 
tenuto in essa, forse la minaccia di togliergli l'ufficio di can- 
celliere; intanto quei due, interrogati, avevano detto di non 
saperne nulla, sicché Giovanni ormai non poteva far vedere 
la lettera a ser Stefano, perchè non avesse « a ombrare di loro », 
ne chiedeva perciò una seconda. Con chi fosse la discordia 
non so. 

(73) Lo racconta il fratello di Filippo Valori, Niccolò 
(op. cit., 181) il quale dice che il Cambini « cardinali adhaere- 
bai, eius rebus et familiàe praefectus ». 

(74) Cf. Pabént;!, ms. citato, II .iv. 170, cart. 38 6; Vil- 
LABi, Savonarola, II, 63, App., cij, ciij, clvij, clviij, ccxxiij, 
ccxxiv, ccxxviij-xxx, cclxj, cclxxv-vi). 

' (75) Manfredo Manfredi a Ercole d'Este, 18 novembre 
1489 (Cappelli, Lett. di Lor., p. 309 e nota 2). 

(76) A Siena era stato mandato da Lorenzo nell'aprile 
1486 con lettere di credenza per Cristoforo, Paolo e Andrea 
Piccolomini (LXIII, 58 a); più tardi Andrea da Foiano scrive 
che U Petrucci si doleva ch'egli avesse relazioni con i foru- 
sciti senesi (30 ottobre 1489: XXVI, 529; Fabboni, L. M., 
332). ÌFu inviato a Bologna nel gennaio 1488-89, ufficialmente 
per trattare con questo Comvme della reciproca espulsione 
dei ribelli e banditi, segretamente per concludere un ac- 



VITA STUDENTESCA PISANA 287 



cordo fra Lorenzo de' Medici e Giovarmi Bentivoglio, dopo 
le gravi contese ch'erano seguite alla uccisione di' Galeotto 
Manfredi (lettere sue àgli Otto, 2 e 5 di quel mese: ASF., 
Otto di pratica. Cari., Eesp., 6, carte 277 a, 271 a; Fabboni, 
1. e, 328). 

. (77) Il Manfredi colla lettera citata inviava al duca Er- 
cole un libro, che il Cambini aveva tradotto dal latino in vol- 
gare e dedicato a lui e nel quale si contenevano molte cose 
degne di memoria di casa d'Este; penso che fossero le storie 
di Biondo Flavio. Il Cambini tradtisse anche il De andcitia 
e il De senectute di Cicerone è le Dispvtationes camaldulenses 
del Landino, scrisse sulla storia di Firenze, su quella di Fran- 
cia 6 Della origine de" Turchi et imperio degli Ottomani (cfr. 
PocciANTi, 10; Bandini, Specimen literaturae florentinae 
saeculi XV, t. I, Firenze, Rigacci, 1747, p. 201 sgg.). Non 
credo invece che egli si possa identificare con quel Cambino 
di Arezzo, del quale è ricordato un poemetto in terza rima 
Delle genti idiote d'Arezzo {ci. Cappelli, 1. e). Il nostro ebbe 
anche amicizia col Ficino, che gli dette lode di prudenza e 
moderazione (Opera, pp. 650, 671, 743, 898-99). 

(78) È ricordato presso a Giovarmi nell'atto del 6 luglio 
1489, citato; ed è procuratore nel 1489 per l'abbazia dei 
Santi Giusto e Clemente di Volterra, nel 1490 e 1491 per Col- 
tibuono, anche nel 1491 per l'abbazia del Pino, nel 1492 per 
Calenzano ecc. {Aiti Guiducci, 1485-90, 134 a, 156 6; 1490-95, 
16, 2 6, 46 6; Atti di ser Domenico da Figline, 1491, 10 a, 
ecc.). Le incombenze di luì per conto di Giovarmi si rilevano 
bene da lettere di Nofri Tomabuoni del 21 agosto 1490 e 
21 gennaio 1491-92 (XLII, 136; CXXIV, 96), daUa prima 
delle quali apparisce come l'amministrazione di Giovanni 
fosse disgiunta, ordinariamente, da quella di Lorenzo. 

(79) Lettere sue a Piero de' Medici, da Roma, 10 aprile 
1492, e ad Agnolo Niccolini, da Pisa, 23 agosto 1494 (XV, 77; 
LXXin, 127). 

(80) Così è detto in una lettera di Francesco Tranchedino 
al Moro, da Bologna, 12 aprile 1498; Villaei, II, App.-, ciij. 

(81) Cfr. AtiTOBEAE Dactu.... Poemata, Firenze, Torrentino, 
1549, p. 118. Sul Luna, per non prolungare la nota, mi sia 
lecito di rimandare a quello che ne ho scritto negli Aneddoti 
polizianeschi (p. 15, n. 2-6, p. 16, n. 2) e di aggiungere qui 
soltanto che il Salvini lo dice creato protonotario fin dal 
1455, canonico nel 1462, morto il 3 marzo 1506 (ms. citato, . 
al 1462, dove sono anche altre notizie sul personaggio). Pan- 
dolfo è testimone l'I e l'il giugno 1483 al conferimento 
della tonsura e del protonotariato a Giovanni {App, II, do e. 



288 NOTB AL CAPITOLO lY . 



VI e VII); ma non sembra abbia avuto stabile ufficio presso 
di lui avanti al 1489. 

(82) Si veda la lettera di Gentile Becchi in M. a. P., 
CXXIV, 239; App. II, doc. XVIII. 

(83) Si confronti la lettera del Becchi, ora citata, con una 
di Giovanni, del 13 gennaio 1491-92 {App. I, n. 6), in cui ac- 
cenna a discordie precedenti nella famiglia; per l'ordine di 
Lorenzo vedi LXIII, 127 6. 

(84) Minuta sua del 9 aprile 1489: XLIII, 146. 

(85) Lettera a Lorenzo, 5 maggio 1489 (XXVI, 524; cf. 
una pure a Lorenzo del 29 marzo 1488 (XL, 248). Più tardi, 
il 19, non so di qual mese ed anno, egli scrive a ser Piero: 
« di monsignore intendo bisogna starsi chosì tanto che altri si 
muovaci, alludendo certo alla risposta del papa che si la- 
sciasse a lui la cura di Giovanni; ed è altra prova del pen- 
siero afiettuoso, che l'Aretino aveva per le sorti del giovi- 
netto (LXXn, 50). 

(86) Si veda la lettera dell'Aretino a ser Piero: CXXIV, 239; 
App. n, doc. XVIII. Purtroppo è in più luoghi incompren- 
sibUe, o certo né altri, né io siamo riusciti a intenderla bene. 

(87) Su Gentile Becchi, cf. le notizie ms. del S alvini, 
1. e, al 1462; Bandini, Specimen, II, 1751, p. Ili sgg.; Del 
Lungo, Florentia, 224; Canestbini-Desjardins, I, 317-18. 

(88) Canestrini-Desjabdins, I, 337. 

(89) Vedine alcune — purtroppo non tutte e sarebbe da 
augiffare che altri le raccogliesse — in Canestbdìti-Desjaii- 
DiNS, 1. «., 325 sgg., e in Bttseb, 544 sgg. 

(90) J. A. Campani... Epistolae et poemata, ree. J. B. Men- 
CKENitrs, Lipsia, Gleditsch, 1767, pp. 168 sgg., 327; Philelphi 
Epistvlarum fam,iliarium, libri xxxvij, Venezia, Gregori, 1502, 
carte 214 a, 217 6, 218 &, 265 a; Poliziano, Prose... e poesie, 
259 sgg.; FiciNi, Opera, I, 833-34, 915. 

(91) Bernardo da Bibbiena a Giuliano de' Medici, 28 no- 
vembre 1492: M. a. P., X, 625, Fabroni, L. X., Adnot. 260-61. 
L'accusa, fatta al Becchi da Guicciaiidini (^Storia fiorentina, 
98; Storia d'Italia, 9) e ripetuta anche recentemente da P. 
Neori {Stvdi svila crisi italiana alla fine del secolo XV, nel- 

■VArch. stor. lomb., anno L, 1923, pp. 47-48), non é però giusta, 
perchè Lodovico il Moro aveva proposto bend che tali am- 
bascerie si presentassero insieme al pontefice, ma che ogni po- 
tentato facesse orazione separata (cf . una lettera degli Otto a 
Piero Alamanni, 27 agosto 1492, nell'ASF., Dieci di Balia, 
Leg. e Conrni., Istr. e lett. miss., 11, cart. 81 6). 

(92) Canestbini-Desjardins, 259, 334, 342. 

(93) E. Santini, All'ombra del Magnifico, nella Biv. d'I- 



VITA. 8TUDENT3E8CA PISANA 289 



talia, 15 ottobre 1913 (XVI, 10), p. 621; Alcyonius, 68 6; 
0. Guasti, Delle relazioni diplomatiche tra la Toscana e la 
Francia, neWAsti., N. S., XIV, 1861, par. II, p. 35. 

(94) DoMiTii Calderini Veronensis Commentarii in M. 
Valerium Martialem, « Venetiis, per Baptistam de Tortis, 
.MCCCCLXxxn. die .xv. iulii », fol. a ii 6. 

(95) Carmina iUustrium poetarum, italorum, II, Firenze, 
Tartini e Franchi, 1719, p. 452. 

(96) La Collectio Cosmiana è ixn bel ms. membran. della 
fine del secolo XV, riccamente miniato e rilegato in pelle con 
lo stemma mediceo (mm. 265X180, fol. 166), che è ora il 
Laur., LIV. 10. L'elegia del Becchi « De laudibus Cosmi » 
ò al fol. 135 a sgg. (con una leggiera variante, anche in Laur., 
LXXXX sup. 39, fol. 30 a); l'ode nEiusd&tn gratie prò annuo 
aureo V al fol. 136 6 sgg.; l'epigramma, in otto distici, a 153 a. 
n giudizio dell'Alcionio è al 1. e; la confessione del poeta: 

a At mea non tantis sat sunt, heuf carmina rebus; 
Jonium refugit parvula cymba mare» 
è nell'epigranoma. 

(97) L'invettiva attribuita al sinodo fiorentino fu pub- 
blicata più volte (cf. per es. Fabroni, L. M., II, 136 sgg.). 
Non mi è riuscito di rintracciare nell'Archivio fiorentino 
l'originale che il Pignotti {Storia della Toscana, VI, Pisa, 
Didot, 1813, p. 207) • dice di mano del Becchi. Non è tut- 
tavia possibile dubitare che quella fosse davvero opera sua: 
a Roma gli rinfacciavano quella scrittura apertamente (si 
veda in particolare la lettera di Antonio da Colle e Antonio 
da Bibbiena a Piero de' Medici, 20 settembre 1493: LV, 103-4); 
e l'Aretino stesso aveva scritto, fin dal 25 '.dicembre 1484, a 
ser Piero da Bibbiena di volersi mostrare buon ecclesiastico, 
« dove per amore d'altri son suto gridato altrimenti » (CXXXVH, 
472). Si legge poi nell'invettiva una frase caratteristica «.fru- 
stra... jacitur rete ante oculos pennatorwm i>, che, mutato il 
tempo del verbo, ricorre in una lettera dell'Aretino (cf. 
CXXIV, 239; App. U, doc. XVIII). 

(98) Benedicti Pistobie'nsis Declamationum liher (Laur., 
LIV, 9), fol. 49 a: « Gentilem vero nulli imparem Aretii episco- 
patus ex nostra urbe secedere postulavit » ; le declamazioni, 
come ho avvertito altrove, si imaginano tenute negli iiltimi 
giorni del dicembre 1473, due mesi dopo la ereazione del 
Becchi a vescovo di Arezzo. E il Campano, intomo a quel 
tempo stesso, cantava (1. e, 455): 

f^Nunc Qentilis agii nil: Tusca praesul in urbe 
Fraudami inusas: coepit et esse miser». 

19. — PicoTTi, Leone X. 



290 NOTE AL CAPITOLO IV 



■ (99) Antonio da Colle a Piero de' Medici, 16 settembre 
1493: LV, 88, 89. 

(100) Lettera del 23 marzo 1481 all'abate di Murano (Mab- 
tène-Dtjband, III, 1113 sgg.) e del 16 ottobre 1488 al vescovo 
Gentile {Epistol., ed. 1524, lib. II, 5). 

(101) Eecuperationes Faesulanae, ep. OXXX, ed. De Bene- 
detti, liiii e. La fonte era posta sotto il castello di San Ca- 
sciano presso al fìaxme Pesa, sulla strada romana; nella fac- 
ciata aveva un'arme, bronco verde con nodi gialli per traverso 
in campo bianco, probabilmente l'arme del Becchi; nei cerchi 
della botte si leggevano le parole « D. Gentiles episcopus Are- 
timis cum suis curialibus (Salvtni, 1. e). Le lettere del Becchi 
accennano ad essa più volte. 

(102) La lettera dell' Ammannati a Lorenzo, del 15 maggio 
1473, è in Fabront, L. M., II, 60; quella del Ficiao a Gentile, 
s. d., in Opera, I, 833-34. 

(103) « La dijferentia è che io vogUo sapino dire Messa et 
lor si lamentano che io non voglio la dichino. Voglio io, ma 
sappinla dire loro » (lettera a ser Piero, citata; doc. XVIII). 
Giovanni era quindicenne e tredicenne Giulio. Si pensava 
forse a dare a quei giovinetti, il primo dei quali aveva rice- 
vuto a tredici anni il diaconato, l'ordinazione sacerdotale, 
in età così tenera? Parrebbe strano, ma io non mi sentirei di 
escluderlo. È noto però che Giovanni de' Medici non ì\x ordi- 
nato sacerdote, se non al tempo della sua elezione a pontefice. 

(104) Il Becchi scrive così: « tornò assai rasettato, ma que' 
torni et una certa instillacione gregoriana di chostì per quello 
mezzo non gli lascia fermare V animo » (1. e). Ho detto nel testo 
che cosa mii sembri essere questa « instillacione y>, ma l'accenno 
ai « tomi » confesso di non capire, se pure non si alluda a Ber- 
nardo Torni, che. vedemmo assai devoto a Giovanni e suo 
consigliere in fatto di igiene, o ad alcuno della famiglia di lui. 

(105) Teobaldo cameriere fu, per attestazione del Bur- 
ckard, fra coloro che accompagnarono Giovanni da Firenze 
alla badia di Fiesole, quando egli vi andò a prendere le in- 
segne cardinalizie (BtracKABDi Liber, ed. Celani, I, 342); 
ma non ne trovò altro ricordo. Nel Ruolo della Corte di Leone X 
pubblicato dal Ferrajoli, non apparisce (cf. Ar., XXXIV, 3-4, 
fase. 135-36, 1911, p. 367 sgg.). 

(106) Lettera a ser Piero citata (doc. XVIII). La data 
della lettera si rileva dall'accenno alla quaresima appena 
passata e al « Gloria in excelsis » del sabbato santo e dall'an- 
nunzio che il venerdì 8 (il venerdì di Pasqua nel 1491 fu ap- 
punto r8 aprile) il Becchi sarebbe stato alla Botte. Pos- 
siamo quiadi assegnarla con sicurezza ai primi di aprile. 



VITA STUDENTESCA PISANA 291 



(107) L'arcivescovo di Arborea (Oristano), che l'Eubel 
chiama Ferdinando Romano chierico di Saragozza (II, 104), 
era già stato a Pisa nel settembre dèi 1490, quando Giovanni 
non vi era (cf. Arch. un. di Pisa, Ricordi, cit., 15 a). Il docu- 
mento del 3 giugno 1491, che sarà citato più innanzi, mi 
fa ritenere però che egli sia il vescovo, alla cui venuta il Becchi 
accenna nell'aprile. 

(108) Lettera di ser Stefano da Castrocaro a Lorenzo 
<i ex agro Agnanon, 7 maggio 1491 (LX, 27). H vescovo, di 
cui si discorre qui, può anche essere l'Aretino, ma, essendo 
Agnano e Ripafratta così vicini a Pisa, parrebbe strano che 
questi non avesse ancora ammirato il mulino, che era cosa, 
per quella età, straordinaria. 

(109) Atti di Carlo da Vecchiano, neU'ASF., C. 162, 1492, 
eart. 34. 

(110) Matteo Bosso lo rammenta con ser Stefano accanto 
al cardinale in Firenze nell'estate del 1491 (dedica delle 
Becup. Fesulaìiae, citata); il 15 luglio di quest'anno egli è a 
Passignano (l&ttera sua a Piero de' Medici: XIV", 245); il 
31 dicembre è ricordato insieme con Iacopo da Volterra, che 
pure apparteneva alla famiglia di Giovanni (LXIV, cart. 19 ò); 
da Pisa, scrive, come vedremo, nel febbraio 1492; il 2 marzo 
assiste col cardinale allo spettacolo religioso agli Angeli (Del- 
PHINI Epist., ed. 1524, III, 25). 

(Ili) Vedi M. a. P., CXXIV, 109 {App. II, doc. XIX) e 
CXXIV, 56 {App. I, n. 6). 

(112) Epistolaé diversorum ad Volaterranum, ms. Vat. 
Lat., 3912, cart. 41 a; cf. anche Jacopo Gbteuabdi da Vol- 
terra, Il diario romano, ed. cit., p. xiv, n. 5. 

(113) Si vedano i cenni biografici, che ne dà il Carusi, 
nella prefazione al diario, dove, a pag. xvi, n. 3, è riferito 
un Ivingo passo dall'elogio anonimo di lui. Le lettere del 
Gherardi da Milano sono, come è noto, in un ms. dell'Ar- 
chivio vaticano (Arm. XLV. 36) e furono pubblicate pure 
dal Carusi {Dispacci e lettere di Giacomo Qherardi, Roma, 
Vaticana, 1909, Studi e testi, 21). 

(114) Cf. una lettera scritta nel 1489 da Agnolo Poli- 
ziano al Gherardi, nella quale egli esalta la cortesia di lui, che, 
facendo benefizi, si diceva obbligato a chi glieli aveva chiesti. 
(L. d' Amore, Epistole, ecc., n. IX, p. 36).' 

(115) Si vedano le lettere sue al cardinale di Siena e al 
Medici (ms. Vatic, cit., 87 b sgg., 117 b sgg.), pubblicate dal 
Canzsi nella prefazione al Diario (lxxxix-xc e xci-n). 

(116) Dalle boUe, che hanno il nome del Volterrano come 
Segretario o come collazionatore e delle quali ho vedute assai 



292 NOTE AL CAPITOLO IV 



nell'archivio papale, non si può argomentare con sicurezza 
in quale tempo egli fosse a Roma; più di una è del tempo in 
cui egli era a Milano o a Pisa; la data, come è noto, si 
apponeva stilla supplica o sul mandato papale e la bolla po- 
teva essere stesa più tardi. Però la lettera di ser Stefano del 
26 dicembre 1491 e i rallegramenti del Donato del 15 gennaio 
1492 mostrano che il'Gherardi era a Pisa da poco: il 7 marzo 
1492, Piero Dolfin gli scrive pregandolo di raccomandarlo 
al car.iinale (ms. Vatic, cit., 47 a-b); dopo di allora, nelle 
epistole dirette a lui, non vi è altro ricordo de' Medici. Una 
sua lettera mutila al cardinale Giovanni dice che da cinque 
giorni egli non usciva di casa, essendosi fatto reale a una 
gamba, le quali parole provano che egli non abitava allora 
col Medici; la lettera, che è trascritta nello stesso foglio di 
vaia acéfala da Roma, 7 luglio 1492, è verisimilmente di pochi 
giorni più tardi, quando il cardinale venne in quésta città 
per il conclave (Arch. stor. comunale di Volterra, cod. 6204, 
cart. [364] 6). H 18 novembre 1493 e il 1° ottobre 1494 egh è 
a Volterra (ivi, [406] 8), ma forse alternava la dimora fra la 
città natale e Roma, dove lo proposero come maestro di casa 
al cardinale Farnese, inutilmente, poiché a questo egli non 
piaceva (lettera di Lorenzo Pucci a suo fratello Giannozzo, 
28 dicembre 1493: ASF., Strozz., I. 340, cart. 113 a) e dove 
certo egli era il 10 novembre 1494 (Arch. di Volterra, 1. e). 

(117) Lettera del 24 giugno 1492 a Marcello di Virgilio 
Adriani (Cent-dix lettres grecques de Frangois Filelfe.... publiées 
par E. Legbajstd, Paris, Leroux, 1892, p. 349): alo. Me. car. 
rediisse in patriam cum honore et gaudio totius oivitatis ma- 
gnopere letor: utinamque non tam ratione domus quam pro- 
priae virtviis benignitatisque ametur atque colatur, que esse 
in eo atque longe maiora in posterum futura maxitne spero, 
nisi quorumdam ingenia libidini et assentationi addicta eum 
depravarint ». 

(118) Per varie notizie sopra costui cf. M. SAjsrcrTO, La 
spedizione di Carlo Vili in Italia, neU'^rc^. Veneto, a. Ili, 
App., Venezia, Visentitii, 1874, p. 76; A. Portigli, Nuovi 
documenti su Girolamo Savonarola, néiVArch. stor. lomb., I, 
1874, p. 332; Ltjzio-Renier, Delle relazioni di Isabella d'Este 
Gonzaga con Ludovico e Beatrice Sforza, ivi, XVII, 1890, 
p. 116, n. 3; de' raedesimi, Niccolò da Correggio; nel OsK., 
XXI, 1893, p. 230 e n. 4; de' medesimi, Isabella d'Este e 
Francesco Gonzaga, promessi sposi, Arch. stor. lomb., XXXV, 
1908, p. 47. SuUe geste di due soldati del Secco, cf. la let- 
tera citata del capitano Alberti, 7 ottobre 1492. Il cardinale 
de' Medici scrive a Piero di una visita sua e lo raccomanda 



VITA STUDENTESCA PISANA 293 



con una lettera da Pisa del 17 marzo 1492-93 (LXVI, 204; 
App. I, n. 34). 

(119) "Vedi la lettera di ser Stefano a ser Piero, 26 di- 
cembre 1491, e una di Rodrigo Borgia a Piero de' Medici, 
del 13 apiile 1492 (CXXIV, 109; XV, 38; la prima qui in 
App, II, doc. XIX). Sulle ricche suppellettili di Cesare si 
veda la lettera di ser Stefano; sul palio di Siena, cf. A. Lisini, 
Relazioni tra G. Borgia e la Bepubblica senese, Siena, Lazzeri, 
1900, pp. 10-11; sul Vera, precettore di Cesare, e il Remo- 
lino, familiare carissimo, n homo docto et virtuoso ìì \a, ìet- 
tera di Cesare a Piero de' Medici dalla Rocca di Spoleto, 
5 ottobre 1492 {Asti., Ili, 17, 1873, p. 511; E. Alvisi, O. 
Borgia, duca di Romagna, Imola, Galeati, 1878, p. 459, doc. 3). 
La lettera di Alessandro Farnese a Giovanni, dell' 8 dicembre 
1491, è citata dal Fabròni, L. X., 10; ma non mi è riuscito 
di rintracciarla. 

(120) Antonio da Colle a Piero de' Medici, 19 agosto, 
18 settembre e 22 ottobre 1493: LXVI, 255 b; LV, 98-99 e 
129. Cesare era infatti quasi coetaneo di Giovanni; i biografi 
ne pongono la nascita nel 1475 o 1476, e non è. questo il luogo 
di discutere la questione, se pur merita di essere discussa. 

(121) Fabbbxjcci, Race. Calogero, XLIII, 1750, p. 178; 
Fabkoni, Hist. Ac. Pisanae, 473. Le frasi ricordate sono 
tolte dall'atto di laurea in diritto civile di Pietro SoUima, 
del 18 agosto 14"91 (Arch, arciv. di Pisa, Dottor., 2, 232 a). 
Dalle opere citate e dagli atti di latirea, contenuti in questo 
volume, sono tolti altri particolari suU'esame e il conferi- 
mento del dottorato. 

(122) Lo argomento dalle parole del Becclii, il quale, nella 
lettera da cui sono tratte queste notizie {App. II, doc. XXI), 
dice che gli arguenti « si sono di poi tenuti a cena » e dal non 
esservi ricordo dell'accompagnamento solenne che, secondo 
gli Statuti (FABBB.UCCI, 177; Fabeoni, 475), si usava fare al 
nuovo dottore, dal luogo dove era stata la laurea alla sua 
casa « in victoriae ac palmae signum ». 

(123) Neppure il Woodwabd {Cesare Borgia a biography, 
London, Chapman and Hall, 1913) seppe determinare quando 
egli avesse la laurea (cf . p. 32). Ma certo egli ora ne doveva 
essere già insignito; e l'età sua lascia alquanto sospettare siilla 
valentia di lui « in ittroque iure » affermata dal brillante bio- 
grafo inglese. 

(124) Cf. Reg. Vatic, 759, cart. 213'a sgg., 28 novembre 
1491. Egli non ha veramente nel documento vaticano il titolo 
di protonotario, ma questo non sempre apparisce nelle bolle. 
Né saprei quale altro Borgia fosse allora a Pisa, perchè Gio- 



294 NOTE AL CAPITOI-O IV 



vanni senior era già arcivescovo di Monreale e quel Fran- 
cesco, che molti si ostinano a dar per figliuolo a Callisto III, 
era, l'il gennaio 1492, a Roma come sollecitatore delle let- 
tere apostoliche (cf. Riv. Stor. Ital., XXXII, 2, 1915, p. 170). 
(125) n Remolino doveva essere già dottore in diritto ca- 
nonico, perchè gli fu data, non mblto dopo, per le preghiere 
di Cesare Borgia, la cattedra di straordinario (24 ottobre 1492, 
ASF., Delib., reg. 417, cart. 95 a; cf. i rotoli, citati, per il 
1492-93, e 93-94). Non ho tuttavia la sicurezza che egli fosse 
canonico, sebbene Cesare, dicendo che egli non aveva « animo 
alle cose ecclesiastiche » lasci pensare che fosse già entrato nella 
vita clericale. IL 28 febbraio 1493-94 Piero de' Medici scrive 
al cardinale di Napoli e ad Antonio da Colle iiper M. Fran- 
cesco Spagnolo » e ser Antonio risponde il 5 marzo dì avere pre- 
sentato al Caraf a la lettera di Piero e del cardinale de' Medici 
in favore di costui, che era probabilmente altra persona dal 
Remolino, ma non ne so nulla di più (cf. LXIV, 76 a; LV, 
259-60). 



CAPITOLO V 

NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 



I. L'opera del Lanfredini per la pubblicazione del cardina- 
lato e le esitazioni del papa - La creazione cardinalizia 
di Federigo Sanse verino e di Maffeo Gerardo: nuove 
difficoltà per la pubblicazione del Medici - L'amicizia 
fra Lorenzo de' Medici e Innocenzo VTII e le disposi- 
zioni del papa verso Giovanni. — II. La malattia del 
papa - L'oratore fiorentino a Roma e la Signoria di Fi- 
renze per Giovanni - Giovanni ad Arezzo - Le pratiche 
del Pandolfini e il fervore di Giuliano della Rovere - 
Nuove trattative e nuovo rifiuto del papa. — III. L'ac- 
cordo fra il papa e re Ferrante - La questione del cap- 
pello del MaUeacense - Intrighi del papa con i Medici: 
falsificazione della bolla del cardinalato - Il diniego del 
cappello al Sanseverino e le sue conseguenze per i Medici 
— IV. La cerimonia del prendere il cappello — L'in- 
gresso solenne in Firenze - Feste pubbliche e private - 
Doni - Omaggi letterari. — V. La lettera di Lorenzo a 
Giovanni nell'andata a Roma - La compagnia del cardi- 
nale nel viaggio: Piero Dolfin, Pierfilippo Pandolfini e 
Filippo Valori - L'accoglienza a Siena - La visita agli 
Orsini. — VE. L'ingresso del cardinale in Roma - Le prime 
visite - Il primo concistoro - La casa di Giovanni in 
Campofiore - Le prime cerimonie e le visite - Quale im- 
pressione facesse in Roma Giovanni - Quale ufficio Lo- 
renzo volesse conmaettergli. 



In quei tre anni, che dovevano essere di pre- 
parazione e quasi di prova per il futuro cardi- 
nale de' Medici, il padre di lui e gli amici o i ser- 
vitori, ch'egH aveva a Roma, non erano restati 
inoperosi. L'oratore Lanfredini, nei giorni stessi 



296 CAPITOI.O V 



in cui sollecitava dal papa la bolla, il breve, l'a- 
nello, il cappello, praticava altra cosa, la quale 
egli riteneva giustamente dover essere più grata 
a Lorenzo che questi pegni di una dignità fu- 
tura (1). Innocenzo Vili aveva detto al Gene- 
rale de' Servi, qualche giorno dopo alla creazione, 
di voler far meglio per Lorenzo (2); e pareva al- 
ludesse con ciò ad abbreviare il tempo del segre- 
to. E il Lanfredini sperava che lo sollecitassero a 
questo il cardinale Sforza, che voleva in una 
nuova creazione vedere compreso il suo Mallea- 
cense, e Giuliano della Rovere, che cercava il 
cappello per un Veneziano ed anche aveva fatto 
comprendere di volersi rendere grato a Lorenzo 
nell' affrettare la pubbhcazione del fighuolo, poi- 
ché non l'aveva saputo fare nel procurarne l'e- 
levazione alla porpora: anche Paolo Fregoso, 
cardinale di Genova, mostrava la mighore vo- 
lontà e prometteva all'oratore il voto di altri 
sette colleglli. Ma il papa, messo alle strette, fa- 
ceva sperare la pubblicazione per Natale o per 
Pasqua: non voleva però che altri se ne impic- 
ciasse e il Vincola meno che ogni altro (3). La 
verità, per la j&acchezza del carattere suo, come 
prima era stato inchinevole in tutto al deside- 
rio immoderato di Lorenzo, così adesso temeva 
il biasimo per avere creato cardinale xm fanciullo ; 
ed|ora|^chiedeva la misura dell'altezza, che gh 
arrivava fino al mento, ora diceva di volerlo ve- 
dere di nascosto: se gH fosse sembrato « apparente 
come persona di .VX. anni», avrebbe fatto ch'^egH 
si presentasse ai cardinaH per ringraziarh, che 
sarebbe stato alla fine un rompere il segreto della 
creazione (4). Né a Lorenzo dispiaceva questo 
pensiero, credendo egH, come avviene a un pa- 
dre amoroso, che Giovanni non avesse a scapi- 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPOKA , 297 

tare alla presenza del papa; ma il Lanf redini più 
avvedutamente giudicava che questo andare di 
nascosto e, se al papa non piaceva, non ap- 
parire, potesse recare danno, non essendo veri- 
simile che un tale viaggio restasse celato. E, 
senza saperlo, gH faceva eco Gentile Becchi, il 
quale, con ragionamento serrato, diceva che, 
se il papa rimandasse Giovanni qual era, sa- 
rebbe errore peggiore del primo — errore per il 
Becchi era certo la creazione segreta — « chia- 
rir ehhonsi le pancacce che sólo ci sia suto toccho 
il mento all'Antompucciana)); se poi quegh vo- 
leva dispensarlo dal triennio, ne doveva dare 
prima tale certezza che non potesse mutare poi 
per le grida altrui (5). Lorenzo si persuase e non 
mandò a Roma Giovanni. E crebbe l'esitazione 
del papa. 

Intanto avvenne tal fatto che rese più difficile 
la pubbhcazione. Il papa, che, avendo prescritto 
a Ferrante, con minaccia di scomunica, un termine 
di tre mesi per adempiere l'accordo del 1486, aveva 
bisogno dell'opera diplomatica dei Milanesi e dei 
Veneziani per costringere il re ad obbedire (6), s'era 
indotto a cedere in parte alle insistenze, ch'erano 
fatte per l'interesse loro ed il proprio, dai cardi- 
nah Sforza e deUa Rovere. In un concistoro segreto 
del 3 luglio 1489 (7) egh diede a Milano come car- 
dinale il Sanseverino, a Venezia non il Landò, ve- 
nuto ora in sospetto alla Signoria stessa per certe 
sue parole inconsiderate, né Piero Dolfìn, che pure 
aveva qualche speranza del cappello, ma il pa- 
triarca di Venezia Maffeo Gerardo (8). Per ambe- 
due i nuovi cardinaU fu stesa la boUa (9); ma il 
papa non H voleva pubbhcare per allora, sia per 
non offendere il Collegio, sia per evitare l'importu- 
nità dell'altre potenze, sia, e specialmente, per pò- 



298 i CAPITOLO V 



ter mettere a prezzo quel nuovo benefizio, quando 
gli occorresse da Milano e da Venezia altro aiuto 
che di parole. I Veneziani, per vero, non se ne cura- 
vano molto, non volendo impegnarsi troppo col 
papa e giudicando quasi irrisoria la creazione di 
quel loro degno, ma poco men che decrepito citta- 
dino (10). Assai invece sollecitavano là pubblica- 
zione Lodovico e Ascanio Sforza; ma Innocenzo 
VEII diceva rimordergh la coscienza d'avere pro- 
messo il cappello ad un uomo, che poteva essere 
la rovina del Collegio. E aveva ragione, quanto al- 
le abitudini spenderecce e mondane di quel gigan- 
tesco fìghuolo di Roberto Sanseverino, che usava 
fare « di quelle cose che sarebbero biasimevoli in uno 
soldato » (11); ma quant' altri simili a costui porta- 
vano^già il cappello rosso o il violaceo ! In verità il 
papa voleva punire Lodovico Sforza della sua tie- 
pidezza nell' aiutarlo, quando l'appello che il re 
minacciava di far al concilio (agosto 1489) mise a 
prova la buona volontà degh aUeati della Chiesa; 
ed anche diceva di non volere che il Moro col suo 
mezzo si rendesse più grande di quel che gh toc- 
cava, alludendo aUa meditata usurpazione del du- 
cato di Milano (12). A tenerlo poi in tali disposi- 
zioni s'adoperava assai GiuHano della Rovere, av- 
versissimo ad Ascanio e perciò al Malleacense, 
ch'era, o pareva (13), creatura sua. Ora, poiché la 
boUa dava al Sanseverino e al Gerardo il diritto di 
comportarsi come cardinaH, appena fosse pubbli- 
cato qualcipio di quelh, ch'erano già stati o dove- 
vano essere creati, non rimaneva ormai al papa 
che ritardare, quanto potesse, la pubbHcazione, 
nella quale poi, attendendo ancora, sperava di 
comprendere alcuno de' suoi (14). 

Con Lorenzo de' Medici il pontefice era sempre 
nei mighori rapporti d'amicizia. L'accortissimo 



NELLO SPLENDORE DELLA POBPOKA 299 ' 

fiorentino s'adoperava a tutt'uomo per disto- 
glierlo dal procedere contro del re con altri mezzi 
che le parole, delle quali aveva già fatte assai (15), 
e specialmente si studiava d'impedire ch'egli si ap- 
pigliasse al funesto consiglio di chiamare stranieri, 
Francesi o Spaghuoli o Tedeschi, in Itaha contro 
Ferrante; ma sapeva far così bene e mostrava tanto 
fervore nel cercar di ridurre il re ai voleri del papa, 
che questi, sdegnatissimo con i Milanesi ai quah 
pure minacciava il danno dell'invasione francese, 
e diffidente dei Veneziani, diceva che Lorenzo de' 
Medici solo si era portato da buon parente e ser- 
vitore ed era amico degh uomini e non della for- 
tuna (16). E le relazioni economiche erano strette 
ogni giorno piti: Lorenzo aveva assunto l'appalto 
della tesoreria e della salara della Marca e antici- 
pava danaro, garantito qualche volta da alcuno 
dei proventi della Chiesa, altra volta affatto gra- 
tuito (17). Non potevano quindi non essere buone 
le disposizioni del papa verso il giovine cardinale 
fiorentino. EgH diceva anzi di volergli attribuire 
tanta autorità quanta i Medici sapessero doman- 
dare; prometteva, se fosse morto il cardinale 
]\Iichiel, di concedergli la protezione dell'ordine 
dei Servi, della quale Lorenzo s'interessava molto, 
per il grande seguito di devoti che avevano a Fi- 
renze, alla SS. Annunziata, quei rehgiosi, e per 
l'appoggio che ne pbtea venire alla riconferma del 
generale, Antonio Alabante, devotissimo ai Me- 
dici (18). Anzi il Lanf redini sperava ohe, dopo la 
pubblicazione, U papa desse al giovinetto la lega- 
zione di Germania, in luogo del cardinale Balue, 
un « gran pratichone », che, per i maneggi presso 
l'imperatore, il re de'Romani, il re di Spagna e per 
la nuova amicizia col re di Francia, s'era fatto 
così potente da intimorire lo stesso Innocenzo (19). 



300 CAPITOLO V 



Ma, quanto alla pubblicazione, il papa ripeteva 
con tanta insistenza di lasciarne a lui il pensiero, 
che Lorenzo stesso, morto, il 5 gennaio 1490, l'a- 
nimoso Lanfredini, desistette per un poco dal par- 
lame (20). 



II. 

Ma nel settembre di quell'anno il pontefice, che 
era già malato dal mese prima, ricadde così gra- 
vemente che si diffuse perfino la voce ch'egli fosse 
morto (21). Allora, mentre Franceschetto Cibo 
tentava d'impadronirsi del tesoro papale per pro- 
prio conto e di Gem per conto di Virginio Orsini e 
de' Medici, gh amici dei nuovi cardinaU si dettero 
con grande attività a studiare il modo di renderne 
sicura la condizione. PierfiJippo Pandolfini, ch'era 
il nuovo oratore di Firenze, appena vide che le con- 
dizioni del papa si facevano pericolose, domandò 
consigho a Niccolò da Castello, il quale gh disse 
che il fatto di Giovanni gh pareva sicuro; appena 
si sapesse il papa aggravato, Giovanni, fingendo di 
andare a sollazzo, si recasse a Montepulciano o a 
Bracciano per modo d'essere a Roma in due giorni 
al più dalla morte ed entrarvi già con le insegne 
cardinahzie; il dotto canonista però chiedeva di 
rivedere la boUa e d'avere copia di tutte l'altre 
scritture relative al cardinalato di Giovanni (22). 
L'oratore cominciò intanto a trattare con i car- 
dinah. L'Orsini, che, temendo una violenza di re 
Ferrante contro la hbertà del conclave, accogheva 
con molta gioia la dichiarazione che Lorenzo, 
come « buono ecclesiastico », non darebbe mano a 
tentativi di questo genere, assicurava che Gio- 
vanni, entrando come cardinale, non troverebbe 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 301 

ostacolo (23). Ed Ascanio Sforza, ancor prima che 
l'oratore gli discorresse, aveva scritto da JSTepi a 
Lorenzo una lettera fin troppo affettuosa: sebbene 
la condizione di Giovanni fosse buona — l'accorto 
cardinale non diceva già, come gli altri, sicura — 
egli prenderebbe sopra di se il pensiero del giovi- 
netto « paternamente et vivamente »; Giovanni ri- 
manesse « ad ordine, senza demonstratione et cum 
silentioy); appena il papa fosse morto, Ascanio 
stesso informerebbe Lorenzo come e quando avesse 
ad inviarlo e voleva che Lorenzo lo mandasse da 
lui, in casa sua. Le stesse cose il cardinale ripe- 
teva in Roma al Pandolfìni, sempre dicendo di 
sperare che Giovanni fosse ricevuto onorevol- 
mente e di voler questa cura sulle sue spaUe; ma 
l'oratore, dopo aver riferito che Ascanio deside- 
rava che egli stesse sempre con lui, accennava al 
rispetto che si dovea avere all'Orsini ed al Vin- 
cola, fieri nemici di Ascanio, con i quali tuttavìa 
credeva possibile giustificare la cosa (24). Non so 
che cosa ne abbia pensato Lorenzo; ma dubito 
che quella premura del cardinale milanese gli sia 
sembrata molto sospetta e nuU' altro che uno spe- 
diente per obbligare Giovanni a seguire le orme di 
lui in quel conclave, nel quale Ascanio si annun- 
ziava già come capo di una deUe fazioni cardinaH-* 
zie. Ed è probabile davvero che il cardinale, a cui 
premeva d'assicurarsi un voto di più, fosse dispo- 
sto a operare che Giovanni fosse ammesso nel con- 
clave; ma sembra che, se non egli, certo quelli che 
gh stavano intorno, non ritenessero sicura la cosa: 
una nota anonima inviata allora a Mlano, che in- 
dicava i voti della fazione di Ascanio e di quella 
del Vincola, diceva che Giovanni difficilmente en- 
trerebbe in conclave e sarebbe assai se fosse am- 
messo per cardinale (25). 



302 CAPITOLO T 



A Firenze, non erano rimasti, inoperosi. Mentre 
i Consigli del Comune eleggevano Guidantonio 
Vespucci e Piero Guicciardini, perchè si recassero 
a Roma a chiedere in nome della Repubblica l'am- 
missione di Giovanni in conclave, e Pandolf o della 
Luna aveva dal Medici lettere di credenza per il 
cardinale di Siena (26), Lorenzo mandò a chiamare 
a Firenze il vescovo d'Arezzo, senza dubbio perchè 
egh fosse pronto a compilare il processo d'esecu- 
zione della bolla papale e forse perchè accompa- 
gnasse a Roma Giovanni (27). Ma si giudicò poi che 
ad Arezzo si potesse mantenere più facilmente il 
segreto sulle pratiche necessarie; e Giovanni, che 
aveva trascorso alcuni giorni a Passignano non 
lietamente tra i familiari ammalati (28), si recò, 
sotto pretesto d'una delle sohte cacce, in quella 
città, dove ser Simone da Staggia, il notaio di casa 
Medici, trascrisse e fece autenticare dal vescovo 
la copia della boUa e rogò un mandato, per il quale 
Giovanni, che assumeva qui il titolo cardinalizio, 
. delegava l'arcivescovo di Firenze, l'oratore Pan- 
dolfìni e altri personaggi a presentare innanzi ai 
cardinah commissari le lettere papah e il processo 
e a chiedere che ricevessero Giovanni come col- 
lega (29). Anzi fino ad Arezzo, o forse più in là, 
Giovanni era arrivato, secondo il consiglio che veni- 
va a Lorenzo da Roma, con uomini e cavalli e quan- 
t' altro occorreva alla sicurezza e al decoro di lui nel 
primo ingresso cardinahzio. 

I giorni passavano; e la salute del papa, seb- 
bene fosse ancor^ « de mal passi » non accennava 
a pericolo imminente; Lorenzo, per non dar so- 
spetti, ordinò che parte di queUa scorta fosse 
mandata a 'Coltibuono (30). Ma, per essere nel- 
l'avvenire fuori di ogni briga, voUe tentare di 
nuovo d'indurre il papa aUa pubbhcazione. E non 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 303 

rifiutò i buoni uffici dell'arcivescovo Orsini, vo- 
gKoso di ricuperare il favore di lui, che gli poteva 
essere utile in una futura creazione; ma questi gli 
scriveva, delle pratiche sue in modo oscuro -e ten- 
denzioso, cercando sopratutto di mettere in cat- 
tiva luce il cardinale Orsini, suo congiunto e fiero 
nemico; Lorenzo non ne poteva trarre altra conclu- 
sione fuori di questa, che i cardinah erano gene- 
ralmente bene disposti, ma che nessuno si voleva 
impegnare per lui (31). Con molto maggiore atti- 
vità e disiateresse continuava l'opera sua il Pan- 
dolfini, quantunque la cosa gli paresse non facile 
ed anche, per il rispetto dei Milanesi, un poco peri- 
colosa (32). Poiché le parti s'èrano adesso strana- 
mente invertite. Ascanio Sforza, che in altri tempi 
s'era adoperato così caldamente per i Medici, te- 
neva ora un contegno, se non ostile, assai circo- 
spetto, come quegh che temeva, non a torto, che i 
maneggi de' Medici per la pubbhcazione di Gio- 
vanni tornassero a danno del Malleacense, il quale 
s'era già recato da Milano a Firenze e poco dopo, 
per consigHo suo, venne a Roma senz'essere chia- 
mato, con grave sdegno del papa (33). Lavorava 
invece assai per i Medici il cardinale della Rovere, 
strettosi con l'Orsini; ma appariva chiaro che il di- 
segno suo era soltanto di far danno e vergogna al 
Sanseverino e ad Ascanio e di guastare i Fiorentini 
con essi e col Moro. Quando il papa si recò ad 
Ostia, nel vescovado del cardinale, e Ascanio restò 
a Roma, perchè quegU l'aveva preso a noia per la 
sua importunità, il Vincola cercò di ottenere l'in- 
tento, studiandosi di nascondere la cosa al Borgia, 
il quale anche questa volta era d'accordo con lo 
Sforza e vegha^a per lui e per il suo Mallea- 
cense (34). Nel fervore suo per quell'opera, Giuhano 
arrivò fin a dire che i Veneziani non facevano 



304 CAPITOLO V 



gran caso della pubblicazione del patriarca, anzi 
avrebbero veduto volentieri ch'essa tardasse,, spe- 
rando nella sua morte, né si sarebbero quindi 
doluti che gli fosse anteposto Giovanni. Ma la 
Signoria, appena ebbe qualche notizia di que- 
sti maneggi, s'affrettò a chiedere al papa la pub- 
blicazione del Gerardo, non certo perchè le pre- 
messe molto di vedere il cappello rosso sul capo 
vecchissimo del patriarca, ma perchè non vo- 
leva essere vituperata dì fronte ai Fiorentini. 
E il pontefice, il quale aveva già dichiarato di 
non voler pubblicare Giovanni, senza dargU la 
compagnia di qualche « homo da bene » e di non 
poterlo fare allora per la malattia, udite quelle 
insistenze dei Veneziani, divenne ancor pili re- 
stio a cedere ai Medici; né il Pandolfini potè, 
nonostante ogni sua fatica, ottenere da lui più 
della solita promessa, che penserebbe a Giovanni 
come a « sua factura » (35). 

Non molto dopo, giunse a Roma un nuovo 
oratore fiorentino, Piero Alamanni, il quale nel 
giorno stesso del suo arrivo, l'S gennaio 1491, 
fece al papa altre sollecitazioni, ma con non di- 
versa risposta: si lasciassero governare a lui i 
casi di Giovanni, ch'egU riputava figHuolo; lo 
pubblicherebbe, quando nessuno l'aspettava (36). 
Lorenzo, perduta ormai ogni speranza, dichiarò 
che si rimetteva al papa; ma il Pandolfini, prima 
di lasciare il posto al collega (37), voUe ancora 
tentare accortamente il pontefice e gli chiese 
quando pensasse di venire alle nuove promo- 
mozioni, dicendo che voleva, al suo ritomo, po- 
ter informare Lorenzo. Rispose il papa che que- 
sto dipendeva dalle circostanze,, ch'egh tuttavia 
voleva creare qualche uomo « virtuoso et buono » il 
quale difendesse le ragioni della Chiesa, come il 




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304 CAPITOLO V 



gran caso della pubblicazione del patriarca, anzi 
avrebbero veduto volentieri ch'essa tardasse, spe- 
rando nella sua morte, né si sarebbero quindi 
doluti che gli fosse anteposto Giovanni. Ma la 
Signoria, appena ebbe qualche notizia di que- 
sti maneggi, s'affrettò a chiedere al papa la pub- 
blicazione del Gerardo, non certo perchè le pre- 
messe molto di vedere il cappello rosso sul capo 
vecchissimo del patriarca, ma perchè non vo- 
leva essere vituperata dì fronte ai Fiorentini. 
E il pontefice, il quale aveva già dichiarato di 
non voler pubblicare Giovanni, senza dargli la 
compagnia di qualche « homo da bene » e di non 
poterlo fare allora per la malattia, udite quelle 
insistenze dei Veneziani, divenne ancor piti re- 
stio a cedere ai Medici; né il Pandolfini potè, 
nonostante ogni sua fatica, ottenere da lui più 
della solita promessa, che penserebbe a Giovanni 
come a « sua factura » (35). 

Non molto dopo, giunse a Roma un nuovo 
oratore fiorentino, Piero Alamanni, il quale nel 
giorno stesso del suo arrivo, l'S gennaio 1491, 
fece al papa altre sollecitazioni, ma con non di- 
versa risposta: si lasciassero governare a lui i 
casi di Giovanni, ch'egli riputava fighuolo; lo 
pubblicherebbe, quando nessuno l'aspettava (36). 
Lorenzo, perduta ormai ogni speranza, dichiarò 
che si rimetteva al papa; ma il Pandolfini, prima 
di lasciare il posto al collega (37), volle ancora 
tentare accortamente il pontefice e gli chiese 
quando pensasse di venire alle nuove promo- 
mozioni, dicendo che voleva, al suo ritorno, po- 
ter informare Lorenzo. Rispose il papa che que- 
sto dipendeva dalle circostanze, ch'egh tuttavia 
voleva creare qualche uomo « virtuoso et buono » il 
quale difendesse le ragioni della Chiesa, come il 




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NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 305 

vescovo di Alessandria o Felino Sandeo; quanto 
al Malleacense, mostrava forte ripugnanza a pub- 
blicarlo (38). Né altro se ne potè avere. Passarono 
ancora molti mesi: Ascanio tentò qualche volta di 
avviare la pratica della pubblicazione di Giovanni 
per giungere a quella del Sanseverino; ma Lorenzo, 
che non voleva disgustare il pontefice, gli aveva 
fatto dire ch'egli rimaneva paziente alla sua vo- 
lontà, e saggiò ancora il terreno qualche volta, 
ma, non trovandolo mighore, non insistette (39). 



III. 

Ormai, del resto, era quasi passato il triennio, 
e pareva che Lorenzo non dovesse durare più al- 
cuna fatica per vedere compiuto quel suo gran 
desiderio. Ma le cose andarono assai meno spe- 
dite che non si fosse pensato a Firenze; e il cap- 
pello cardinalizio di Giovanni de' Medici ebbe 
non piccola parte in una grave contesa, presso che 
ignota fin qua e pure di non mediocre rilievo per 
la storia d'Italia. 

Trattenendo il papa da ogni azione reale contro 
Ferrante e pascendolo di buone parole, Milanesi, 
Veneziani, Fiorentini avevano certo creduto di 
provvedere aUa pace d'ItaHa; ma Innocenzo Vili 
aveva finito con lo stancarsi di tah amici, dai 
quali, non che appoggio a vendicare le antiche 
offese, neppure aveva difesa contro le ijuove. 
Quando, sul finir dell'estate del 1491, Virginio 
Orsini, capitano del re, impedi alle mihzie papali 
di sottomettere Ascoh ribellata, invano il papa 
sperò che gli alleati si movessero per lui, o per- 
suadessero efficacemente il re a lasciarlo libero 
in quella, ch'era alla fine questione interna dello 

20. — PicoTTi, Leone X. 



306 CAPITOLO V 



Stato ecclesiastico. E lo sdegno, bene giustificato, 
indusse il pontefice a fare cosa, che per altra via 
minacciava seriamente la pace d'Italia, male fon- 
data pace, alla quale nocevano, come le guerre, 
cosi le troppo strette amicizie, e giovavano gli 
stessi dissensi, tenendo questo e quello in rispetto. 
Innocenzo trattò non solo di pace, ma di concordia 
con Napoli: venne a Roma Gioviano Fontano, 
che, prevedendo con lucido sguardo il futuro, di 
fronte all'accordo tra il Moro e la Francia, erai 
convinto sostenitore della necessità di un'alleanza 
tra il re ed il pontefice; già si discorreva di quella 
investitura del regno a Ferrandino di Gapua, ni- 
pote di Ferrante, che avrebbe dovuto troncare le 
speranze del re di Francia e del Moro; e il matri- 
monio di . Battistina Usodimare, nipote d'Inno- 
cenzo, col marchese di Gerace figlio illegittimo del 
duca di Calabria, era indizio e pegno di un intimo 
accordo, che avrebbe dato sicurezza e allo Stato 
papale e al regno (40). Ora questo nuovo atteg- 
giamento del papa, mentre lo raffreddava con 
Lorenzo (41), pur senza togliere ancora il prestigio, 
che questi esercitava sul suo debole spirito, lo 
metteva di fronte a Lodovico Sforza, il cui so- 
spetto e l'inimicizia per gh Aragonesi andavano 
cresjjendo ogni giorno. E con finissima arte il 
Fontano, che, piti ardito del suo re, voleva to- 
gHere questo da ogni cura, si studiava di guastare 
affatto le relazioni del pontefice con Milano e, 
forse, con la stessa Firenze: cosi non era più da 
temere che Lodovico Sforza avesse complice il 
papa nell'usurpazione meditata, e questi, rimasto 
solo, sarebbe ridotto a discrezione dì Ferrante. 

A questo serviva mirabilmente l'affare dei cap- 
pelli. La boUa di creazione del Sanseverino era 
stesa, come ho accennato, in tale forma che questi 



HELLO SPLENDORE DELLA PORPOBA 307 

pareva avere facoltà di prendere senz'altro il cap- 
pello, appena fosse pubblicato Giovanni de' Me- 
dici: i giurisperiti di Curia non mostravano di a- 
veme alcun dubbio; e Giasone del Maino, al quale, 
per maggiore cautela, fu domandato consiglio 
dagli Sforza, dimostrò, con gran lusso di citazioni, 
che quel diritto era inoppugnabile (42). Ma gli abili 
maneggi del Fontano e dei nemici de' Milanesi, 
fra i quali era primo il cardinale deUa Rovere, 
trovavano terreno propizio nella debolezza del 
papa, nell'avversione di tutti i cardinali a un ac- 
crescimento del Collegio, nell'ambizione dei prelati 
di Curia, i quali, se fosse stato necessario un nuovo 
concistoro per la pubbUcazione dei creati, spera- 
vano di vedere sodisfatto il desiderio loro del cap- 
pello (43). Innocenzo Vili, al quale avevano nar- 
rato, forse non a torto, le piti tristi cose del Mal- 
leacense, dichiarò nettamente di non volere, né 
avere voluto mai ch'egli e il Gerardo prendessero 
il cappello, finché non fossero creati altri cardinali 
ad istanza dei principi, o rimanesse vacante la sede 
papale; e giunse fino a dichiarare « con vituperio et 
ignominia sua » che la clausola, per la quale il San- 
severino e il Gerardo erano cardinali alla prima 
pubbKcazione di altri già creati, era stata posta a 
sua insaputa nella boUa, ch'egli aveva firmata 
senza leggere. E già questa era grave offesa ad 
Ascanio, non solo perchè egh aveva fatto stendere 
la bolla e doveva ora fin giustificarsi dall'accusa 
di falsario, ma perché, non riuscendo egli ad otte- 
nere dal papa che tenesse fede aUe promesse, per- 
deva ogni credito a Roma e a Milano, rimanendo 
con tanta vergogna, com'egli disse all'oratore mi- 
lanese, che tutta l'acqua del Tevere non sarebbe 
bastata a lavarlo. Ma anche piìi grave era l'offesa 
a Lodovico, che appariva, con grande trionfo 



308 CAPITOLO V 



del Fontano, « tacitamente... interdicto » dal papa, 
molto più che questi, o per imprudenza o perchè 
lo facesse ardito l'amicizia napoletana, aveva 
osato dire parole, che dovevano sonare terribili 
al pauroso animo del Moro: ch'egli non inten- 
deva già far torto al duca di Milano, il quale « non 
sapeva niente de queste cose » (44). 

Non però avrebbe voluto il papa che si vedesse 
chiaro essere egh" disposto a commettere cosa in- 
giusta contro i Milanesi e il Malleacense; e si stu- 
diava di toghere a questo il diritto, che gh sarebbe 
venuto dalla pubbHcazione di Giovanni de- Medici. 
E prima tentò di indurre Lorenzo a mandare a 
Roma il fìghuolo senza l'abito cardinalizio, per 
pubbhcarlo poi come un cardinale nuovo e dichia- 
rare di niun valore la bolla del Malleacense, non es- 
sendo seguita la pubbHcazione di costui con quella 
del Medici (45). Lorenzo pareva disposto davvero a 
consentire; ordinò al fighuolo e a' suoi di venire 
a Firenze per metterli in ordine per la partenza e 
a Roma faceva preparare attivamente la casa per il 
nuovo cardinale. Ma anche una volta Gentile Becchi 
lucidamente avvertiva che, avendo il papa già man- 
dato l'anello e la boUa e dato il titolo, perchè fos- 
sero usati dopo il triemiio, non era a proposito mu- 
tare , poiché, « quando bene fusse tanto certo il fa- 
rassi quanto VTiavere facto », si perderebbero tre anni 
nella precedenza, si darebbe noia aL Collegio, of- 
frendo occasione al papa di creare altri cardinah, 
si farebbe calca a chi era sull'uscio, si mostrerebbe 
che nulla valeva queUo ch'era stato fatto sin allora, 
s'aggiungerebbe alla spesa per chi aveva recato il 
primo cappello una seconda per il nuovo. L'Are- 
tino consigHava invece che Giovanni prendesse 
l'abito a Pisa, appena finito il triennio, e come car- 
dinale entrasse a Firenze e di qua, passate queUe 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 309 

cerimonie di Pasqua, che ogni anno erano nuove 
anche ai vecchi, e impratichitosi dell'ufficio, an- 
dasse a Roma (46). 

Lorenzo volle per vero che il fìghuolo, chiu- 
dendo o, piuttosto, interrompendo gli studi pi- 
sani, ritornasse a Firenze, perchè fosse pronto in 
ogni caso (47); ma alla richiesta di mandarlo a 
Roma riuscì a sfuggire. Non negò invece al papa 
altro servigio, che quegH chiedeva. Poiché gU in- 
tendenti di tali materie dicevano che, se non fos- 
sero state nella bolla di Giovanni certe parole, il 
Malleacense non avrebbe potuto mettere innanzi 
alcun diritto, il pontefice volle che gh fosse riman- 
data la bolla, che alla presenza sua e dell'oratore 
fiorentino avrebbe fatto radere ed acconciare in 
quella parte e avrebbe subito restituito; il quale 
procedere, anche se v'interveniva l'autorità di un 
pontefice, non mi sembra fosse così « sanza mancha- 
mento », come il papa si studiava di persuadere al- 
l'oratore Alamanni. Ma Lorenzo non aveva ra- 
gione di dolersene. Poiché le parole abrase non po- 
tevano essere se non quelle che dicevano non 
fatta la pubbhcazione di Giovanni e lasciavano 
quindi supporre ch'essa dovesse farsi ancora nelle 
forme consuete; solo infatti la pubbhcazione di 
un cardinale creato dava al Sanseverino il diritto 
di considerarsi elevato alla porpora. Ma, a questo 
modo, ciò che occorreva alla perfezione della di- • 
gnità cardinahzia di Giovanni de' Medici era ri- 
dotto al solo prendere le insegne, che non si po- 
teva dire vera pubbhcazione (48). Appunto per- 
ciò da Roma non mostravano alcuna fretta di 
restituire la bolla e con grande semphcità doman- 
davano se dovessero serbarla. E l'animo di Lo- 
renzo stava ancora sospeso, tanto piti che il Pon- 
tano faceva correre la voce che il papa aveva di- 



310 CAPITOLO V 



ritto di prorogare ad ambedue i cardinali il ter- 
mine della pubblicazione. Anzi Lorenzo fece chie- 
dere al Becchi e al Bonciani se si poteva senza 
la bolla pigliare l'abito cardinalizio e n'ebbe in ri- 
sposta che, almeno, non era conveniente (49). 

Allora, come appunto il Fontano sperava, Lo- 
renzo si decise a separare affatto la causa del fi- 
gliuolo da quella del MaUeacense, fosse pure a costo 
d'offendere Lodovico e Ascanio e di ricambiare 
male i servigi che questi aveva resi per il cardina- 
lato di Giovanni, Invano il cardinale Sforza e il 
Taverna si studiavano di ottenere l'appoggio del- 
l'Alamanni e Lodovico pregava Lorenzo di com- 
mettere a questo d'adoprarsi per lui: né l'uno né 
l'altro diceva no, ma ninno faceva nuUa. Anzi 
l'oratore otteneva che promettessero di « mettersi 
la coraza bisognando per messer Giovanni » non solo 
il cardinale Orsini, ma quello stesso cardinale 
di San Pietro in Vincoli, ch'era il piti fiero nemico 
del MaUeacense (50). Sicché il papa, sentendosi 
forte per il silenzio dei Fiorentini e assicurato già 
che i Veneziani non avrebbero protestato per il ri- 
tardo neUa pubbHcazione del patriarca (51), si ri- 
solse in tutto a dare a' suoi nuovi amici aragonesi 
la soddisfazione desiderata. Invano il cardinale 
Sforza, dopo averlo pregato vicum incredibile sub- 
missione et humilità » a non far ingiuria alla casa 
sforzesca, s'appellò con forti parole a Dio e mi- 
nacciò di partire di Corte, accennando « senza al- 
chuno respecto de le cose che doveva credere haves- 
seno ad succedere »; il papa rispose « senza alchuna 
mansuetudine », né ebbe rispetto che il cardinale 
(( humilissimamente » s'inginocchiasse a' suoi pie- 
di (52). ÌE il 17 febbraio, in un concistoro, che durò 
sette ore, dichiarò di non avere inteso mai che il 
Sanseverino fosse cardinale, se non quando si creas- 



NELLO SPLENDORE DELLA POKPOBA 311 

sero altri, o alla morte del papa, disse che la bolla 
era stata firmata senza che fosse letta, insinuando 
che Ascanio ne avesse falsato il tenore, protestò 
che manterrebbe il suo proposito, sebbene i Mila- 
nesi non gh avessero tenuto la promessa di aiu- 
tarlo, ma non permetterebbe che quegU prendesse 
il cappello fuor di quei casi. Ascanio parlò oltre 
un'ora con molta « vehementia et prudentia », si di- 
fese sul fatto delia bolla, notò che verrebbe poca 
fede alle bolle, se si potessero svalutare perchè s'e- 
rano firmate alla cieca, e, pur consigliando il papa 
a pubbhcare Giovanni, non si tenne dal notare 
che anche di questa pubbHcazione i principi non 
sarebbero contenti, come diceva il papa per quella 
del Malleacense, e a chi accusava costui di essere 
indegno della porpora, trovò modo di ricordare che 
« el filiolo del magnifico Laurentio... era un putto »; 
e, avendo il papa ripetuto certa sua distinzione 
molto significativa tra Giangaleazzo ed il Moro, af- 
fermò risolutamente che « quello sa lo duca de Bari 
sa lo duca de Milano et quello sa lo duca de Milano 
sa lo duca deBari^r, né terminò il suo lungo discorso, 
senza avere accennato anche una volta a Giovanni, 
il quale stava per giungere al portò, mentre il 
Sanseverino era in alto mare, e tuttavia de' Fio- 
rentini e de' Milanesi il papa, dato che potesse, si 
sarebbe dovuto dolere ugualmente. La cosa fu di- 
battuta « teribilissimamente ». 11 Vicecancelliere 
sostenne di nuovo con molta energia la causa del 
Malleacense e, inginocchiato, pregava il papa di 
soprassedere a ogni decisione: il della Rovere, fie- 
ramente investito da Ascanio, restava chiuso in 
un silenzio sdegnoso. Alla fine si decise, nonostante 
le riluttanze del papa, di avere ai Milanesi almeno 
questo riguardo, di chiedere, prima di firmare la 
bolla di sospensione, una promessa formale del 



312 CAPITOLO T 



Moro e del Malleacense che questi si asterrebbe da 
ogni atto cardinalizio, fuor che nei casi detti: as- 
sentirono tutti, eccetto il cardinale Sforza e quello 
di Parma (53). Ascanio, sebbene quei tardivi ri- 
spetti ne avessero mitigato alcun poco lo sdegno, 
voleva ad ogni costo lasciare la Curia e suggeriva 
al Moro di fare che il MaUeacense pighasse il cap- 
pello subito, prima ancora di Giovanni, che non 
sarebbe stato « se Tbon peccare mortalmente », sin- 
golare frase neUe labbra di un cardinale. Ma Lodo- 
vico si risolse per allora a « usare prudentia et dis- 
simulare »; egh non era preparato ancora a quella 
lotta mortale, di cui erano queste le prime avvi- 
saghe. E con lettere piene di riverenza consentì 
egh e fece che consentisse il duca di Milano ai vo- 
leri del papa (54), E questi voUe bensì, il 27 feb- 
braio, far firmare dai cardinah la dichiarazione di 
sospensione , ma con una giunta di sua mano, che 
riconfermava la bolla di creazione: firmarono tutti, 
anche il deUa Rovere, fremente di consentire per 
via indiretta al cardinalato del Sanseverino (55). 

Così pareva ogni cosa pacata. Ma quell'intrigo 
dei cappeUi cardinahzi aveva chiarito ormai Lodo- 
vico Sforza che non solo gh Aragonesi avevano per 
se il papa, ma potevano contare sull'appoggio, al- 
meno indiretto, di Lorenzo de' Medici : e non a caso, 
in quei giorni stessi, facendo riportare a Firenze 
com'erano andate le cose del MaUeacense, voleva 
che Foratore milanese invitasse Lorenzo a far di- 
chiarare da' suoi oratori al pontefice che « lo arbitrio 
de tutto el Stato » milanese era in mano del Moro e 
non era nel duca o neUa duchessa di Milano altro 
animo che il suo, né la duchessa poteva se non 
quello ch'ei la faceva potere (56). Era detto ad altri 
in apparenza, perchè anche Lorenzo intendesse. 
E, in verità, il contegno del papa mostrava troppo 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPOBA 313 

chiaramente quale differenza egli e i suoi amici di 
parte aragonese facessero tra il Moro e Lorenzo. 
Al Malleacense era sospeso il cappello; a Lorenzo 
de' Medici, per calmarne la « infinita gielosia de le 
cose del figliolo », era dal papa inviato un breve, il 
quale concedeva che Giovanni potesse mettere il 
cappello e le insegne, quando gli piaceva, anche 
prima del termine prefisso. Ma Lorenzo non lo 
volle usare, essendo quello segreto e fatto senza il 
consenso de' cardinali; e, poiché la questione dal 
Sanseverino era, bene o male, risolta, aspettò che 
il triennio fosse finito (57). 



IV. 

Appunto per le ragioni che abbiamo vedute, Lo- 
renzo volle toghere alla cerimonia del prendere il 
cappello cardijaahzio ogni aspetto di pubbHca so- 
lennità, sicché non paresse creato allora il giovi- 
netto, ch'egli ed il papa desideravano fosse tenuto 
per cardinale già vecchio (58). Essa ebbe quindi un 
carattere di devota intimità (59). 

Eu scelta quella mirabile soKtaria badia di San 
Bartolomeo, sul declivio silenzioso de' coUi fieso- 
lani, ch'era per la munificenza di Cosimo e di 
Piero de' Medici una chiesa medicea: «ea; ahhatia 
fesulana tua » scriveva a Lorenzo l'abate Matteo 
Bosso, quando volle spronarlo, purtroppo invano, 
a compiere il lavoro della facciata bellissima; gli 
stemmi palleschi della fronte e l'iscrizione del coro 
« Sacrum prò salute D. BartJiolomeo apostolo Petrus 
Medices Cosmi /. libero munere » (60) testificavano 
come appartenesse l'abbazia a quegli edifici sacri, 
ch'erano elevati a esaltazione perpetua di un uo- 
mo o di una casa, piti che a gloria di Dio o a salute 



314 CAPIT0I.0 V 



dell'anima. Con essa era quasi una cosa l'ab- 
bate Matteo, che al tempio e al monastero sor- 
genti aveva dato l'opera sua ed era perciò di- 
venuto caro ai Medici, uomo, del resto, di vita 
degnissima, di spirito profondamente cristiano, di 
molta cultura di lettere. 

Alla Badia fiesolana si recò dunque Giovanni de' 
Medici nel dopopranzo del 9 marzo 1492, nel qual 
giorno si compiva il triennio della creazione; sem- 
plice ed umile l'apparato, scarso il seguito, ninno 
de' parenti con lui: nemmeno lo accompagnavano 
il vescovo di Arezzo e il Volterrano, solo l'audi- 
tore Bonciani, il cameriere Tibaldo e un caudatario, 
forse il chierico fiorentino Marino Pitti (61). E qui 
egh volle « come prudentissimo, fare uno optìmo et 
spiritimle fondamento alla sua dignità », confessan- 
dosi devotamente, il quale fatto, che a noi, in quelle 
circostanze, non parrebbe nuovo - davvero, era da 
Lorenzo nella lettera, ch'egH scrisse al fighuolo, 
e fin nella comunicazione ujB&ciale, che gli Otto di 
Pratica diedero a Roma, posto in particolare ri- 
lievo. La mattina dopo, venuti Giovanni Pico e 
Iacopo Salviati, intimi de' Medici, certo per testi- 
moni legali dell'atto, e quel ser Simone Grazzini da 
Staggia, ch'era il notaio di fiducia della fami- 
gha (62), l'abbate Matteo Bosso cantò solennemente 
la Messa dello Spirito Santo, durante là quale 
Giovanni si comunicò « sìngulari humilitate et, gium- 
tum agnosci poterai, devota guidem mente et erecta 
semper in Deum»: poi benedisse la cappa cardi- 
naHzia, la quale fu posta sull'altare con l'anello ed 
il cappello già benedetti e inviati dal papa (63). Al- 
lora il Bosso, senza leggere la boUa e il breve del 
1489, che non erano tah, come vedemmo, da esclu- 
dere ogni contestazione sulla legittimità di quella 
cerimonia, ma solo tenendoh in mano (64), dichiarò 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 315 

trascorso il triennio stabilito da quegli atti papali, 
invitando il notaio a farne pubblica fede, rivestì 
Giovanni della cappa, gli diede il berretto, il cap- 
pello e l'anello, insegne della sua dignità su- 
blime mandate a lui e concesse dalla Sede 
apostolica. Cantato poi dai monaci il Veni 
Creator, il nuovo cardinale, come per esercitare la 
prima volta il suo diritto, accordò indulgenza ai 
presenti, aggiungendo una concessione perpetua 
d'indulgenza a cM visitasse in quel giorno l'altare 
maggiore deUa Chiesa, della quale concessione fu 
steso, o forse era steso già, l'atto in bella perga- 
mena miniata (65). Così all'esempio nuovo di un 
porporato sedicenne si aggiungeva l'altro ancor piti 
singolare della pubblicazione di un cardinale fuori 
di Roma e per altre labbra che per queUe del papa. 
Ma, se la cerimonia religiosa era stata modesta, 
l'ingresso del nuovo cardinale in Firenze fu assai 
pomposo. Già da più giorni i Signori e il Consiglio 
dei LXX avevano dehberato che si facessero segni 
d'onore e di allegrezza, sia, come gli Otto scrive- 
vano poi a Roma, per mostrare la gratitudine della 
città al pontefice per il (c singular dono et excellen- 
tissimo beneficio et ornamento concesso nuovamente », 
sia per chiarire anche una volta come ogni fortuna 
della casa de' Medici si tenesse fortuna della Re- 
pubbHca: dieci dei principali cittadini ebbero l'in- 
carico di provvedere alle onoranze. Nel pome- 
riggio di quel giorno, che il Bosso chiamò il più. 
bello e felice per Giovarmi de' Medici, il più onore- 
vole per la sua stirpe e la patria, la maggior parte 
dei cittadini, ben trecento, con vesti di seta, gli 
andarono incontro alla Badia, ov'era già arrivato 
Piero, cavalcando fieramente un altissimo e focoso 
cavallo con ornamenti d'oro; e non occorse già, 
scriveva il Cambi riconoscendo a mahncuore la 



316 CAPITOLO V 



spontaneità di quella festa, che fossero pregati i 
cittadini, come bisognava quando era da incon- 
trare alcun ambasciatore. La folla poi del popolo 
era, nonostante il tempo minaccioso, così grande da 
ingombrare la strada, che da Porta San Gallo sa- 
liva, lungo il Mugnone, fino a piedi della Badia fie- 
solana, sicché fu necessario ordinare che si tratte- 
nessero di là dal fiume. Qui discese il giovinetto., 
cavalcando una mula, e aveva intorno, oltre alla 
sua corte, vescovi, protonotari, prelati ed eccle- 
siastici, gli oratori della serenissima lega, i citta- 
dini, splendido corteo di cinquecento cavalli, che 
procedeva solenne, tra la pioggia fittissima. Nella 
città erano chiuse le botteghe, come per pubbhca 
festa, e la gente lungo il passaggio era così folta 
che a stento le finestre e i tetti bastavano a con- 
tenerla: davvero pareva che la città intiera si fosse 
fatta innanzi al nuovo cardinale, quasi attonita 
per un miracolo. 

Entrò Giovanni per Porta vSan Gallo e avanzò 
per via Larga, ma non per discendere alla casa 
de' Medici. Lorenzo voUe accortamente ch'egh 
si fermasse alla Santissima Annunziata a renderle 
« dehite gratie », e quindi si recasse al palazzo della 
Signoria, come per dimostrare che i Medici ricono- 
scevano prima daUa Vergine e poi dalla Repub- 
bhca l'altissimo onore. La Signoria si fece per 
vero a incontrarlo in capo alla scala; ma l'averlo 
essa atteso, come sovrana, in palazzo e l'esser a 
lei fatta la prima visita del nuovo cardinale erano 
segni che Lorenzo, continuando fino a quell'e- 
stremo di sua vita a serbare le apparenze, non 
voleva che il fighuolo, anche rivestito della por- 
pora, sembrasse altro che cittadino, né che paresse 
tanto il cardinale de' Medici quanto de' Fioren- 
tini (66). 



NELLO 8PLEND0KE DELLA PORPORA 317 

Smontò finalmente il cardinale, non alla sua di- 
mora di Sant'Antonio, ancora troppo modesta, 
ma, come ospite, alla casa patema, « assai molto 
riccamente apparata », dove fu grande il concorso 
e l'applauso del popolo, che dava segni manifesti 
di aUegrezza e la notte, quasi dimentico del sonno, 
faceva un gran sonar di campane e di musiche e 
accendeva fuochi nelle vie e nelle piazze: si vedeva 
bene, scrive il Bosso, in qual conto la città gra- 
tissima tenesse il sostegno e il salvatore della 
Repubbhca. 

Il giorno dopo, ch'era domenica, la prima di 
quaresima, fu nuova festa. Il cardinale fu accom- 
pagnato da cittadini, riccamente vestiti di man- 
telli rosa e di sottovesti di seta violetta, a Santa 
Maria del Fiore, egregiamente apparata, dove il 
vicario dell'arcivescovo cantò, presenti otto ve- 
scovi, la Signoria, gli oratori e folla immensa di 
popolo, una Messa votiva così solenne, come se 
fosse intervenuto il sommo pontefice stesso. Poi, 
a casa di Lorenzo, furono chiamati gh ambascia- 
tori, la Signoria e i cittadini dello Stato, in- 
tomo a sessanta, a un convito « solertissimo et 
splendido », più sontuoso forse di quel che le 
leggi della Chiesa consentissero, anche nelle do- 
meniche, in quaresima (67). Lorenzo ebbe, fra 
tanta gioia, il rammarico di non potervi assi- 
stere': la gotta gh permise soltanto di andare 
« tutto doglioso » a vedere nella sala il cardinale 
e gh altri convitati. 

Durante il pranzo furono buttate dalle fine- 
stre al popolo plaudente confetture in gran co- 
pia e il cardinale gettò ad alcuni coetanei la sua 
nuova berretta rossa e un anello d'oro, di due 
o tre ducati di valore, per ciascuno. SuUa fine 
vennero presentati i doni: splendido era quello 



318 CAPITOLO V 



della Signoria, la quale, sapendo che Giovanni 
fin allora, quando convitava, s'era dovuto ser- 
vire degli argenti tratti daUa casa patema, es- 
sendo i suoi troppo scarsi (68), offrì ben trenta 
carichi d'argento « bacini, mescirohe e piattegli 
e di tutti gli strumenti che si possono adoperare 
d'ariento ad ogni grande signore)), ch'erano di 
peso più che mille hbbre e valutati a più che die- 
cimila fiorini (69), Dono assai ricco e gradito era 
pur quello di quattro bacini ricolmi di medaglie 
d'oro, che Benedetto Dei ci assicura seriamente 
essere state quelle di imperatori, re e papi, infe- 
deli e cristiani, « dal prencipio del mondo in Qa », 
e d'infinite medaghe d'argento in un gran vaso 
di damasco. Le medaglie sembra che fossero già 
nelle collezioni medicee, perchè il Dei afferma 
ch'erano state regalate in altri tempi dal Soldano 
di Babilonia, dal Gran Turco, dal re di Francia, 
da MassimiHano: i vasi forse erano quelh, che 
furono offerti daUe Comunità del dominio e dagfi 
Ebrei; e non so dire se tutti avessero fatto come 
i Pratesi, i quafi, chiestane facoltà ai cinque Con- 
servatori del contado di Firenze, trassero fuori 
un antico vaso « infrigidatorium » di argento, di 
cinque Hbbre e sette once, con l'armi del Co- 
mune di Prato e deUa casa de' Medici, ch'era in 
deposito presso l'Opera del Cingolo, e, fattolo or- 
nare e ripuhre e sopra l'arme paUesca fatto inci- 
dere il cappello cardinahzio — la spesa fu in tutto 
di un fiorino — mandarono il cancelliere Quirico 
Baldinucci ad offrirlo « cum débita verborum prefa- 
tione » al cardinale in « signum devotionis atque 
fldei )) (70). I canonici poi si erano radunati già da 
un mese e con venti voti favorevoU e tre con- 
trari — come ci piacerebbe sapere chi fossero quei 
tre ! — avevano datò facoltà ai Ipro camarlinghi, 



NELLO SPLENDOKB DELLA PORPORA 319 

Tommaso Amoldi e Malatesta Sacramoro, e a 
Giorgio Dati canonico di far eseguire il modello di 
un bacino, visto il quale essi avrebbero fatto la scel- 
ta, purché tuttavia la spesa non superasse i cento 
ducati d'oro (71): che cosa abbiano scelto non sap- 
piamo. Certo un dono loro sarà stato presentato, 
come furono molti doni dei cittadini; ma il cardi- 
nale, fuor che daUa Signoria e dai parenti, non voUe 
accettare nulla e, ringraziando, restituì quanto gH 
era stato offerto; faceva così — osserva un docu- 
mento pratese — atto di principe, al quale non oc- 
corrono doni, ma basta l'animo del donatore (72). 
Né saranno mancati quei doni letterari, che le 
costumanze del tempo rendevano più graditi, 
anche se troppo spesso facevano difetto e il valore 
della materia e quello dell'arte. Fra essi avevano 
certamente il primo posto due, che non eran nuovi, 
ma degni tuttavia d'essere offerti ad un cardinale: 
la collezione già ricordata delle epistole deU'Am- 
mannati, ricche di dottrina rehgiosa e di sapienza 
pohtica, e le Becuperationes Fesulanae, nelle quah 
Matteo Bosso aveva riunito opuscoh, orazioni e 
lettere sue, scritte, per gran parte in altri tempi 
e ch'egh offriva ora a quella luce sorgente, a 
quella nuova speranza della sacrosanta Ma- 
dre Chiesa, all'augurato vessillo e. capo del- 
l'ordine suo (73). E diceva il Bosso, modesta- 
mente, che in que' suoi scritti non v'erano gran- 
diloquenza o scioltezza di forma, le quah tut- 
tavia, aggiungeva con garbato ammonimento, 
non dovevano essere cura prima di uno scrittore 
cattohco e rehgioso, poiché non s'addiceva alla 
fede delle cose celesti e alla bianca verità essere 
ricoperte di ampollose parole o di squisiti colori. 
La gravità invece, l'abbondanza, la devozione, 
il frutto, la varietà sperava il Bosso che non man- 



320 CAPITOLO V 



casserò all'opera sua, e con buona ragione, perchè 
i precetti di pazienza, lo studio del problema grave 
del dolore, gli ammaestramenti per ben governare, 
la profonda pietà religiosa, l'aspirazione sincera 
al bel giorno sereno che non conosce tramonto, 
fanno di quest'opera, che non ha nulla dell'aridità 
di im trattato, ma nemmeno della elegante leg- 
gerezza degli scritti umanistici, un documento no- 
tevole per lo studio del pensiero cristiano in un'età 
profondamente pagana. E il cardinale giovinetto 
poteva bene fermarsi a meditare quella lettera, 
nella quale, con una schiettezza che ci fa pensare 
a frate Girolamo, il Bosso lamentava l'avidità di 
ricchezze nei chierici e contrapponeva la vita fru- 
gale e pur così Heta de' suoi canonici regolari al- 
l'infehcità di chi aveva sulla tavola cibi vari e 
squisiti jBno alla nausea ed era spiato ad ogni mo- 
mento da occhi di censori piti numerosi che quelli 
di Argo. Ed anche poteva leggere con frutto quel- 
l'altra lettera « de studiis ìitterarum religiose co- 
lendisn, nella quale Matteo esortava due novizi, 
ardentissime reclute di Cristo e giovani di 
grande speranza, a non lasciare giorno senza 
lo studio, ma a rammentare tuttavia che il sapere 
è vano senza la vera pietà, che la dottrina del- 
l'uomo deve accrescere virtìi ed essere carro che 
porti all'eternità celeste: non amassero dispute 
vane, non oziose ricerche, non letture di cantori 
di favole puerih o di sozze hbidini, ma diritto 
sacro, dialettica, fisica, letture di storici ed ora- 
tori, tah studi che fossero alti, buoni, salutari e 
rendessero ogni giorno mighori (74). 







Casa silenzi 



enziosa. 



Palazzo mediceo. Pisa. 



Alinari - Firenze. 



320 CAPITOLO V 



casserò all'opera sua, e con buona ragione, perchè 
i precetti di pazienza, lo studio del problema grave 
del dolore, gli ammaestramenti per ben governare, 
la profonda pietà religiosa, l'aspirazione sincera 
al bel giorno sereno che non conosce tramonto, 
fanno di quest'opera, che non ha nuUa dell'aridità 
di un trattato, ma nemmeno della elegante leg- 
gerezza degli scritti umanistici, un documento no- 
tevole per lo studio del pensiero cristiano in un'età 
profondamente pagana. E il cardinale giovinetto 
poteva bene fermarsi a meditare quella lettera, 
nella quale, con una schiettezza che ci fa pensare 
a frate Girolamo, il Bosso lamentava l'avidità di 
ricchezze nei chierici e contrapponeva la vita fru- 
gale e pur così Meta de' suoi canonici regolari al- 
Finfehcità di chi aveva sulla tavola cibi vari e 
squisiti fino aUa nausea ed era spiato ad ogni mo- 
mento da occhi di censori piti numerosi che quelli 
di Argo. Ed anche poteva leggere con frutto quel- 
l'altra lettera « de, studiis litterarum religiose co- 
lendis », nella quale Matteo esortava due novizi, 
ardentissime reclute di Cristo e giovani di 
grande speranza, a non lasciare giorno senza 
lo studio, ma a rammentare tuttavia che il sapere 
è vano senza la vera pietà, che la dottrina del- 
l'uomo deve accrescere virtù ed essere carro che 
porti all'eternità celeste: non amassero dispute 
vane, non oziose ricerche, non letture di cantori 
di favole puerih o di sozze Hbidini, ma diritto 
sacro, dialettica, fìsica, letture di storici ed ora- 
tori, tah studi che fossero alti, buoni, salutari e 
rendessero ogni giorno migliori (74). 




Palazzo mediceo. Pisa. 



c 



asa silenziosa. 



Alinari - Firenze. 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 321 



V. 

L'abate fìesolano parlava al giovinetto le pa- 
role di una sapienza, la quale pone mente più agli 
interessi eterni che ai temporali; ma altra parola 
gli sonava più vicina e persuasiva, la quale, pur 
facendo in apparenza prevalere quelli, mirava an- 
che, e forse più, a questi in realtà. La lettera notis- 
sima, che Lorenzo de' Medici scrisse al fìghuolo 
poco prima della partenza di questo per Roma (75), 
acquista significato e valore nuovo da una cir- 
costanza non conosciuta fin qua. JÈ probabile che 
Lorenzo vedesse davvero con timore il figliuolo 
in procinto d'entrare in quella Roma « sentina di 
tutti i mali)), donde, pochi mesi innanzi, uno dei 
porporati di maggiore fama e virtù aveva tentato 
di fuggire, con iscandalo grande, quasi nella corte 
del Vicario di Cristo non vi fosse più modo di vivere 
tranquilla vita ed onesta e di assicurare la sal- 
vezza dell'anima (76). Ma certo l'idea di accompa- 
gnare il giovinetto cardinale con una « monitione 
paterna » gh fu suggerita da un uomo, ch'era d'in- 
gegno scarso, dissoluto, leggiero, ma che, dimo- 
rando in Curia da più anni ed essendo tutto dì a 
fianco del papa, non poteva non avere conosciuto 
le condizioni della Corte romana e il pericolo mag- 
giore per chi vi entrava la prima volta. Al fighuolo 
di papa Lmocenzo Vili, a Franceschetto Cibo, 
non poteva importare molto che fosse preservata 
la virtù del suo giovane cognato, poiché in fatto 
di virtù egli non era scrupoloso davvero; ma assai 
gh importava che il nuovo cardinale non perdesse 
in Roma quel credito, che doveva essere speso 
tutto a beneficio dei Cibo e dei Medici. Egh ve- 

21. — PicoTTi. Leone X. 



322 CAPITOLO T 



deva come il Collegio fosse diviso in fazioni e come 
ciascuna già cercasse di guadagnare il nuovo por- 
porato, il quale, sottomettendosi all'una ò aU' altra, 
si sarebbe confuso con gli aderenti di questa o 
di quella, si sarebbe procacciato nemici, sarebbe 
uscito da quella sua condizione privilegiata d'es- 
sere figliuolo di colui, ch'era il custode della pace 
italica e il consigliere piti fidato del papa. Era 
perciò necessario ammonire il cardinale di starsene 
in guardia, non ascoltare nessuno, neppure tra i 
suoi servitori, che sarebbero presto corrotti da 
que' « satrapi » della Corte, né inchinare a fazione, 
ma, « benigno et gratioso con ogne perscma », stu- 
diarsi di fare una via propria, cercando piuttosto 
d'essere seguito che di seguire (77). 

A questo sopra tutto mira la. lettera di Lorenzo. 
Credo bene — e lo notai più su — ch'egli sia sin- 
cero, quando vuole che mia, a vita... santa, exem- 
plare et honesta » e studi adatti aUa professione ec- 
clesiastica e frequenza ai Sacramenti compensino 
nel giovinetto cardinale il difetto dell'età. Ma è 
troppo evidente com'egH pensi piti a quel che 
Giovanni deve parere che a quel ch'egh dev'es- 
sere. Fugga egh la conversazione dei cattivi «wo% 
solamente per lo fatto in sé, ma per V opinione yy. 
tenga vita modesta, ami più che le gioie e la seta 
« qualche gentilezza di cose antiche et ietti libri et piii 
presto famiglia accostumata et dotta che grande y>; 
usi tuttavia « mediocrità » e non mostri « austerità 
o troppa severità », il quale consigho non md pare 
dato già, come alcuno credette, perchè un pro- 
gramma di vita austera non paresse potersi appfi- 
care ogni giorno, bensì perchè quei modi avrebbero, 
in siffatta società, offeso molti e diminuito cre- 
dito, non accresciuto. Ma Lorenzo chiariva lo 
scopo mondano della lettera sua là, dove, esage- 



NELLO SPLENDORE J>ELLA PORPORA 323, 

rando la gravezza del male, che affliggeva la Corte 
di Roma, non parea vedervi alcun buono, ma 
anzi incitatori e corruttori e invidiosi e al figliuolo 
suggeriva d'imitare i passati, come se tra i viventi 
nessuno meritasse d'essere proposto ad esempio 
e da tutti ad un modo convenisse guardarsi. Così 
Giovanni era tratto davvero, come Francesco 
Cibo aveva suggerito, a farsi parte per se stesso e, 
come giovine e di poca esperienza, doveva, secondo 
il consiglio paterno, rimettersi in tutto al ponte- 
fice, padre (È Franceschetto e amico fedele de' Me- 
dici. E, certo, Lorenzo diceva di avere dato il fi- 
gliuolo « a M. Domenedio et a santa Chiesa »; ma 
tornava a consigliN^di prudenza politica, quando 
gli suggeriva non l'amore disinteressato « di santa 
Chiesa et della Sede apostolica innanzi a tutte le cose 
del mondo », ma lo studio di fare di questo vero o 
supposto amore aben capace ciascuna » e, con a- 
bile, ma artificiosa confusione degl'interessi della 
Chiesa con quelli de' Fiorentini e de' Medici, av- 
vertiva che, facendosi tra quella e questi « buona 
catena », avrebbe potuto « salvare, come si dice, la 
capra e i cavoli ». La lettera di Lorenzo non è perciò, 
come parve aUo Young (78), un documento che 
contraddica al giudizio comune suUa poMtica av- 
veduta e fredda di lui. Essa è bensì una prova che, 
pure in una età, che dovea vedere pontefice Ro- 
drigo Borgia, a tale uomo qual era Lorenzo de' Me- 
dici, la vita onesta e cristiana pareva atta ancora 
a guadagnare a un ecclesiastico, a un alto prelato 
il rispetto e l'estimazione universale, e potrebbe 
quindi essere addotta a provare che il male della 
Chiesa e della società dei credenti non era così 
grave che non si potesse, solo che si fosse voluto, 
sanare. Ma quell'estimazione, e la potenza che ne 
derivava, sono troppo chiaramente la mira prin- 



324 CAPÌTOLO V 



cipale dello scrittore; ed io non credo che con tale 
indirizzo troppo terreno si potesse educare degna- 
mente un cardinale, un futuro pontefice, né che da 
quell'asservimento della religione a interessi mon- 
dani potesse venire a Firenze o ai Medici un vero 
vantaggio. 

Che il cardinale dovesse, nonostante le belle pa- 
role di Lorenzo, servire piuttosto aUa famiglia e 
alla città sua che alla Chiesa, apparisce anche dalla 
compagnia, con la quale il padre volle ch'egh an- 
dasse a Roma. Era in questa, per vero, il generale 
dei Camaldolesi, Piero Dolfìn, uomo, quale un 
contemporaneo lo descrisse, venerando d'aspetto 
così da parere un angelo del cielo, grave di costumi, 
gareggiante in facondia con i più reputati uma- 
nisti di quell'età (79). La vita di lui, esemplare e 
modesta, le alte e franche parole di condanna alle 
commende, alla simonia, alla mondanità pagana 
della cultura e della vita ecclesiastica (80)' lo ren- 
devano degno di essere consigHere di quel por- 
porato giovinetto. Ma il Dolfìn era stato spinto, 
dopo molte riluttanze, dalla Signoria fiorentina e 
da Lorenzo ad accompagnare Giovanni solo a ca- 
gione d'onore, .come gh si era detto dovessero fare 
gh altri prelati del dominio, e rimanergh a fianco 
i pochi giorni ch'egh passasse a Roma. Né presso 
di lui ebbe mai altra quahtà che di servitore osse- 
quioso e fedele; anzi nemmeno gh fu accanto nel 
viaggio, perchè il cardinale, quando gh piaceva ri- 
posare e trattenersi hberamente, si levava lui ed al- 
tri di tomo. E a Roma, sebbene avesse con lui col- 
loqui giornalieri, non abitò nel suo palazzo, ma in 
altra casa, probabilmente nella generahzia dell'Or- 
dine, e godeva così scarsa la confidenza del cardi- 
nale che fin della partenza di lui da Roma, la quale 
pure gh premeva assai per il desiderio grande di 



NBLI^O 8P1.ENDOBE DELLA POKPOKA 325 

ritornare a Firenze, dovette chiedere ai famigliari 
e n'ebbe risposta non vera (81). Perciò, se Gio- 
vanni, fatto pontefice, gli disse di averlo sempre 
tenuto in luogo di padre, conviene pensare che gH 
volesse lenire l'amaro, e pur necessario, dolore di 
vedersi privato, dopo trentatrè anni, dell'ufficio, 
se non del nome, di Generale per lasciar il posto 
ai riformatori dell'Ordine; e non possiamo ad- 
durre quella frase còme prova di una seria efficacia, 
che il Dolfin abbia esercitata sull'animo giovanile 
di lui (82). 

Ma con Giovanni venivano mandati a Roma, 
pltre al Becchi (83), al Michelozzi, al Cambini, al 
Luna, al Bonciani, a ser Stefano, che ne solevano 
formare la corte cardinalizia, altri uomini, cui era 
commesso ■■ di guidarne i passi ancora incerti sulla 
via, per la quale a Lorenzo premeva ch'egli cam- 
minasse. Sotto colore di rinnovare al papa i rin- 
graziamenti, che la città aveva già espressi nel so- 
lenne latino dello Scala, furono posti accanto 
al cardinale due' diplomatici fra i più accorti e de- 
voti ài Medici, Piei^ppo Pandolfrni e Fihppo Va- 
lori (84). « Cuore del magnifico Lorenzo )) e «.primo 
cittadino de la città », come l'aveva chiamato l'ora- 
tore estense Guidoni, uomo dotto ed eloquente, 
politico abiKssimo (85), PierfìHppo era, come pochi 
o fórse niun altro in Firenze, strumento della poh- 
tica di Lorenzo, o fosse necessario farne prevalere 
le vedute nei consigH cittadini, o promuovere nelle 
ambascerie gl'interessi medicei accanto e sopra a 
quelU della RepubbHca, o volesse Lorenzo disto- 
ghere col pretesto del pubblico bene il priore di 
San Marco dall'ardita e nuova predicazione del 
futuro (86), o farsi pregare dai cittadini di dare 
autorità al giovinetto Piero, così che fosse facile 
a questo succedergh nello Stato (87).. Fihppo Va- 



326 CAPITOI-0 V 



lori, il dotto amico e protettore generoso di. Mar- 
silio Ficino, era tra i più giovani diplomatici di 
Firenze; né la scelta di lui era. in tutto felice, per- 
chè a Roma egli tenne poi un: contegno un po' in- 
certo e mal destro (88); ma Lorenzo aveva grande 
fiducia in lui, al quale, e al Cambini, raccomandava, 
il giorno deUa partenza di Giovanni per Roma, 
quando si sentiva già vicino alla; morte, la giovi- 
nezza del figliuolo e il decoro della città (89). 

Con questi adunque e con ben centocinquanta 
persone a cavallo, oltre al fratello Giuliano e al 
cugino Giulio, e con sessantasei some di bagaglio 
di molto prezzo, non come prelato che vada a vi- 
sitare un pontefice,, ma come principe che si rechi 
a corte straniera, Giovanni, de- Medicii il 12 marzo 
1492, parti da Firenze (90). E. fu viaggio di' prin- 
cipe. Lo segui fino a due migha grande folla di 
cittadini. A Siena, dove l'aveva precèduto paaise 
de' suoi, mentr'egli si ricreava un poco a Passi- 
gnanOjgh onori all'ingresso, la sera del 13 j furono 
così grandi che si sarebbe creduto entrasse il 
sommo pontefice: allo stesso Fio II la città divisa 
non aveva fatto accoglienza tanto lieta e concorde. 
Erano chiuse per pubbHco decreto le taverne, per- 
chè nessuno mancasse a riceverlo; il cardinale, 
che in tutto il dominio di Siena fu mantenuto a 
spese della città, ebbe alloggio in vescovado e doni 
d'argenti (91). Restò a: Siena due giorni, mentre 
a Roma volevano ch'egli sollecitasse per essere al 
concistoro del 19 (92); e certo, come il Pandolfini 
e il Valori avevano incarico di conferire con iì Se- 
nesi l'oggetto della loro legazione e offrirsi a ogni 
loro bisogno, così egli dovette adopiarsi a rinsal- 
dare con la Baha e con la fazione dominante dei 
Nove quei rapporti di cordiahtà' e quasi di prx>te- 
zione fiorentina, che Lorenzo accortamente mi- 



NELLO 8PI.END0KE DELLA PORPORA 527 

rava a stringere, precorrendo nell'opera di uni- 
ficazione della Toscana la politica del principato 
mediceo; E, non senza ragione, gli Otto di Pratica, 
ringraziando la Comunità senese de « Z* excessivi 
ter^mini in ogni spetie di honorey> resi al cardinale 
e agli oratori, mettevano, in rilievo come il vincolo 
della « amicitia et confederatione » dei Fiorentini e 
dei Senesi fosse indissolubile, e i familiari del car- 
dinale pubblicavano poi in Roma le accoglienze 
fattegli in Siena (93): poiché, nel rompersi dell'an- 
tico equilibrio d'Italia, cHe la riconciliazione del 
papa con Napoli e le pratiche del Moro con la 
Francia andavano preparando, era assai oppor- 
tuno che Lorenzo de' Medici apparisse non solo 
signore di Firenze, ma arbitro dell'intiera Toscana. 
Né credo fosse diverso il motivo, per cui Lo- 
renzo voUe, nonostante le prime ritrosie del pon- 
tefice memore della guerra dèi baroni e dell'affare 
di Ascoli^ che il figHuolo accettasse, deviando a 
posta dal suo cammino, l'ospitaUtà degU Orsini. 
Perché, se la parentela di' questa casa^^ con i Me- 
dici, l'amicizia con la repubblica fiorentina, l'an- 
tico vincolo, indeboHto ma non infranto, del guel- 
fismo^ potevano giustificare le dimostrazioni re- 
ciproche d'intimità, queste giovavano nel pensiero 
di Lorenzo a mostrare quanto egli ed il nuovo 
cardinale potessero per. quella via e nel regno, 
dove Virginio era soldato di Ferrante, e a Roma, 
dove gh Orsini i padroni di molti castelli intorno 
alla città e in questa di palazzi fortissimi, avevano 
sempre grande e minacciosa autorità e grandissima 
ne potevano acquistare durante un conclave (94). 
Gli Orsini accolsero dapprima il cardinale a San 
Lorenzo aUe Grotte e ve lo trattennero uii giorno, 
sebbene Franceschetto Cibo già lo attendesse a 
Viterbo: poi altri di quella famigfia e uno de' Sa- 



328 CAPITOLO V 



velli gli si fecero incontro con buona comitiva a 
piedi e a cavallo presso questa terra, dov'egli fu 
ricevuto « con grandissimo trionfo et festa » dal 
Cibo e dai governatori; e il dì seguente lo condus- 
sero a Bracciano, castello di Virginio, il quale, ve- 
nutogli innanzi ad otto miglia, l'ospitò con regio 
apparato due giorni (95). E accompagnato da molti 
degli Orsiai, non da Virginio, che, per il suo grado 
e per non dare ombra al papa, ritenne piti conve- 
niente rimanere, il giovine cardinale entrò la sera 
del 22 marzo, a ore ventidue, per la Porta del Po- 
polo in Roma, 



VI. 

L'accogKenza, che fu fatta qui, mostrò in quale 
conto fosse tenuto in Curia Lorenzo de' Medici (96). 
Per verità, nessimo dei cardinali era andato ad in- 
contrare il nuovo collega: Giovanni Burckard, il 
duro cerimoniere tedesco, era riuscito questa volta 
a persuadere il papa che quel ricevimento, usato 
alcuna volta negH ultimi tempi, era contro il de- 
coro del Collegio e le consuetudini lodevoH del 
passato; e, sebbene l'Orsini per la parentela è A- 
scanio Sforza per ostentazione d'amicizia rilut- 
tassero, avevano finito anch'essi col promettere di 
ubbidire (97). Ma, quando il Burckard disse al 
papa che neppure era consueto che le famiglie dei 
cardiaah e gli ambasciatori incontrassero un car- 
dinale nuovo, si sentì rispondere seccamente che, 
se non era consueto, egh però voleva si facesse e 
avrebbe reso a Giovanni altri onori anche più 
grande. Così, quantunque la pioggia guastasse un 
poco il « gran trizimpJio », che l'oratore estense ave- 
va già veduto preparare (98), erano tuttavia all'in- 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPOKA 329 



gresso Franceschettò Cibo, che da Viterbo era tor- 
nato a Roma, Domenico Doria,- capitano della guar- 
dia del palazzo, e tutti gli altri parenti e familiari 
del papa, Niccolò Orsini conte di Pitigliano, capita- 
no generale della Chiesa, e molti altri condottieri e 
tutti i baroni dello stato papale fuor dei Colonna, 
ch'erano rimasti nei loro castelli, certo per ripu- 
gnanza a frammischiarsi con gli Orsini. E anche 
v'erano le f amighe dei cardinali e la maggior parte 
de' Fiorentini, riccamente vestiti, con robe di raso 
paonazzo e mantelH rosati (99), come sudditi che 
si facessero innanzi al fìghuolo del loro sovrano, 
e, con alcuni degh oratori stranieri, tutti gH ita- 
hani, la cui presenza spontanea e non sohta faceva 
parere stretta l'Itaha tutta quanta intomo a Lo- 
renzo de' Medici (100). 

• Discese il cardinale, con una veste color rosa 
secca, il cappuccio e il cappello cardinalizio, a 
Santa Maria del Popolo, com'era costume, e vi 
fu onorato assai in quella sera e regalato lar- 
gamente, anche se forse un poco puerilmente, di 
confetture e di dolci da un vecchio cardinale, fra 
i piti autorevoU, e, pareva, fra i più vicini al papato, 
Giorgio Costa cardinale di Lisbona, il quale, pas- 
sando la quaresima per riposarsi in quel convento, 
era voluto rimanere a far compagnia al giovine col- 
lega, ristringendosi anche assai per dar posto a 
lui e alla sua compagnia. Ma qui l'attendeva anche 
un visitatore non gradevole, il maestro di ceri- 
monie Giovanni Burckard, al quale il papa, non 
essendo senza timore sul contegno del giovinetto, 
aveva commesso con grande sollecitudine di am- 
maestrarlo nelle cerimonie rituah e in tutto quello 
ch'egh aveva a dire e a fare in quel primo suo in- 
gresso. E parrebbe che l'opera di Iacopo da Volterra 
non fosse, in questa parte, stata vana, poiché l'o- 



330 CAPITOLO V 



ratore Alamanni ci assicura che i cerimonieri tro- 
varono il Medici già istruito cosi bene da superare 
molti cardinali vecchi: in ogni modo' egli dovette 
rimanere fino a notte, certo con noij. molto piacere, 
« a Ze maniyi del Burckard, che gli fece ampliare sul 
capo la corona rasa e lo istruì delle riverenze e del 
resto del cerimoniale. Ed anche altre visite ebbe 
Giovanni in quella sera, fra le quali una del ve- 
scovo di Sutri, in nome del vicecancelliere Rodrigo 
Borgia, il quale voleva, come Ascanio Sfòrza, ricor- 
dare in modo gentile la grande parte avuta da lui 
nel conferimento dell'alta dignità (101). E al Tor- 
nabuoni, ch'era presente al* colloquio, parve che il 
giovineWx), forse prima,, come accade, un po' duro 
e angoloso^ sapesse già addestrarsi alle nuove 
schermaghe cortigianesche e ripagare le dimostra- 
zioni d'ossequio con uguale moneta (102). 

La mattina seguente, vennero tutti i cardinah 
a levarlo, secondo il costume, da Santa Maria del 
Popolo, ed erano con loro presso che tutta la Corte 
e molti prelati e baroni e gli oratori e i mercanti 
della nazione fiorentina^, i quali tutti lo accompa- 
gnarono al- concistoroi che il pontefice aveva j. con- 
tro il costume dei venerdì di quaresima, convocato 
a posta per non tardare troppo a. riceverlo (103). 
L'accoghenza fu onorevole assai, anche se non 
uscì, come il papa sembrava da prima volere, 
dalle abitudini consuete e parve all'oratore man- 
tovano fatta « con moderata pompa)), forse perchè 
egh aveva l'am'mo un po' amaro, avendo sperato 
invano di vedere cardinale in quel giorno il proto- 
notario Gonzaga (104).. Il concistoro^ che fu te- 
nuto nell'aula ducale, era già cominciatoj secondo 
il costume, prima che Giovanni de' Medici entrasse, 
e stava; parlando un avvocato concistoriale, che 
tacque, appena egh fu introdotto dai cardinah 



NELLO SPIiENDOKE OELIiA PORPORA . 331 

diaconi più; anziani^ Ficcolomini e Riario. Gio- 
vanni baciò in ginocchio il piede e la mano del 
papa,, il; quale « oon grandissima' dimostratione d'a- 
more et aUegreza » lo fece alzare al bacio del volto; 
e fu baciato por dai cardinali e condotto al suo 
luogo, ch'era, l'ultimo, dopo quello di Ascanio 
Sforza,. Finito il discoiso dell'avvocato, il cardi- 
nale presentò la. sua famiglia al pontefice, al quale 
parve che piacesse : in; quel primo giorno, tuttavia, 
egli non disse quasi parola. Lo accompagnarono 
poi tuttì-i i cardinali e lsb> GJorte e grandissima, comi- 
tiva fino, al; suo palazzo, sotto una pioggia che ca- 
deva a torrenti e non: pure immollò;- ma' quasi som- 
merse il; nuovo cardinale' e il; corteo^ la quale piog- 
gia i! Dolfìn. trasse a mistico^ senso, come presagio 
del fiume di eloquenza, che' sarebbe uscito dalle 
labbra del cardinale, quando Iddio lo avesse riem- 
pito dello: spirito- d^intelletto;: ma> con altrettanta 
ragione uni ignoto strimpellatore, che non è certo, 
come: altri pensò, l'elegante Poliziano, voUe vedere 
in. quel rovescio;. che accompagnò tutti i primi atti 
della^ vita cardinalizia di Giovanni, un presagio 
della vicina morte del padre (105). 

La casa di Giovanni era- in uno dei. luoghi più 
centrali' e animati' della città, assai opportuno a 
mettere in vista il figfiuolo di Lorenzo de' Medici. 
Il Campofiore era infatti sulla via, per la quale 
soleva procedere il corteo papale, sia ehe dal Vati- 
cano si' recasse al Laterano, o a. Santa Maria Mag- 
giore,, o a San Marco,, e passavano oratori e prin- 
cipi,, i quali dalla Porta del Popolo o da Porta Asi- 
nara (Lateranense) andassero al palazzo papale, o 
entrassero in. Roma da quella Porta: del Verziere, 
dalla quale si veniva diritti nel Campo. E qui' erano 
le locande più repute,te di; Roma; la Campana, il 
Sole, Sant'Angelo j la Scala, la Vacca; qui banchi 



332 CAPITO I:.0 V 



e botteghe,' qui si raccoglievano, preannunziando 
già le non lontane pasquinate, « zanze. et hosie », che 
Gentile Becchi rammenta appunto coinè « ragiona- 
menti di Campo di Fiore-». 'È, se il giovine cardi- 
nale fosse rimasto in quella sua casa qualche tempo, 
non gli poteva mancare occasione di veder par^ 
tire dal Campo le corse degli asini o d^i blif ah, dei 
giovani o degli Ebrei, o di veder alzare proprio 
di fronte alla sua casa, spettacolo diverso e pure 
al volgo ugualmente gradito, una forca od un 
rogo (106). Quella casa però non era di Giovanni, 
il quale non possedeva in Roma un palazzo pro- 
prio (107), né, dovendovi soggiornare brevemente, 
pensò ad acquistarlo o-fabbricarlo. Egh era anche 
qui ospite degh Orsini, perchè il palazzo dell'orolo- 
gio a Campofiore, fabbricato già dal cardinale Con- 
duhner, apparteneva a Virginio, che, appena due 
mesi innanzi, l'aveva offerto a' Lorenzo. E, seb^ 
bene vi fosse stata ospitata splendidamente Cate- 
rina Sforza nel 1477 e, nove anni dopo, gli oratori 
di Spagna e vi fosse dimorato -per qualche tempo 
il cardinale di Eoix, esso era tuttavia in disordine 
assai (108). Nofri Tornabuoni s'era adoperato à 
rassettarlo e provvederlo di tappezzerie; e v'erano 
ricchi panni di rascia sulle pareti e sui letti, sedie 
di broccato, di velluto, di cuoio rosso, e le tavole 
erano coperte di tappeti, cosi che al Dolfìn quella 
casa parve adorna a somiglianza di un tempio (109). 
E, se tra le sessantasei some di bàgagho, che Gio- 
vanni aveva portate con sé, v'erano gh argenti 
regalati dalla Signoria, non si poteva dire che l'ap- 
parato fosse indecoroso. Ma certo il vecchio pa- 
lazzo baronàie non era così ricco ed ornato, così 
opportuno a larghezza ospitale, a protezione di 
cultura, a spionaggio, com'era la casa che il Cor- 
tesi didse poi adatta a un cardinale (110), com'erano 



NELLO SPLENDOBE DELLA PORPOKA 333 

le dimore principesche di Giuliano della Rovere 
a' Santi Apostoli, di Ascanio a Piazza Navona, di 
Domenico della Rovere a Scossacavalli, o quella 
che Raffaele Riario s'andava costruendo regal- 
mente col male guadagnato danaro, presso quello 
stesso Campofiore. E ne venne: biasimo a Lorenzo 
da quelli, ai quah non isf uggiva occasione di ma- 
Hgnare (111); ma egli forse l'aveva fatto a posta, 
perchè il figHuolo non paresse voler gareggiare 
con i più ricchi prelati di Curia, essendosi egh pre- 
fìsso, per non offendere, di stare piuttosto « di qua 
dal moderato che di là ». 

Ricca era invece la corte. Perchè, sebbene 
Lorenzo avesse scritto al fìghuolo ch'essa do- 
veva essere ii'pi'k 'presto... ordinata et polita che 
ricca e pomposa », aveva riconosciuto che, in quel 
primo tempo e non trattandosi che di un breve 
viaggio Sb Roma, non era possibile ridurla al ter- 
mine che a lui pareva conveniente. Così essa era 
tale che Stefano da Castrocaro, nuovo alla Corte, 
diceva, dopo qualche giorno di dimora a Roma, 
non averne veduto fin allora una più bella o 
megho ad ordine, e il vescovo di Rimini le dava 
lode come (^ de numero conveniente, de apparentia, 
aspecto et hornato honestissinia )y, gli Orsini poi 
spontaneamente accrescevano decoro al cardinale, 
accompagnandolo assai aiene a ordine-a, dovun- 
que egh andasse, e mostrandosi in questo, essi 
che nell'altre cose erano tanto spesso divisi, uni- 
tissimi (112). 

I primi giorni della dimora di Giovanni a Roma 
furono occupati da cerimonie. Già egH comin- 
ciava ad apparire alle funzioni papali: il 25 marzo, 
per volére del papa e contro il costume, non' a- 
vendo ancora fatto le visite, assistette alla^'cap- 
pella pontificale a Santa Maria sopra Minerva, 



334 CAPITOLO V 



alla quale il papa era andato con tre anila ca- 
valli, xihétUssima cerimonia et spectaculo y>, come 
riferiva «con mn po' di maraviglia quasi da pro- 
vinciale ^ser Stefano (113). H giorno dopo, fu a 
concistoro^ aiel quale, secondo il rito, gli fu chiusa 
la bocca; il 1° d'aprile, ch'era la domenica Lae- 
tare, non venne a tempo per la benedizione della 
rosa, che fu inviata quell'anno al duca Alberto 
di Sassonia, ana assistette alla Messa e al sermone 
recitato da quel Graziano da ^iUanova, procura- 
tore dei Carmelitani, ch'ebbe sotto il pontificato 
di Alessandro VI cosi delicate missioni. -Già in 
quelle cerimonie i curiosi potevano osservare quale 
fosse il contegno del giovanissimo porporato e, 
nell'offerta ai confratelli della Santissima Annun- 
ziata, il Burckard :notò con piacere, pensando 
forse aUe sue provvisioni cEuture, come l'offerta 
di lui fosse una delle più larghe, di ben nove du- 
cati, appena 'inferiore a quella del ricchissimo ca- 
merlengo, superiore a quella di Ascanio-(llé). 

Ma le altre quahtà sue e il decoro nel conver- 
sare e la prudenza me^Mo potevano essere vedute 
nelle visite, ch'erano imposte dalUa consuetu- 
dine ai eardinah novamente ereati. Esse dece- 
vano cominciare dal papa; e questa non fu vi- 
sita di pura forma. Già il 24 imarzo, ricevendo 
il Pandolfìoi e il Valori, che si presentavano a 
lui per la prima volta, e l'Alamanni, iche veniva 
a pigliare congedo, Innocenzo Vili aveva ac- 
colto molto amorevolmente i ringraziamenti dei 
Fiorentini, dicendo che di questa città egli fa- 
ceva tanta stima quanta di cosa sua e che :Suo 
era il cardinale, a cui, dopo avere udito ciascuna 
volta dagh oratori il -parere di Lorenzo, egH avreb- 
be ordinato il modo di i( conservarsi amico di 
tutti et camminare per la ma buona )> (li&). E il 



NELLO SPLENDORE DELLA POBPOBA 335 

giorno seguente, sebbene non istesse molto bene, 
dette a Giovamii la prima udienza e gli parlò 
a tanto amorevolmente, quanio è 'possibile ìi^, ricor- 
dandogli e confortandolo di «/are qualche cosa in 
queste visitationi de' cardinali», la qual cosa nul- 
r altro poteva essere che cercar di conciliare l'a- 
nimo di ciascuno a sé, a Lorenzo ed al papa (116). 
Cosi l'amicizia de' Medici sarebbe stata anche ima 
volta quasi centro, intomo al quale si raccoglies- 
sero le forze ormai discordanti e pronte a conflitto 
mortale. E pareva davvero che il giovinetto, il 
quale si era proposto di far onore a Lorenzo, si 
studiasse di raggiungere quello scopo. Rodrigo 
Borgia ed Ascanio, che, negli ultimi tempi, dopo 
la riconciHazione fra il papa e NapoH e l'affare del 
MaUeacense, si potevano ritenere un po' più freddi 
con i Medici, il cardinale d' Alena e quel di Parma, 
ch'erano di parte sforzesca, quello di Sant'Ana- 
stasia, che pure biasimava fieramente l'accordo del 
papa con gli Aragonesi, furono visitati fra i primi: 
e fin dal secondo giorno fu Raffaele Riario, il cui 
nome poteva destare ancora non graditi ricordi. 
Al cardinale di San Pietro in VincoU e al veneziano 
Michiel, che erano nel Collegio i più fieri avversari 
degh Sforza e del Borgia, tardò alcun poco la vi- 
sita per una indisposizione sopravvenuta a Gio- 
vanni per l'eccessiva fatica, si disse, o forse più 
veramente per l'intemperanza nel cibo; ma in 
compenso egh rese ad essi, come al vecchio cardi- 
nale di Lisbona, ch'era di loro fazione, e allo Zeno, 
che era stato fra i più ritrosi a consentirgM il cap- 
pello, più grande e non doverosa dimostrazione 
di onore, tornando a visitarli dopo esser stato una 
prima volta senz'averh trovati. Ed ebbe da cia- 
scuno testimonianze d'affetto, che sembravano 
sincere, perchè, se lo Sforza, il Pallavicini ed il 



336 CAPITOLO V 



Costa gli parvero nei primi giorni aver superato 
gli altri nell'usargli « le piò, cordiali et efficace parole 
del mondo », nel restituire la visita furono primi 
Giuliano e il Michiel, quasi a testimonianza di 
speciale gratitudine per la spontanea cortesia, il 
Fregoso, ch'era anche, di loro parte, e, come Geno- 
vese, non amico di un Fiorentino, e il Colonna, av- 
versario di quegli Orsini, dai quaH il cardinale era 
cinto; né la pioggia trattenne il Piccolomini, il 
Carafa e il Borgia, ch'erano tre de' più. autorevoh 
del Collegio, dal f argh una visita, nella quale si 
trattennero con lui, tutti insieme, per ben due ore. 
Alle visite poi dei cardinali si aggiunsero molt'altre, 
certo quelle che sono dette ora di calore; e, per 
il credito de' Medici a Roma e in Itaha e forse per 
la curiosità di vedere come si portasse quel giovi- 
netto, furono cosi numerose che già dai primi 
giorni ser Stefano diceva che 4I cardinale era op- 
presso « dalla frequeniia et concorso delle genti » e 
si meravigliava che non ne mostrasse ancora stan- 
chezza, mentre i famihari, solamente a vederle, 
erano stracchi (117). 

Così, a buona ragione, Nofri Tornabuoni aveva 
scritto che non ricordava aU'età sua fosse ve- 
nuto a Roma un cardinale con tanto favore, né 
con tanta aspettazione di tutta la città, quant'era 
per il cardinale de' Medici, « a la barba di chi ne 
jussi malcontento)), e il PandoMni e il Valori scrive- 
vano agh Otto che Giovanni era « venuto con gran- 
dissima expettatione et gratia di tutta la Corte)) {US). 
Ma a questa attesa come rispose il cardinale gio- 
vinetto? Se noi potessimo prestar fede soltanto 
alle testimonianze degh oratori fiorentini o dei 
famighari di Giovanni, alle quaH attinsero i vecchi 
e i nuovi panegiristi, non avremmo per lui che 
parole di lode. GH oratori scrivevano agh Otto, 




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336 CAPITOLO T 



Costa gli parvero nei primi giorni aver superato 
gli altri nell'usargli « le piò, cordiali et efficace parole 
del mondo », nel restituire la visita furono primi 
Giuliano e il Michiel, quasi a testimonianza di 
speciale gratitudine per la spontanea cortesia, il 
Fregoso, ch'era anche, di loro parte, e, come Geno- 
vese, non amico di un Fiorentino, e il Colonna, av- 
versario di quegh Orsini, dai quah il cardinale era 
cinto; né la pioggia trattenne il Piccolomini, il 
Carafa e il Borgia, ch'erano tre de' più autorevoli 
del Collegio, dal fargli una visita, nella quale si 
trattennero con lui, tutti insieme, per ben due ore. 
AUe visite poi dei cardinali si aggiunsero molt' altre, 
certo queUe che sono dette ora di calore; e, per 
il credito de' Medici a Roma e in Itaha e forse per 
la curiosità di vedere come si portasse quel giovi- 
netto, furono cosi numerose che già dai primi 
giorni ser Stefano diceva che il cardinale era op- 
presso « dalla frequeniia et concorso delle genti » e 
si meravigliava che non ne mostrasse ancora stan- 
chezza, mentre i familiari, solamente a vederle, 
erano stracchi (117). 

Così, a buona ragione, Nofri Tomabuoni aveva 
scritto che non ricordava all'età sua fosse ve- 
nuto a Roma un cardinale con tanto favore, né 
con tanta aspettazione di tutta la città, quant'era 
per il cardinale de' Medici, « a la barba di chi ne 
fussi malcontento :iì, e il Pandolfini e il Valori scrive- 
vano agh Otto che Giovanni era « venuto con gran- 
dissima expettatione et gratia di tutta la Corie» (118). 
Ma a questa attesa come rispose il cardinale gio- 
vinetto ? Se noi potessimo prestar fede soltanto 
alle testimonianze degli oratori fiorentini o dei 
famighari di Giovanni, alle quah attinsero i vecchi 
e i nuovi panegiristi, non avremmo per lui che 
parole di lode. Gh oratori scrivevano agh Otto, 




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NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 337 



fin dal primo giorno dell'arrivo à Roma, che 
il cardinale aveva, quanto alla statura, alla pre- 
senza, alla gravità dei modi sodisfatto assai, 
e soggiungevano, dopo la prima accoglienza in 
concistoro, ch'egli aveva « superato grandemente 
la opinione et expettatione che era di lui » e che il 
papa, Hetissimo per i segni che vedeva nel gio- 
vinetto e per quello che già gliene dicevano i car- 
dinaU, si riprometteva che l'esaltazione di lui sa- 
rebbe a singolare memoria del pontefice, a cui era 
dovuta, e gh procurerebbe la riconoscenza del 
Collegio; alle quah parole, con fina adulazione, gli 
Otto rispondevano non intendere cosa nuova per 
aver essi già a Firenze veduto ampiamente il con- 
tegno decoroso del cardinale, che in tutto conve- 
niva alla dignità sua. Piti largamente, com'è natu- 
rale, scriveva l'Alamanni a Lorenzo che, per met- 
tere in buona estimazione il cardinale prima della 
sua venuta, ne aveva detto così bene da temer 
quasi di parere all'atto un bugiardo, e tale .era 
sembrato davvero, ma perchè Giovanni era riu- 
scito molto meglio ch'egli non avesse già fatto in- 
tendere, e il papa e tutto il palazzo ne discorre- 
vano a una voce. E il vescovo di Rimini dice che 
Giovanni era comparso maggiore di persona che 
non s'aspettassero; e il Dolfin scrive al priore degh 
AngeU che molti a Roma, avendo forse la fama esa- 
gerato, come avviene, la giovinezza del cardinale, 
s'erano attesi di vedere un fanciuUetto, ed erano 
ora meravighati non tanto della presenza quanto 
della gravità del costume, dell'acconcio parlare, 
del decoro nel compiere le cerimonie sacre: l' affa- 
bilità poi aveva lo stesso Dolfin il modo di speri- 
mentare ogni giorno (119). 

Ma per altra via ci vengono ben diverse voci. 
Se uno Zaccaria Zambotto, ch'era probabihnente 

22. • — PicoTTi, Leone X. 



338 CAPITOLO V 



nel seguito d'Ercole d'Este a Roma, scriveva aUa 
duqhessa di Ferrara, il 1° di maggio, che si ragio- 
nava, se Innocenzo Vili morisse, di creare papa 
Giovanni de' Medici « per la dona presentia che ha 
soa reverendissima Signoria », penso ch'egli uscisse 
n cosi strano discorso per ischerzo, o forse per 
ironia, perchè quel ch'egH aveva detto prima sulla 
somighanza del cardinale « si de eflgia corno de co- 
stumi » con non so quale Mattello deUa Corte del 
duca, non mostra davvero troppa stima di lui (120). 
Finché però vivevano Lorenzo ed il papa, non si 
osava forse dire male scopertamente di Giovanni, 
troppo caro all'uno ed all'altro. Ma, più tardi, Gio- 
vanni Andrea Boccaccio scriverà al duca di Fer- 
rara che il Medici « quando venne a Roma, certa- 
mente il monstrava .xvr. anni; adhucretinebatsensus 
pueriles»; e raccomanderà che si provveda, perchè 
il giovine IppoHto non incorra « in li errori de SoU- 
citat » (la parola cifrata nasconde il nome del car- 
dinale de' Medici), del quale il duca « non potria 
credere la trista reussita: in derisione venit, et forse 
per li tristi ministri aut per defedo del naturale ». E, 
di nuovo, pochi giorni dopo: « Questa nostra Corte 
sindica ogni homo propter universum concursum 
gentium. Ho visto a li miei giorni molti cardinali 
novi et vechi: cum primum transgrediuntur, illieo 
sono notati et persevera la nota usque in finem: come 
è hora de Solicitat, non potria essere piU Frisia» (121). 
Vere quelle prime testimonianze o quest'ultime? 
Né le une, né le altre, probabilmente; perché, se 
queste non si possono accettare senza riserva, es- 
sendo allora fredda la Corte estense con i Medici, 
quelle sentono troppo di adulazione; e lo stesso 
ser Stefano, che faceva con Lorenzo elogi grandi 
del fighuolo, sentiva poco dopo il bisogno di sol- 
lecitare Piero che confortasse il cardinale ad acco- 
modarsi al vivere degh altri, a non vegUare assai 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 339 

la sera per essere presto la mattina com'era ne- 
cessario, e diceva di non iscrivere questo senza 
cagione (122); piccolo, ma non trascm'abile indizio 
che la vita di Giovanni a Roma non rispondesse 
a quello che il suo grado esigeva. 

E tuttavia Lorenzo voleva che quel giovinetto 
non tenesse il cappello cardinalizio solo a decoro 
della sua persona e della famigHa, ma che eserci- 
tasse davvero un'azione politica. Perciò erano co- 
municate al cardinale tutte le notizie, che giunge- 
vano da varie parti a Firenze, ed egh ne doveva 
trattare col papa, insieme con gh oratori fiorentini, 
regolando il dire o il tacere di costoro, corae gh pa- 
resse meglio. Da Lione Cosimo Sassetti avvertiva 
che il re avrebbe mandato Perron de' Baschi in 
ItaHa per impedire la investitura papale a Ferran- 
dino (È Capua e minacciare la calata, cercando an- 
che aiuti dai Veneziani; da Napoli ser Niccolò Mi- 
chelozzi scriveva essere giunta notizia che Lodo- 
vico sospettava di maneggi secreti del re Ferrante 
a suo danno; si discorreva della dispensa chiesta 
dal re di Francia per il matrimonio con Anna di 
Bretagna, alla quale dispensa repugnava il re de' 
Romani Massimihano, che tuttavia faceva da Nic- 
colò di Cesare, mercante fiorentino e suo agente 
segreto, sollecitare il papa a promuovere accordo 
fra lui e Carlo VITI, sotto colore della crociata. 
Gravi cose e tali che ne poteva uscire la salvezza 
o la rovina d'Italia. E il papa mostrava di pren- 
derle aUa leggiera: dispiacergli il sospetto di Lodo- 
vico, sapere tuttavia che Ferrante era disposto a 
usare con lui « unguenti dolci », conf ortarvelo egli 
assai, perchè non voleva « che in Italia seguissi 
scandalo o novità alchuna di natura che Ultramon- 
tani potessino fare disegno di passare in Italia))', 
quanto aUa venuta di Perron, diceva che i Vene- 
ziani non attenderebbero a taH pratiche, che gh 



340 CAPITOLÒ V 



oratori francesi erano stati pazienti alle ragioni, 
ch'egli aveva addotte per giustificare l'investi- 
tura, che, ad ogni modo, se Ferrante stava bene 
con lui, egli l'avrebbe difeso, ne quindi era da te- 
mere. E sulla dispensa per il matrimonio si pro- 
poneva di temporeggiare quanto potesse, ma in 
ultimo contentare il re di Francia, la casa del 
quale era antica difenditriee della Chiesa, e anche 
diceva di essere disposto a lavorare per la pace 
tra quel re e Massimiliano, purché costui mostrasse 
di averlo caro. Il cardinale e gli oratori suggeri- 
vano al papa, come voleva Lorenzo, che cercasse 
di mantenere la pace, e anche, intrecciando alle 
pratiche grandi altre meiio importanti e onorevoU, 
ma fruttuose ai Cibo ed ai Medici, si proponevano 
di sollecitare il papa, che in quegli ultimi giorni 
di marzo e nei primi di aprile era malato pericolo- 
samente, a favorire, piti che non avesse fatto sin 
allora, Franceschetto, che, impaurito per la preve- 
duta morte del padre, cercava fin di trarre a Roma 
Lorenzo, perchè lo aiutasse (123). 

Ma in così dehcati intrighi poteva riuscir bene 
quel sedicenne, che alla vita pohtica non aveva 
ricevuto alcuna preparazione seria e da troppi 
anni viveva lontano dal padre, ne era perciò am- 
maestrato da lui abbastanza nella sottile e non 
sempre onesta sua arte? Certo, Lorenzo pensava 
che, megho dei consigh degh oratori fiorentini, i 
quah nella Curia, per rispetto alla dignità cardi- 
nalizia, dovevano, almeno nell'apparenza, piut- 
tosto lasciarsi dirigere, da Giovanni che dirigerlo, 
valessero a guidare il fighuolo gh ordini, che gli 
avrebbe mandati da Firenze egH stesso o gU avreb- 
be fatti dare dal papa (124). Ma Giovanni moveva 
appena i primi passi sulla difficile via, quando la 
guida gh venne a mancare. 



NELLO SPLENDaRE DELLA PORPORA 341 



NOTE AL CAPITOLO V. 



(1) Lanf redini a Lorenzo, 28 aprile 1489: LVIII, 122. 

(2) Il Generale dei Servi (Antonio Alabante) a Lorenzo, 
15 marzo 1489: XLI, 82. 

(3) Vedi la lettera del Lanf redini, citata, e una del 26 
giugno 1489, LVIII, 127-28; e cf. le lettere di Lorenzo a lui 
del 4 aprile e 5 maggio 1489: LI, 588-89. e 608-9. 

(4) Cf. le lettere di Lorenzo dell'll marzo 1489 (LIX, 
142; qui App. II, doc. XV), di G. A. d'Arezzo del 14 marzo 
1488-89 (XL, 241; Del Lungo, Florentia, 427, n. 1), del 
Lanfredini, 24 febbraio 1488-89 (XL, 227). 

(5) Lettera e poscritto di Lorenzo, 23 marzo, e lettera 
del 25 aprile (LI, 575, 568, 600-1); lettera del Lanfredini, 28 
aprile, citata; di Gentile Becchi a Lorenzo, 5 maggio 1489 
(XXVI, 524). Il Becchi, non isperando che fosse accolto ir suo 
consiglio di non f «ime nulla, suggeriva il modo per tener 
quanto più si potesse il segreto, della qual cosa tuttavia du- 
bitava forte. 

(6) Cf. le lettere del Lanfredini del luglio 1489 (special- 
mente LVIII, 139-40) e Pastob, III, 209. 

(7) Il Lanfredini, in una lettera deUo stesso giorno, an- 
nunziava a Lorenzo la doppia creazione, come una voce 
diHusa in Curia, la smentiva sulla fine della lettera, ma in 
un polizzino la riconfermava con sicurezza (LVIII,- 130 
e 134 bis). E veramente anche gli atti concistoriali (AV., 
Acta misceli., 3, foL 1; cf. Burckabdi Liber, ed. Celani, 
p. 252, n. 5) riportano a quel giorno la creazione del patriarca. 

(8) Sull'affare del Landò cf. ASV., Oons. dei X, Misti, 
24, cart. 65 a-b) e suUe voci correnti a Venezia quanto alla 
creazione del Dolfin, vedi due lettere di questo che sì prote- 
stava però indegno di quell'onore (ed. 1524, II, 24 e 28). 

(9) La boUa, la quale comprendeva i nomi di ambedue i 
creati, fu scritta, per cura di Ascanio Sforza, da Niccolò da 
Castello che postillò quella di Giovanni de' Medici, e firmata 
dal papa e dalla maggior parte dei cardinali. Il papa la tenne 
im anno in mano sua, quindi parve smarrita, ma la trasse 
fuori, dopo la morte di Innocenzo, il cardinale di Benevento 



342 NOTE Ali CAPITOLO V 



(cf. le lettere dì Ascanio Sforza e Stefano Taverna, 8 e 22 
febbraio 1492, citate); una deliberazione del Consiglio dei 
Dieci del 2 agosto 1492 e \ma lettera segreta del Collegio di 
Venezia al cardinale, 10 agosto 1492 (ASV., Cons. X, Misti, 
25, 113 a; Coli. IV Secr., Lettere, 1486-89, f». I, n. 372; cf. 
anche 373). 

(10) Dopo la creazione del 9 marzo, i Veneziani, invitati dal 
papa a proporre, in luogo del Landò, che egli diceva non ac- 
cetto al Sacro Collegio, altri due personaggi, o a lasciarlo addi- 
rittvira libero nella scelta avevano accòlto il secondo partito 
(cf. Sen. Secr., XXXIV, 1489-93, fol. 2 6, al 16 marzo 1489, 
e Cons. X, Misti, 25, 77 6-78 a, al 28 febbraio 1491-92). Quando 
una lettera dell'oratore e un breve del papa (3 e 5 luglio 1489) 
anntmciarono ai Dieci, in gran segreto, la creazione del Ge- 
rardo, questi mostrarono di rallegrarsene {Misti, 24, 84 6, 
al 13 luglio); ma la cura stessa con la quale tennero nascosta 
la nomina, mentre della scomunica non avevano molta 
paura, e le parole, ch'essi scrissero più tardi al papa, lamen- 
tando che la t decrepita... etaden del patriarca non rispon- 
desse « aUa summa integrità soa» (delib. del 28 febbraio 1491- 
92, citata), dimostrano i veri sentimenti della Signoria. Il 
Gteraxdo aveva allora 84 ajini (MittabeIiLI, VII, 341); ma lo 
dicevano più che novantenne (cf . iNFEsstrRA, 279). E il Landò, 
il quale mostrava di credere che l'indugio della pubblica- 
zione fosse dovuto al grande afietto del pontefice per lui, 
mordeva la debolezza di quel vecchio: « Caput enini langui- 
dum morbo seniU confecium et in stia carne premortuum vix 
consistens ah annis pluribits creditum sibi gregem humeris sui 
vicarii dereliquitn (lettera al papa, del 1° dicembre 1489: 
Marc. Lat. X. 174, car. 122 [92]. 

(11) Cf. specialmente le lettere di Piero Alamanni del 9 . 
febbraio 1490-91 e del 18 maggio 1491: LII, 187 e 157. Asca- 
nio stesso, del resto, non sapeva negare che egli fosse « de 
condicione aliena da questa dignità » e adduceva il proprio 
esempio per fare sperare che muterebbe (lett. del Taverna, 
22 febbraio 1492, citata). 

(12) L'ultima frase è in una lettera del Lanfredini, 13 ot- 
tobre 1489: LVm, 182. Sull'appello del -re al conciUo cf. 
Lanfredini, 12 agosto 1489 (LVHI, 155). 

(13) L'oratore fiorentino Pandolfini diceva che, in fondo, 
Ascanio non desiderava troppo la pubblicazione del Mallea- 
cense, ma aveva tanta paura di Lodovico da sforzare la 
sua natura per soddisfarlo (14 ottobre 1490: LIII, 87). 

(14) Cf. le lettere del Pandolfini a Lorenzo, 14 ottobre 
e 11 dicembre 1490: Lin, 68 e 93. 



NKI-IiO SPLENDORE DELLA. PORPORA 343 



(15) Il BuBCKAKD {Liber, I, 275) scrive che fin dall' 11 
settembre 1489 il papa aveva dichiarato il re caduto nella 
scomunica e privato del regno. Ma dalle lettere del Lan- 
fredini del settembre e dell'ottobre (LVHI, 172-187) sappiamo 
che egli, sebbene avesse citato il re per procedere alla priva- 
zione, non voleva andare più oltre senza il consiglio di 
Lorenzo. 

(16) Su tutto questo cf. il carteggio del Lanf redini e del 
Fandolfini e specialmente le lettere di Lorenzo al Lanfredini, 
17 ottobre 1489, del Lanfredini a lui, 27 agosto, 13, 21, 23 
ottobre 1489, del Fandolfini, 8 giugno e 28 luglio 1490 (LI, 
704-6; LVni, 163-64, 182, 184-85, 186-87; XLI, 516, 532; 
vedi anche Fabroni, L. M., II, 363 sgg. 

(17) Dopo il prestito dei 95.000 fiorini, al quale ho ac- 
cennato di sopra, ne trovo per quattro e cinque mila fiorini 
il 5 novembre 1489, per 498 fiorini e 15 bolognini il 13 febbraio 
1489-90, per 268 e 10.000 l'il marzo, per 1300 il 6 maggio, 
per 2000 il 26, per 405 il 16 giugno, per 780 e 1295 il 14 luglio, 
per 263 il 31 agosto, per 8000 « gratis et amore » il 30 agosto 
(AV., rag. 620, sett. 1489-agosto 1490, 17 a, 51 a, 58 6, 80 b, 
86 a, 93 b, 106 a-b, 122 a); in quei mesi vennero pagati ai Medici 
per deduzione da questi crediti e dai precedenti 47.854 fio- 
rini (ivi, 150 b e sgg.). Non ho trovato nell'Archivio vaticano 
il registro dell'anno finanziario seguente: per il periodo dal 
settembre 1491 aUa morte di' Lorenzo, sono registrati come 
avuti dai Medici 1400 fiorini il 22 settembre, 500. 1*8 ot- 
tobre, 10.240 e 15 l3olognini il 22 novembre, 131 il 29 no- 
vembre, 2000 e 1387 il 3 gennaio 1492; e soltanto 11.890 
fiorini come sborsati dalla Camera in deduzione del credito e 
per l'interesse (ivi, reg. 522, 4 a, 8 6, 20 a, 23 a, 36 a, 150 o, 
157 b, 164 o, 183 &, 194 6). È vero tuttavia che i Medici si 
rifacevano, almeno in parte, delle somme prestate, ora sugli 
introiti spirituali, ora sulla salara, la dogana delle pecore, 
la tratta del grano o altre gabelle. 

(18) Lorenzo al Lanfredini, 9 e 17 ottobre 1489 (LI, 
695, 704-6), e Lanfredini a Lorenzo, 13 e 23 ottobre (LVIII, 
182, 186-87). 

(19) Lettera del 27 agosto 1489: LVIII, 163-64. 

(20) n papa disse più tardi che Lorenzo gli aveva consen- 
tito di indugiare e che per questo il Fandolfini non gliene 
aveva discorso (Fiero Alamanni a Lorenzo, 12 marzo 1490-91: 
XLI, 478). Non se ne parla infatti nelle lettere del Fandol- 
fini fino al settembre 1490 (XLI, 488-532). 

(21) Il 14 agosto 1490, Nofri Tomabuonì scrive a Lorenzo 
che la malattia del papa era così grave che a Roma general- 



344 NOTK Ali CAPITOLO V 



mente ne prevedevano vicina la morte; il 21, il 28 e in Tina 
altra lettera giunta a Firenze il 7 settembre lo dice miglio- 
rato (XLII, 134, 136, 138, 175). Sulla ricaduta e sui fatti av- 
venuti allora, cf. Infessuba, 260; Pastob, III, 213 e Anh., 
n. 7, pp. 877 78). 

(22) Pandolfini a Lorenzo, 20 settembre 1490, LIII: 99. 

(23) Pandolfini a Lorenzo, 22 settembre 1490, LUI: 86. 

(24) La lettera di Ascanio, del 24 settembre 1490, è in 
M. a. P., XLVI, 573; si veda poi una del Pandolfini, del 
27 settembre, XLI, 546. 

(25) La nota è in ASM., Fot. est., Roma, 1. e, ed è pub- 
blicata dal Pastob (III, Anh., n. 8, p. 878). Questi la attri- 
buisce dubitosamente al 1491, ma essa è certo anteriore alla 
morte del cardinale Barbo (2 marzo 1491) e, non essendosi 
avuto occasione . di parlare di conclave nei primi mesi del 
1491, deve essere riportata, secondo ogni probabilità, al set- 
tembre 1490. 

(26) GtricciARDiNi, Storia fiorentina, 80; M. a, P., LXin, 
121 a. 

(27) Il 23 settembre si scrive « al vescovo di Arezzo che 
vengha quay>; il 27 n^che facci la via pel Valdarnoy> (M. a, P., 1. e). 

(28) Lettere di Stefano da Castrocaro a ser Piero da 
Bibbiena, da Passignano, 20 settembre 1490, e di ser Piero 
a Lorenzo, ch'era a Pisa, da Firenze, 19 settembre (CXXIV, 
205; LVI, 47). 

(29) La copia e la procura furono stese il 3 di ottobre 
1490: si vedano il protocollo, più volte citato, di ser Simone 
Grazzini, alla cart, 319 a e il foglietto staccato fra il 319 
e 320 (cf. App. II, doc. XIV). I procuratori di Giovanni erano, 
oltre all'Orsini e al Pandolfini, due altri fedeli dei Medici, 
Nicolò Michelozzi e Giovanni Antonio di Guglielmo d'Arezzo, 
l'uditore del Sacro Palazzo Piero Accolti d'Arezzo, e Nofri 
Tornabuoni. Sulla opportunità che quegli atti fossero rogati 
in Arezzo, cf. la lettera di ser Piero a Loreiizo, da Firenze, 
8 settembre 1490: XXVI, 556. Francesco Gtozario, governa- 
tore di Arezzo, in una lettera a Piero de' Medici, ricorda le 
offerte fattegli, quando si era recato in queUe parti con mon- 
signore alla caccia (3 maggio 1490: XVIII, 11). 

(30) LXIII, 122 a; 12 ottobre 1490. 

(31) Lettera sua a Lorenzo, 5 ottobre 1490: XXVI, 559; 
RoscoE, L. X., n, 277-78. 

(32) Cf. la lettera del Pandolfini a Lorenzo del 19 ot- 
tobre: XLI, 555; Fabroni, L. d. M., II, 302 sgg. 

(33) Cf. le lettere del Pandolfini a Lorenzo del 14, 17, 
28 ottobre; 3, 9, 12, 15 novembre (Lni, 87; XLI, 553; 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 345 



LUI, 64, 90, 90 bis; XLI, 561, 563) e una di ser Piero da 
Bibbiena a Lorenzo, 6 novembre 1490 (LVI, 48). 

(34) Si vedano le lettere del Pandolfini, 14, 22 ottobre, 
12, 15, 19, 30 novembre (LUI, 87; XLI, 558, 561, 563, 564; 
CXXXVII, 523). Il papa andò ad Ostia il 20 novembre, 
con i cardinali della Rovere, Coata, Borgia, Orsini, Gentile, 
e ritornò il 29. . • 

(35) Pandolfini, 15 e 30 novembre, 1, 11 dicembre 1490 
(XLI, 563; CXXXVII, 523; LIII, 92, 93). 

(36) Si cf. la lettera sua di quel giorno in M. a. P., XLI, 
442j e Fabroni, L. M., II, 301-2. Il Fabboni, il Roscoe (L.X., 
I, 60), il Rbumont (n, 400) con un errore troppo frequente 
la riportano al 1490, e però prima delle pratiche del Pan- 
dolfini accennate di sopra. 

(37) L'Alamanni era in via verso Napoli; ma il Pandolfini, 
che domandava di essere richiamato a Firenze, lo trattenne 
a Roma, con vari pretesti> finché egU, dopo molte dichia- 
razioni d'insufficienza, accettò l'ufficio (19 gennaio 1491; cf. 
XLI, 439, 448, 449, 465, 469). 

(38) Lettere del • Pandolfini, 12 gennaio, e dell'Alamanni 
29 gennaio (XLI, 449; LII, 125). 

(39) Lettere dell'Alamanni, 9 febbraio, 12 e 19 marzo 
1490-91, 7 e 18 maggio 1491: LH, 187; XLI, 478; L, 73; LH, 
150, 157). 

(40) Per gli avvenimenti qui accennati, vedi Sigismondo 
DEI Conti, II, 31-32; Balan, V, 329-30; Pastob, III, 214- 
215; e cf. E. Nunziante, Alcune lettere di Joviano Fontano, 
nell'^lrc^. star, per le Provincie napoletane, XI, 1886, pa- 
gine 521 sgg., 538 sgg.; E. Pébcopo, Lettere di Giovanni 
Fontano a principi ed amici, negli Atti delVAcc. Fontaniana, 
voi. XXXVII, Napoli, 1907, dee. XIV, p. 40 sgg. Acute e 
-interessanti, ma alquanto unilaterali, sono le recenti ricerche 
di P. Negri, op. cit,, p. 14 sgg. L'accordo fra il papa ed il re, 
annunziato in concistoro il 27 gennaio 1492 (Bubckardi 
Liber, I, 335) e datato da questo giorno, fu firmato dal papa 
e dal Pontano il 7 febbraio (cf. O. Guasti, I manoscritti Tor- 
rigiani, ecc., Firenze, CeUini, 1878, p. 421). Lo stesso giorno 
fu concluso v^per verba de presentii il matrimonio (P. Ala- 
manni a Lorenzo, 9 febbraio 1491-92: LII, 186; qui, App. II, 
doc. XXII), che fu celebrato il 3 giugno (Burckardi 
Liber, 368). 

(41) Nonostante le molte proteste di devozione al re 
da parte di Lorenzo e della Repubblica fiorentina, è certo 
che a Firenze non si vedeva volentieri quell'accordo. Pier- 
filippo Pandolfini e Filippo Valori scrivono da Roma a 



346 NOTE AL CAPITOLO V 



Lorenza il 28 marzo 1492, con evidente compiacenza, che non 
era impossibile che tutto « tornassi in acqua » e che il papa 
si sarebbe avveduto di quello che aveva fatto nel concludere 
l'accordo senza l'intervento di altri potentati, e volevano 
dire certo di Lorenzo de' Medici (LUI, 101). 

(42) Su quest'alare della pubblicazione del Maileacense 
vi sono molte lettere di Ascanio Sforza, del Taverna c>- d©l 
Moro nell'ASM., Pot. est., Roma, 1492-93, n. 343, e dispacct 
di G. A. Boccaccio neU'ASMo., C7awc. Due, Disp. da Roma, 
busta 8*, m°. 65. Il consiglio si legge nel Secundum volumen 
consiliorum D. Jasonis Mayni, Lione, Francois et Fradin, 
.MDXXxrm. carte 15-17; cf. anche Gabotto, 154. 

(43) H Fontano si vantava col suo re: «.mó'. so stato po- 
tissima causa di fare intertenere el cappello al Maliacensin 
(lettera del 26 aprile, citata); quanto al Vincola e alle sue 
premure perchè quella pesca avesse il nocciolo, cf. la 
lettera citata dall'Alamanni e altre deJ Taverna (8 e 15 feb- 
braio 1492, 1. e). 

(44) Lettere del Taverna, 7 e 22 febbraio 1492, e di Asca- 
nio 7, 8, 15, 16 febbraio. 

(45) Lettere del Taverna, 28 gennaio. 

(46) Lettera del 1° febbraio 1491-92 a ser Piero; M. a. P., 
CXXIV, 65; App. II, doc. XXI. 

47) Giovanni, dopo la laurea, rimase probabilmente 
qualche giorno a Pisa, perchè Grentile scrive di qua a ser 
Piero da Bibbiena, quando già la bolla del cardinalato era 
a Roma (CXXIV, 238). Il 2 marzo era a Firenze (Delphini 
Epist., ed. 1524, in, 25). 

(48) Lettera dell'Alamanni, 9 febbraio citata (doc. XXII). 
La bolla, nelle copie onde l'ho tratta, contiene certo anche 
le parole poi abrase, le quali furono mandate dall'Alamanni 
a Lorenzo su un foglio, che non ci è arrivato. Penso che 
fossero queste « huiusmadi as8um,ptionis publicatione per 
nos non facta », « prò cardinali pvblicaio », « perinde oc si 
huivismodi tua assumptio ante ohitum nostrum publicata tuque 
in cardinalem pubKce receptus fuisses et insignia huiusmodi 
tibi tradita D, indiata publicatione non fausta y>, a publicatione 
huiusmodi aliter non facta y>. 

(49) Lettera di Gentile Becchi a ser Piero, senza data, 
ma, come argomento dal confronto con le altre, del 15 feb- 
braio circa: CXXIV, 238. Le par(de del Pontano, che mi pare 
con sicurezza nascosto dalla cifra 24, si rilevano dalla citata 
lettera dell'Alamanni. 

(50) Si vedano, su questo, la lettera citata dell'Alamanni, 
quelle, del Taverna, 7, 8, 14 febbraio, e una di Lodovico ad 



MEIXO SPLENDORE DELLA PORPORA 347 



Ascanio, 15 febbraio. Nella lettera dell'Alamanni si discorre 
assai del Vicecancelliere, ma dal contesto si rileva con sicu- 
rezza che la cifra fu spiegata male e che si trattava, invece, 
del Vincola. 

(51) Il 15 febbraio il papa diceva ad Ascanio di essere 
già inteso su questo con i Veneziani. Però soltanto il 28 feb- 
braio i Dieci con la Zonta discussero sulla richiesta del Le- 
gato papale, che la Repubblica assentisse alla prorogazione 
e deliberaiono a maggioranza — proponente, per l'impor- 
tanza della cosa, il doge stesso — una risposta che, pure sal- 
vando il decoro della Signoria, non la metteva di fronte 
ai voleri del papa: doversi questi rivolgere al patriarca stesso, 
che era l'interessato e a cui la repubblica si rimetteva (ASV., 
Cons. X, Misti, 25, 77 6 sgg.); naturalmente il Gerardo sarà 
stato avvertito segretamente di non riluttare. 

(52) Lettera di Ascanio del 15 febbraio. 

(53) La relazione di questo concistoro è tolta da lettere 
di Ascanio e del Taverna, del 17 febbraio, da una assai par- 
ticolareggiata dello stesso Taverna del 22 febbraio (ASM., 
1. e), da lettere di Piero Alamanni agli Otto, 17 febbraio 
(ASF.j Otto di PrcUica, Besp., 8, 203 a), di G. A. Boccaccio 
al duca di Ferrara, pure del 17 (ASMo., 1. e), di G. L. Cataneo 
al Marchese di Mantova del 25 febbraio (Arch. Gonzaga, E. 
XXV. 3, busta 849, Roma, 1492-93). 

(54) Si vedano due lettere ad Ascanio e due al Taverna 
del 21 e 22 febbraio (ASM., 1. e). 

(55) Lettere del Boccaccio, 27 febbraio, dell'Alamanni, 
24 e 28 (1. e, 210 a, 213 a), del Taverna, 2 marzo. 

(56) Lettera del Moro a Giovanni Stefano Castiglione, 
oratore in Firenze, 25 febbraio 1492 (ASM., Fot. est., Firenze, 
1492, busta 67). 

(57) Taverna a Lodovico, 14 febbraio 1492 (ASM., Fot. 
est., Roma, 1. e.) 

(58) Gian Lucido Cataneo scrive appunto da Roma, il 
2 marzo 1492, al marchese di Mantova che, per diminuire 
l'oSesa allo Stato di Milano, si era conchiuso che il Medici 
non si considerasse pubblicato come nuovo cardinale, ma 
come « veghio e già fatto habia lo termino suo ghiaro fornito » 
(Arch. Gonzaga, 1. e). 

(69) La descrizione di questa cerimonia è tolta dalla 
lettera degli Otto a Piero Alamanni del 10 marzo 1492 {Dieci 
di Bàlia, Legaz. e Gommisa., Istr. e Lett. miss., 11, cart. 29 a, 
App. II, doc. XXIV), da quella di Matteo Bosso aÀ Arcangelo 
da Vicenza canonico regolare {Ree. Fesul., ep. CX,>,ed. cit., Niiii 
a-cj Fabboni, L. X., Adnot., 260-61, e in molti altri luoghi) 



348 NOTE AL CAPITOLO V 



e dal diario del Bttbokabd (ed. Celani, I, 342-43). Per la 
pompa esterna vedansi anche Landucci, 62-63; Cambi, 63; 
RiNXJCCiNi, oxLv; una lettera del Dolfin a Giovanni priore 
dell'Eremo, 11 marzo 1492 (Dblphini Epist., ed, 1524, III, 
26; FABBOMn, L. M., II, 305) e una del Manfredi a Ercole 
d'Este, 13 marzo (ASMc, Disp. Firenze, cit.; Cappelli, 311). 
Caratteristica, ma non senza inesattezze ed esagerazioni ten- 
denziose è una II. Memoria et richordo y>, che Benedetto Dei 
indirizza « a Viniciani, a Milanesi^,, e a tvJbi » (Memorie auto- 
grafe, nel ms. Mgìbch., IL n. 333, cart. 10 6-11 a). 

(60) Si vedano la lettera del Bosso in Recup. Fesvlanae, 
ep. LXXXV (ed. De Benedetti, Liii a sgg.) e in RoscoE, 
Lor. de' Medici, IV, App., p. xii sgg., lo stemma e l'iscrizione 
in E. Heyck, Florenz und die Mediceer, Bielefeld und Leipzig, 
Velhagen et Klasing, 1902, pp. 13 e U, Abb. 13, 51, 62. 

(61) Il Burckard ricorda un Mario caudatario, il quale, 
secondo il Celani (II, 662), sarebbe un Mario da Perusco, 
notaio (cf. sul personaggio, A. Febbajoli, La congiura dei 
cardinali contro Leone X, nella Misceli, detta B. Soc. rom. di 
star, patria, n. VII, Roma, 1920, p. 181 sgg.); ma nulla prova 
che questi fosse tanti anni prima presso Giovfmni. Accanto a 
questo era invece, il 16 giugno 1493, come familiare e con- 
tinuo commensale Marino di Alfonso de' Pitti, chierico 
fiorentino (ASF., Atti di ser Domenico da^ Figline, D, 94, 
1492-93, cart. 34 a), il quale ìq una lettera a ser Piero vuol es- 
sere raccomandato a monsignore (M. a. P., CXXIV, 236, s. d.). 

(62) Sul personaggio, di cui citanmio già parecchi rogiti, 
cf. D. Marzi, La cancelleria della Repubblica fiorentina. Rocca 
S. Casciano, Cappelli, 1910, p. 251, 254, 270, 502, 504, 603 
sgg., 610 sgg. Fu, come partigiano de' Medici, travolto nella 
loro caduta (Landucci, 77; Pabbnti, 195 o, 2116). 

(63) Che il cappello e l'emello fossero quegli stessi, che già 
vedemmo avere il papa inviati, è detto nella concessione di 
indulgenza che sarà citata più innanzi: la cappa fu invece 
benedetta dall'abbate. 

(64) Al Burckard, scrupolosissimo in fatto di cerimonie, 
si fece credere che fossero letti la bólla e un breve, che com- 
metteva all'abbate di dare le insegne. Ma il Bosso dice che 
il brève era prefisso alla bolla e vi si parlava di triennio, 
esso è quindi quello del 4 maggio 1489. Né la lettura fu fatta, 
perchè l'abbate aggiuiise aUa sua dichiarazione: « legant 
qui voluntìt. 

(65) Il Bandini vide questo documento nella sagrestia 
grande della badia {Lettere XII fieaolane, Siena, Bindi, 1800, 
p. 71 sg.). 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 349 



(66) Se i cronisti fiorentini mettono in rilievo questa vi- 
sita alla Signoria, ne tacciono il Bosso nella sua relazione quasi 
ufficiosa e il Dei. E gli Otto, scrivendo all'Alamanni, sem- 
brano attenuarne la importanza « smontato prima alVAnnun- 
tiata..., dipoi, passando dal palazo, visitò U nostri excelsi si- 
gnori; dipoi, smontato alla paterna casa,... quivi è alloggiato ». 
Ma, per andare dalla SS. Annimziata alla casa di via Larga, 
non si passa già dal palazzo! H vero è che fuori di Firenze 
conveniva far apparire Lorenzo come signore, assai più che 
nella città non gli piacesse sembrale. 

(67) H 22 febbraio 1491-92 si danno ordini a Dionigio 
Pucci a Faenza, a Piero Tomabuoni a Sarzana, a Giovanni 
Cambi a Pisa « pél pesde bisogna per la prima domenica di 
quaresima, per la solennità di monsignore nostro » e il 28 ad 
Alessandro Braccesi a Siena a che faccia fare trenta torte al 
Colonna e le mandi qui più, presto che può)) (M. a. P., LXIV, 
23 6; cf. anche Asti., Ili, 19, p. 416). Come conciliare tutto 
questo apparato col notissimo divietò quaresimale della pro- 
miscuità della carne e del pesce? Forse per questo è cancel- 
lata nella minuta della lettera e non apparisce nella copia la 
frase che accenna à quel pranzo (la minuta è in Otto di 
pratica, Leg. e Cormn., Lett. e Miss., 9, s. n.; la copia fu 
citata, cf . App. II, doc. XXIV). 

(68) Nel Giornale d'entrata e u^scita della Guardaroba Me- 
dici (ASF., Chiardaroba medicea, n. 1), a carta 15 a, leggo: 
(I Arierdi mandati a casa monsignore et assignati a Andrea 
Cambini, a dì 24 agosto 1489 :■ i bacino, i boccale, i piatto 
grande, n mezzani, n piccoli, vi scodelle, vi scodellini, vi tondi, 
n aquiere, vi tazze colV arme, n nappi piccoli, in tutto pezzi 35. 
Restituiti a dì 28 detto»; e a carta 17 a: a A dì 7 di febraio 
1489 {14:Q0): ad Andrea Cambini per monsignore nostro si 
prestò questo dì i bacino, i boccale colVarme di casa; et a dì 25 
d'aprile 1490 si prestarono ad Andrea Cambini per monsignore 
nostro 6 taze puliteci. Da ima lettera di Nofri Tomabuoni 
21 gennaio 1491-92 (CXXIV, 96; qui App. II, n. XX) sap- 
piamo che fra gli argenti, che occorrevano al cardinale, 
dovevano essere da quaranta a quarantotto tondi, dieci 
piatti, un bacino e un boccale d'argento da barbiere, da 
quaranta a cinquanta tazze lisce, dei quali pezzi il cardinale 
aveva solo, una parte. 

(69) Su questo dono veramente regale, cf. anche Muntz, 
Precursori, 105. Il Dei afierma che « per dechreto si fé che per 
l'avenire si desse e dar dovesse a ciaschuno chardinale che ffatto 
fusse fiorentino un simile presente a ciascheduno » (1. e); ma 
questo decreto non è né certo né probabile. 



350 NOTE AL CAPITOJtO V 



(70) Arch. Com. di Prato, Liber diumus, 1491-92, Reg. 321, 
cart, 87 a-b, deliberazioni' del 7 e 9 marzo 1492; cf. anche 93 6. 

(71) Partito dell'll febbraio 1491-92: Arch. Capitolare 
di Firenze, Partiti, 1467-1504, B. 5, cart. 143 a. 

(72) Arch. Comtm. di Prato, 1. e, 93 6, 3 e 4 aprile 1492; 
cf. anche Liber reformationum, 1491-96, Reg. 322, fol. 39 a-b. 
H vaso fu deposto di nuovo presso l'Opera del Cingolo e chi 
sa quale fine avrà fatto nel sacco del 1512! Il Manfredi, 
mentre scrive essere stati resi gli altri doni, non dice chiaro 
che il cardiaale abbia accettato quello della Signoria; ma io 
lo credo cèrto, perchè della magnanima restituzione non 
avrebbero taciuto i cronisti 

■(73) La dedica ha la data del 31 marzo 1492.La edizione 
fiorentiùa di quest'opera è ignota al Brunet (I, 1140) e al 
Graesse (I, 503); il Hain (I, i, p. 505, n. 3668) la ricorda, 
ma non sembra la conosca; un esemplare ne è rammentato 
nel catalogo del BriHsh Mtiseum al nome Bossus, ma con 
incerta indicazione di luogo e di stampa (Bologna? 1492?). 
Ne ho ritrovato una copia nella prima parte di un volume 
in-4, che ha sul dorso la indicazione erronea « Matthaei 
Bossi Opera 1481 » ed è nella Naz. di Firenze, C. 6. 19. 
Le carte sono 156, nion numerate, ciascuna di 33 righe, con 
rubriche e posto per le iniziali. Precedono due fogli di errata, 
poi è la dedica al Medici, quindi « Numerua ao tituli rerum », 
poi « Matthaei Bossi veronensis canonici regularis ad Io. Phi- 
lippum germanum et concanonicum de tolerandis adversis dia- 
logus incipit -ù. Finisce: « ....vitalis hic comeatus. Dixi. Et laus 
cui omnia serviunt »; vi è, per ultimo, il Eegistrum. Manca qual- 
siasi nota tipografica, ma dalla dedica a Piero Barozzi della 
prima edizione del 1493, sappiamo che il libro era stato 
stampato, con molti errori, a Firenze l'anno prima. Questa 
edizione, riveduta e accresciuta, uscì a Bologna per Pla- 
tone de' Benedetti, 1493, .xm. kal. aug. (un esemplare nella 
Naz. di Firenze, B. 2. 16). E ancora nello stesso anno una 
terza edizione, della quale ho veduto im esemplare iacom- 
pleto nell'Universitaria di Bologna (AV., Tab. I, K. II, 
voi. 98, III) aimpreasit Bazalerus de Bazaleris civis Bono- 
niensis in cdma civitate Bononiae, anno salutis .Mcoooijxxxxin. 
vigesimo octavo kalendas octóbres ». 

(74) Si vedano specialmente le lettere X, XXXIII, 
XXXyini, LXXVIini, neU'ed. del 1492, che sono in quella 
del de' Benedetti, X, XLV, LI, LXXXXI. 

(75) Fu pubblicata molte volte (cf. Fabboni, L. M., II, 308 
sgg,). H HoESBTJBGH (329 sgg.) ne fa un'analisi acuta e nel 
complesso convincente. Se ne trova in M. a. P., CIII, 47, una 



NELLO SPLBKDORS DELLA POKPOKA 351 



traduzione latina incompleta, probabilmente autografa, che 
però non credo sia del Poliziano, come altri suppose, perchè 
messer Agnolo scriveva un latino più elegante. Quanto al 
tempo in cui la lettera fu scritta, è indubbio, contro l'opi- 
nione del RoscoE (L. X,, I, 68), che fosse prima dell'andata 
di Giovanni a Roma. 

(76) Il cardinale di Aleria, Ardicino della Porta, il 1° giu- 
gno 1491, ottenuto dal papa il consenso e distribuiti al fra- 
tello e ai domestici i beni, era partito da Eoma, per ri- 
trarsi fra i benedettini di Monteoliveto in quel di Siena. 
Ma i cardinali, a cui, più che la a perdita d'uno huomo di 
questa qttaiità», dispiacque il carico che ne veniva al Col- 
legio, biasimarono il papa fieramente e lo costrinsero a revo- 
care ogni dispensa e concedere solo al cardinale di tratte- ^ 
nersi due mesi in un ritiro, nel quale si voleva però che egli 
stesse col decoro conveniente ad un cardinale. Il della Porta 
promise di obbedire e pensò prima di reearai a Subiaco, ab- 
bazia dell'Orsini, ma poi, fallitogli quel suo primo disegno, 
nel quale i leggieri uomini di quella età videro una « gran 
leggiereza y>, ritornò a Roma il 18 giugno (lettere di Piero 
Alamanni, 1, 4, 7, 17, 18 giugno 1491: M. a. P., LII, 165-67, 
172, 174; lettera del cardinale al papa, da Ronciglione, 12 
giugno 1492, ma 1491, in Ciaconio, III, 126-28; cf. Infes- 
STJBA, 265-266). 

(77) Franceschetto Cibo a Lorenzo, 6 marzo 1492: M. a. P., 
LX, 124; qui App. H, doe. XXIH. 

(78) Op. cit, 291. 

(79) Cf. la lettera di Ugolino Verino, del maggio 1491, 
in iiAzzABi, 223; sul personaggio cf. anche Mittabelli Co- 
STADONi, VII, passim. 

(80) Si vedano, delle lettere sue, specialmente, nell'ed. 
del 1524, lib. I, 74, 84, 91; in Mabtène-Dttband, coli. 1020-21. 

(81) Sulle pratiche per l'andata del Dolfin a Roma, vedi 
la sua lettera a Piero Barozzi, del 23 febbraio 1492, ed. 1524, 
HI, 22; sull'ufl&cio suo le lettere a Giovanni maggiore del- 
l'Eremo e a Guido priore, 11 marzo e 7 aprile 1492, ivi, 26, 
27 (cf. anche Fabboni, L. M., 306 sgg.); sulla dimora a Roma 
e il ritomo queUe al maggiore dell'Eremo e al Barozzi, 6 e 
7. maggio (III, 33, 34). • 

(82) Delphini Epistolae, ed. Mabtène-Duband, 1200, vedi 
anche 1182; e cf. Mittarelli Costadoni, VII, 416 sgg. 

(83) La presenza del Becchi nel seguito del cardinale è 
attestata dall'essere raccomandato a lui, il 4 maggio 1492, 
da Piero, vn Sano Brugliani, che il giorno prima era stato 
raccomandato a Giovanni (LXIV, 31 a), e dall'avere il Becchi 



352 NOTE Ali CAPITOLO V 



stesso a Siena, nei ritorno, incaricato il Braccesi di dare 
avviso a Piero sul viaggio del cardinale (lettera del Brac- 
cesi, LX, 197, 17 maggio. 1492). 

(84) La lettera dello Scala, 10 marzo 1491-92, in Ban- 
DiNi, CoUectio, p. 16 sgg.; le istruzioni e le credenziali dello 
8 marzo, al Pandolfini e al Valori, in ASF., Sign., Legaz. e 
Gommiss., Elez. latr. Leti., 21, 98 a sgg.; Sign., Legaz. e Gom- 
miss.. Miss, e Respons., 21, 1 a. 

(85) Lettera del Guidoni, 16 maggio 1488, in Cappelli, 
Lett. di II. d. M., 301; Gamtjrbini, Istoria genealogica delle 
famiglie nobili toscane et umbre, V, Firenze, alla Condotta 
1685, p. 116; Della Torbe, 385 sgg. 

(86) Villari-Casanova, 13, 14, 329, 454. 

(87) Piero da Bibbiena a Lorenzo, 31 luglio 1489: LVI, 38. 

(88) Cf. Della Torre, 733 sg. Piero Alamanni, inter- 
rogato più tardi dal re Ferrante che uomo fosse il Valori, 
rispondeva « che era giovane da bene, prudente et di buona di- 
scretione-h; ma il re si lagnava di certi suoi discorsi, che non 
erano opportuni davvero, essendo ricordo di contese antiche, 
quando tra Firenze e il re occorreva stretta concordia (Piero 
Alamanni a Piero de' Medici, s. d., ma fra il 13 e il 16 ot- 
tobre 1492: XLIX, 312 e 313). 

(89) Si veda il racconto di Niccolò Valori fratello di Fi- 
lippo: op. cit., 181. 

(90) Sulla partenza vedi le lettere degli Otto a Niccolò 
Michelozzi e a Piero Alamanni, 14 e 24 (ma 14) marzo 1491-92 
{Dieci di Balia, Leg. e Gommiss., Istr. e Lett. Miss., 11, cart. 30 6, 
34 6 sgg). SuH'aecompagnamento e il bagaglio. Sia. TiTn 
Hist. Sen., tomo VI (BNF., II, v. 140, cart. 266). Il Dei 
(1. e.) informa che la sera prima della partenza vennero alla 
casa del cardinale due trionfi, cioè, un elefante inghirlandato 
di cerchi di razzi, e uno delle sette virtù cardinali (!), i quali 
fecero ciascuno il suo canto, poi si appiccò il fuoco e tutto 
arse. Su tutto il viaggio^ oltre alle citazioni che saranno fatte 
via via, cf . la lettera del Doltìn del 7 aprile citata. 

(91) Tizio, 1. c. 

(92) Piero Alamanni agli Otto e a Lorenzo, 14 marzo 
{Otto di Pratica, Gart., Respons., 8, 222 a; LII, 181); 

(93) Lettere degli Otto ad Alessandro Braccesi, 16 marjSb 
1491-92 {Dieci di Balia, voi. cit., 33a-6) e di Mino di Celso 
ai Senesi, da Roma 24 marzo (Arch. di Siena, Lett. di Balia, 
61, n. 99). 

(94) Il 10 marzo Piero Alamanni aveva scritto avere 
il papa consentito che Giovanni accettasse l'ospitalità 
degli Orsini, dicendo però di preferù'e che Virginio lo acco- 



NELLO SPLENDORE DELLA PORPORA 353 



glìesse a Oampaguano a per fare mancho dimostratione, sendo 
sidla strada»; poi, adducendo l'oratore la ristrettezza del 
luogo, aveva permesso che Giovanni arrivasse a Bracciano, 
ma « ne restava sospeso », né mostrava di credere molto alle 
offerte che Lorenzo gli faceva in nome di quella casa (LII, 
180). Quanto premesse a Lorenzo che le relazioni intime 
cogli Orsini fossero palesi, si rileva da una lettera dell'Ala- 
manni, del 17 (LII, 182). 

(95) Oltre alla lettera del Dolfin, vedine una del Pandolfini 
e del Valori a Lorenzo, da Viterbo, 19 marzo 1491-92 (LV, 51). 
Il papa, a cose fatte, mostrò di rallegrarsi, dicendo all'Ala- 
manni che riputava reso a sé l'onore fatto da Virginio a 
Giovanni, perché teneva il cardinale de' Medici per cosa sua 
(lettera di Bartolomeo da Bracciano a Virginio, 24 marzo 
1492: DE BotJABD, 322). 

(96) Sull'ingresso si possono vedere la minuziosa descri- 
zione del BuEOKAHD, n. e., I, 343-44, una lettera degli ora- 
tori Alamanni, Pandolfini e Valori agli Otto, dello stesso 
giorno 22 marzo (Otto di Pratica, Cari., Besp., 8, 229 a; Leg. 
e Gomm., Miss, e Besp., 21, 63 6-64 a) e una di Piero Alamanni 
a Lorenzo, pure del 22 (LII, 186 bis; qui App. II, doc. XXV). 

(97) BuRCKTABDi Liber, 341 sgg. La decisione sul modo 
dell'accoglienza fu presa in concistoro il 14 (Alamanni a 
Lorenzo, 14 marzo: LII, 181). Quanto ai precedenti, tutti i' 
cardinali erano andati incontro a Giuliano della Rovere, 
che ritornava dalla legazione di Francia nel 1482 (Jacopo 
Ghebardi, 87), e mólti al Balue nel 1485 (Btjbceabd, 107); 
ma il primo era nipote del papa, al secondo si voleva rendere 
onore particolare, per non averne il re di Francia riconosciuto 
la legazione. Per l'ingresso, invece, del cardinale di Foix, 
il 27 gennaio 1488, il papa, aveva ordinato « quod prime et 
antique cerimonie observarentur », le quali però non furono 
seguite quando entrarono, non molto dopo. Giuliano deUa 
Rovere e Ascanio Sforza (ivi, 217-18, 229-30, 239). Sull'in- 
gresso del cardinale Fregoso, 8 dicembre 1488, vi è contrad- 
dizione fra la testimonianza del Burckard, che dà fin i nomi 
dei cardinali che lo incontrarono (247), e quella del Lanfre- 
dini, che scrive a Lorenzo essere egli entrato copertamente, 
non avendo il papa concesso neppure alla famiglia di palazzo 
6 a Francesco Cibo di andarlo ad incontrare (12 dicembre: 
XL, 446-47), la quale attestazione non dubbia mi conferma 
nel giudizio che il Burckard sia fonte da usare con cautela. 

(98) G. A. Boccaccio alla duchessa di Ferrara, 21 marzo 
1492: ASMo., Disp. da Berna. 

23. — Picom, Leone X. 



354 NOTE AL CAPITOLÒ V 



(99) Nofri Tomabuoni rammenta in una lettera a ser Piero 
i « mantelli lucchesini » e le « robette di raso paonazzo cremisi » 
fattesi fare da a questi primi» (22 marzo: CXXIV, 83), e più 
tardi Maddalena. Cibo, per ottenere a un tale Fruosino da 
Verrazzano l'ufficio di gonfaloniere, ricordava come egli e i 
fratelli fossero stati dei primi, che in quell'ingresso avevano 
fatto fare « la livrea delle vesti di raso pagonazo et mantelli 
rosati » (30 luglio 1492: ASF., Prov. Ouiducci, 144). 

(100) Il vescovo di Rimini, certo esagerando un poco, 
scrive a Lorenzo il 28 marzo: « secondo diceno li vechi corti- 
giani, non ci è ricordo alchuno novo cardinale mai esser stato 
ricevuto con magiare honorem: XLI, 484. 

(101) Cf. BxxRCKAKD, 341-42, 344 e le lettere dell'Alamanni 
e di Nofri Tornabuoni, 22 marzo (LII, 186 Us; CXXIV, 83; 
la prima qui in App. II, doc. XXV). 

(102) «'/o mi sono trovato tdtimamente presente al vescovo 
di Sutri, che venne a vicitarlo per parte del vicechanceriere, 
die vi prometto che li schamhiò bene le chiaverine; parmi che 
ne choììiinci a pigliare piacere: vedrete che li verrà voglia di 
mutare natura, dicho chon questi cerretani et pagarli della 
medesima moneta » (lett. citata). 

(103) Cf. le lettere di Piero Alamanni agli Otto, 14 e 
16 marzo {Gart. Resp., 8, 222 a, 224: a) e a Lorenzo, 14 e 17 
(LIL 181 e 182). 

(104) Lettera di G. L. Cataneo, 27 marzo (Arch. Gon- 
zaga, E. XXV. 3, busta 849). Sulla creazione del protonotario 
anche una del 19. 

(105) Cf. la lettera del Dolfin, la relazione del Btjrckabd 
(344 45), le lettere del Pandolfini e del Valori, 24 marzo, e 
dì Giovanni, 25 (LUI, 100; LX, 153; qui App. JI, doc. XXVI, 
App. I,- n. 7). Il capitolo « In morte del magnifico Lorenzo » 
fu pubblicato dal Carducci con le rime del Poliziano, ma 
giustamente da lui ritenuto apocrifo (Le stanze, VOrfeo e le 
Rime di messer Angelo Ambrogini Poliziano, II ed., Bo- 
logna, Zanichelli, 1912, p. 769, versi 64-72). 

(106) Sul Campofiore cf. Pastob, VI, p. 282 sg.; e per le 
ciancie di Campofiore, cf . la recensione di A. Luzio allo scritto 
di V. Rossi, Pasquinate di Piero Aretino, ecc., ìnOsli., XIX, 
1892, p. 88, e una lettera di Gentile Becchi a Piero de' Me- 
dici, da Roma, 18 gennaio [1493],' M. a. P., XVIII, 116. Le 
altre notizie sono tolte dalle cronache contemporanee. Erro- 
neamente scrive il Celani che il cardinale «fino all'anno 1505 
abitò al palazzo Ottieri a S. Eustachio, poi al palazzo delle 
Terme neroniane a S. Eustachio» (341, n, 2), perchè il docu- 
mento del 1494, che egli cita, dimostra che in quell'anno il 



KELLO SPLENDOKE DELLA POKPOEA 355 



cardinale aon aveva casa a S. Eustachio, né sua, né d'altri, 
il palazzo poi delle Terme neroniane o Madama è lo stesso 
palazzo di S. Eustachio, che nel 1505 il cardinale comperò 
da Guido Ottieri (Albebtini, ed. Schmabsow, 27). 

(107) Un poscritto di lettera, da Firenze, con la data dì 
mano più recente, 21 ottobre 1489, dice che monsignore 
aveva speranza che il papa gli osservasse la promessa della 
casa, essendo morto il cardinale Zamorense (Arch. Gonzaga, 
Estemi, Firenze); ma la promessa non fu tenuta. 

(108) Su questa casa cf. Albebtini, 23; Bubckaedi 
Liber, I, 160; P. D. Pasolini, Caterina Sforza, I, Roma, 
Loescher, 1893, p. 82; Pastob, 1. e. È segnata nella pianta di 
Roma del BtrPALiNi (ed. Ehkle, Roma, 1911, tav. H); non 
sono però riuscito a trovarne riproduzioni del tempo, o di 
poco posteriori. Che vi abbia dimorato il cardinale di Foix, 
il quale morì tra il luglio e l'agosto 1490, sappiamo da una 
lettera del Taverna, 25 gennaio 1492 (ASM., Pot, est, 
Roma). Virginio aveva fatto dire sulla fine di gennaio da 
Bartolomeo di Bracciano che essa era a disposizione de' Me- 
dici, i cui agenti ne avevano preso possesso il 30 di questo 
mese (Leonardo Bertolini a ser Piero: CXXIV, 60). 

(109) Si vedano la lettera del Bertolini citata, una di 
Nofri Tornabuoni a ser Piero, 21 gennaio 1491^92 (CXXIV, 
96; qui App. II, doc, XX), e una del Dolfin al Barozzi, 7 
maggio (ed. 1524, III, 34; cf., anche Bxjbokabdi Lib., I, 347). 

(110) CoETESi, De cardinalatu, IL a sgg. 

(Ili) G. A. Boccaccio, 3 ottobre 1493 (ASMo., 1. e). 

(112) La lettera del vescovo di Rimini fu' citata più su, 
quella di ser Stefano, 26 marzo 1492, è in M. a. P., XXXII, 
105; qui App. II, doc. XXVIII. Chi però componesse quella 
corte, oltre ai personaggi ricordati di sopra, non ci è noto. 
Fra gH scudieri era xva. Giovanni degli Albizzi, il cui padre 
Francesco di Luca, capitano di Val di Bagno, scrive, il 
10 aprile 1492, a Lorenzo, ringraziando di averlo accettato 
(LX, 170). 

(113) BuBCKABDi Lib., 1, 345, lettera di ser Stefano, cit. 

(114) BxmcKABDi Lib., 1, 345-46. 

(115) Pandolfini e Valori agli Otto, 24 marzo 1491-92 
(Respona., 8, cart. 208 a-6; qui App. Il, doc. XXVI) e a 
Lorenzo lo stesso giorno (LUI, 100). Le ultime parole, che 
troppo chiaj'amente lasciavano comprendere avere il cardi- 
nale bisogno di consiglio, non furono poste tella lettera al- 
l'ufficio. 

(116) Lettera di Giovaimi a Lorenzo, 25 marzo 1492, cit. 

(117) Cf. Bttbckabdi Lib., 1, 345-47; la lettera di ser 



356 NOTE AL CAPITOLO T 



Stefano del 26 marzo cìtataj lettere del Pandolfim' e del 
Valori a Lorenzo, 28, 29, 30 marzo (LUI, 101-3) e agU Otto, 
27 e 29 {Otto di Pratica, Cari., Respons., 237 o-238 a; Leg. 
e Comm., 21, 65 6 sgg.). Il racconto del Bnrckard, che 
Giovanni trovò col Riario l'Orsini, . fece credere al Thuasne 
(ed. del Bxjkckaeb, I; 457, n. 2) che la presenza di questo 
fosse voluta per rendere meno penosa la visita del Medici 
al Riario; ma l'essersi, poco innanzi, recato Giovanni dal- 
l'Orsini, senza trovarlo, rende poco probabile l'accordo. Il 
colorito poi, con cui il Gregorovius descrive questa visita al 
camerlengo, è del tutto fantastico (Storia della città di Roma, 
voi. IV, Roma, Soc. ed. naz., 1901, p. 16). 

(118) Nofri a ser Piero, 22 marzo 1491-92 (CXXIV, 83); 
Pandolfini e Valori agli Otto, 24, citata. 

(119) Lettere degli oratori, 22 e 24 marzo, citate, e degli 
Otto, 26 {Dieci di Balia, Leg. e Comm., Istr. e Lett. Miss., 
11, cart. 35 o; Leg. e Comm., Miss, e Resp., 21, cart. 3 a-6; 
Otto di Pratica, Leg. e Com,m., Miss., 9, s. n.) di Piero Ala- 
manni a Lorenzo, 22 e 24 marzo (LII, 186 bis e 183; qui 
App. II, doc. XXV e XXVII); lettere del vescovo di Rimini 
e del Dolfin citate. 

(120) n Qui in Roma se ritrova el reverendissimo cardinale 
de' Mèdici, lo quale so che la Signoria vostra non lo ha mai 
vedvtto; ma, se quella el vale vedere, lo pò vedere naturalissim,o 
si de efigia corno de costumi; mandati per lo Mattello et ve- 
stitello da cardinale et che non è depintore al m,ondo lo retresse 
meglio: è spudato lui certo. Rasonasse che, quando manchasse 
la Santitade del nostro Signore, serebe lui fato papa per la bona 
presentia che ha la soa reverendissima Signoria » ( ASMo., Cane. 
Ducale, Cart. di amh. e agenti estensi a Roma, B.* 9, M.° 75). 

(121) Lettere del 6 luglio, 3 e 26 ottobre, ivi, Disp. da 
Roma, B.a 8, M.° 65). 

(122) Lettera del 15 aprile 1492: LX, 180; Fabroni, 
L. X., 257-58; RoscoE, Leone X, H, 307. 

(123) Si cf. specialmente le lettere degli oratori Pandol- 
fini e Valori a Lorenzo, 31 marzo e 3 aprile 1492: LUI, 104 
e 105. 

(124) n Pandolfini e il Valori scrivono appunto a Lorenzo 
il 24 marzo 1491-92 (LUI, 100) che il papa avrebbe consi- 
gliato il cardinale, dopo avere discorso con loro e inteso il 
parere di Lorenzo. 



CAPITOLO VI 

SENZA GUIDA 



I. La morte di Lorenzo de' Medici - Il pericolo per la si- 
gnoria medicea. — IL La successione di Piero - Unani- 
mità di condoglianze e d'offerte - La gara delle potenze 
avverse intorno a Piero e a Giovanni de' Medici. — III. I 
sentimenti del cardinale alla morte del padre - Giovanni 
e Piero de' Medici - Maneggi economici in Curia - Brighe 
politiche. — IV. La nomina a legato del Patrimonio - 
Quali vantaggi sembrasse presentare — - L'autorità reale 
del legato — La scarsa azione di Giovanni. — V. La lega- 
zione nel dominio fiorentino - La fine del primo soggiorno 
a Roma - Perchè Giovanni tornasse a Firenze — L'ingresso 
del legato - Il contegno di lui in città. — VI. Vita tran- 
quilla fuor di Firenze - L'entrata solenne in Prato. 



I. 

Un'assai grave lettera scriveva il 3 d'aprile del 
1492, da Parigi, Cosimo Sassetti a Lorenzo de' 
Medici. Era giunta alla Corte di Francia, otto gior- 
ni innanzi, un'ambasceria milanese, la quale do- 
mandava al re — troppo chiara domanda, perchè 
nessuno ignorava ormai i disegni di Carlo Vili — 
se questi fosse disposto ad aiutare Lodovico Sforza 
contro Ferrante ed Alfonso d'Aragona e diceva 
alleati di costoro non solo il papa, ma anche Lo- 
renzo de' Medici. A sua volta il re faceva scrivere 
dal siniscalco di Beaucaire a Lorenzo e ripetere 
da lui e dal principe di Salerno al Sassetti ch'egli 
aveva piena fiducia nel Medici e si teneva certo 
dell'appoggio di lui, del quale anzi Perron de' Ba- 



358 CAPITOLO VI 



schi, venendo in ItaKa, doveva seguire in tutto i 
consigli. E se, continuava il Sassetti, il cardinale, 
de' Medici fosse restato a Roma, il re avrebbe fatto 
maggior fondamento sopra di lui che sopra qual- 
siasi altro, e già aveva cominciato a scrivergli, 
rallegrandosi della sua esaltazione e raccomandan- 
dogli le cose proprie. Così non solo si annunziava 
vicina la tempesta, che Lorenzo de' Medici aveva 
cercato di stornare dall'Italia, ma egh stesso e il 
figliuolo non potevano avere speranza che pas- 
sasse senza travolgerli. Ma la lettera del Sassetti 
e quella del Vesc non furono lette da Lorenzo: 
quand'esse arrivarono a Firenze, il 10 e il 13 d'a- 
prile, Lorenzo era morto (1). 

Disse già altri a ragione ch'egli moriva in tempo 
per la sua fama. Perchè in Firenze-, cominciando 
già a rovinare, per la eccessiva larghezza di lui nello 
spendere e piìi assai per il crescere dell'attività 
economica degH altri Stati europei, la fortuna de' 
Medici, s'era dovuto già riparare al danno, con- 
fondendo il pubblico danaro col tesoro privato 
mediceo; ed era non solo èpogUazione odiosa del 
Monte, ma pericolosa manifestazione di signoria. 
E ne veniva che le gravezze nuove, dovute in 
parte aUa decadenza delle condizioni economiche 
d'Italia, della quale i Medici non erano colpevoli, 
si addebitassero loro; e ne mormorasse quel po- 
polo, ch'era stato prima, contro alla minacciosa 
ambizione de' grandi, amici o nemici, il maggiore 
appoggio della potenza medicea (2). Inoltre la si- 
gnoria de' Medici, con la guardia del signore, con 
la istituzione di una cancelleria privata, con il 
chiamare agli uffici piti deh'cati, alle Tratte, alle 
Riformagioni, al Monte, uomini di origine oscura 
o di contacio, con la creazione di un vero senato 
principesco nei Settanta, cori la segreta corrispon- 



SENZA GUIDA 359 



denza tra Lorenzo e gli ambasciatori o i cancellieri, 
era arrivata a tal punto da assiumere, ciascun anno 
più, necessariamente, la forma del principato: e 
una tale trasformazione non poteva avvenire senza 
gravi resistenze in una città, nella quale l'amore 
per le libertà comunali era, non solo in quelle 
classi più elevate e più educate aUa vita pub- 
blica, le quali, anche in regime democratico, avreb- 
bero retto il Comune, ma nella plebe stessa, intel- 
ligente e vivace, più profondo e più vivo che in ogni 
altra città d'Italia. Poteva Lorenzo, per la muni- 
ficenza, per la protezione alle lettere e all'arti, per 
l'abilità nell'accarezzare le aspirazioni e le passioni 
stesse del popolo, ritardare il giorno del con- 
flitto; ma solo fino a che almeno gh interessi esterni 
della città fossero confusi con queUi della signoria 
medicea. Or a questo occorreva la pace, ch'era con- 
dizione prima per il fiorire dei commerci; e lo stu- 
dio, con il quale Lorenzo si adoperò a conservarla, 
non gli era tanto suggerito da repugnanza alla 
guerra, o da cura per l'equiHbrio politico e per il 
bene d'Italia, quanto dalla necessità stessa di 
giustificare così, con quella sua funzione quasi di 
custode della pace, il mantenersi del suo dominio 
in Firenze. Ma, quando Napoh e Milano fossero 
venute a una guerra, la quale, combattendosi in 
Romagna od a Genova, non poteva lasciare in- 
differenti i Fiorentini, quella missione pacifica 
di Lorenzo sarebbe apparsa fallita e sarebbero 
state scrollate, insieme col credito suo di arbitro 
deU'Itaha, le basi stesse della signoria. La calata 
poi dei Francesi, la, quale al popolo fiorentino, per 
le tradizioni antiche della città e le attive rela- 
zioni di commercio con la Francia, non poteva 
sembrare pericolosa, era pericolosissima ai Me- 
dici. Né essi, infatti, potevano favorire una vittoria 



'^ ■ ' - ■;■■■ ■'' . ; ■:•■ ■■■ ^1 

360 CAPITOLO TI 

francese senza rinnegare del tutto la politica fin al- 
lora seguita di « buoni Italiani » e senza perdere, 
innanzi ai nuovi dominatori, quella loro quasi di- 
rezione suprema della politica nostra; né pote- 
vano opporsi aUa spedizione, senza cagionare e agli 
altri mercanti fiorentini e a se stessi un danno irre- 
parabile; né finalmente sarebbero riusciti a te- 
nersi neutrali, come Lorenzo mostrò di volere e 
Piero tentò fino all'ultimo, sia perché la posizione 
di Firenze era tale cbe in una spedizione mossa per 
via di terra contro Napoli assalitori e assaliti 
avevano necessità di costringerla a scoprirsi, sia 
perchè il re di Francia, per molti fatti precedenti, 
considerava i Medici come legati a lui da vincolo 
di riconoscenza e ne avrebbe tenuto la neutralità 
per fede mancata. Perciò, se, fin dal giorno in cui 
ebbe l'annunzio della morte, un fedele de' Me- 
dici, ser Stefano da Castrocaro, scriveva a Piero : 
« Possi dire che sia extincto el bene, la fede et bontà 
di tucta Italia et il tempo et la experie/itia lo indi- 
cherà », se Bartolomeo Dei, qualche giorno appres- 
so, diceva perduto « lo splendore di tutta Italia, non 
che Toscana » e preannunziava che alla giornata 
si sarebbe conosciuto meglio il danno, che allora in 
tutto non si potava stimare (3), queste impressioni 
erano dovute, oltre che all'oscuro presentimento 
d'imminenti sventure, a una fiducia eccessiva nella 
saviezza e nell'autorità di Lorenzo, come se egli 
potesse impedire una crisi, che s'annunziava ormai 
inevitabile. 

II. 

Certo, pareva che, in quei primi tempi, le cose 
de' Medici fossero tanto prospere da non potersi 
desiderare dimegho. Può essere che molti concorres- 



SENZA GUIDA 361 



sero a dare riputazione a Piero per timore e contro 
lor voglia e che il corteo di staffieri, di cui egli si 
circondava, movesse « stomacho a tutta la città, 
maxime a chi ben vivere desiderava »; e la sorve- 
glianza, che la compagnia medicea de' Magi eser- 
citava alle scale e alla catena di palazzo, e le voci 
correnti che Lorenzo fosse stato avvelenato e il 
mormorarsi il giorno de' funerali di lui che fosse 
quella soltanto una finzione, e le predizioni di 
sventura dei predicatori e specialmente di fra 
Domenico da Ponzo in Santa Maria del Fiore 
sono indizi di qualche agitazione, che serpeggiava 
in città e poteva non volgersi a bene per i fìgliuoh 
di Lorenzo (4). Ma non soltanto le votazioni presso 
che unanimi dei consigli e le attestazioni ufficiaH 
sempre sospette, sì anche quelle degU oratori fore- 
stieri e le stesse parole dei cronisti avversi ai Me- 
dici mostrano come, nell'apparenza almeno, i cit- 
tadini dello Stato fossero concordi nel sostituire 
Piero negh uffici paterni e il popolo non fosse da 
prima scontento del suo governo (5). 

GH Stati; poi, dell'Italia e la Francia pareva che 
ritrovassero, come neU'onorare Lorenzo, così nel 
favorirne i fìgliuoh, la concordia perduta. Il pon- 
tefice, appena saputa la morte, promise d'in- 
viare a Mrenze l'arcivescovo di Arles a condolersi e 
raccomandare Piero e di far qualche dimostra- 
zione verso la persona di Giovanni, per far vedere 
com'egh volesse procedere con la città e con Piero 
con la benevolenza stessa e la stessa fede che verso 
Lorenzo (6). E mandò intanto a Firenze, il giorno 
medesimo, un breve diretto a Piero per dolersi 
della morte, che diceva assai rehgiosa, di quel suo 
affine, e per annunziare di avere pensato a molti 
provvedimenti che si convenivano all'ufficio suo 
pastorale e all'affinità con Piero, aUe condizioni del 



362 CAPITOLO VI 



quale non sarebbe per mancare in alcuna parte (7). 
L'arcivescovo, poi, quel Niccolò Bucciardo Ciho, 
che vedemmo già avere presso il papa molta auto- 
rità, entrato il 16 d'aprile in Firenze, si presentò 
ai Signori e agli Otto, e, dolutosi della morte di 
Lorenzo, li confortò a mantenere con Piero de' 
Medici « il medesimo grado et termini », che i Fio- 
rentini avevano con Lorenzo (8). E re Ferrante, 
che già aveva esortato il pontefice a provvedere che 
non avvenisse novità in Firenze e gli aveva offerto 
l'appoggio suo e le forze di Virginio Orsini, mandò, 
a sua volta, Marino da Formia, che, dopo avere 
riferito al cardinale, a Roma, le intenzioni del re « in 
beneficio et commodo » di lui e dei fratelli, rinnovò 
ai magistrati fiorentini la raccomandazioiie in fa- 
vore di Piero, che già aveva esposta in nome del re 
l'oratore residente Marino Tomacelli (9). Al duca di 
Ferrara era giunto, nel viaggio tra Firenze e Roma, 
un breve del papa, che gh raccomandava laf ortuna 
dei figfinofi di Lorenzo; forse il pontefice, a cui la 
visita di Ercole d'Este non era gradita, sperava 
che questi s'inducesse a tornare a Firenze. Il duca 
si contentò per vero di rispondere « per le rime » 
e proseguì la sua via, ma più tardi fece man- 
dare dalla duchessa a Firenze Antonio da Monte- 
catini con una missione del tutto simile a quella 
degh oratori del papa e del re (10). L'oratore di 
Siena presentava lettere della Signoria, mentre 
Iacopo Petrucci, venuto in persona a Firenze, si 
collegava strettamente con Piero (11). I Veneziani 
vennero più tardi e non a posta, essendo di pas- 
saggio verso Roma, e, pure facendo grandi offerte 
e condoglianze e lodando Piero, si astennero dal 
raccomandarlo, non tanto perchè paresse troppo 
tardi, mentre la signoria era di tale natura che più 
importava il continuare del cominciare, quanto per- 



SENZA GUIDA 363 



che la Repubblica non si voleva staccare dalle sue 
tradizioni di prudenza ed era poi con i Fiorentini 
non nimica, ma fredda (12). Rti caldo assai s'era 
dimostrato il re di Francia, il quale, dopo di avere 
scritto, fin dal 14 di aprile, una lettera assai affet- 
tuosa al suo « cher cousin et hon amy » Piero de' 
Medici e, un' altra alla Signoria di Firenze in favor 
suo, aveva ripetuto più volte. al Sassetti le sue 
buone disposizioni per Piero e aveva commesso a 
Perron de' Baschi di dichiarare « con efficacissime 
parole « alla Signoria che nessun piacere si poteva 
fare al re più grato di questo, di conservare a 
Piero la condizione del padre (13). 

Ma nessuno superò in dimostrazioni di affettuosa 
premura Lodovico Sforza. Per verità, alla Coi'te 
sforzesca Piero de' Medici non doveva essere in 
troppo buona voce; Demetrio Calcondila, scri- 
vendo da Milano a Marcello di Virgiho Adriani, 
malignava sulla strana morte di Piero Leoni, il me- 
dico di Lorenzo, e, sebbene dicesse che tutti loda- 
vano i cittadini per aver dato a Piero l'autorità, 
soggiungeva" che più sapienti testimoni sarebbero 
i giorni futuri. E la stessa lettera famosa, con cui 
Agnolo Poliziano descrive a Iacopo Antiquario 
la morte e fa grandi lodi de' fighuoH, ha tutta l'aria 
di un'abile difesa (14). Lodovico Sforza tuttavia 
voleva che Piero e Giovanni si persuadessero in 
ogni modo delle sue buone disposizioni per loro. 
Fin dall' 11 aprile, egli protesta di voler tenere i 
fìghuoli di Lorenzo come fighuoh e frateUi propri 
e dallo sfortunato duca fa testificare all'« amico 
precipuo et charissimo », Piero de' Medici, che ad 
ogni suo bisogno egli avrebbe pronte le facoltà 
dello Stato di Milano, ne v'era cosa tanto grave che 
a lui e all'illustrissimo signore suo zio non paresse 
leggiera per conservare a Piero la dignità consueta 



364 CAPITOI-0 VI 



nella sua casa. E di nuovo il duca di Milano rin- 
nova, il giorno stesso, a Piero, nel rimandargli il 
suo cavallaro, le proteste di amicizia e Lodovico 
gli annunzia fin dal 12 l'invio di un Maffeo Nasi 
da TrevigKo, perchè operi quanto parrà necessario 
in favore di lui (15). A Maffeo tien dietro, pochi 
giorni dopo, Antonio Maria Sanseverino, perso- 
naggio assai autorevole, non soltanto per la pa- 
rentela col duca, ma assai più per il posto elevato, 
che i frateUi suoi, uno dei quah era allora 
capo dell'ambasceria sforzesca in Francia, tene- 
vano diplomaticamente e militarmente nel du- 
cato di ]\Iilano; e raccomanda anch'egh « molto 
cordialmente » Piero, dichiarando che i suoi signori 
vogliono continuare con la città e con lui « nella 
benivolentia, amore et intrinsicainteUigentiay> che già 
con Lorenzo (16). E ad un breve, scritto dal papa 
a Lodovico per manifestargH il suo proposito di 
conservare la pace d'Itaha e la potenza de' Medici, 
questi risponde di desiderare quella pace, di avere 
con i Medici vincoh di pubbhca e privata amicizia 
e d'essere quindi disposto a farsi duce e propu- 
gnatore di una tale politica (17). Le quah parole, 
se io non erro, scoprivano il vero fine di così 
calorose dimostrazioni di affetto, ch'era quello di 
legare più strettamente a Lodovico e quasi porre 
sotto la sua tutela i] giovine Piero, staccandolo 
dall'amicizia napoletana (18). E non era senza si- 
gnificato che, aUa corte francese, il conte di Ca- 
iazzo, sagacissimo esecutore de' disegni del Moro, 
dicesse al re che i Milanesi erano disposti a met- 
tere il loro stato per il mantenimento di quello di 
Piero e Carlo Vili rispondesse di averne piacere, 
perchè i Medici erano sempre stati i più fedeli 
amici deUa Francia in Italia (19). Di questi fatti, 
saputi o sospettati, aveva ragione d'intimorirsi 



SENZA GUIDA 365 



Ferrante, il quale commetteva all'oratore Toma- 
celli d'informarsi con diligenza se Antonio Maria 
fosse venuto in Firenze soltanto per condolersi e 
raccomandare Piero, o non anche per altra pra- 
tica (20). Cosi, anche una volta, l'apparente con- 
cordia nascondeva la profonda, sempre crescente 
divisione d'Italia. 

Una somighante unanimità di dolore e di buoni 
propositi appariva, ma si svolgeva pure una simile 
coperta lotta, a Roma, intorno al cardinale de' 
Medici. Fin dal 3 aprile, prevedendosi già la morte 
di Lorenzo, Ascanio Sforza aveva scritto al duca 
che eseguirebbe il « savio ordine » di lui rispetto al 
cardinale e agh oratori fiorentini, che se ne dice- 
vano gratissimi. Morto Lorenzo, tutti i cardinah e 
gh oratori e i baroni si erano dati premura dì visi- 
tare Giovanni e manifestargh le disposizioni loro o 
dei loro mandanti. Ma, già dai primi giorni di quelle 
visite, ser Stefano e Pierfìhppo rilevavano come si 
distiQguessero nel far piti larghe offerte gh oratori 
francesi ed Ascanio, del quale ultimo il Pandolfini 
diceva mostrar egfi veramente di amare Piero dal 
cuore, sicché questi poteva fare ogni buon fon- 
damento sopra di lui, col cardinale pòi condursi in 
modo da non potersi desiderare di megho. Il 
Moro mandava ad Ascanio lettere dirette al papa 
in favore del cardinale, le quah, essendo il papa 
malato, gh furono trasmesse per mezzo del ve- 
scovo di Mondovì, Gerolamo Calagrano, suo came- 
riere; Ascanio poi prometteva che, appena po- 
tesse parlare a Innocenzo Vili, non mancherebbe 
di raccomandargh, come il duca, o, per esso, il 
Moro volevano che assumesse « la protectione de la 
successione del magnifico Laùrentio » (21). E Ro- 
drigo Borgia, del quale erano ben note le relazioni 
con gli Sforza, protestava al cardinale di voler 



366 CAPITOI-O VI 



conservare a lui e a Piero l'intiino amore, ch'egli 
portava alla buona memoria di Lorenzo e si ado- 
perava per lui presso il papa, mentre a Piero scri- 
veva una lettera tanto cordiale che nella ricca 
filza medicea, che raccoglie siffatte condoglianze, 
difficilmente sé ne potrebbe trovare una simile (22). 
Si può anzi ritenere che quest'ardore degH Sforza 
e dei loro amici desse qualche sospetto ai loro av- 
versari, perchè se gli Orsini, come parenti, abbon- 
davano pure in offerte, il cardinale GiuHano della 
Rovere non è specialmente ricordato nelle lettere 
medicee da Roma, e fra Giovanni da Prato fran- 
cescano, il quale aveva relazione con lui, protet- 
^tore dell'Ordine suo, mostra di pensare che egli 
temesse di avere perduto con la morte di Lorenzo 
il frutto dell'ossequio, che gh aveva reso prefe- 
rendo Giovanni al Malleacense (23). 

E sarebbero riusciti quei due giovani inesperti, 
Piero e Giovarmi de' Medici, a sottrarsi a così pe- 
ricoloso contrasto di influenze, da cui a stento 
riusciva a togUersi quel fine uomo pohtico, ch'era 
Lorenzo ? 

ni. 

Ma, anche sott' altro rispetto, con la morte di 
Lorenzo com^inciava un periodo nuovo nella vita 
di Giovanni de' Medici. In verità, non sembra 
che egli abbia sentito molto vivo il dolore della 
perdita immatura del padre, che lasciava lui, già 
da più anni privo della madre, orfano in età anco- 
ra assai giovinetta. Il 9 d'aprile, quando si sapeva 
già che la malattia di Lorenzo era mortale, ma non 
s'aveva ancora annunzio della fine, ser Stefano 
scriveva a Piero di non credere « fussi mai uno 
cuore di uno 'povero servidore tanto afflicto et tri- 



SENZA GUIDA 367 



bulato)) quant'era il suo; e di monsignore aggiun- 
geva ch'era « in assai amaritudine ».. ma s'era ac- 
quetato « assai ragionevolmente » per i conforti di 
Piero, del papa, degli oratori (24). Né Giovanni 
scriveva chiedendo notizie del padre, né mostrava 
alcun desiderio di rivedere questo, che pure narra- 
rono dicesse restargH, con altre due cose, il desi- 
derio di rivedere lui sano (25) ; anzi, consigliandolo 
il papa, come ci riferisce ser Stefano, a partire subi- 
tamente, indugiava finché fosse trascorsa la Pa- 
squa, e diceva di volersi rimettere a quello che gh 
si consigliasse da Firenze. E, certo, era causa del 
ritardo il timore che quel suo affrettato ritorno sem- 
brasse ai Fiorentini e a Piero stesso sfiducia nella 
sicurezza del potere di questo, perché non senza 
ragione gH oratori fiorentini, i quaH per il loro uf- 
ficio avevano rispetti maggiori che ser Stefano, di- 
cono solo che il papa consighava il cardinale di 
star pronto a partire, appena Piero desiderasse, e 
adducono come ragione del consiglio il timore che 
« Varia romanesca » nocesse alla salute di lui (26). 
Ma la prevalenza, ch'ebbero in quel momento con- 
siderazioni siffatte, mostra come Giovamii fosse 
ormai il cardinale de' Medici, piuttosto che il fi- 
ghuolo di Lorenzo. 

Venne il 10 d'aprile l'annunzio che Lorenzo era 
morto. Piero, con un riguardo, che in quella sua 
natura orgoghosa e brutale ci sorprende gradevol- 
mente, aveva dettato egU stesso la lettera per il 
fratello (27), il quale abbondò in dimostrazioni 
esterne di cordogho, quali erano consighate dagh 
esperti di corte, tolse gli ornamenti e i panni alle 
pareti, indossò una veste violetta, tenne solo le 
sedie coperte di cuoio e gli sgabelli, rimovendo 
l'altre sedie, fece vestire i suoi di panno nero, 
mentre i mercanti fiorentini chiudevano i loro 



368 CAPITOI.O VI 



banchi e le botteghe e, per la maggior parte, ve- 
stivano a lutto con ogni segno di mestizia (28), Ma 
insistono troppo i famihari del cardinale sulla co- 
stanza, con cui egh toUerò quella sventura, il 
quale contegno poteva essere addotto come prova 
di animo iorte e non indegno di chi era nato da 
Lorenzo de' Medici, ma può anche attestare una 
scarsezza di sentimento e una freddezza, che in 
quel sedicenne, anche se porporato, ci offende (29). 
Né piace il vederlo, il giorno dopo una tale notizia, 
apparire al concistoro per la cerimonia simbolica 
dell'apertura della bocca e, come si sperava e al- 
lora non fu, per udirsi pronunziare legato (30). E 
io non so se m'inganno, perchè nel giudicare di tah 
argomenti l'ingannarsi è facile, e la varietà dei 
giudizi lo prova; ma non diversa impressione ri- 
cevo dalla prima lettera, ch'egh scrisse al fratello, 
dopo ch'erano già passati due giorni dal funebre 
annunzio (31). Questa lettera non è di sua mano, 
né questo, in quell'età, ci fa meravigha; ma o i 
pensieri, che in essa sono espressi, non sono affatto 
del cardinale, ed é strano ch'egh lasci ad altri di 
essere interprete dell'anima sua, con un fratello, 
in tale momento; o sono, e in quel miscugho di 
volgare e di lambiccate frasi latine, in quei con- 
sigli a Piero, che certo sono savi, ma hanno in mira 
l'acquistare e il conservare autorità più che il far 
bene, vanamente io cerco un sentimento vivo e 
sincero: non Ve parola che esprima lo strazio che 
il padre sia scomparso così, repentinamente, 
quando Giovanni era lontano, non v'é ricordo di 
virtù sue, fuorché dell'indulgenza verso i fìghuoH, 
non v'é proposito o esortazione à Piero di seguirne 
l'esempio: il giovinetto mira già all'avvenire, 
piuttosto che rimpiangere un passato, che pur era 
stato, per le cure paterne, così heto per lui. 




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368 CAPITOLO VI 



bancM e le botteghe e, per la maggior parte, ve- 
stivano a lutto con ogni segno di mestizia (28). Ma 
insistono troppo i familiari del cardinale sulla co- 
stanza, con cui egli tollerò quella sventura, il 
quale contegno poteva essere addotto come prova 
di animo torte e non indegno di chi era nato da 
Lorenzo de' Medici, ma può anche attestare una 
scarsezza di sentimento e una freddezza, che in 
quel sedicenne, anche se porporato, ci offende (29). 
Né piace il vederlo, il giorno dopo una tale notizia, 
apparire al concistoro per la cerimonia simboHca 
dell'apertura della bocca e, come si sperava e al- 
lora non fu, per udirsi pronunziare legato (30). E 
io non so se m'inganno, perchè nel giudicare di tah 
argomenti l'ingannarsi è facile, e la varietà dei 
giudizi lo prova; ma non diversa impressione ri- 
cevo dalla prima lettera, ch'egli scrisse al fratello, 
dopo ch'erano già passati due giorni dal funebre 
annunzio (31). Questa lettera non è di sua mano, 
né questo, in quell'età, ci fa meraviglia; ma o i 
pensieri, che in essa sono espressi, non sono affatto 
del cardinale, ed è strano ch'egh lasci ad altri di 
essere interprete dell'anima sua, con un fratello, 
in tale momento; o sono, e in quel miscuglio di 
volgare e di lambiccate frasi latine, in quei con- 
sigli a Piero, che certo sono savi, ma hanno in mira 
l'acquistare e il conservare autorità piti che il far 
bene, vanamente io cerco un sentimento vivo e 
sincero: non v'è parola che esprima lo strazio che 
il padre sia scomparso così, repentinamente, 
quando Giovanni era lontano, non v'è ricordo di 
virtù sue, fuorché dell'indulgenza verso i fighuoh, 
non v'è proposito o esortazione a Piero di seguirne 
l'esempio: il giovinetto mira già all'avvenire, 
piuttosto che rimpiangere un passato, che pur era 
stato, j)er le cure paterne, così lieto per lui. 







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SENZA. GUIDA 369 



E l'avvenire, sì, era mutato di molto. Erede del 
padre, ch'era morto senza testamento, insieme 
con i frateUi Piero e Giuliano, il cardinale aveva, 
come loro, facoltà di disporre dei beni paterni, 
sebbene mostrasse poi di rimettersi a Piero volen- 
tieri (32). Nella signoria, l'esempio di Lorenzo e 
di presso che tutti i signori d'Italia dava il diritto 
della successione a Piero, che Lorenzo in sua vita 
aveva fatto quasi designare dai cittadini a suo 
erede (33). Ma Giovanni, non molto più giovane di 
Piero e rivestito di una dignità, che lo inalzava 
assai sopra di lui, non poteva essere dispostp a pre- 
stargli quella soggezione compiuta, che Lorenzo 
stesso, come vari indizi ci dimostrarono, non era 
riuscito ad ottenere senza fatica. Certo egli prote- 
stava che obbedirebbe con sollecitudine ad ogni 
comando del fratello, al quale diceva spettare dar 
ordini e a sé l'eseguirh ; ma, fin da quei primi glor- 
ili, riteneva fosse debito suo dargh almeno consi- 
gli: ed erano consigli di saviezza, che fosse benefico, 
affabile, cortese, hberale: dei quah consigH diceva 
di ritenere che il fratello non avesse bisogno, ma 
troppo bene, con i suggerimenti dati così all'inizio 
della signoria di Piero, mostrava di credere ch'egh 
avesse anzi bisogno assai (34). E, senza voler dare 
a quelle parole generaH del cardinale significato più 
ampio ch'esse forse non abbiano, possiamo pensare 
tuttavia che a lui paresse bene tenere nel governo 
modi più dolci che non consentisse a Piero l'animo 
superbo e impetuoso. E certo ne sarebbe dive- 
nuta più forte la signoria medicea, anche se essi, 
come credo, non sarebbero bastati a salvarla, poi- 
ché disse bene il Commynes che, alla fine, il si- 
stema di governo di Piero non era diverso da 
quello di Lorenzo fuor che nei modi (35). Così il 
cardinale giovinetto voleva essere non solo rappre- 

24. — PiooTTi, Leone X. 



370 CAPITOLO VI 



sentante degli interessi medicei nella Corte ro- 
mana, ma in qualche modo partecipe della si- 
gnoria. Se non che era assai da dubitare che tol- 
lerasse questa sua, per quanto moderata, inge- 
renza un uomo così riottoso e violento, qual era 
il magnifico Piero. 

Per allora, in ogni modo, l'opera del cardinale 
era tutta rivolta a dar favore a costui. Non che si 
ritenesse trovarsi egh in alcun pericolo: quando il 
pontefice, aUe prime notizie dell'aggravarsi di Lo- 
renzo, aveva offerto al cardinale e agH oratori di 
mandare un suo inviato a Fh'enze e genti armate 
al confine, essi avevano risposto che per grazia 
di Dio la città si trovava in tali termini e 
tanto bene contenta per le opere di Lo- 
renzo e per la grazia, che aveva Piero con 
tutti i cittadini, che quell'aiuto non bi- 
sognava. Ove, tuttavia, occorresse, U cardinale 
e gh oratori si dicevano « disposti a spargere insino 
al sangue » per mantenere l'autorità di Piero (36). 
Così essi curavano attivamente gli interessi del 
banco mediceo, sicché questo efficacissimo stru- 
mento deUa potenza de' Medici attraversasse si- 
curo la crisi, che poteva essere prodotta dalla 
morte di Lorenzo. Ser Stefano scriveva, in nome 
del cardinale, che le cose del banco erano grasse e 
non avevano bisogno di sovvenzione e il Pandolfini 
aggiungeva essere tanto il favore goduto da Piero, 
che, al primo annunzio della malattia di Lorenzo, 
s'erano fatti depositi al banco per ben settemila- 
cinquecento ducati, e dai cardinaH Sforza e Picco- 
lomini era stata offerta ogni loro facoltà e da, altri 
molti buona somma di danaro. Consigliavano tut- 
tavia Nofri Tornabuoni e Pierfìhppo che « per ri- 
putazione della ragione » Piero mandasse a Roma 
altro danaro, chiedendolo, ove occorresse, a pre- 



S.ENZA GUIDA 371 



stito in Firenze per un paio di mesi: a Roma lo si 
conserverebbe in cassa, ma gioverebbe a tener 
alto il credito de' Medici (37). Ma Piero, che per 
altri rispetti mostrò, in questo principio della sua 
vita politica, di procedere con saviezza in questa, 
del danaro mostrava poco senno. Dovette parere 
a lui che quell'improvvisa morte di Lorenzo fosse 
cagione di panico e richiedesse provvedimenti 
energici per impedire una rovina (38). Così cercò 
a prestito in lirenze oltre a ventunmila ducati, 
chiedendoli proprio a quei due figHuoH di Pierfran- 
cesco de' Medici, nei quah avrebbe dovuto sospet- 
tare due rivaU futuri, e crescendo perciò ad essi il 
credito come di salvatori de' Medici in un mo- 
mento pericoloso, e volle che si provvedesse a ri- 
scuotere i crediti suoi di Lione, non avvedendosi 
che ne sarebbe scossa la riputazione dei Medici in 
Francia e si offenderebbero molti, ch'era interesse 
politico conservare amici in quell'ora (39). A Roma 
poi, fin dal 10 di aprile, scrisse al cardinale, a 
Nof ri, agli oratori tutti insieme e a Pierfihppo 
solo disopra molte cose 'pertinenti in questo caso della 
moì'te di Lorenzo » e di nuovo il 12 agli oratori e al 
cardinale che consultassero insieme se era bene 
che si parlasse al papa di quello, che s'era scritto 
a Nofri. Il nome di Nofri, ch'era gerente del banco 
mediceo, fa ritenere con certezza che si trattasse 
di affari economici, dei quah però il cardinale e gh 
altri non ritennero opportuno discorrere al papa, 
ma suggerirono altro modo « et piii commodo et più 
facile », e, sebbene Piero insistesse, non ne fecero 
nulla per molti giorni (40). E a me sembra conget- 
tura assai probabile che si trattasse di quel prowe- 
dimento, che vediamo preso alla fine di aprile, 
della restituzione, cioè, alla società de' Medici di 
ventimila fiorini a conto de' suoi crediti, la quale 



372 CAPITOLO VI 



somma fu per metà fornita alla Camera apostolica 
da Niccolò Cibo, certo sul danaro della crociata, 
e in parte fu provveduta dalla società senese degli 
Spannocchi (41). E, se è così, la resistenza del car- 
dinale vuole essere lodata come prova di senno, 
perchè quel pagamento e altri, che furono fatti 
per più che ottomila fiorini prima della morte di 
Innocenzo Vili (42), allentavano i legami tra i 
Fiorentini e la Corte romana, quando appunto, 
nell'imminenza di una elezione nuova, occorreva 
farh più stretti e, diminuendo il credito de' Me- 
dici, alzavano quello degh Spannocchi, i quah ap- 
pimto saranno i banchieri di papa Alessandro VI. 
Ma non in tah maneggi economici soltanto, ne 
principalmente in essi, poteva servire in Curia agH 
interessi medicei il cardinale de' Medici. Piero mo- 
strava, in quei primi giorni, di tenerlo da più che 
non avesse fatto Lorenzo: a lui direttamente egli 
invia, il 13 d'aprile, copia della lettera del Sas- 
setti, perchè, insieme con gh oratori, la comunichi 
al papa e provveda, ed il 20 lo prega di dar notizia 
agU oratori delle lettere, che gli sono inviate, alle 
quali appunto, scrivendo a quelli, Piero si rimet- 
te (43). Il compito, ch'era assegnato al giovinetto, 
era ancora quello stesso che rispondeva all'indiriz- 
zo pohtico di Lorenzo de' Medici. O venissero dalla 
Francia notizie sulla lega proposta da Lodovico 
Sforza al re Carlo Vili, o il Moro si lagnasse del 
papa, dicendo che questi aveva sollecitato il re di 
Francia a dargh appoggio per toghere Genova ai 
Milanesi, o si dolesse Ferrante delle pratiche del 
Moro per rompere il matrimonio fra Ladislao di 
Ungheria e Beatrice d'Aragona, il cardinale de' 
Medici e gh oratori di Firenze s'adoperavano a 
chiarire i mahntesi e a mettere pace e si studia- 
vano di accordare Lodovico col papa, sicché pò- 



SENZA GUIDA 373 



tesse conchiudersi una nuova lega generale, che 
sarebbe stata, come scriveYa un ignoto confidente 
di Piero, « la cura delle infermità de Italia » (44). 



IV. 

Il pontefice non s'era tuttavia ancora sottratto 
a quel fascino, che sopra di lui aveva esercitato 
Lorenzo de' Medici. Appena udita la morte di 
questo, egh aveva dichiarato che, a testimonianza 
delle sue buone disposizioni per Giovanni e per 
Piero, conferirebbe nel concistoro del giorno se- 
guente al giovine cardinale l'ufiicio di legato del 
Patrimonio. Ma nel concistoro compi la cerimo- 
nia dell'apertura deUa bocca al cardinale, parlò 
con gran lode di Lorenzo, raccomandò Piero e la 
sua casa al Sacro Collegio; della legazione non 
fece parola. E Giovanni, ci assicura ser Stefano, 
non se ne mostrò « punto sconcio »; ma i suoi n'eb- 
bero dispiacere, anche se volevano dissimularlo, 
e ricercavano, non senza qualche ansia, la cagione 
del mutamento, ch'era variamente indicata, o nel 
consigho, che l'oratore napoletano avesse dato, 
di chiedere prima il parere del re, o nei maneggi 
del cardinale di Benevento è di Domenico Doria, 
capitano deUa guardia, per l'interesse di un parente 
loro e del papa, ch'era governatore a Viterbo (45). 
Il primo motivo sarebbe stato grave, perchè a- 
vrebbe indicato una palese avversione dei Napole- 
tani ai Medici; ma non sembra che fosse vero, 
perchè il pontefice non attese poi tanto che si po- 
tesse avere da Napofi una risposta. Si può credere 
invece che fosse cagione del ritardo ì'ostiHtà di 
qualcuno fra i membri del Sacro Collegio, perchè, 
la mattina della domenica 'degh Ulivi, 15 d'aprile, 



374 CAPITOLO VI 



il papa chiamò a sé quasi di sorpresa i cardinali in 
udienza segreta nella sua camera, mentre s'atten- 
deva l'invio delle palme per la funzione, e creò, col 
consenso, ch'essi,, così alla sprovveduta, nongh po- 
tevano negare, legato del Patrimonio il cardinale 
de' Medici. Terminata poi la< lunga cerimonia, du- 
rante la quale il minuzioso Burckard ci ricorda 
uno svenimento passeggiero di Giovanni, dovuto, 
io penso, non a commozione per la morte recente 
di Lorenzo, né ad emozione per la nuova carica, 
ma appunto alla lunghezza della funzione papale, 
tutti i cardinah e gh oratori, fra i quali erano 
queUi di Francia e il marchese del Baden oratore 
imperiale, accompagnarono, secondq il costume e 
nell'ordine consueto, al palazzo di Càmpofiore il 
nuovo legato (46). 

La Signoria fiorentina, ringraziando il ponte- 
fice, diceva parerle « inusitata et nuova tanta divina 
benignità della Santità Sua)) (47). E veramente la 
nomina del cardinale poteva giovare a dar cre- 
dito ai Medici; e le molte lodi, contenute nella boUa, 
di potenza nelle opere e nelle parole, di esperienza 
in grandi e ardui negozi, di scienza grande, di 
attività sollecita, di gentile costume, potevano, 
rivolte ad un giovinetto, crescergh stima, almeno 
presso chi ignorava, o voleva ignorare, ch'esse 
non erano che formule consuete della cancelleria 
pontificia (48). Il salario poi, se fosse stato so- 
disfatto davvero, poteva essere considerevole au- 
mento delle rendite, ancora non molto laute, del 
cardinale (49); e il ricco palazzo di Viterbo, per il 
quale la Camera apostolica spendeva ogni anno 
dugentocinquanta ducati d'oro (50), gh offriva 
assai decorosa residenza. Avrebbe anche quella 
legazione potuto accrescere l'autorità de' Me- 
dici sopra di Siena, la quale città aveva col Patri- 



SENZA GUIDA 375 



monio relazioni frequenti e non sempre amichevoli: 
sappiamo infatti che forse il primo ordine dato 
da Giovanni nel suo nuovo ufficio fu di restituire 
ai Senesi certi muK, che il governatore del Patri- 
monio aveva presi, e di sospendere, d'accordo con 
loro, le rappresaglie (51). 

Ma, quanto all'autorità del cardinale nella sua 
legazione, se al Pohziano piacque di esagerare 
l'arduo negozio, nel quale già egh rivolgeva a sé 
gli occhi di tutti i mortah (52), essa si riduceva in 
realtà a ben poco. Già l'essere egli creato a bene- 
placito del papa ne diminuiva il credito, special- 
mente in questo, che tutti sapevano essere l'ul- 
timo tempo del j)ontificato di Innocenzo Vili; e 
il Patrimonio, del quale in otto anni il Medici era 
già il quarto legato, era avvezzo a tenere la per- 
sona del legato in conto men che mediocre (53). 
Questi aveva, si, nominalmente il reggimento e 
la custodia di tutte le terre e casteUi del Patri- 
monio; ma, anche lasciando Civitavecchia, la 
quale era quasi affatto indipendente dal governo 
della legazione- e aveva un suo castellano eletto dal 
papa, i castellani di Viterbo, di Bolsena, di Orvie- 
to, di Montalto erano stati nominati direttamente 
dal pontefice; e da questo era fissato il salario del 
governatore e luogotenente, al quale anche, più 
volte, il papa dava ordini senza il tramite del le- 
gato (54). Né la rivocazione delle precedenti conces- 
sioni papali, che si leggeva nella bolla di nomina, 
e la facoltà al legato di sospendere o deporre tutti 
gh ufficiaH deputati sin allora o che fossero deputati 
in seguito, potevano essere altro che formule senza 
valore, poiché, mentre la bolla per la legazione di 
Ascanio Sforza gh dava facoltà di nominare altri 
in luogo dei deposti, purché fossero fedeli ed 
idonei, questa del Medici non gh attribuiva altro 



376 CAPITOLO VI 



diritto che di stabilire che altri fossero messi al 
posto loro per mezzo di lettere apostoliche (55). 
Certo non fu tolto il governo di Orvieto al Savelli 
e la rocca di Viterbo fu concessa a Giovanni solo 
per i patti simoniaci del conclave del 1492 (56); 
nell'ufficio poi di governatore a Domenico de' 
Mari fu sostituito non un prelato fiorentino, come 
s'era prima pensato, ma Prospero Cafiarelli, ve- 
scovo di Ascoli, ch'era stato già in quell'ufficio per 
Ascanio Sforza e, come vedremo poi, si mostrò, 
nonostante le proteste di ossequio, tùtt'altro che 
devoto ai Medici (57). 

In fatto d'amministrazione deUa giustizia, al 
legato era concessa piena giurisdizione anche neUe 
cause ecclesiastiche e spirituaH e, a presidio dell'au- 
torità sua, il diritto di procedere con la forza contro 
i ribelli e di raccoghere, quando occorresse, eser- 
citi in aiuto della Chiesa e a tutela delle provincie 
affidategh, richiedendo i servigi mihtari e le pre- 
stazioni reah e personaH dei vicari della Chiesa: il 
pontefice dichiarava espressamente di avere per 
rate e di far osservare le sentenze, ch'egH pronun- 
ziasse da sé o per mezzo del suo luogotenente, ed 
escludeva, almeno nei casi di ribellione, ogni di- 
ritto di appello. Ma Innocenzo stesso, come, del 
resto, i predecessori suoi, aveva dato anche in que- 
sto l'esempio della intromissione diretta dell'au- 
torità papale negli uffici del legato, perchè tro- 
viamo ch'egli imponeva a costui e al governatore 
il giudice delle cause spirituali e quello delle appel- 
lazioni e il bargello commissario per i malefizi, 
al quale comandava direttamente ora di reprimere 
defitti, ora di sospendere condanne (58). E, final- 
mente, la carica importantissima di tesoriere era 
data dal papa in concessione o in appalto, e al 
legato o al governatore non restava che di mettere 



SENZA GUIDA ~ 377 



in uf&cio chi l'avesse ottenuta: e anche a costui 
venivano ordini, assai spesso, dal papa, essendo 
così sottratta al legato presso che ogni ingerenza 
nell'amministrazione del Patrimonio. A Giovanni 
toccò la fortuna, nei primi mesi della legazione, 
che fosse tesoriere un uomo tra i più congiunti ai 
Medici, Nofri Tornabuoni, del quale si poteva 
servire come gli piacesse; ma altro sarebbe stato, 
quando da mani estranee o nemiche dipendessero 
tutte le rendite e il salario stesso della lega- 
zione (59). 

Forse Lorenzo de' Medici sarebbe riuscito a 
trarre maggior frutto da quell'ufficio del fìghuolo; 
ma, certo, Giovanni non seppe; e l'ordine dato per 
quella restituzione ai Senesi è il solo atto che io 
conosca di lui, come legato, in questo periodo. ' 



V. 

Parve che Piero stesso si accorgesse dello scarso 
valore di quella legazione per la fortuna de' Medici, 
poiché fin dai primi giorni cominciò a sollecitare 
per Giovanni altro, novissimo ufficio. La nomina 
a legato del papa nel dominio di Firenze avrebbe 
in verità inalzato di molto il cardinale sopra dei 
cittadini di Firenze e della stessa Signoria, poiché 
il legato nella sua legazione aveva fino precedenza 
sui re; gli avrebbe dato quelle apparenze esterne di 
sovranità, che Lorenzo non aveva voluto e Piero 
esitava ancora ad assumere; e la conservazione 
del potere mediceo sarebbe sembrata come un 
interesse particolare della Chiesa, poiché per nul- 
l'altro fine poteva il papa inviare un legato fuori 
del dominio papale. Certo, un osservatore prudente 
avrebbe anche considerato che v'era pure qualche 



378 CAPITOLO VI 



pericolo nel mostrare che la signoria de' Medici 
fosse bisognosa di un appoggio e quasi di una pro- 
tezione esteriore, e non per nulla il Valori, scri- 
vendo agli Otto, attribuiva queUa nomina a spon- 
tanea iniziativa papale (60); e anche si poteva te- 
mere che la signoria, posta sotto gli auspici della 
Chiesa, avesse, o sembrasse avere, minore hbertà 
d'azione di fronte a questa e che la rapida eleva- 
zione del giovinetto figUuolo di Lorenzo e la 
pompa nuova, che lo circondava, offendessero coloro 
che non volevano mutate le antiche apparenze 
della libertà repubbhcana e dell'indipendenza da 
Roma. Non era tuttavia Piero de' Medici tale uomo 
che sapesse vedere bene addentro nel futuro: la 
nomina del fratello a legato nel domiiiio fioren- 
tino gli parve allora opportuno rincalzo all'au- 
torità sua, e questo bastò a dirizzarvelo. 

Alla prima domanda di Piero il papa rispose 
d'essere bene disposto, ma che la cosa era da trat- 
tare sulla partenza del cardinale, che doveva es- 
sere a mezzo maggio (61). E attese infatti fin aU'll 
di questo mese, nel qual giorno lo pronunziò, in 
concistoro segreto, legato nella città di Firenze 
e in tutto il dominio: la bolla ne giustificava la no- 
mina, accennando a negozi del pontefice e della 
Chiesa romana, dei quali conveniva affidare la cura 
a persona, di dignità e d'autorità e grata aUa Si- 
gnoria fiorentina. Dopo il concistoro, seguì la pub- 
bhcazione del nuovo legato, che tutti i cardinah 
accompagnarono fino alla Porta del Verziere. 
Fuori di questa egh pranzò nella villa del teso- 
riere della Chiesa Falcone Sinibaldi; e la sera stessa 
partì per Firenze (62). 

Terminava così quel primo soggiorno romano 
di Giovanni de' Medici. E fantasticarono, al sohto, 
i lodatori sull'autorità, ch'egM aveva goduta in 



SENZA GUIDA • 379 



Roma, sul raccogliersi intorno a lui di uomini 
dotti, sulla sua vita rallegrata da ogni sorriso 
dell'arte. Ma, fuor che nelle udienze del papa agli 
oratori 'iìorentini, nei concistori, nelle funzioni 
religiose della SS. Annunziata alla Minerva, delle 
Palme e del venerdì santo nella cappella papale, di 
San Marco nella chiesa a pie del Campidoglio (63), 
non abbiamo ricordo di lui in Roma; né Fehno 
Sandeo, che per suo mezzo sperava di sahre dal 
grado di uditore di Rota a più alto ufficio, né fra 
Giovanni da Prato, che lo voleva strumento a de- 
porre il generale de' Francescani, ebbero quel che 
domandavano (64); quello poi, che a lui stesso fa 
dire l'Alcionio e ripetè il Fabroni, che fosse do- 
vuto a lui il conferimento del patriarcato di Aqui- 
leia a Ermolao Barbaro, é un evidente anacro- 
nismo, perché, già piti d'un anno prima ch'egh giun- 
gesse in Ronia o pigHasse in Firenze il cappello, 
l'umanista veneziano aveva ricevuto dal pontefice 
quella dignità così malaugurata per lui (65). 

Il motivo del ritorno di Giovanni a Firenze — 
poiché, naturalmente, l'insalubrità dell'aria era un 
pretesto, avendo egli decorosa sede nella lega- 
zione del Patrimonio — fu variamente indicato. 
Certo, non parrebbe che Lorenzo pensasse di la- 
sciare a Roma il figliuolo per mólto tempo: Piero 
Dolfin, ch'era con lui, invitava fin dal 7 aprile un 
suo confratello a pregare per il ritorno felice d'am- 
bedue (66). Ma, ora che Lorenzo era morto, non era 
forse pili opportuno che il cardinale rimanesse in 
Curia a promuovere gl'interessi economici e poli- 
tici della casa medicea? Fu detto ch'egli tornò 
per a fare spalla)) al fratello; e, più largamente, il 
Parenti ci narra come, non volendo molti citta- 
dini cedere interamente a Piero de' Medici e 
stringendosi fra loro per essergh uguaH o supe- 



380 CAPITOLO VI 



riori, non inferiori, altri cittadini lo esortavano a 
far venire il cardinale, a perchè nuove vicitationi et 
moltitudine di faccende et pratiche s' aggiugnereh- 
hono, donde il popolare concorso alla casa de' Me- 
dici verrebbe a multiplicare ». Ma il cronista dimen- 
tica d'aver lodato aUora allora la modestia dei 
primi atti di Piero, la remissività di lui innanzi 
ai principali, il suo accordo con gli accoppiatori 
nella elezione della Signoria « senza nessuna ispe- 
tialità » (67). E, d'altra parte, se era spiegabile che 
nei primi giorni dopo la morte di Lorenzo, quando 
era ancora incerto come si volgessero gH eventi, si 
discorresse a Roma di un sollecito ritorno del car- 
dinale, ora che la successione di Piero era sicura 
e rassettata ogni cosa, non si vedeva la ragione, 
per cui il cardinale dovesse ricondursi in Firenze. 
Piuttosto a me sembra verisimile l'altra ragione 
addotta pure dal Parenti, che la fiera lotta, che 
già si combatteva nel Sacro Collegio, della quale 
fu prova in quei giorni la disputa vivacissima sul 
posto da assegnare in cappella al principe Ferran- 
dino di Capua (68), facesse parere poco prudente 
che il cardinale « giovane et senza praticha di corte » 
rimanesse in Curia, molto piti dopo che gli erano 
mancati il favore e il consigho del padre. 

Si direbbe, anzi, che a lui stesso tardasse di 
rientrare nell'ombra. Il viaggio di ritomo fu, per 
volontà sua, più sollecito che non si fosse pensato 
da prima, e modesto: egli non si arrestò che un 
giorno a Viterbo, senza lasciare in questa città, 
ch'era la principale della legazione, alcuna traccia 
del suo passaggio ; ai principali di Siena, che gH 
avevano fatto scrivere non volesse venire « chosì 
alla salvaticha », ma rimanesse almeno a desinare 
con loro, rispose che, sapendo di venire in quella 
città come a casa sua, prendeva sicurtà di non 



SENZA GUIDA 381 



fermarsi per non guastare l'ordine dato al suo 
cammino: passò infatti il 17, andò a mangiare alla 
Castellina, fermandovisi la sera, la mattina se- 
guente doveva essere a Passignano, e faceva dire 
a Piero che da quel giorno in là poteva fare l'in- 
gresso in Firenze quando volesse (69). 

L'ingresso fu, per volontà di Piero, solenne as- 
sai. Il 20 maggio, ch'era domenica, andarono in- 
contro al legato tutti i preti e i frati della città, 
che l'accolsero sotto il baldacchino, gh uf&ciah, 
gli oratori, i cittadini primari a cavallo e molto 
popolo: la pioggia, che — notava l'oratore mila- 
nese — accompagnava fin dalla nascita ogni mo- 
mento solenne della vita del cardinale, guastò an- 
che questa volta la cerimonia; ma tuttavia fu 
ingrandissimo trionffo et dignità...., stupenda cosa 
da vedere ». Il cardinale visitò « in ringhiera » la 
Signoria, e questa, il giorno dopo, gli restituì la 
visita neUa casa di Piero, dov'era alloggiato e che 
diveniva così una vera casa di principe: l'oratore 
estense Manfredi osservava che la Signoria non 
era soHta di visitare persona a casa, ma s'era mossa 
per essere il cardinale legato apostohco. E sta bene; 
ma era anche la prima volta che la Signoria fioren- 
tina s'inchinava ufficialmente ad un Medici (70). 

Aveva però bene preveduto l'oratore mila- 
nese che Giovanni avrebbe esercitato molto mo- 
destamente l'ufficio della legazione, contentandosi 
dell'onore. Perchè, se parve che Piero ne avesse 
aspettato il ritorno per recarsi otto dì in quel di 
Pisa a vedere le sue possessioni (71), non abbiamo 
tuttavia memoria sicura ch'egh operasse in Firenze 
alcun che di notevole. Narra bensì il Fabroni ch'e- 
gh chiamasse i piìi onorati dei giovani e i prin- 
cipah di ogni età e h scongiurasse di non abbando- 
nare la patria, ottenendone la promessa che man- 



382 CAPITOLO VI 



terrebbero la dignità di casa Medici : ma non v'è 
cenno di questo, ch'io sappia, nei cronisti o nei 
dispacci degli oratori, che pur non lo avrebbero 
taciuto: anzi l'oratore milanese e l'estense, scri- 
vendo, proprio in quei giorni, della riputazione e 
della sicurezza di Piero, mostrano come non oc- 
corresse quell'opera del cardinale per tenere a 
dovere i Fiorentini (72). Ne quel che il Fabroni 
aggiunge, dell'esempio mirabile, ch'egh dava, di 
pietà, di bontà, di liberahtà, sebbene sia verisi- 
mile, è confortato da alcuna prova, perchè quelle 
ch'egh adduce non reggono. L'aiuto, ch'egh a- 
vrebbe dato a Demetrio Calcondila per pagare i 
debiti, per maritare le fìghuole, per trovar a pre- 
stito danaro, è ignoto ai più dihgenti biografi del 
dotto greco; e le relazioni fra questo e il giovine 
cardinale, che ne tenne a battesimo due de' fìghuo- 
h, furono in ogni modo d'altro tempo, essendo or- 
mai Demetrio passato a Milano (73). E non aveva 
bisogno di benefìzi Pico della Mirandola, che go- 
deva agiatezza superiore alle necessità di una vita 
quasi monastica; al solo benefìzio, che gh si po- 
tesse fare davvero, ottenergh dal papa l'assoluzione 
dalle censure, non so che Piero o Giovanni abbiano 
pensato mai. Il dono del canonicato a Marsiho Fi- 
cino è, come accennammo, di un tempo, nel quale 
Giovanni non poteva disporre ancora fìberamente 
delle cose sue; e quella « aedes Martiana » che il 
cardinale gh regalò di suo, oltre all'essere stata con- 
cessa, come pare, quand'era ancor vivo Lorenzo 
e certo prima che Giovanni ritornasse in Firenze, 
dette cosi grave e lunga briga al Ficino che non so 
quanta ragione egh potesse avere di -dirsi grato 
del dono. Anzi la promessa, che Piero faceva nel 
novembre a Marsilio di dar nuovo favore al 
risorgente Platone, cosi che questi, fin al- 



SENZA GUIDA 383 



lora errabondo, potesse fondare su quella 
pietra la sua Accademia, lascerebbe sospet- 
tare che il filosofo, il quale più tardi, qualcbe 
giorno prima della cacciata de' Medici, dedicherà 
un hbro con gran lodi all'oratore milanese, loro 
fìerissimo nemico, e parlerà poi in nome del po- 
polo a Carlo Vili, il messo di Dio, non avesse 
da lodarsi molto de' fighuoH di Lorenzo de' Me- 
dici (74). 



VI. 

Piuttosto che vivere in Firenze, tra gli affari, le 
visite, gli onori, il giovine cardinale amava stare 
a diletto nelle viUe medicee del Poggio a Caiano 
o di pareggi, nel suo monastero di Passignano, 
neUa casa propositurale di Prato, nella pieve sua 
di San Donato di Calenzano, donde poteva spin- 
gere lo sguardo, fra gli oliveti, i cipressi ed i 
lauri, suUa bella vallata deUa Marina o sulla 
pianura del Bisenzio fino alle rive boscose del- 
l'Arno. Di là scriveva alcuna volta, o per racco- 
mandare al fratello i desideri di alcuno degfi a- 
mici, o per chiedere che certa causa privata fosse 
rimessa a Roma, come domandavano i cardinah 
di Recanati, di San Clemente ed Orsini, o per so- 
disfare i Senesi, dando ordini per loro al luogo- 
tenente del Patrimonio, o per appoggiare un 
dottore faentino, che aspirava in Siena ad uffi- 
cio di giudice (75). Piccole brighe e assai da meno 
dell'alta dignità del personaggio. 

Il primo ingresso in Prato aveva però distinto 
un giorno di questa sua vita tranquiUa con singo- 
larissima festa. S'era saputo qui, dai primi di 
giugno, ch'egh dovea venire a visitare la terra 



384 CAPITOLO VI 



e s'era deciso nei Consigli di rendere a lui, come 
a cardinale legato e a pastore dell'anime 
dei Pratesi — egli era succeduto, appunto in 
quei giorni, nella propositura di Carlo de' Me- 
dici — tanto onore quanto era possibile, 
poiché per i suoi meriti non era possibile 
fare abbastanza. Erano stati eletti quattro 
degli Operai del Cingolo e quattro altri de'più il- 
lustri cittadini di parte medicea, i quali avevano 
dato l'ordine che si provvedessero drappelloni 
di seta con le armi e le insegne del cardinale per il 
baldacchino, che le Comunità solevano offrire ai 
nuovi legati, e al figliuolo di uno di loro avevano 
commesso di pensare alle altre onoranze (76), le 
quah furono così ricche da mettere in imbarazzo 
non lieve il Comune pratese, più tardi, quando con- 
venne pagarle (77). Il cardinale, che sembra non 
abbia voluto annunziare ufficialmente il suo in- 
gresso (78), non attendeva forse così gran festa; e, 
del resto, molt' altre avea veduto e dovea vedere 
nella sua vita splendente. Ma alla piccola terra quel 
giorno parve così memorabile che non solo ne 
tenue ricordo il cancelliere del Comune nel suo 
Liber diurnits, ma fin tra le riformagioni se ne 
inserì la relazione ufficiale (79). 

La Porta fiorentina, per la quale Giovanni dove- 
va entrare, aveva le pareti rivestite di arazzi, e 
lo sj)azio tra l'una e l'altra arcata era coperto da 
una tenda di panno di lana; la via fino al palazzo 
era sparsa di fiori e di fronde, le case dall'uno e 
dall'altro lato adorne di tappeti, pendenti dall'alto 
l'arme e le insegne de' Medici ornate anch'esse di 
fiori; la pieve di Santo Stefano riccamente parata. 
Alla porta il cardinale era atteso dal podestà, 
quel fiorentino Francesco Valori, U cui governo 
segnò l'asservimento del Comune di Prato a Piero 




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384 CAPITOLO VI 



e s'era deciso nei Consigli di rendere a lui, come 
a cardinale legato e a pastore dell'anime 
dei Pratesi — egli era succeduto, appunto in 
quei giorni, nella propositura di Carlo de' Me- 
dici — tanto onore quanto era possibile, 
poiché per i suoi meriti non era possibile 
fare abbastanza. Erano stati eletti quattro 
degli Operai del Cingolo e quattro altri de'più il- 
lustri cittadini di parte medicea, i quali avevano 
dato l'ordine che si provvedessero drappelloni 
di seta con le armi e le insegne del cardinale per il 
baldacchino, che le Comunità solevano offrire ai 
nuovi legati, e al figliuolo di uno di loro avevano 
commesso di pensare alle altre onoranze (76), le 
quah furono così ricche da mettere in imbarazzo 
non heve il Comune pratese, più tardi, quando con- 
venne pagarle (77). Il cardinale, che sembra non 
abbia voluto annunziare ufficialmente il suo in- 
gresso (78), non attendeva forse così gran festa; e, 
del resto, molt' altre avea veduto e dovea vedere 
nella sua vita splendente. Ma alla piccola terra quel 
giorno parve così memorabile che non solo ne 
tenne ricordo il cancelliere del Comune nel suo 
Liher diurnus, ma fin tra le riformagioni se ne 
inserì la relazione ufficiale (79). 

La Porta fiorentina, per la quale Giovanni dove- 
va entrare, aveva le pareti rivestite di arazzi, e 
lo spazio tra l'una e l'altra arcata era coperto da 
una tenda di paimo di lana; la via fino al palazzo 
era sparsa di fiori e di fronde, le case dall'uno e 
dall'altro lato adorne di tappeti, pendenti dall'alto 
l'arme e le insegne de' Medici ornate anch'esse di 
fiori; la pieve di Santo Stefano riccamente parata. 
Alla porta il cardinale era atteso dal podestà, 
quel fiorentino Francesco Valori, il cui governo 
segnò l'asservimento del Comune di Prato a Piero 




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SENZA GUIDA 385 



de' Medici (80), dal gonfaloniere, dagli Otto, dal 
clero, da una . grande compagnia di giovani pra- 
tesi e da Tilcuni Fiorentini presenti a caso, o 
forse venuti a posta per vedere l'ingresso. Dopo 
che il cardinale ebbe baciata la croce offertagli da 
Niccolò di Lapo, canonico pratese e fin allora vicario 
della propositura, fu ricevuto sotto il baldacchino, 
ne' cui drappelloni erano l'armi della Chiesa, del 
pontefice, de' Medici, del Comune di Prato. E il 
cancelliere Quirico Baldinucci pronunziò un breve 
discorso, nel quale, congiungendo un facile ri- 
cordo classico con forzate e in alcun luogo irrive- 
renti o ridevoli reminiscenze scritturali e liturgiche, 
rammentava come ad Artaserse, re de' Persiani, 
un villano offrisse festosamente un orcio pieno 
d'acqua, che il re accolse gratamente e compensò 
con grande quantità d'oro: il cardinale, che supe- 
rava i re per grandezza d'animo, non avesse dun- 
que sgradito quel suo popolo e ne accettasse il 
cuore pieno di fede e di devozione, non però desse 
in ricambio oro ed argento, sì amore, e, come pa- 
stor buono, permettesse a' suoi Pratesi di venerarlo 
e iion K abbandonasse, ma da sé o per mezzo d'altro 
a lui fido custodisse il gregge suo con protezione 
perpetua: benedizione a lui, che veniva nel nome 
del Signore; il Signore ne custodisse l'ingresso e 
l'uscita allora e nei secoli. E il cardinale dovette 
rispondere; ma non crederei che molti fossero 
disposti a ritenere elegante e grave e breve 
per laconica arguzia la risposta: Tanto dun- 
que mi siete piti grati, popolo mio, quanto 
voi siete migliori di quel villano ed io sono 
minore del re. 

Poi, andarono innanzi i battistrada del cardi- 
nale, i religiosi, i cittadini in lungo ordine a due 
a due, i chierici, i canonici: il giovinetto incedeva 

25. — PicoTTi, Leone X. 



386 ' CAPITOLO VI 



sotto il baldacchino sostenuto dai primi citta- 
dini della terra, essendo al freno della mula il gon- 
faloniere e il preposito degli Otto: dalle finestre 
piovevano fiori sul suo capo, risonava lifeto l'ap- 
plauso. Dietro venivano il gonfaloniere, i ve- 
scovi (81) j i prelati: altri familiari del cardinale 
chiudevano il corteo. All'ingresso neUa piazza, il 
baldacchino, secondo il costume, fu portato via 
dal popolo a furia, mentre il cardinale, sorridendo, 
mostrava di compiacersi; e, appena egli discese 
daUa mula, anche questa fu presa ed egli dovette 
poi — e di questo non credo proprio si compia- 
cesse — ricomprarla per dodici fiorini d'oro. NeUa 
cattedrale Giovanni ascoltò la Messa e dette al 
popolo immenso la benedizione e l'indulgenza di 
cento giorni, accordando questa in perpetuo a chi 
visitasse la Chiesa in quel giorno dell'anno. Ed ebbe 
poi doni, non molto preziosi per vero, ventiquattro 
stala di grano in otto sacchi nuovi con l'arme de' 
Medici, sei scatole di confetture e sei marzapani, 
due pacchi di candelotti e quattro torce, cinque 
paia di capponi e di paperi, nove di polli, nove 
di piccioni, quaranta some di trebbiano; i quali 
regah egli accolse con parole paterne, e donò ricca- 
mente i portatori, i trombetti, i custodi di Porta 
fiorentina, sicché ninno gli aveva usato cortesia 
che non ricevesse premio, non volendo egli, nota 
il cancelliere, come conviene a un principe magna- 
nimo, essere superato in magnificenza da alcuno. 
La sera, furono luminarie in palazzo e neUà piazza 
della pieve, e fuochi e plauso di popolo e suono di 
trombe, di timpani, d'ogni genere di strumenti; e 
vennero neUa piazza edifizi, composti con 
sommo ingegno e con arte, sopra i quali erano 
fanciulli, che facevano la parte di spiritelli (82), 
e, forse, dicevano versi in onore del cardinale. 



SENZA GUIDA 387 



Né finirono con quel giorno le feste: il dì se- 
guente, per deliberazione solenne del Consiglio de' 
Dodici, fu mostrato al cardinale e al seguito il 
Cingolo, ch'era venerato nella pieve come pre- 
ziosissimo ricordo della Vergine; e più altri dì ri- 
mase Giovanni assai onoratamente in Prato o neUa 
vicina Calenzano. Ma quel primo giorno parve 
tutto candido per il popolo pratese e da 
segnare con bianca pietruzza. Ahi! ma, 
quando il buon Baldinucci augura, aUa fine del 
suo racconto, che l'onnipotente Iddio ottimo ed 
immortale non invidii a lui e a' Pratesi quella 
fehcità, le sue parole suonano al nostro orecchio 
come triste presagio. Non il Dio immortale, ma 
le selvagge passioni degli uomini invidiarono 
davvero il ricordo di quel primo ingresso del 
cardinale de' Medici in Prato. Né fu candido il 
giorno, in cui egli rientrò « a vedere il miserando 
e crudele s'pectaculo y> della terra devastata, né 
egh era il pastore buono, che custodisce il suo 
gregge, ma il tristo mercenario, che lo abban- 
dona preda dei lupi (83). E la fantasia popolare 
congiunse poi il ricordo del lieto giorno e del 
triste dì Prato, narrando che la caduta mortale di 
due fanciulli, per inavvertenza del padre di uno 
di loro, da un grande e beUo arco di trionfo a Porta 
fiorentina fosse annunzio del danno futuro (84). 



388 NOTE AL CAPITOLO TI 



NOTE AL CAPITOLO VI. 



(1) La lettera del Sassetti è in M. a. P., LX, 161; una 
parte se ne può leggere nel Btjser (531-32), dove è anche 
riferito un tratto della lettera del Vesc del 28 marzo; cf. 
anche la lettera di Lorenzo Spinelli, 14-15 aprile 1492 {Bttseb, 
312, 535) e vedi Delabobde, 232 sgg. Il Negri (1. e, 29 sg.), 
valendosi troppo esclusivamente di documenti sforzeschi ed 
estensi, diminuisce a torto il significato troppo grave del- 
l'ambasciata del Moro. 

(2) Si legga la vivace rappresentazione de' sentimenti 
dei Fiorentini alla morte di Lorenzo nella cronaca del Pa- 
renti (128 a). 

(3) Cito queste due testimonianze, perchè non può es- 
servi il sospetto, come per quasi tutte le altre, comprese le 
note parole che il Valori attribuisce a Ferrante (182), che siano 
profezie post-factum; vedi la lettera dì ser Stefano da Roma, 
11 aprile 1492 (XV, 86) e quella del Dei allo zio Benedetto, 
14 aprile 1492 (L. Frati, La morte di Lorenzo de' Medici e 
il suicidio di Pier Leoni, Asti., ser. V, t. IV, 1889, p. 259). 

(4) Parenti, 129 a-b, 130 6. Gli staffieri, come è noto, 
circondavano già Lorenzo, ma la scorta che in circostanze 
gravissime era stata concessa a questo, male si poteva giu- 
stificare per il figliuolo suo, mostrava diffidenza pericolosa 
©d era spiacevole distinzione dal cernirne dei cittadini. Il 
sospetto di veleno si collega con l'episodio notissimo della 
morte di Pier Leoni, medico di Lorenzo, alla quale questione, 
molto discussa (cf. Frati, 1. e, 255 sgg.) non voglio accen- 
nar qui, se non per osservare come la lettera di un mediceo 
fervente, quale Bartolomeo Dei,* non mi sembri « risolvere la 
controversia » (1. e, 258), e la versione diversa di quella morte, 
riferita da Bartolomeo da Bracciano accresca i sospetti, 
contro quello che ritiene il de Boxtard (323 e n. 6). Che voci 
oscure corressero sulla morte di Lorenzo si rileva daU'essersi 
all'ultimo momento deliberato di aprire il cadavere, la qtial 
cosa fu fatta la sera del 9, prima di portarlo a S. Lorenzo, 
trovandosi tuttavia le interiora nette e ben disposte e solo 
in apparenza un po' guasta la punta del cuore (lettera di Gio- 



SENZA GUIDA 389 



vanni Stefano Castiglione, s. d. per lacerazione della carta, 
in ASM., cf. anche Cerretani, Hist. Fior., ras. citato, 
164 &). Alle mormorazioni del popolo per la supposta finzione 
accenna Luca Fancelli in una lettera del 20 aprile al mar- 
chese di Mantova (Arch. Gonzaga, Est. Firenze, 1. e.,; cf. W.- 
BRArsHiROLLi, Luca Fancelli, p. 635 sgg., doe. XVIII). 
Sulle minaccio poi dei predicatori vedi, oltre al Parenti, 
130 a (cf. ScHNiTZER, rv, 3), la lettera citata del Castiglione. 

(5) La sostituzione di Piero negli uffici paterni fu deli- 
berata il 13 aprUe dalla Signoria e dal Consiglio dei Cento, 
il 14 dal Consiglio del popolo, il 16 da queUo del Comune; 
fu comminata, a chi facesse in contrario o molestasse quelli 
che avevano deliberato, la pena di tremila fiorini d'oro e, 
se non pagasse entro tre giorni, la decapitazione {Consigli 
Maggiori, Provvisioni, Reg. 183, cart. 1 a sgg.); non è senza 
significato che il nuovo registro cominci appunto da questo 
giorno, come per l'inizio di un nuovo governo. Cf. poi le 
lettere degli Otto di Pratica a Niccolò Michelozzi, oratore a 
Napoli, e al Pandolfini e al Valori a Roma, 14 e 18 aprile 
{Dieci di Balia, Leg. e Comm., Istr. e Lett. Miss., 11, cart. 39 6 
sgg.) e le lettere del Manfredi alla duchessa di Ferrara del 
12 aprile e 2 maggio (ASMo., Disp. da Firenze, B.» 7, fase. 32 
e 82), del Castiglione, 7 maggio (ASM., 1. e), di Luca Fan- 
celh citata, dove è da.leggere, discorrendosi di Piero, « se bene 
non à Vetà », in luogo di « se bene non altra ». Benedetto Dei 
scrive nelle sue Memorie (1. e, 10 o): afuron chiari e' cicha- 
loni e Ile lingue marcie e i cierveggi balzani chi erano e' Fio- 
rentini dello Stato». Sui primi tempi del governo di Piero, 
si veda, oltre al Cerretani, di parte medicea, ma sereno e 
imparziale (165 a), lo stesso Parenti (131 a). 

(6) Lettere del Pandolfini e del Valori agli Otto, 10 aprile 
{Otto di Pratica, Respons., 8, 245 a; Leg. e Comm., 70 a sgg.). 
H papa aveva pensato da prima di mandare Franceschetto 
Cibo, ma poi cambiò d'avviso, perchè questi a Firenze sa- 
rebbe parso piuttosto Tin parente de' Medici e un Cibo, che 
un inviato del papa. Franceschetto annunziava a Piero che 
saiebbe venuto invece fra dieci giorni, ma Piero che aveva 
per questo suo cognato men che mediocre simpatia, ordinò 
agli oratori di trovare decorosamente il modo di sconsigliarlo 
(lettera del Cibo, 10 aprile, e degli oratori, M. a. P., XV, 4, 
e XVIII, 48). 

(7) Il breve, che è firmato dal segretaiio G. P. Arrivabene 
e ha la data del 10 aprile, si legge tra le Pergamene Medicee 
neU'ASF. 

(8) Lettera degli Otto agli oratori a Roma, 16 aprile 



390 NOTE AL CAPITOLO VI 



(Respoìis., 8, 41 a; Leg. e Comm., 21, 7 6-8 6); Parenti, 130 6. 
L'arcivescovo rimase in città fino al 25 (Castiglione al duca 
di Milano, 26: ASM., 1. e). 

(9) Lettere di Ferrante a Iacopo Fontano e all'Orsini, 
11 aprile, ai Fiorentini, 13, al caidinale de' Medici, 14 (Tbin- 
CHEBA, II, 1, nn. LXXIV-VII, pp. 74-77), del Pandolfini e 
del Valori a Piero, 21 aprile (M. a. P., XVIII, 50), degli Otto 
al Michelozzi, 18 aprile, citata, nella quale si discorre delle 
esortazioni del TomaceUi, dei medesimi al Michelozzi e al 
Valori, 1° maggio, nelle quali è riferita l'udienza che, il 29 di 
aprile, aveva avuto Marino da Formia {Besp., 8, 270 a-b; Leg. 
e Comm,, 21, 11 &-12 a; Dieci di Balia, reg. cit., 45 6-46 6). 

(10) Sul breve papale cf. una lettera di Tebaldo Tebaldi 
alla duchessa di Ferrara, da Monteroseo, 12 aprile 1492, 
(ASMo., Gano. Due, Gart. di ambasc. ed agenti estensi a Roma, 
B.* 9, M.o 71) e sulla missione del Montecatini, che entrò 
in Firenze il 23, la lettera degU Otto agli oratori a Roma, 
27 aprile (Bespons., 8, 268 a-6; Leg. Gom,m,., cit., 10 6-11 a; 
Dieci di Balia, 44 a-6). 

(11) Lettere di Andrea Buonsignori, oratore senese a Fi- 
renze, 14 e 15 aprile 1492, e di Piero de' Medici, 15: A. S. 
Siena, Lett. di balia, 62, nn. 6 e 7; cf. Pabenti, 130 a. 

(12) GU oratori veneziani Niccolò Michiel e Andrea Cap- 
pello, destinati rispettivamente a rappresentanti di Venezia 
a Napoli e a Roma, entrarono in Firenze il 16 maggio, furono 
ricevuti dalla Signoria il 17, rimaser.) fino al 18 (Otto al Va- 
lori, 17 maggio 1492: Dieci di Balia, 51 6-52 a; Leg. e Comm., 
16 a-b; Pabenti, 131 6). 

(13) La lettera del re di Francia a Piero de' Medici, che 
è in M. a. P., XLVII, 34, fu pubblicata dal Buseb, 536, e 
dal Péliciee, III, n. DCLXVE, pp. 258-59. Quella aUa Si- 
gnoria non credo sia nota, ma siamo informati del suo con- 
tenuto dalla lettera degli Otto al Pandolfini e al Valori, 27 
aprile, citata. Sulle assicurazioni del re al Sassetti, cf. la 
lettera di questo a Piero, 27 aprile (XVHI, 53). Siill'udienza 
della Signoria a Perron de' Baschi, che fu il 4 maggio, cf. la 
lettera degM Otto al Valori, 5 miaggio 1492 [Bespons., 8, 
276 a-b; Dieci di Balia, 47 6-48 6; Leg. e Gomm., 12 a-b); il 7 
l'oratore proseguì per Roma (lett. al Valori, 8 maggio: Dieci 
di Balia, 49 u). 

(14) La lettera del Calcoodila, 4 maggio 1492, si legge 
in Bandini, Golleotio, 22-24, e in Legeand, II, 310-11; quella 
del Poliziano in Op. om/nia, ed. cit., 49. 

(15) Le lettere di Lodovico Sforza, 11 aprile, le. due del 
duca di Milano, dello stesso giorno, e quella di Lodovico 



SENZA GUIDA 391 



del 12 sono in M. a. P., XV, 18, 21, 22, 30; l'istruzione a 
Maffeo da Treviglio è in ASM., Fot. est., Firenze, 1492, 
busta 67). Si veda anche un'altra lettera di Lodovico Sforza, 
11 aprile, in ASF., Signori, Respons., 8, 323 a. 

(16) H Sanseverino, con quaranta cavalli, tutti vestiti 
a bruno, entrò il 26 in Firenze, ebbe udienza il 28 e pai'ti 
con Maffeo il 30 (lettere degli Otto, 27 aprile e 1° maggio, 
citate; lettera del Sanseverino e di. Giovanni Stefano al duca 
di Milano, 27 e 30 aprile: ASM., 1. e). 

(17) La lettera da Vigevano, 20 aprile 1492, è pubblicata 
dal Fabboni, L. M., II, 396-97. 

(18) Si -vedano, su questo punto, le lettere scritte nel 
maggio 1492 a Piero da Agnolo Niccolini, oratore presso il 
duca di Milano (Canestbini-Desjabdins, I, 532 sgg.). H 23 
maggio Manfredo Manfredi scrive ad Ercole d'Este che, a 
suo giudizio, in Firenze si faceva capitale sopra tvitto di 
Lodovico Sforza, le cui dimostrazioni tendevano forse a pro- 
curarsi in Piero un appoggio contro il re (ASMo., 1. e, 
fase. 82). E il Parenti, dopo aver ricordato come Lodovico 
ridonasse alla ragione de' Medici la casa, che questi avevano 
già avuta in dono a Milano e che poi era stata ricomperata 
e concessa ad altri, scrìve: tt^Z quale etiam servì a tiraròi beni- 
vola lo Stato della città nostra, per l'essere lui fortemente contro 
ad el re Ferrando inimico schoperto » (132 a). 

(19) Cosimo Sassetti a Piero de' Medici, 27 aprile 1492: 
XVin, 53. 

(20) Lettera del 6 maggio 1492: Trincherà, 1. e, n. CXI, 
p. 95. 

(21) Lettere di ser Stefano, 12 aprile 1492 (XV, 98), e di 
Pierfilippo, 8, 12, i^'^rile (XVIII, 46-48); Ascanio al duca, 
16 aprile (ASM., Fot. est., Roma). 

(22) La filza che raccoglie queste lettere è la XV del 
M. a. P., quella del Borgia ha il n. 38 e la data del 13 aprile. 

(23) Sugli Orsini cf. la lettera di ser Stefano citata, e sul 
cardinale della Rovere la lettera di Giovanni da Prato, 11 
aprile 1492 (XV, 89). 

(24) M. a. P., XIX, 81. 

(25) Parenti, 127 a. 

(26) Lettera di ser Stefano, citata, e degli oratori, 8 aprile, 
in M. a. P., XVIII, 46, e in Fabboni, L. X., Adn. 9, 
pp. 256-257. 

(27) Nel registro di lettere (LXIV, 27 a) all'8 di aprile è 
ricordato : « A monsignore nostro dectò Fiero », e fu la prima 
lettera scritta in quella notte daU'8 al 9, nella quale a quattro 
ore morì Lorenzo. Gli oratori scrivono agli Otto che la prima 



392 NOTE Ali CAPITOLO VI 



notizia era giunta al cardinale la mattina del 10 con lettera 
di Piero, che precedette quella dell'Ufficio {Resp., 8, 245 a; 
Leg. e Gomm., cit., 70 a sgg.). 

(28) Bttrckabdi Liber, I, 347; Delphini Epist., Ili, 33; 
Pandolfini e Valori agli Otto, 10 aprile, citata. 

(29) « Il nostro reverendissimo monsignore ha mostro 
tanta constantia che saria stato troppo a quale si vogla animo 
bene inviato, adeo che ognuno si è maraviglato che in iuvene 
si sia mostro una tanta forteza, acompagnata da prvdentia 
pivtosto senile che di giovane ». « Monsignore sta benissimo, 
né vi potria dire quanto temperatamente et bene si comporte, 
adeo che ab omnibus salutardibus è grandemente commendato 
di prudentiay> (ser Stefano a Piero, 11 e 12 aprile 1492: XV, 
86 e 98). E il Dolfin scrive che egli tollerò la sventura « ae- 
quiore animo » che molti della famiglia, « adeo ut enituerit 
in primis adolescentis constantia » (lettera del 7 maggio a Piero 
Barozzi: III, 34), e Matteo Franco riferisce a Piero che il 
cardinale e Maddalena avevano a vinta Vetà loro et fatto spe- 
riervtia et mostro esservi figluoli di Lorenzo di cuore come 
d'ongn' altra cosa» (Volpi, Un cortigiano, 272). Non dissimile 
contegno ebbe papa Leone, innanzi ad altre sventure do- 
mestiche; cf. Lxjzio, Isabella e Leone X, in Asti., ser V., 
t. 40, 1907, p. 55; t. 44, 1909, pp. 80-82; P. Grassi, ms. 
cit., 320 a-b, 321 6). E anche Lorenzo si era comportato così, 
quando era morta Clarice, e potè averne lode; ma in quel- 
l'età, come l'audacia fortunata era detta virtù, così molte 
volte pareva forza d'animo la freddezza. 

(30) Ser Stefano a Piero, 11 aprile, citata. 

(31) M. a. P., CXXXVEI, 527; qui Àpp. 1, n. 8. 

(32) Giovanni de' Medici, come erede per una terza parte 
«ab intestato» di Lorenzo, suo padre, nomina, il 16 giugno, 
suo procuratore Piero ad ogni atto e specialmente ad esigere 
il danaro prestato in Lione a nome suo e della società de' 
Medici; la stessa procura la, il 22 Giuliano col consenso di Ga- 
leazzo Maria de' Trotti, podestà di Firenze (protocollo di ser 
Simone Grazzini da Staggia, citato, 350 a-b; cf. anche 356 a). 
La comunanza d'interessi fra Piero e Giovanni durò anche 
negli anni seguenti; sappiamo infatti che certo prestito per 
la dote di Bianca Sforza, che andava sposa, come è noto, a 
Massimiliano re dei Romani, fu domandato dal Moro al car- 
dinale, oltre che a Piero, ed anche con lui il Moro si risentì 
per essergli stato negato (lettera sua a G. S. Castiglione, 25 
novembre 1493: ASM., Roma, B.a 68). 

(33) Fin dal 30 luglio 1489, per segreta istigazione di Lo- 
renzo, i cittadini erano stati invitati da Pierfilippo Pandol- 



SENZA GUJDA 393 



fini e da un Iacopo, che credo sia il Guicciardini, ad una riu- 
nione in casa del primo, ed era stata proposta ad essi, « molU) 
destramente », la convenienza d'importiinare Lorenzo, perchè 
desse qualche faccenda a Piero. Dopo molto dibattito, oppo- 
nendosi appena due soli, si conchiuse che sarebbero venuti 
gran benefizi dall'intromettere Piero « in ogni loro secreto 
privato » e dai-gli « ogni possibile reputatione et auctorità » e 
si commise ai due promotori della riunione di parlare con ser 
Piero, perchè scrivesse a Lorenzo, che allora, forse a bello stu- 
dio, era ai bagni a Filetto (ser Piero a Lorenzo, 31 luglio: 
LVI, 38). Perchè non si mettesse poi in esecuzione questo 
disegno, non mi è noto; ma esso è di molto rilievo perchè 
dimostra come Lorenzo volesse preparare la successione di 
Piero, chiamandolo a collega, e come considera,sse ormai 
la signoria fondata non tanto sid popolo, quanto su una 
ristretta parte di cittadini, devoti ai Medici; ed è finalmente 
degno di nota che a questo disegno si pensasse dopo che a 
Giovanni era stato già provveduto. 

(34) Lettera citata. 

(35) « Si avoit faict le pere, mais si saigem,ent, qitHlz en 
estoient presque contenta '^ {Mémoires de Philippe de Com- 
MYNES, nouv. ed., par B. de Mandrot, t. II, Paris, Picard, 
1903, p. 142). 

(36) Lettera del Pandolfini e del Valori, 8 aprile, e di ser 
Stefano, 9, citate. 

(37) Lettere di ser Stefano e di Pierfilippó, 9 e 12 aprile 
1492 (XIX, 81; XVin, 47). 

(38) Mi sembra di poterlo argomentare, oltre che dalla na- 
tura dei provvedimenti ricordati nel testo, dalla lode che gli 
dà il Poliziano nella lettera all'Antiquario, di aver posta 
gran cura per rialzare le cose familiari « gravissimo caso per- 
culsasn. E anche ne è indizio l'essersi egli levate di dosso le 
spese superflue, come di barberi, di falconi, e simili (Parenti, 
131 a), il quale ordine, degno di lode in sé, poteva essere inop- 
portuno, mentre la fama di ricchezza era uno dei mezzi, 
con cui si reggeva in Firenze la signoria. 

(39) Il 6 novembre 1492, Piero fa Lorenzo e Giovanni 
di Pierfrancesco de' Medici procuratori suoi a permutare in 
loro stessi o in altri fino alla somma di 21.760 fiorini, soldi 5, 
denari 7, dei crediti iscritti al Monte comvuie di Firenze 
sotto il nome di Piero de' Medici, e a dar licenza allo scrivano 
e notaio del Monte di registrare dette somme a credito loro: 
la somma sarà permutata in vma volta o più, come dirà Fi- 
lippo da Gagliano, il quale, il 24 dicembre 1492, ordina che 
sì eseguisca il mandato per 8.000 fiorini e il 25 gennaio 1492- 



394 NOTE AL CAPITOLO VI 



1493 per 13.679 fiorini, 5 soldi, denari 7 {Protocollo Grazzini, 
cit., 362 a). Mi sembra indubitato che si tratti qui di sodi- 
sf azione di un debito, che dovette essere contratto da Piero, 
perchè non vi è accenno alla qualità sua di erède di Lorenzo. 
Per la riscossione de' crediti di Lione ricordai già la procura 
fatta da Giovanni a Piero, il quale, lo stesso giorno, 16 giugno, 
fa procuratori Cosimo di Francesco Sassetti e Giovanni di 
Francesco Tosinghi (ivi, 350 a, 354 a). 

(40) M. a. P.,'"LXIV, 27 6: lettere di Giovanni, 12 aprile, 
citata e 19 (FAbroni, L. X., 306-7). 

(41) AV., Jntr. et ex., reg. 522, 204 a, et. 64 6. Altri 
900 fiorini in deduzione del credito erano stati pagati il 
27 aprile. 

(42) E precisamente 728 fiorini e 7 boi. il 14 luglio, 4995 
fiorini a boi. 64 il giorno stesso, 3000 fiorini il 18 (:ù36 a 237 a). 

(43) M. a. P., LXrV, 28. La conispondenza fra Piero e 
il cardinale è, in questi prinìi giorni dopo la morte di Lorenzo, 
attivissima; quegli scrive, o fa scrivere, il 10 aprile due volte, 
e poi il 12, il 13, il 14, il 16, il 20 tre volte, il 23 due volte 
(la seconda lettera era mper M. Agnolo da Montepulciano-»), 
il" 27, il 3, 4, 12 maggio; l'ultima non giunse, perchè il car- 
dinale era già partito da Roma (ivi, 27 6 sgg.). 

(44) Per le cose dette nel testo, cf . le lettere del Pandolfìni 
e del Valori a Piero, 21, 26, 28 aprile (XVIH, 50, 61, 54); 
cf. anche Canestbiot-Desjaedins, 537, 542 sgg. La lettera 
anonima, del 22 aprile 1492, che discorre della lega italica, 
è in M. a. P., LXIX, 555. 

(45) Lettera del Pandolfini e del Valori agli Otto, 10 a- 
prUe, e di ser Stefano, 12 citate. H governatore era quel Do- 
menico de' Mari, che era padre vero o presunto del cardinale 
di Benevento (cf. una sua lettera ai Senesi, da Viterbo, 26 
luglio 1490: A. S. Siena, Lett. di Balia, voi. 56, n. 67). 

(46) Stilla nomina cf. Btjiìckard, I, 350; cf. anche Pan- 
dolfini e Valori agli Otto, 15 aprile {Respons., 8, 254 a), e 
a Piero de' Medici (LV, 52), ser Stefano a Piero, pure del 15 
(LX, 180; Fabroni, L. X., 257-58). Non rammento che si 
siano fatte mai tali nomine, fuor che in concistoro, e, sebbene 
gli oratori chiamino cosi quella che ser Stefano dice udienza 
segreta, la cosa era fuori di ogni consuetudine, non usandosi 
tener concistoro fuor che in giorni determinati e cori regolare 
convocazione; in quel giorno, ad ogni modo, nessuno lo at- 
tendeva. Sullo svenimento cf. Reumont, II, 422. 

(47) Lettera degli Otto agli oratori, 18 aprile {Died di 
Balia, voi. cit., 42 6-43 o; Leg. e Gomm., 21, 8 6-9 a) e della 
Signoria, 21 aprile {Signori, Leg. e Gomm., Elez. Istr. e Lett., 



SENZA GUIDA 395 



22, 33 a; Leg. e Gomm., 9 6); cf. anche una lettera degli Otto, 
23 aprile {Leg. e Gomm., 10 a). 

(48) La bolla, con la data dello stesso giorno, 15 aprile, 
si legge in AV., Reg. 689, cart. ccvn a; Reg. 696, cart. 31 6. 
dai avesse tuttavia ancora qualche tentazione di pigUare 
troppo sul serio le lodi, che sono contenute nel documento, 
ricordi che, tranne in un punto che metterò in rilievo, questa 
boUa è l'esatta trascrizione della bella di nomina di Ascanio 
Sforza a legato del Patrimonio, 21 settembre 1484 (AV., Arm,. 
XXXIX. 17,cart. 37 &). 

(49) H salario non è indicato nella bolla papale; di solito 
il papa lo fissava con altro suo atto, che non mi è riuscito di 
trovare. Ascania Sforza aveva avuto la concessione di 400 
ducati d'oro al mese (breve papale al tesoriere del Patrimonio, 
27 ottobre 1484, 1. e, 40 &); ma, qualche anno dopo, a Gio- 
vanni Arcimboldi, cardinale di Milano, erano assegnati solo 
2.000 fiorini all'anno (27 ottobre 1487: ivi, 97 a). E lo stesso 
Ascanio dichiarava più tardi ad Alessandro VI, forse esa- 
gerando per fare dispetto ai Medici, che dalla legazione non 
aveva ritratto più di 1400 fiorini all'anno, sicché, detratta la 
spesa del vicelegato e degli altri ufficiali, gliene restavano 
appena 500. H Valori però rispondeva apparire dai registri 
delia Camera apostolica che Stefano Nardini e gli altri car- 
dinali avevano tratto da quella legazione non meno di 200 
ducati al mese (si veda la minuta di ima lettera sua a Piero 
de' Medici, 2 ottobre 1492, in un fascicolo non niimerato 
in ASF., Otto di Pratica, Leg. e Gomm., Miss., 9). Quando, 
più tardi, Giovanni de' Medici convenne con Alessandro VI 
per un salario nominale di 300 ducati al mese (AV., ivi, 
13 ottobre 1492, cart. 132 6), il Manfredi scrisse a Ercole 
d'Este, che il breve era fatto con la k provigione e regalia 
consueta» (15 ottobre 1492: ASMo., Cane. Due, Firenze, 
B.a 7, fase. 82; qui App. Il, doc. XXXIII), donde par- 
rebbe che appunto di 300 ducati fosse il salario fin dalla 
prima nomina. Bknbdetto Dei (1. e.) scrive che U salario era 
di « duchati 400 lo mese, che ssono dtichati 6000 (.') Vanno »; 
ma Ascanio diceva a papa Alessandro che il Medici da Inno- 
cenzo Vili non aveva mai avuto nulla (lett. di Lodovico 
Sforza ad Ascanio, 22 settembre 1492; ASM., Pot. est., Roma, 
busta 343). Penso che il salario non fosse ancora stato asse- 
gnato, quando Innocenzo venne a morte. 

(50) Cf. l'ordine del camerlengo Raffaele Riario al teso- 
riere del Patrimonio Battista Capozzi, 18 marzo 1484 (AV., 
1. e, 37 a). 

(51) Lettera di Mino de Gelsa, oratore senese, 17 aprile 



396 NOTE AL CAPITOLO VI 



1492 (A. S. Siena, Lettere di Balia, 62, n. 7). Forse per lo stesso 
negozio la Balia di Siena scrisse al cardinale il 26 maggio e 
l'oratore Buonsignori gli mandò la lettera al Poggio a Calano; 
il cardinale rispose il 31, promettendo di sodisfare ^ipro 
viribus» il desiderio dei Senesi ed annunziando di avere 
trasmessa al luogotenente la loro lettera, perchè facesse 
quello che essi chiedevano (ivi, nn. 26 e 27; qui App. I, n. 11), 

(52) Lettera a Jacopo Antiquario, citata. 

(53) Ascanio Sforza, che aveva avuto da prima la lega- 
zione a beneplacito, l'ebbe poi tosto confermata a vita (brevi 
del 25 e 28 settembre 1484: AV., Arm. XXXIX. 18,' 
cart. 15 6, 21 a); ma il 5 giugno 1486 ha la nomina di legato 
del patrimonio il cardinale Giovanni Michiel (Bueckabd, 
I, 155, e n. 5; Eubel, II, 55), e nell'ottobre 1487, come ve- 
demmo, il cardinale Arcimboldì. Dopo la morte di questo, 
che fu il 2 ottobre 1488, non mi risulta che si creasse altro 
legato. 

(54) Per Civitavecchia, cf. C. Calisse, Storia di C, Fi- 
renze, Barbèra, 1898, p. 317 sgg. L'illustre scrittore non deter- 
mina quale fosse la condizione giuridica della città, in questi 
anni, dopo che il pontefice l'ebbe tolta al della Rovere; lascia 
apparire chiaro, in ogni modo, come il legato del Patrimonio, 
che non è in questo periodo ricordato mai, non ci avesse al- 
cuna autorità, ahneno reale. Castellano era stato fatto dal 
papa, il 4 gennaio 1490, Giovanni Battista Bucciardo, nipote 
suo (AV., 1. e, 105 a). -^ Castellano di Viterbo è nominato dal 
papa, rs giugno 1485, un Niccolò Fieschi, il 27 ottobre 1487 
ir legato Arcjmboldi, prova chiarissima questa che l'ufficio 
di castellano non era compreso nei diritti della legazione, 
il 7 ottobre 1491 Filippo Canonici bolognese {ivi, 68 6-69 a 
96 a-b, 118 a). — A Orvieto c'era nel 1485 Tin luogotenente del 
legato (54 a); ma, come si rileva da brevi di Alessandro VI, 
già Innocenzo VEII aveva creato governatore il cardinale 
SaveUi (127 6-128 a); e ser Tommaso di Salvestro scrive che 
questa città fu tolta al Savelli nel settembre 1494, dopo 8 
anni di governo (Diario, 23). Per le nomine dei castellani di 
Montalto e Bolsena cf. AV., 1. e, 85 a, 88 a, per il salario 
al governatore, 83 a, per gli ordini del papa a questo, 68 a, 
138 a, ecc. 

(55) Nella prima si legge « aliosque eorum loco fideles 
tamen et idoneos constituendi et ordinandi »; nella seconda 
« aliosque loco eorum fideles tamen et idoneos per prediate 
Sedia Utteras surrogati debere decernendi et ordinandi n. 

(56) Lettera di ser Stefano a Piero de' Medici, 12 agosto 
1492: XVIII, 61; qui App. II, doc. XXXI). 



SENZA GUIDA 397 



(67) n Caffarelli era stato eletto vicelegàto dallo Sforza 
(lettera di questo a Battista Capezza, tesoriere, 8 gennaio 
1485: AV., 1. e, 53 6); come governatore è ricordato in brevi 
del 25 luglio e 14 settembre 1485 (82 b); ma il 20 ottobre 1485 
teneva questo ufficio il vescovo di Lucca (83 a). Nel 1490 era 
già luogotenente Domenico de' Mari, il quale, appena udita 
la nomina del Medici, venne a Roma e si afirettò ad eseguire 
gli ordini del nuovo legato sulle brighe con Siena; ma in città 
correa voce che Giovanni volesse nominare governatore l'ar- 
civescovo Niccolini o Niccolò Pandolfini, vescovo di Pistoia 
(lettera dell'oratore senese, 17 aprile 1492, citata). Da Firenze, 
Piero scrive, il 20 di aprile, agli oratori che, per questa no- 
mina, facciano quello che par loro più a proposito del cardi- 
nale (LXIV, 29 a). Non so quando sia stato nominato il Caf- 
farelli; ma certo prima della morte di Innocenzo Vili, dal 
quale gli fu assegnato il salario (AV., 1. e, 152 a). 

(58) Giudice delle cause spirituali era stato eletto dal 
papa, il 29 gennaio 1492, Gerolamo de' conti della Genga, 
il quale prestò giuramento il 2 maggio (138 a-b); giudice 
delle appellazioni, il 14 agosto 1489, Pierpaolo Alvitreti, 
dottore ascolano, che fu confermato il 27 maggio 1492 (109 b, 
124 6). Come bargello e commissario a' malefizi entrò in ufficio 
per ordine papale dell' 11 giugno 1491, Costantino Manieri 
da Aqxiila, che teneva ancora l'ufficio il 15 giugno e il 30 di- 
cembre 1492 (113 a, 125 a, 120 a); per ordini del papa al bar- 
gello cf. 113 &, 114 a e 137 6. 

(59) Nomine di tesorieri ed ordini papali a costoro, ivi, 
37 a, i68 a, 89 a, 97 a ecc. Il Tomabuoni è ricordato come 
tesoriere in una nota del 28 gennaio 1492 (AV., Intr. et exit., 
522, 48 6). Il 13 agosto 1492 è detto vicetesoriere il fiorentino 
Donxenico Alamanni, che il 21 agosto è chiamato, invece, 
tesoriere (AV., Arm. XXXIX. 17, cart. 125 6, 127 6). 

(60) Resp., 8, cart. 282 a, 283 a. 9 e 11 maggio. 

(61) Pandoffini e Valori a Piero, 26 aprile: M. a. P., 
XVIII, 51. 

(62) BuECKARD, I, 358; Valori agli Otto, 11 maggio, ci- 
tata. La bolla papale di nomina (AV., Reg. Vaticano, 689, 
cart. ccxi a) mostra inesatto quello che registrò il Burckard, 
e ripetè siilla sua fede I'Eubel (II, 57, n. 493 6) che Gio- 
vanni avesse la legazione della 'l'oscana e di Firenze: egli 
era inviato solo « ad civitatem Florentinam universumque 
Florentinorum daminum-h. A Firenze però deve essere corsa 
la voce ch'egli fosse legato o di tutta Toachana » (B. Dei, 
Mem„ cit., 10 a), 

(63) BuBCKABD, I, 352, 256. Il cerimoniere nota come 



398 - NOTE AL CAPITOLO VI 



la ofierta sua nell'adorazione della S. Croce il venerdì 
santo fosse di tre ducati, superata in larghezza solo da 
Ascanio. 

(64) Già Lorenzo aveva cercato di ottenere la: porpora al 
Sandeo (Pandolfini, 11 dicembre 1490; Alamanni, 17 giugno 
1491: LUI, 93; LII, 172 e 175). Il 5 marzo 1492, questi 
scrisse a Lorenzo, pregandolo che il cardinale si adoprasse 
per lui, dicendo che quella era « materia digna de ogni gran 
cardinaZey> (LX, 126): che cosa volesse precisamente non 
sappiamo. Più tardi, quando Alessandro VI lo noaainò refe- 
rendario, Antonio da CoUe ringraziava il papa, come di cosa 
graditissima ai Fiorentini (29 dicembre 1493 e 13 gennaio 
1493-94: LV, 187 e 202). Degli intrighi di Giovanni da Prato 
e dei suoi discorrerò altra volta: per ora si veda una lettera 
sua a Lorenzo, del 26 marzo 1492 (LX, 155). 

(65) Alcyonius, 18 6; Fabroni, L. X., 12. Ermolao 
Barbaro fu creato patriarca di Aquileia il 6 marzo 1491 
(lettera di Iacopo Volterrano a Girolamo Donato in Vatic. 
Lat., 3912, cart. 33 o). 

(66) Delphini Epistól., ed. 1524, III, 27. 

(67) Cf. Diario istorico del secolo XV L, in ASF., ms. 117, 
cart. 56 a; S. Ammirato, Istorie fiorentine, par. II, Firenze, 
Massi e Landi, 1641, p. 187; Parenti, 132 a, e cf. 131 a. 

(68) Cf. BuBCKABD, I, 354-56, 362. 

(69) Cf. vaia, lettera sua e una di G. A. d'Arezzo a Piero 
del 9 maggio 1492 (XLVI, 561; LII, 193). Per Siena vedi 
una lettera acefala del Braccesi a Piero 17 maggio (LX, 197). 

(70) Lettere del Manfredi al duca e alla duchessa di 
Ferrara, 22 e 23 maggio (ASMo., 1. e, B.a 7, fase. 82); del Ca- 
stiglione al duca di Milano, 23" maggio (ASM., 1, e), degli 
Otto al Valori, 23 maggio {Leg. e Comm., 21, 16 c-d; Dieci di 
Balia, reg. cit., 53&-54a), e Parenti, 1316. 

(71) Lettere di Giovanni Stefano, 22 e 23 maggio, e del 
Manfredi, 22. 

(72) Fabroni, L. X., 13-14; lettere dell'oratore milanese, 
7 maggio, e dell'estense, 2 e 23. 

(73) A. Badini ConpaiiOnieri e F. Gabotto, Note bio- 
grafiche di D. C, 283-84, non fanno che ripetere l'affermazione 
del Fabroni e del Roscoe (I, 170-71). 

(74) L'assoluzione fu data al Pico da Alessandro VI, 
il 18 giugno 1493 (Pici... Opera, N iii g); ma né il breve papale, 
né altra testimonianza accennano ad opera del cardinale 
o di Piero, ed è ben noto che il Mirandolano aveva preso, 
per gimigere al papa, altra via che quella de' Medici; cf. L. 
Dorez, Lettres inédites de Jean Pie de la Mirandole (1482-92), 



SENZA GUIDA 399 



in Qsli., XXV, 1895, p. 355 sgg. Quanto al Ficino, c£. Opera, 
930-31, 948, 960-61. 

(75) Una lettera, già citata, ai Senesi, ha la data di Fi- 
renze, 31 maggio 1492; ma sappiamo da tma di Andrea Buon- 
signori che ia quei giorni egli era al Poggio a Caiano (A. S. 
Siena, Lett. di Balia, 62, nn. 26-27); un'altra lettera in racco- 
mandazione di Andrea de Sivroli, faentino, ai Senesi, è « ex 
agro Caregiano » 23 giugno 1492 (ivi, n. 35; qui, App. I, 
n. 12); lettere a Piero da Prato, 29 giugno, da Calenzano, 
3 luglio, da Prato, 4 lugKo, da Passignano, 10 luglio (LXVI, 
210, 212-15; App, I,. nn. 13-16). È invece a Firenze il 
16 giugno 1492; nia l'aver egli in quel giorno stipulato con 
rogiti di due diversi notai ben cinque atti, lascia pensare 
che vi si volesse trattenere poco {Atti Ch'azzini, G. 620, 350 a, 
354 a, 356 a; Atti di ser Domenico Ouiducci, G. 849, 1490-95, 
45 b, 46 a), come ne eTndizio il vedere che egli si fa dispen- 
sare dai canonici di Firenze, non solo dall'obbligo di inter- 
venire agli uffici, che non conveniva al suo gradOj ma anche 
da quello della residenza. 

(76) Deliberazioni degli auditori, 9 giugno, della Signo- 
ria, 11, del Consiglio, 14, della Commissione eletta, 15 e 
24 (Arch. com. di Prato, Liher reformationum, reg. 322, 
48 6-50 6^ Lib. diurnus, 321, 117 0-118 b, 121 a). Il carico 
delle onorsmze fu commesso ad Antonio di ser Lorenzo di 
Giuliano Tani, e fu deliberata una spesa di 20 fiorini d'oro 
larghi, che dovevano essere forniti dal conduttore della 
gabella del 'sigillo, del pane. 

(77) Oltre ai 20 fiorini stabiliti da prima, gli Otto desi- 
gnati per le onoranze deliberarono, il 15 luglio 1492, che il 
conduttore della gabella pagasse altre 45 lire a varie persone; 
ma costui diede 19 lire e 20 soldi, protestando di non avere 
altro debito, sicché gli Otto dovettero provvedere al resto 
di quei pagamenti e ad altri, sia col denaro della Camera, 
sia col vendere « de ferramentis veteribus », che erano presso 
lo spedale del Dolce (ivi, 321, 127 a, 137 bis a). 

(78) Trovo infatti che sono dati 20 soldi a im Quirico di 
Lapino, servo del Comune, ch'era andato a Firenze incontro 
al cardinale « ivt exploraret adventum eius » (ivi, 127 a). 

(79) Reg. 322, 50 6 sgg.; reg. 321, 127 a-6; qm App. II, 
dee. XXIX; cf. pure Baidanzi, n. XII, 270 sgg. 

(80) Fu podestà dal 1° febbraio al 1° agosto 1492, e ne 
furono poste « db midta egregie gesta » l'arme nella sala del 
Consiglio (Reg. 321, 128 6, al 24 luglio 1492). 

(81) Quali vescovi non è detto, forse quello di Vaison, 
quello . di Arezzo, squel di Pistoia. 



400 NOTE AL CAPITOLO VI 



(82) n 15 luglio è deliberato il pagamento di soldi 14 a 
Fazino di Curzio Fazini o prò filio qui egit spiriteUum » (1, e). 

(83) La frase citata è in una lettera di Bonaventura 
Pistofilo (cf . Il sacco di Prato e il ritorno de' Medici in Firenze 
nel MDXII, nella Scelta di cur. lett., 177-78, Bologna, Ro- 
magnoli, 1880, par. II, 122). Quanto alla responsabilità del 
cardinale in quel fatto si veggano le osservazioni del Guasti 
(Alla bibliografia pratese prefazione, in Opere, voi. I, pp. 12-13; 
e Letteratura, storia e critica, in Opere, voi. V, par. I, 44-45). 

(84) Lo racconta il Nabdi {Istorie della città di Firenze, 
voi. I, Firenze, Le Monnier, 1858, p. 436) e da lui e da cronisti 
pratesi, che non cita, prende l'episodio il Baldanzi (184). 
E la precisione dei nomi e delle circostanze parrebbero non 
lasciare dubbio sulla verità del racconto. Ma è singolare che 
non lo ricordino i narratori contemporanei del sacco, né vi 
accenni nella -descrizione dell'ingresso il Baldinueci. H quale, 
anzi, sembra escluderlo indirettamente, perchè, dove il Nardi 
scrive che quel fatto cambiò la letizia e le feste in pianto e 
dolore, egli discorre di serenità non turbata da alcuna nube. 




Badia Medicea. 



La badia di Fiesole. 



Brogi - Firenze. 



400 NOTE AL CAPITOLO VI 



(82) n lo luglio è deliberato il pagamento di soldi 14 a 
Fazino di Curzio Fazini «profilio qui egit spiritellum» (1. e). 

(83) La frase citata è in vina lettera di Bonaventura 
Pistofilo (cf . Il sacco di Prato e il ritorno de' Medici in Firenze 
nel MDXII, nella Scelta di cur. lett., lll-lS, Bologna, Ro- 
magnoli, 1880, par. II, 122). Quanto alla responsabilità del 
cardinale in quel fatto si veggano le osservazioni del Guasti 
{Alla bibliografia pratese prefazione, in Opere, voi. I, pp. 12-13; 
e Letteratura, storia e critica, in Opere, voi. V, par. I, 44-45). 

(84) Lo racconta il Nardi {Istorie della città di Firenze, 
voi. I, Firenze, Le Mounier, 1858, p. 436) e da lui e da cronisti 
pratesi, che non cita, prende l'episodio il Baldanzi (184). 
E la precisione dei nomi e delle circostanze parrebbero non 
lasciare dubbio sulla verità del racconto. Ma è singolare che 
non lo ricordino i narratori contemporanei del sacco, né vi 
accenni nella -descrizione dell'ingresso il Baldinucci. H quale, 
anzi, sembra escluderlo indirettamente, perchè, dove il Nardi 
scrive che quel fatto cambiò la letizia e le feste in pianto e 
dolore, egli discorre di serenità non turbata da alcuna nube. 




Badia Medicea. 



La badia di Fiesole. 



Brogi - Firenze. 



CAPITOLO VII 

NEL CONCLAVE *) 



Le condizioni politiche dell'Italia negli ultimi mesi di 
Innocenzo Vili - La morte del papa e le sue conseguenze. 
— II. Apparente accordo fra le potenze italiane per una 
buona elezione - La serenissima lega - Le rivalità nel 
. Sacro Collegio e i segni esterni di nuova concordia - I p a - 
p ab ili e il loro carattere conciliativo. — III. I veri disegni 
di Ferrante d'Aragona sull'elezione papale - Giuliano della 
Rovere, candidato aragonese - Minacce alla libertà del 
conclave - La prima grande battaglia della nuova guerra 
fra Italiani. — IV. La difficile condizione del cardinale 
de' Medici e dei Fiorentini - L'atteggiamento di Piero - 
Gli ordini al cardinale per il suo viaggio a Roma - Il 
« balio » Niccolò Michelozzi — Il doppio giuoco di Piero 
e il legarsi di Giovanni con Ascanio Sforza — Piero corre 
ai ripari - La condizione di Giovanni migliora un poco 
prima del conclave. — V. L'orazione d'apertura* del 
conclave - Le due fazioni, del Vincola e dello Sforza, e 
i loro candidati - Rodrigo Borgia, candidato segreto di 
Ascanio - I primi scrutini in favore del Carafa - Opera 
prudente del cardinale de' Medici - Ascanio si scopre per 
il Borgia - Premi del Borgia allo Sforza e alla sua fa- 
zione - Maneggi simoniaci con gli avversari - I patti 
gravi e vergognosi con i cardinali romani. — i VI. L'accordo 
simoniaco fra l'Orsini e il Borgia in favore del Medici - 
Il turbamento del cardinale per il contegno di Ascanio - 
Consigli di ^m'interessata prudenza - Giovanni patteggia 
e cede - Cedono gli ultimi: calano il Vincola e isuoi. — 
VII. L'xinanime elezione di Alessandro VI - L'esultanza 
pubblica apparente e il vero trionfo sforzesco - I senti - 



*) Il presente capitolo fu già pubblicato, con alcune dif- 
ferenze, néìTArch. deUa R. Società Romana di Storia patria, 
voi. XLIV, 1921, pag. 87 sgg. 

26. — PicoTTi, Leone X. 



402 CAPITOLO VII 



menti dei Fiorentiai e di Piero de' Medici - Piero sfoga 
il suo malanimo sopra il fratello - La lettera di Giovaimi 
a Piero, del 21 d'agosto - Lamenti e illusioni del giovi- 
netto - Lo scarso credito del cardinale in Roma - Il si- 
lenzioso suo ritorno nell'ombra. 



I. 

La fiera discordia tra Napoli e Milano, che mi- 
nacciava di procurare all'Italia il danno e la ver- 
gogna dell'invasione straniera, pareva, negli ul- 
timi mesi del pontificato di Innocenzo Vili, un 
poco sopita. L'accordo segreto, che Lodovico il 
Moro aveva conchiuso con i Veneziani, la sua spe- 
ranza d'aver guadagnato a sé Piero de' Medici 
rassicuravano alquanto l'animo pauroso di quel- 
l'uomo, che aUo straniero non si volgeva, se non 
quando credesse d'aver ragione di temere per sé. 
D'altra parte, poiché a lui premeva sopra tutto il 
tenere « con qualche briglia in bocca e qualche cosa da 
pensare» gh Aragonesi, gh sembrava certamente 
che dessero a costoro già abbastanza sospetto i 
Turchi, dei quali si annunziavano nuove minacele 
cóntro le coste orientah del regno, sicché l'orgo- 
glioso Ferrante era costretto a ricorrere, non solo 
al papa e ai Fiorentini, ma a Lodovico stesso per 
averne soccorsi (l). Così il cardinale Ascanio Sforza, 
che, appena un mese innanzi, aveva cercato di 
restringere gli onori dell'accoglienza al principe di 
Capua in Roma, si recava, il 27 maggio 1492, col 
cardinale di Napoli incontro a lui a quattro miglia 
daUa città, e non per ordine del papa, ma per vo- 
lontà propria, come a lui congiunto strettamente, 
e lo invitava a cena con « un apparato quodammodo 
incredibile)) (2). Tutti i cardinaH consentivano al- 
l'investitura, che il papa diede al giovine principe. 



NEL CONCLAVE 403 



del regno alla morte del padre, o, premorendo 
questo, dell'avo: al concistoro gli oratori francesi 
neppure furono ammessi e si dovettero contentare 
di una tarda protesta (3). E Rodrigo Borgia, il 
grande amico di Ascanio, come, qualche giorno 
innanzi, aveva scritto a Ferrante, offrendosi in 
favore della figliuola, . di cui Lodovico cercava di 
rompere il matrimonio col re di Ungheria, così 
a Roma era tra quelli, ch'erano più larghi nel pro- 
porre per Ferrandino dimostrazioni d'onore (4). 

Nel giugno e fino alla metà del lugho, pareva che 
la questione dei Turchi occupasse interamente 
gli uomini pohtici d'Italia. I Korentini protesta- 
vano al re, al papa, ad Antonio di Gennaro, che si 
recava a Milano come oratore regio, le loro buone 
disposizioni e, quantunque allegassero, per non ve- 
nire ad offerte più precise, la solita ragione|del 
danno, che dimostrazioni apparenti di ostiHtà ai 
Turchi avrebbero recato ai loro commerci in 0- 
riente, e facessero poi promesse troppo scarse al 
bisogno, ottenevano tuttavia che il re si dichia- 
rasse molto sodisfatto di loro. Lodovico, che pur 
non si sentiva ancora sicuro delle intenzioni del re 
e si lagnava fieramente del contegno della duchessa 
di Milano, rispondeva agh appelli di Ferrante con 
una lettera « conveniente et iene accomodata » al 
suo oratore a NapoH, lodando la diligenza del re 
nel segnalare il pericolo e promettendo che Milano 
e Firenze non mancherebbero al loro debito, e ai 
suoi oratori in Roma e ad Ascanio commetteva di 
eccitare il papa a provvedere; anzi nel luglio fa- 
ceva allestire cinque galee genovesi con alcuni 
fanti insoccorso del re. I Fiorentini dichiaravano 
di voler procedere in tutto concordi con lo Sforza, 
componevano con lui alcune questioni spinose, 
accettando, non senza qualche ritrosia, la sospen- 



404 CAPITOLO vn 



sione per un anno delle offese contro Genova e ri- 
solvendo una causa tra i Faentini, loro protetti, e 
i Cotignolesi, sudditi del duca di Milano. ' Sicché 
Ferrante si compiaceva assai di vedere « extirpate 
quelle cause, che in comune et in particulare pel 
passato hanno tolto assai alla lega della sua reputa- 
tione », lodava il Moro, dicendo, che, se continuasse 
così, la lega sarebbe cresciuta ogni giorno più d'o- 
nore e di credito e ciascuno — significativa pro- 
messa suUe sue labbra — sarebbe conservato nelle 
condizioni sue, mostrava grandissimo desiderio 
che fra i collegati fossero « amore et vera unione (5). 

Era la quiete minacciosa, che precede la tem- 
pesta. 

La notte dal 25 al 26 lugho 1492, moriva il papa 
Innocenzo Vili (6). Povero e debole strumento 
nelle mani altrui, oscillante fra opposti partiti, 
facile alle mutazioni, negli ultimi anni quasi sem- 
pre malato, egU era tuttavia necessario, forse an- 
cor piti di Lorenzo de' Medici a mantenere in I- 
taUa la pace, perchè, mentr'egli viveva, l'una e 
l'altra parte, aspettando gli eventi del vicino con- 
clave, si tratteneva dall'ultime offese. E la sua 
morte, se non fu causa della rivalità fra NapoH e 
Milano, che aveva radici ben più profonde, né 
tutte dipendenti dalla volontà stessa dégH Ara- 
gonesi o del Moro, fu certo occasione dell'inasprirsi 
della contesa fino a portare rovina all'Italia. 



IL 

Veramente, le due parti avevano mostrato sul 
principio di voler procedere d'accordo. Prima an- 
cora che il papa morisse, l'oratore fiorentino e il 
milanese avevano offerto privatamente ai cardi- 



NKL COJiCLAVE 405 



nali ogni appoggio da parte dei loro Stati per una 
libera e tranquilla elezione; e da Milano s'era dato 
ordine al cardinale Ascanio e agli oratori di rinno- 
vare, appena avvenuta la morte, al Sacro Collegio 
le offerte pubblicamente, esortandolo ad eleggere 
tale pontefice che fosse « con conservatione et salute 
detta religione cristiana)), e si era chiesto ai Fio- 
rentini di comandare all'oratore loro che si confor- 
masse con i Milanesi, il quale comando i Fiorentini 
dicevano di dare molto volentieri (7). Il re Ferrante, 
mentre scriveva nello stesso senso al Collegio, do- 
mandava ai Fiorentini di unirsi con lui nell'esor- 
tare questo a fare una elezione, dalla quale « con- 
seguitassi la conservatione et quiete universalmente 
della religione cristiana et in particulare della... 
serenissima lega)); e gli Otto davano infatti com- 
missione all'oratore loro in Curia, Filippo Valori, 
di unirsi con Iacopo Fontano, oratore del re, 
nel fare « le debite cerimonie et offerte » al Sacro 
Collegio (8). Forse, osservando sottilmente queste 
diverse istruzioni, si poteva rilevare una diffe- 
renza fra quelle di Napoli e di Milano, poiché 
Ferrante insisteva sulla conservazione deUa lega, 
neUa quale aveva il primo posto, mentre Lodo- 
vico il Moro, che scriveva, al sohto, in nome del 
duca di Milano, non ne jDarlava; i Fiorentini poi 
mostravano una cura tròppo significativa di non 
uscire « de termini generali ». Ad ogni modo le ma- 
nifestazioni ufficiali, che seguirono a quel primo 
scambio di vedute, parevano mostrare davvero 
la saldezza della lega. Il 30 luglio, Gioviano Fon- 
tano, l'insigne ministro del re, giunto in Roma ap- 
pena da due giorni, dopo aver rassicurato l'ora- 
tore milanese Taverna e il Valori sulle intenzioni 
di Ferrante, si presentò con loro al Sacro Collegio 
in San Pietro e disse che, « havendo la serenissima 



406 CAPITOLO VII 



liga commune omne fortuna », i suoi oratori si con- 
dolevano unitamente della morte del papa e in- 
sieme esortavano a fare una elezione profittevole 
alla religione cristiana e alla lega; il re desiderare 
soltanto la nomina di una persona adatta al go- 
verno della Chiesa, alla quiete d'Italia, alla difesa 
dai Turchi, contro dei quaU egli aveva fatto grandi 
apparecchi — l'avveduto oratore insisteva su que- 
sto, come a mostrare tutto assorto il re in quel pen- 
siero — e chiedeva l'aiuto della Santa Sede; offrire 
egli la persona, il regno, l'esercito a conservazione 
dello stato e della dignità della Chiesa, avere già 
ordinato a Beneventani e Ascolani, a Orsini e 
Colonnesi di fare il dehito loro e non dare scandalo. 
Non credo che tale ostentazione della potenza regia 
nelle terre della Chiesa piacesse troppo agli altri 
oratori e al Collegio; pure il Taverna e il Valori si 
associarono alle parole del Fontano e, dopo breve 
adunanza segreta dei cardinali, il vicecancelliere 
Rodrigo Borgia, ch'era il decario del Sacro Col- 
legio, rispose con acconce parole di ringrazia- 
mento e promise che nella elezione i cardinah 
procederebbero « unitamente et senza passione »; e, 
a nuove offerte del Fontano, soggiunse che, es- 
sendo i cardinali « unitissimi », non avevano bi- 
sogno di aiuto (9). 

E in verità, se la lega fosse stata concorde, a- 
vrebbe si nell'elezione potuto trionfare la simonia, 
che pur troppo non era cosa nuova — simoniaca 
nettamente era stata la creazione del Cibo — , ma 
non si sarebbe avuta quella profonda scissura, la 
quale, assai più che il modo della elezione o la per- 
sona dell'eletto, spiega i gravi turbamenti, che se- 
guirono alla elevazione al papato di Rodrigo Bor- 
gia. Ferchè giustamente aveva detto Fiero Ala- 
manni a Ferrante avere la lega tale parte nel Col- 



NET. CONCLAVE 407 



legio, che, se pure non fosse riuscita ad ottenere il 
pontefice che voleva, non avrebbe avuto uno che 
non le piacesse (10). La lega infatti, ch'era alla fine 
quella stessa del 1454 rinnovata e in parte mutata, 
aveva tra gh scopi suoi principalissimo quello di 
garantire i collegati da ogni minaccia d'intervento 
straniero. Ora, aUa vigilia deUa discesa di Carlo 
Vni, la Francia non aveva nel conclave neppure 
un cardinale e, di fronte a ventuno itahani, non 
erano stranieri che uno spagnuolo e un portoghese, 
il Borgia ed il Costa: i Veneziani poi, che erano 
estranei e si potevano presumere contrari alla 
lega, avevano tre cardinah soltanto, e non d'ac- 
cordo fra loro, lo Zeno, il Mchiel, il Gerardo; e, del 
resto, l'oratore veneto, non meno degh altri, seb- 
bene tutto da sé, faceva offerte, presentando let- 
tere della Signoria e proteste di devozione al Col- 
legio, e si studiava di evitare ogni sospetto di 
parzialità (11). 

Certo, v'erano nel Collegio cardinaHzio rivahtà 
acerbissime e ricordi d'antiche e di nuove offese. 
Ascanio Sforza e GiuHano della Rovere erano in- 
dicati come capi di fazioni opposte in un futuro 
conclave fin dagU ultimi mesi del 1490, quando la 
discordia loro non era che personale, né era ancora 
tanto viva fra Napoli e Milano la contesa funesta, 
e il re non aveva in Curia chi lo favorisse, e gh stessi 
agenti sforzeschi ignoravano se lo Stato milanese 
intendesse aver qualche parte nell'elezione (12). 
Pochi giorni prima della morte d'Innocenzo Vili, 
al letto di lui, Rodrigo Borgia e il della Rovere, 
già rivah nel conclave del 1484, erano trascorsi 
a male parole e, narrarono, fino ad atti di vio- 
lenza (13). Ma queste discordie non parevano insa- 
nabili: quando da Milano fu chiesto a Firenze d'in- 
tervenire per comporre il della Rovere e il Borgia, 



408 CAP1T01.0 VII 



i Fiorentini, che malvolentieri si frammettevano 
in questioni così delicate, risposero che, per no- 
tizie giunte da Roma, era ormai avvenuta la ricon- 
ciliazione (14). Anzi si discorreva perfino di un ab- 
boccamento fra Giuliano ed Ascanio (15). E quel 
Federigo Sanseverino, creatura sforzesca, la cui no- 
mina cardinalizia era stata oggetto di così aspro 
dibattito, era accolto nel Collegio con unanime 
plauso (16), com'era ricevuto il vecchissimo pa- 
triarca Maffeo Gerardo, anche se da prima alcuno 
dei cardinah aveva sollevato contro di lui oppo- 
sizione; il nome degli oppositori non è noto, ma 
s'indovina facilmente, pensando alle cordiali rela- 
zioni fra lui e il deUa Rovere, dal quale anzi di- 
cevano che il Gerardo fosse stato chiamato; e il 
loro improvviso silenzio fu dovuto certo non tanto 
al ritrovarsi provvidenziale, proprio in quel punto, 
della boUa di nomina, quanto a un tacito accordo 
fra i cardinah della Rovere e Sforza, del quale pro- 
fittavano insieme il Sanseverino e il Gerardo (17). 
Così gli oratori da Roma, pure accennando ai vari 
nomi, che già correvano suQe labbra di ognuno 
per la futura creazione, potevano dire concorde 
il Collegio (18). 

Gh stessi cardinali designati dalla pubbHca voce 
come queUi che avevano probabihtà maggiori di 
arrivare alla tiara, pur essendo considerati come 
dell'una o dell'altra fazione, parevano indicare 
propositi di concordia. Ritornava spesso in queste 
previsioni sull'esito del conclave il nome di Oh- 
viero Carafa, cardinale di Napoh: egh era tra gh 
aderenti di Ascanio, che aveva favorito nella que- 
stione del Malleacense, e non era amico del re; ma 
pareva essersi alquanto ravvicinato a questo di 
recente, andando incontro al principe di Capua, e 
qualcuno riteneva, sebbene a torto, che l'opposi- 



NEL. CONCLAVE 409 



zione di Ferrante fosse una finissima astuzia per pro- 
curargli i voti degli avversari degli Aragonesi. Certo, 
quel napoletano, che aveva parenti nella corte e 
in grado elevatissimo presso del re, non avrebbe 
consentito con chi macchinasse la rovina del re- 
gno; al della Rovere poi non era gradito, ma non 
però COSI spiacevole che non si ritenesse potersi 
questi volgere a lui, se non fosse stato il rispetto 
del re. E, quel che importava più, egli era uomo 
integro, modesto, di età non troppo scarsa, né 
troppo avanzata — era allora sulla sessantina — , 
già sperimentato in quell'azione di difesa contro 
il Turco, che pareva dover essere il programma 
del nuovo pontificato (19). Anche partigiano di 
Ascanio, e più sicuro e più caldo del Carafa, era 
Ardicino della Porta, cardinale di Aleria; ma, se 
l'oratore estense esagerava nel dirlo desiderato da 
tutti « 'per la summa bontà soa », si riteneva però, 
a buona ragione, probabile che si volgessero a lui, 
dopo i primi tentativi f aUiti, i voti di Giuliano della 
Rovere e de' suoi fautori; e sarebbe stata pure, sot- 
t'ogni rispetto, lodevoHssima scelta (20). D'altro 
lato, Giorgio Costa e Battista Zeno, ch'erano rite- 
nuti generalmente i candidati di Giuhano, erano 
tah uomini, ai quali si poteva credere che acce- 
dessero con non troppa difiìcoltà i partigiani di A- 
scanio; il cardinale di Lisbona non piaceva troppo 
al re di NapoH « per alciZne manere et opere ved/iite 
in li anni passati)) e poteva quindi raccoghere i 
voti degli avversari di lui; ed era personaggio, nel 
quale il vigore dell'animo compensava la tardis- 
sima età e grande era il senno, la virtù assai lo- 
data (21); e lo Zeno, che qualche anno prima era 
considerato fautore sicuro di Ascanio e pochi mesi 
innanzi non avea voluto firmare la bolla di sospen- 
sione del Malleacense, rigido nei modi, strana- 



410 CAPITOLO VII 



mente cocciuto, indipendente come veneziano 
dalle parti politiche, fra cui era allora divisa l'I- 
talia, poteva essere per Giuliano il candidato del- 
l'ultima ora, non eccessivamente gradito, per A- 
scanio un avversario non molto pauroso, come 
quegli del quale non era da temere che si lasciasse 
dominare troppo da quell'altro piti vero e maggiore 
avversario (22). Così, per quel che si riferiva al 
Collegio, il conclave pareva aprirsi sotto auspici 
non troppo tristi; e, per il giudizio sull'età, non 
vuol essere trascurato il fatto che queUi, che l'opi- 
nione comune indicava alla tiara, fossero, tranne, 
forse, l'avarissimo Zeno, uomini degni (23). 



III. 



Ma, purtroppo, solo chi si fosse fermato alle pa- 
role poteva credere a quel desiderio unanime di 
buona e concorde elezione. Quando a re Ferrante 
era stato chiesto dall'oratore fiorentino Piero A- 
lamanni che cosa egh consigKasse a beneficio della 
rehgione cristiana e deUa lega, il re aveva rispo- 
sto che, dipendendo l'elezione dalla volontà altrui, 
non si poteva dehberare con sicurezza, a lui ba- 
stava che si evitassero le persone amanti dei tor- 
bidi o mal dispóste verso la lega; né aveva però 
voluto dire, nonostante le insistenze dell'oratore, 
quali fossero i cardinaH, ch'egli credeva favore- 
voli, o quah si dovessero fuggire (24). E nuUa potè 
ritrarre di megho l'oratore milanese, neppure 
quando il re, per togliere i sospetti, mostrò di al- 
largarsi con lui alquanto più. (25). Egh tuttavia 
nascondeva, non solo ai nemici suoi milanesi, ma 
agh stessi Fiorentini, che pure si professavano, 



NKL CONCLAVE 411 



molto sinceramente, disposti ad aderire in tutto 
al giudizio di lui, quali fossero i suoi veri disegni. 

Le lunghe lotte, che Ferrante aveva dovuto so- 
stenere con i pontefici e specialmente con Inno- 
cenzo Vili — e non importa qui vedere di chi 
fosse la colpa —, le fatiche durate per giungere a 
una pace, che a molti appariva già mal sicura, i 
bieclu disegni del Moro, l'ambizione di predomi- 
nare, egh re, suU'Itaha, « di essere gallo », ora, 
come gh aveva consighato il Fontano, dopo essere 
« stato spennato et capponato da tucfi prencipi de 
li christiani)) (26), lo avevano spinto a una di 
quelle risoluzioni, che pure dalla storia gh dove- 
vano apparire fatali a chi vi si appiglia: egh 
voleva fare pressione sul conclave per avere un 
papa a sua posta. E aveva messo gh occhi su 
GiuMano della Rovere. Il cardinale di San Pietro 
in Vincoh era stato, per vero, in altri tempi, 
e doveva tornare ad essere poi, un fìerissimo 
nemico degh Aragonesi; ma quelle prime riva- 
htà erano già dimenticate: egh era onnipotente 
sul papa, quando avveniva la riconcihazione di 
questo col re, e aveva mostrato a Gioviano Fon- 
tano, quand'era venuto a Roma per questi ac- 
cordi, e, più tardi, al principe di Capua, la mag- 
giore corcliahtà (27): anzi non è temerario supporre 
che l'improvvisa mutazione di Innocenzo verso del 
re, oltre che ai fatti di Ascoh addotti comunemente 
per causa, fosse dovuta a un disegno segreto di 
Giuhano, il quale per sahre là, dove teneva già 
fisso lo sguardo, o far sahre uno de' suoi, aveva 
bisogno di superare Ascanio Sforza e per vincerlo 
non poteva, ormai, sperare appoggio più sicuro del 
re (28). Così, fin dal primo giorno dell'ultima in- 
fermità di Innocenzo, il re mostrava di conside- 
rare ir cardinale della Rovere come rappresentante 



412 CAPITOLO VII 



nella Curia degli interessi suoi e della sua volontà' 
e ordinava all'oratore Iacopo Fontano di seguirne 
gli ordini, i quali sarebbero diretti non solo alla 
conservazione deUo Stato ecclesiastico, ma al bene 
del re e de' suoi figli (29). 

Ma, a far trionfare il partito di Giuliano, il re 
non si limitava ad offrire danaro, come poi corse 
la voce, né al cardinale potevano parere sufficienti 
le promesse simoniache, dalle quali, per impulso 
dell'animo ambizioso ma retto, si dimostrava 
schivo (30). In Roma abitavano già presso il car- 
dinale della Rovere Prospero Colonna e Giovanni 
Giordano Orsini, ambedue soldati del re, i quah, 
un mese innanzi, nella stanza medesima del car- 
dinale e con sua grande allegrezza, avevano con- 
chiuso un duphce parentado fra loro e col della 
Rovere, fatto assai raro per quelle famighe e che 
aveva dato già occasione a molti commenti (31), 
E certo essi, prima ancora che morisse Innocenzo, 
avevano prestato giuramento di obbedienza al 
Collegio, ma il re scriveva al suo oratore ch'essi 
erano « al nutu de monsignor de Sancto Petro ad 
VÌTicula » e, qualche giorno dopo, ricordando certi 
maneggi, veri o supposti, di Ascanio Sforza per 
impadronirsi di Torre Sanguigna, faceva dire da 
Gioviano Fontano e ripeteva egh stesso a Fiero A- 
lamanni che, se persona al mondo poteva 
avere interesse di fare un papa a suo pro- 
posito, era il re per essere vicino e per 
avere provato quanto gli fosse dannoso 
avere un pontefice non amico, « et, atteso 
che è in Roma Fàbritio Colomna et Jo. Jordano 
Orsino suoi soldati et della conditione che sono, 
quando Sua Maestà havessi tale mente, molto piit 
facilmente sarebbe 'per riuscire a Sua Maestà che 
a monsignore Ascanio n {Z2). Foco appresso, en- 



NKL CONCLAVE 413 



travà in Roma con da dugento a trecento ca- 
valli Virginio Orsini, soldato anch'egli del re; e, 
per quanto egli e Gioviano Fontano protestas- 
sero che il re voleva soltanto mantenere la quiete 
della Chiesa e impedire che avvenissero scandali, 
apparve tosto quello che si poteva prevedere fa- 
cHmente, com'egU fosse venuto a operare perchè 
il papa fosse eletto secondo la volontà del cardi- 
nale di San Pietro in Vincoli e del re (33). La stessa 
improvvisa, inaspettata venuta a Roma di un 
uomo così autorevole e così persuaso della necessità 
di un intimo accordo fra il papa ed il re, qual era 
Gioviano Fontano, era prova sicura che il re inten- 
deva esercitare sopra la scelta del nuovo ponte- 
fice un'azione decisiva (34). 

Ma era voluta ingenuità quella di Ferrante nel far 
domandare all'oratore fiorentino che cosa avesse 
da far mai con la Chiesa lo Stato di Milano (35). 
Foichè, se nella stessa Firenze, amica del re, que- 
sti maneggi destavano sospetti (36), è facile pensare 
che cosa fosse a Milano, dove non si poteva desi- 
derare un papa figure e amico dei Napoletani, o 
una creatura di costui, dove, sopra tutto, a Lodo- 
vico il Moro l'elezione di un uomo, che avesse ob- 
bfigo deUa tiara agfi Aragonesi, appariva troppo 
minacciosa al potere usurpato. Da Milano perciò 
si provvedeva attivamente per impedire la buona 
riuscita dei disegni del re; si ordinava ad Ascanio 
di non badare a spesa, purché la spesa potesse 
dar frutto; tanto poco erano disposti gfi Sforza a 
vendere a chicchessia il voto di Ascanio che anzi 
erano pronti a comprare l'altrui! E ad Ascanio si 
offrirono le galee, destinate ad andare contro i 
Turchi, le quafi per verità erano così male provve- 
dute d'uomini che, se potevano essere difesa con- 
tro le violenze d'altri, non rappresentavano tut- 



414 Capitolo vii 



tavia una seria minaccia alla libera scelta del papa 
futuro (37). In questo modo la rivalità fra Giuliano 
della Rovere e Ascanio Sforza s'intrecciava e quasi 
si confondeva con l'altra fra Napoli e Milano, fra 
Aragonesi e Sforza; e il conclave diveniva, dopo 
le avvisaglie della questione del Malleacense, la 
prima grande battaglia di una ahi ! troppo funesta 
guerra d'Italiani (38). 



IV. 

Queste circostanze, ch'era necessario esporre 
largamente, perchè fin qua, se non erro, non 
bene chiarite, rendevano assai difficile e delicata 
la condizione dei Fiorentini e del cardinale de' 
Medici. Si fosse anche trattato della semplice gara 
fra lo Sforza e il della Rovere, i Medici sarebbero 
stati in grande imbarazzo. Perchè ad Ascanio 
Sforza il %liuolo tredicenne di Lorenzo de' Medici 
era stato debitore, più che ad ogni altro, deUa 
porpora cardinalizia e a lui aveva fatto Lorenzo 
così larghe e chiare promesse, come a ninno dei 
cardinali, sicché Ascanio si riteneva « creditore... 
de grosso ^^ de' Medici (39); ma a Giuliano della 
Rovere Giovanni aveva obbligo per essere stato 
nei primi mesi del 1492 scopertamente e con 
grande sdegno dei Milanesi preferito al Mallea- 
cense, e con gli Orsini, ch'erano in quel momento 
caldi fautori del Vincola, aveva stretti legami di 
parentela e dovere di riconoscenza. Perciò dal- 
l'una e dall'altra parte un suo voto contrario 
sarebbe stato considerato e, peggio, punito come 
ingratitudine. 

La contesa poi fra Napoli e Milano nel conclave 
pareva rendere necessario che il giovane cardi- 



KEL QONCLAVE 415 



naie e il fratello suo Piero uscissero dall'abile 
equivoco, nel quale s'era tenuto Lorenzo de' Me- 
dici. Lodovico Sforza, che si voleva assicurare 
contro la minacciata violenza del re, si studiava 
di guadagnare i Fiorentini alla sua causa, che 
presentava con avvedutezza come una difesa 
della libertà del conclave: li esortava perciò, come 
accennammo, ad unirsi con lui nel comporre la 
disunione sorta nel Collegio, la quale avrebbe 
potuto dare al re pretesto d'intervenire e al car- 
dinale della Rovere occasione di gettarsi in tutto 
nelle sue braccia; li invitava a confortare il conte 
di PitigMano, un Orsini, capitano generale della 
Chiesa, ad esser fedele al Collegio e voleva che 
mandassero genti ai confini dello Stato papale 
per proteggere il conclave dai soldati dell'Arago- 
nese (40). E, poiché il cardinale de' Medici, non 
per l'età sua o per l'esperienza, certo, ma per la 
potenza dei Fiorentini e le ricchezze medicee, era 
tenuto « per piit di dua » (41), Lodovico ed Asca- 
nio cercavano ogni via per ottenerne il voto a 
loro posta. H primo chiedeva a Piero « instantis- 
simamentey>, per mezzo dell'oratore a Firenze e 
del cardinale Sanseverino, che vi doveva pas- 
sare nel suo viaggio verso Roma, di commettere 
al cardinale suo fratello che si mettesse d'accordo 
con Ascanio e di avvisarne costui, dicendo que- 
st'opera sommamente necessaria (42). Ascanio, 
poi, da Valmontone, dove s'era recato fin dal- 
l'ultimo di giugno a "fuggire il caldo dell'estate, 
mandava a Giovanni, il 16 luglio, una lettera cor- 
diahssima, pregandolo quanto sapeva e poteva 
di venire senza indugio a Roma e porre a beneficio 
della Santa Chiesa l'autorità sua, che diceva 
grande, e s'offriva a lui come servitore desideroso 
di obbedire agli ordini suoi (43). 



416 CAPITOLO VII 



Ma Piero de' Medici aveva chiuso l'oreccliio 
alle lusinghe sforzesche. Fin d'allora egH si appi- 
ghava a quel partito che seguì poi, copertamente o 
palesemente, finché rimase padrone di Firenze, 
d'una alleanza intima con Napoli; e la ragione, 
che i cronisti e gh storici, solleciti di rovesciare 
sopra di lui ogni colpa della rovina della sua 
casa, non hanno posta in luce, è detta da lui stesso 
in una sua lettera, e non è spregevole. Ram- 
mentava egH quanto fosse stata/grave per Firenze 
l'inimicizia del re, la quale aveva costretto altra 
volta Lorenzo a comporsi con lui; da Milano i 
Medici avevano avuto promesse molte, nessun 
aiuto efficace; ed egli, Piero, conosceva bene 
« la fermeza del signore Lodovico et el veleno del 
Ben (44). Quindi gli Otto scrivevano con perfetta 
sincerità all'oratore Alamanni di voler procedere 
in tutto secondo il giudizio del re e gh comuni- 
cavano le domande fatte loro dai Milanesi, le quali 
è facile comprendere quale sdegno e sospetto 
dovessero destare in Ferrante; a queste domande 
poi sfuggivano con accorta risposta (45). E Piero 
dava ordine al fratello di operare nel Collegio 
quanto intendesse desiderio del re e incaricava 
Piero Alamanni di sentire quale fosse questo 
desiderio e comunicarlo al cardinale (46). 

Con queste istruzioni, che vincolavano ogni H- 
bertà sua nel conclave e lo ponevano nella condi- 
zione stessa, in cui era Ascanio Sforza rispetto al 
Moro, d'esecutore della volontà del fratello, Gio- 
vanni de' Medici partì, il 18 lugHo, per Roma, ac- 
compagnato dal cugino Giuho, un altro papa fu- 
turo: Paolo Orsini, stipendiato di Firenze, aveva 
incarico di f arglisi incontro alla Pagha con alcuni 
de' suoi balestrieri e scortarlo a Roma (47). Per 
via ebbe dai Senesi, che volevano guadagnarlo al 




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416 CAPITOLO VII 



Ma Piero de' Medici aveva chiuso l'orecchio 
alle lusinghe sforzesche. Fin d'allora egli si appi- 
ghava a quel partito che seguì poi, copertamente o 
palesemente, finché rimase padrone di Firenze, 
d'una alleanza intima con Napoli; e la ragione, 
che i cronisti e gli storici, solleciti di rovesciare 
sopra di lui ogni colpa della rovina della sua 
casa, non hanno posta in luce, è detta da lui stesso 
in una sua lettera, e non è spregevole. Ram- 
mentava egh quanto fosse stata grave per Firenze 
l'inimicizia del re, la quale aveva costretto altra 
volta Lorenzo a comporsi con lui; da Milano i 
Medici avevano avuto promesse molte, nessun 
aiuto efficace; ed egli, Piero, conosceva bene 
« la fermeza del signore Lodovico et el veleno del 
Re » (44), Quindi gli Otto scrivevano con perfetta 
sincerità all'oratore Alamanni di voler procedere 
in tutto secondo il giudizio del re e gli comuni- 
cavano le domande fatte loro dai Milanesi, le quali 
è facile comprendere quale sdegno e sospetto 
dovessero destare in Ferrante; a queste domande 
poi sfuggivano con accorta risposta (45). E Piero 
dava ordine al fratello di operare nel Collegio 
quanto intendesse desiderio del re e incaricava 
Piero Alamanni di sentire quale fosse questo 
desiderio e comunicarlo al cardinale (46). 

Con queste istruzioni, che vincolavano ogni li- 
bertà sua nel conclave e lo ponevano nella condi- 
zione stessa, in cui era Ascanio Sforza rispetto al 
Moro, d'esecutore della volontà del fratello, Gio- 
vanni de' Medici partì, il 18 luglio, per Roma, ac- 
compagnato dal cugino Giulio, un altro papa fu- 
turo: Paolo Orsini, stipendiato di Firenze, aveva 
incarico di farghsi incontro alla Pagha con alcuni 
de' suoi balestrieri e scortarlo a Roma (47). Per 
via ebbe dai Senesi, che volevano guadagnarlo al 




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NEL CONCLAVE 417 



loro cardinale pur cosi riluttante a correre la 
gara, grandi accoglienze ed incarico di offrire in 
noine loro le milizie del Comune al Sacro Collegio, 
onorevole ed utile incarico, per cui egli pareva rap- 
presentare nel conclave non la sola Firenze, ma 
quasi intiera la Toscana (48). Il 23 luglio egli giun- 
geva a Roma con tutti i suoi (49). 

Qualche giorno dopo, gli Otto davano incarico a 
Filippo Valori, oratore della Repubblica, di confe- 
rire tutte le commissioni con il cardinale e rego- 
larsi secondo il parere di lui (50): anche una volta, 
nell'apparenza, l'autorità di un Medici si sosti- 
tuiva a colui, che doveva rappresentare legalmente 
il Comune fiorentino. Ma Giovanni, a sua volta, 
aveva al suo fianco un uomo, che doveva tenere 
presso di lui il posto del fratello. Il giorno dopo 
la sua partenza da Firenze, gh era stato mandato 
dietro Niccolò Michelozzi, « homo de ingenio » scri- 
veva l'oratore milanese, « et 'praticho et maxime de 
le cuose di Roma, per esserli stato gran tempo al 
tempo de magnifico Lorenzo »; egh doveva « guover- 
nare la sua reverendissima Signoria in queste pra- 
tiche et cuose, che se haverano agitare » (51). E vera- 
mente l'esperienza del consigliere fidissimo di Lo- 
renzo, dell'uomo colto ed avveduto, che Piero in 
momenti difficih aveva lasciato a governare Fi- 
renze per lui, poteva essere prezioso appoggio al 
giovine cardinale inesperto; e lo stesso Giovanni, 
più tardi, safito a maggiore dignità, mostrò di 
tenere il Michelozzi in grande pregio, anche se 
l'ufficio che gh dette, di spiare i pensieri dei Si- 
gnori, non sembrasse degno di un vero uomo, 
q.uale Marsiho Ficino aveva dichiarato messer 
Niccolò (52). Ma aUora al cardinale dispiacque 
che Piero gh avesse dato un « balio », come se 
egli non si sapesse regolare da sé; e ne venne tra 

27. — PjcoTTi, Leone X. 



418 CAPITOLO VII 



lui e il fratello un dissenso, che le circostanze re- 
sero grave (53). 

Eorse, a mandare Niccolò dietro al' cardinale, 
Piero era stato indotto dalla lettera di Ascanio a 
Giovanni, la quale mostrava chiaro quah speranze 
riponessero gM Sforza in lui e nel fratello. Poiché 
Piero, davanti aUe molte insistenze del Moro, del 
Sanseverino, dell'oratore milanese e, ora, di A- 
scanio, aveva pensato un giuoco rischioso: dare 
parole agli Sforza, riserbare i fatti a Ferrante. In 
modo non dissimile s'era già contenuto, in circo- 
stanze somighanti, Lorenzo; ma, finch'egh era vivo, 
il conflitto non s'era acceso mai su questione di 
tanto rihevo e -così attinente ad un Medici, quale 
era l'elezione del papa, né, d'altra parte, Piero 
seppe osservare nel promettere per non mante- 
nere quella misura, che non era mancata mai a 
Lorenzo. Scrisse ad Agnolo NiccoHnì a Milano e 
dichiarò all'oratore sforzesco in Firenze ed al Mal- 
leacense, con parole che non parevano ammettere 
dubbiezza, intendere egh che il cardinale suo fra- 
tello si unisse strettamente con Ascanio; e a Gio- 
vanni mandò il 22, per mezzo dell'oratore milanese, 
una lettera per ordinargU di conformarsi con A- 
scaiiio (54). Ma al cardinale era inviato altro di- 
spaccio lo stesso giorno « dandogli adviso di quanto 
per le poste di Milano se gVè scripto » (55), cioè, 
senza dubbio, commettendogh di non tener conto 
dell'ordine nuovo, tanto diverso dagli altri; e 
Niccolò Michelozzi ebbe incarico di condurre Gio- 
vanni per vie così difficiK, cosi repugnanti forse a 
un giovinetto, secondo la volontà vera del fra- 
tello, il quale non si fidava troppo dell'oratore 
Valori, favorevole assai agli Sforza (56). 

Giovanni però aveva preso, o voluto prendere, 
quella prima lettera di Piero troppo sul serio. Io 



NEL CONCLAVE 419 



non so già se avessero efficacia sull'animo del gio- 
viiietto quelle maniere cordiali, di cui s'era tanto 
lodato nel primo viaggio suo a Roma e che gli erano 
prodigate ora con ben maggiore larghezza (57). 
Assai più, in ogni modo, operò sopra di lui la dispo- 
sizione generale, ch'egh trovò a Roma e nel Col- 
legio, nettamente ostUe ai maneggi ambiziosi del 
Vincola e ai disegni del re. Già il tentativo fatto dal 
vicecanceUiere Rodrigo Borgia, perchè il papa 
desse in mano del Sacro Collegio Castel Sant'An- 
gelo, ch'era tenuto allora da Battista =PinelH, 
nipote d'Innocenzo e, come gli altri nipoti ed i 
Liguri, fautore di Giuhano, era sembrato al re un 
at]bo ostile cóntro di lui (58). Qualche giorno dopo, 
il cardinale camerlengo Raffaele Riario, al quale 
il Collegio aveva dato pieni poteri per assicurare 
la libertà del conclave, assoldava milizie e affidava 
il governo della città all'abbate di Saint-Denis, ora- 
tore francese; e la scelta, se voleva dire mettere 
Roma e il conclave in tutela della prima potenza 
cattohca, era insieme un'aperta manifestazione 
contro il re di Napoli e il cardinale della Rovere, 
perchè ninno certo dimenticava che quell'abbate 
stesso aveva chiesto a Innocenzo Vili, in nome del 
suo re, che fosse negata l'investitura a Ferrandino 
di Capua, e Giuliano era il più ascoltato consi- 
ghere di quel papa, che aveva ricusato pur di am- 
mettere, in concistoro gli oratori di Erancia (59). 
E non differente significato aveva l'anteporre a 
Domenico Dori a, capitano della guardia di pa- 
lazzo, e al conte di Pitighano, che pareva da pri- 
ma do vergH succedere, devoti ambedue al della 
Rovere e sospetti ai Milanesi, lo spagnuolo arci- 
vescovo di Tarragona, un connazionale di Rodrigo 
Borgia, che già ad Ascoli si era adoperato a sven- 
tare i disegni di Ferrante (60). Così il contegno im- 



420 CAPITOLO VII 



provvidamente minaccióso di questo aveva dan- 
neggiato Giuliano e la sua fazione per niodo che, 
mentre da prima il cardinale di Lisbona pareva a- 
vere maggiori probabiKtà d'ogni altro di giungere 
alla tiara, dopo che si scoprirono quelle pratiche, 
si poneva primo tra i papabili il Caraf a e l'oratore 
estense diceva chiaro che, se il re gK era contrario 
davvero, per questo solo molti gU sarebbero dive- 
nuti favorevoli (61). In condizioni siifatte, è spie- 
gabile ed anche lodevole che Giovanni de' Medici si 
stringesse a colui, ch'era il capo degH avversari del 
re e per ciò stesso poteva darsi vanto di protettore 
della Ubertà della Chiesa. 

Ma certamente Giovanni passò la misura, 
quando s'indusse a promettere e a giurare che da- 
rebbe il suo voto nel conclave a ogni piacere d'A- 
scanio e a chiunque egh designasse (62); perchè, 
se era eccessiva la devozione di Piero per il re, non 
era anche dannoso al credito e agh interessi de' 
Medici scoprirghsi nemici a quel modo? Ed egli 
voleva trarre anche Piero alla sua via e gh aveva 
domandato non so qual lettera, che doveva ser- 
vire, penso, a stringere anche più i Medici con lo 
Sforza e a favorire i disegni di costui nel conclave. 
Ma Piero, che già da più lettere da Napoli aveva 
notizia dell'ombra presa da Ferrante per quel re- 
stringersi dei creduti amici col suo più fiero ne- 
mico, accolse con grandissimo dispiacere quello 
che il Valori da Roma annunziava come bel fatto 
e degno di lode, la nuova intimità di Giovanni con 
Ascanio, molto più che il Michelozzi gh. esponeva, 
con molta franchezza e in tale segreto da volerlo 
tenere nascosto anche al fido cancelhere mediceo 
ser Piero da Bibbiena, il parer suo affatto contrario 
a quelle pratiche del cardinale e all'atteggiamento 
dell'oratore fiorentino. Mandò allora Piero de' Me- 



NEL CONCLAVE 421 



dici una lettera assai vivace proprio al Bibbiena, 
dicendo di voler riparare per quanto potesse e con 
la sollecitudine più grande all'inconveniente, che 
gli pareva gravissimo: non volere egli a niun patto 
scoprirsi nemico del re, che sarebbe un pericolo per 
lo stato suo e di Giovanni; l'elezione del cardinale 
di Aleria o di altro partigiano di Ascanio essere 
dannosa allo stesso Giovanni, al quale sarebbe 
contrapposto un altro cardinale fiorentino — egU 
pensava certo al vescovo di Volterra Francesco 
Sederini — ; scrivesse perciò ser Piero a Giovanni 
che Piero si doleva forte della fede, ch'ei gh aveva 
rotta, e del silenzio, che aveva tenuto con lui a 
Firenze su quei disegni suoi, facendolo bugiardo in 
tanti luoghi e mostrandosi in disaccordo con lui, 
e giudicava il suo contegno come la piìi cattiva 
cosa ch'egH potesse fare, perchè quei modi fareb- 
bero credere al re ancor peggio di quel che era e 
Ascanio nuli' altro cercava che « fare mercatanzia » 
di lui e ingannarlo; se Piero poteva disporre ancora 
di lui, cercasse il cardinale di cancellare l'ombra, 
che quei portamenti suoi avevano data al Vincola 
e al re, e ormai si mostrasse neutrale; se poi egh, 
Piero, non ne poteva disporre, ghene farebbe poco 
onore, perchè, se il cardinale non pensava né a se 
stesso, né al fratello, questi voleva pensare a sé 
ed a lui (63). 

È probabile che ser Piero intendesse quanto 
Piero si mostrava indehcato e imprudente, fa- 
cendo, per risparmiarsi fatica, comandare in tal 
guisa da un contadino di Bibbiena al cardinale de' 
Medici. Certo, Giovanni, lagnandosi poi dei modi 
del fratello, non accenna a lettera che ser Piero gh 
abbia scritta in quei giorni: se il Bibbiena scrisse, 
dovette farlo, come soleva, in nome e con la firma 
di Piero, o forse questi, ripensando, scrisse da sé, 



422 CAPlTOIiO VII 



poiché il cardinale si lamenta di una lettera del 
fratello, dalla quale non altro egli dice potersi in- 
tendere se non che Piero lo voleva a Roma per suo 
ministro e suo scudo, in tal modo gli comandava e 
lo minacciava (64). E dovette essere quella lettera 
del 3 d'agosto, della quale anche nel registro se- 
greto della cancelleria medicea è nascosto l'argo- 
mento da puntini assai discreti: Piero ne esponeva 
la ragione anche a Nofri Tomabuoni, agente d'af- 
fari de' Medici iu Roma e loro stretto congiunto, 
quasi commettesse a lui pure la vigilanza sul car- 
dinale; il Michelozzi poi doveva studiarsi di levar 
di mano a questo una lettera, certo quella scritta 
già da Piero in favore di Ascanio, con la quale 
Giovanni poteva, mostrandola ad altri, compro- 
mettere sé ed il fratello (65). 

Non parrebbe che Giovanni fosse troppo dispo- 
sto ad obbedire ciecamente agli ordini, che Piero 
gh aveva intimati, perchè il Michelozzi disse più 
tardi che soltanto l'esperienza lo ammonì a pre- 
star fede ai consigh fraterni (66). Ma la condizione 
sua, che, tra i comandi minacciosi del fratello e le 
promesse ad Ascanio, era dehcatissima, sembrò 
divenire alquanto mighore negh ultimi giorni 
prima che s'aprisse il conclave. Da un lato il re, seb- 
bene per mille indizi assai palesi inchinasse al 
della Rovere, insisteva nel tener nascoste anche ai 
Fiorentini le sue vere intenzioni e, ammonito dai 
cattivi risultati de' siioi primi maneggi, sembrava 
ora volesse lasciar correre le cose per la loro via, 
fidandosi nell'accortezza e nella tenacia del Vin- 
cola (67); d'altro lato Ascanio badava a dire con 
tutti e con Giovanni stesso che il candidato suo 
era quel cardinale di Napoh, che, siccome ve- 
demmo, poteva raccoghere sul suo nome, in un 
secondo tempo, i voti delle opposte faziopi (68). 



NEL CONCLAVE 423 



Perciò lo stesso Piero, a cui il riserbo del re to- 
glieva ogni obbligo di seguirlo, commetteva al car- 
dinale che desse nel primo scrutinio due voti, 
quello dell'elezione al Carafa, quello dell'accesso 
allo Zeno, un candidato milanese e un napoletano 
ma né l'uno né l'altro di colore troppo acceso; poi 
in sul fare il papa si governasse con più grado suo 
che poteva (69), Pareva così che le circostanze ri- 
traessero il cardinale e Piero su quel cammino della 
neutralità e della conciliazione, da cui s'erano per 
diversa via dipartiti; e Giovanni entrava in con- 
clave partigiano di Ascanio, senza tuttavia con- 
travvenire alla volontà di Piero de' Medici. 



V. 



Il 6 d'agosto 1492, si apriva il conclave. Bernar- 
dino Carvajal, vescovo di Badajoz, oratore spa- 
gnuolo, a cui era stato commesso, forse per o- 
maggio alla nazione vittoriosa dei Mori, il di- 
scorso d'apertura, aveva denunziato con fran- 
chezza coraggiosa i mah, che parevano condurre 
a morte la Chiesa, la concupiscenza della carne, 
la concupiscenza degli occhi, la superbia della vita, 
che avevano ormai infranto la chiostra del pudore 
e dell'onestà, sicché in Roma ciascuno poteva rico- 
noscere la meretrice faitnosa; aveva additato la 
causa di quei mali nel capo stesso della Chiesa, in 
quei prelati, per cui la maestà della sede ecclesia- 
stica era minata ed era delusa la vigilanza pasto- 
rale; aveva esortato i cardinah a deporre ogni di- 
scordia e ambizione, a eleggere il mighore tra 
loro, il pastore prudente, che convocasse il conci- 
lio per nformare la Chiesa, che cacciasse i Turchi, 
i quah già erano alle porte, che desse modo alla 



424 CAPITOLO VII 



Chiesa di ripetere alla morte le parole bibliche: 
« Non rallegrarti, nemica mia, sopra di me: se sono 
caduta, risorgerò » (70). Ahi! ma nel conclave i 
cardinali non seppero trasfigurarsi col Cristo, 
come l'eloquente oratore, in quella festa della Tra- 
sfigurazione, augurava; aiizi iF cattivo fuoco delle 
rivalità personali e delle discordie poHtiche arse 
con nuova, inattesa violenza. 

Né l'uno ne l'altro de' due capi aspirava per- 
sonalmente alla tiara; erano tutt'e due ancora 
troppo giovani, di cinquant'anni il Vincola, 
Ascanio appena di trentasette; nocevano a quello 
il carattere orgoghoso, rude, ostinato e la po- 
tenza stessa, ch'egli aveva goduta col papa de- 
funto, al secondo l'essere troppo stretto parente 
dei duchi di Milano e di Bari. Perciò il della 
Rovere, nonostante le osservazioni del re, che, 
del resto, badava a non far contro alla sua vo- 
lontà (71), metteva innanzi il Costa, la cui vec- 
chiezza, per quanto robusta, faceva prevedere, 
volevo dire sperare, un nuovo non lontano con- 
clave. Ascanio aveva detto sempre di voler il 
Carafa; ma aveva nel petto il nome del can- 
didato suo vero, del quale s'era discorso poco in 
quei giorni e nessuno prevedeva perciò l'elezione, 
del vicecaneeUiere Rodrigo Borgia (72). La scelta 
di costui era stata avvedutissima. A vincere occor- 
reva staccare alcuni dei cardinali dalla fazione 
di Giuliano; e le grandi ricchezze, l'ambizione, 
la mancanza di scrupoM di quello spagnuolo pa- 
revano acconce più d'ogni altro mezzo allo scopo. 
E, ove il disegno fosse riuscito. Giuliano della 
Rovere e Ferrante d'Aragona sarebbero stati 
colti in pieno, e più luminoso che mai sarebbe ap- 
parso il trionfo di Ascanio Sforza e del Moro, 
perchè il vicecaneeUiere era l'uomo che « manco 



NEL CONCLAVE 425 



voleva chi far èva havere le cose de quella Corte in 
mano sua)), era, cioè, con Ascanio, l'uomo più 
abbonito dal Vincola, e a Ferrante, per la me- 
moria degli odi di papa Callisto, per lo stretto 
legame suo con gli Sforza, per l'atteggiamento 
preso negli ultimi giorni d'Innocenzo, era meno 
gradito di qualsiasi altro aderente di Ascanio (73). 
Del modo con cui si svolse il conclave, non 
abbiamo purtroppo notizie se non frammentarie, 
perchè non mi riuscì di rintracciare gli scrutini 
dei primi tre giorni, che Niccolò Michelozzi aveva 
mandati a Piero de' Medici, né i « lunghi ra- 
guagli », con i quah Filippo Valori, diceva sarca- 
sticamente ser Niccolò, aveva tolto a costui la 
fatica di scrivere « qualche bibia » per informare 
Piero (idi questi maneggi del pontificato yy. forse 
queste lettere, scritte senza « riservo alchuno » 
sembrarono pericolose a conservare (74). Sap- 
piamo tuttavia che prevalevano il Carafa ed il 
Costa, e più il primo, sul quale certo avevano 
raccolto i loro voti nei primi scrutini i partigiani 
di Ascanio, e tra essi il Medici, gH incerti ed i 
neutri. Il cardinale di Napoli non raggiunse tut- 
tavia, come Ascanio aveva preveduto troppo 
bene, il numero di suffragi bastante, sedici voti, 
essendo ventitré i cardinah in conclave (75). Se 
allora Giuhano della Rovere avesse ceduto, sa- 
rebbe stata risparmiata alla Chiesa l'elezione di 
un pontefice indegno e, rendendosi meno acuto 
il dissidio fra Milano e Napoh, forse le sorti stesse 
d'Italia sarebbero state diverse, poiché è vecchia 
assai, ma pur sempre vera l'osservazione che 
niun vaso trabocca, se non vi s'aggiunga l'ultima 
goccia. E « le buone parole et efficaci ragioni et 
prompti modiy>, con i quah Giovanni de' Medici 
tentò d'indurre il Vincola a dare il voto suo e 



426 CAPITOLO VII 



de' suoi al Caraia, mostrano davvero in lui in 
questo momento — lo riconosco volentieri io, che 
pure l'ho giudicato e lo giudicherò in altre circo- 
stanze severamente — i(. cervello et prudentia)): 
anche una volta un Medici tentava di congiun- 
gere le diverse parti, nelle quah era divisa l'I- 
talia, e ne sarebbe venuto vantaggio grande al 
paese e sarebbe cresciuto di molto il credito di 
Piero e del cardinale giovinetto. Ma la condi- 
scendenza non era davvero fra le doti di Giu- 
liano della Rovere. Si credette egU, come disse 
al Mjchelozzi, tanto legato, non diceva con chi, 
ma senza dubbio col re, da non potersi più scio- 
ghere? sospettò di Giovanni, come di un ade- 
rente di Ascanio? O, più. che a ogni altra cosa, 
avea repugnanza al contatto con Ascanio Sforza 
e col marrano Rodrigo? sperava forse ancora 
di riuscire vincitore? Forse tutte queste conside- 
razioni e più quel suo carattere capitoso lo ten- 
nero fermo fino a protestare che a niun costo si 
sarebbe mosso (76). 

E allora, il fastidio per la lunghezza del con- 
clave, in quella stagione e con dieta ormai ri- 
dotta, la persuasione ch'era impossibile la riuscita 
del Carafa o del Costa, lo sdegno forse di più 
d'uno, anche dei fautori del Vincola, che questi 
sacrificasse così l'interesse della Chiesa e il van- 
taggio de' suoi partigiani a' suoi risentimenti per- 
sonah o all'amicizia del re, furono alleati effica- 
cissimi dei turpi intrighi di Ascanio. Non egli 
aveva bisogno davvero che lo comprasse il Bor- 
gia per indursi a sostenerlo con ogni suo sforzo; 
le supphche fattegh dal vicecanceUiere in luogo 
non odoroso, i quattro muli carichi d'argento 
inviati al suo palazzo di piazza Navona possono 
essere relegati ormai tra le fole (77); e i doni del 



NBL CONCI.AVE . 427 



nuovo papa, l'ufficio di vicecancelliere, impor- 
tante per le molte rendite e l'alta autorità nella 
Chiesa, la sede vescovile di Eger, assai acconcia 
a' disegni di Lodovico Sforza di rompere il nuovo 
matrimonio ungherese di Beatrice d'Aragona, la 
legazione di Bologna e della Romagna, al quale 
paese tendevano altre mire ambiziose del Moro, 
il bel palazzo della Cancelleria vecchia, gli altri 
regali minori di canonicati, di badie, d'investi- 
ture feudali (78), anche se fossero stati promessi 
avanti al conclave, possono essere tenuti piut- 
tosto per segni della politica di Alessandro VI, 
favorevole in tutto agli Sforza, che per prove di 
un vero patto simoniaco, non potendo essere 
simonia, quando il prezzo non determina la vo- 
lontà di chi lo riceve, ma tutt'al più lo rafforza 
nella deliberazione già presa. Giustamente perciò 
fin d'allora Filippo Valori, annunziando a Fi- 
renze quelle concessioni papali, scriveva: « Quello 
che hdbi inducto Aschanio non posso ancora inten- 
dere », come se a parer suo, esse non bastassero a 
spiegare la condotta dello Sforza; e, due giorni 
dopo, dichiarava bensì potersi ritenere che questi 
fosse stato "spinto « da cupidità di roba », ma 
nella minuta aveva aggiunto, sempre riferendosi 
alla Signoria di Ascanio: « non di mancJio io stimo 
che ancora maggior fine Vhahhi mossa », le quali pa- 
role prudentemente tralasciò neUa copia (79). E per 
la ragione stessa non potremmo dire veramente 
simoniaca l'adesione alla candidatiu-a del Borgia 
da parte de' più fedeli partigiani di Ascanio, come 
lo Sclafenati, il Sanseverino, il Conti, l'Aleria, 
anche se, quando il papa, secondo una mordacis- 
sima frase deU'Infessura, « dispersit et dedit 'pau- 
peribus bona sua », presero tutti parte alla distri- 
buzione, e lo stesso rettissimo cardinale della 



428 capìtolo yii 



Porta non seppe comprendere quanto fosse scon- 
yeniente accettare in tali circostanze un feudo e 
una ricca abbazia (80). 

La simonia fu invece lo strumento, col quale 
Ascanio Sforza guadagnò altri voti alla causa 
del Borgia e alla propria fra coloro ch'erano della 
fazione opposta, o che, pur avendo votato con 
lui per il Caraf a, avevano a sdegno il suo inatteso 
scoprirsi per Rodrigo : Niccolò Michelozzi scrisse 
chiaramente a Piero de' Medici: «(Ì9)» (è la cifra 
di Ascanio) «we ha meiiato ogni homo et quella 
altra faccenda che saj'^ie» (81), E questi maneggi 
recavano ad Ascanio un doppio vantaggio, di 
rendere possibile allora la creazione del candi- 
dato suo, che senza di essi non sarebbe riuscita, e 
di legare strettamente ai suoi voleri il nuovo pon- 
tefice, al quale, ove repugnasse, egli poteva megho 
di ogni altro opporre la nullità della elezione simo- 
niaca (82). 

La maggior parte dei cardinaH aprì facilmente 
l'orecchio alle profferte: il veneziano IVlichiel, i 
genovesi Fregoso e Pallavicino, il cardinale di 
San Clemente Domenico della Rovere ebbero' ve- 
scovadi o abbazie (83); a Raffaele Riario, camer- 
lengo della Chiesa, le molte ricchezze non impedi- 
rono di vendere il voto per ottenere pensioni e pre- 
bende nella Spagna di quattromila ducati all'anno 
e per far restituire ai fighuoH del conte Girolamo 
la casa fin allora abitata da Ascanio a piazza Na- 
vona (84). Lorenzo Cibo, al quale pure l'essere ni- 
pote del papa defunto poteva assicurare nel con- 
clave un posto notevole, non vi ebbe che una 
parte assai scarsa, essendo, come tutto induce a 
credere, uomo da poco: certamente egH fu gua- 
dagnato alla causa del Borgia e ne assicurò col 
suo voto l'elezione, • ma non sappiamo con cer- 



NEL COJNCLAVM 429 



tezza sé ne abbia avuto compenso, quando pure 
non fosse quello di conservare a Domenico Do- 
na, congiunto suo, la guardia del palazzo per 
qualche mese (85). E non è poi possibile determi- 
nare quali somme fossero pagate o promesse: 
l'oratore estense scriveva il 7 settembre che ogni 
giorno si scoprivano nuove persone che avevano 
ricevuto « la manza » e che il banco degli Span- 
nocchi, fatto depositario dal nuovo papa, era 
per fallire. E non credo sia un caso che nei registri 
della Camera apostoUca manchino tutti i conti 
dell'agosto 1492 (86): forse la concessione simo- 
niaca, purtroppo non nuova, di chiese o di feudi 
poteva essere scusata col pretesto del bene della 
Chiesa o dei soggetti, né, del resto, poteva rima- 
nere nascosta; l'elargizione di danaro, come nuova, 
parve più scandalosa e si tentò di coprirla. 

Maggiore sforzo, tuttavia, e maggiori promesse 
occorsero . con quei cardinali romani, ch'erano 
tutti della fazione avversa ad Ascanio e a Ro- 
drigo (87), • ma che avevano posto sempre l'in- 
teresse proprio e deUe loro famiglie innanzi a 
quello deUa Chiesa: l'adesione loro alla candi- 
datura del Borgia era necessaria sia per avere un 
numero di voti sufficiente per l'elezione, sia per 
non mettere l'eletto nel pericolo, che sarebbe 
stato grave, di trovare uniti contro di sé tutti i 
baroni romani. Ké le trattative dovettero essere 
faciU, perchè quei cardinah mettevano il loro 
voto a prezzo più alto che non fossero le molte 
mighaia di ducati, da quindici a trenta, promesse 
a ciascuno, e i pingui benefizi, dei quali s'erano 
accontentati gli altri: volevano accrescimento di 
potere feudale e poHtico, legazioni e castelH; 
chiedeva l'Orsini la legazione della Marca e le 
rocche fortissime di Soriano e Monticelli, il Co- 



430^ CAPITOLO VII 



lonna l'abbazia di Subiaco e venti terre alla sua 
famiglia in perpetuo, e il Savelli voleva la legazione 
di Perugia e il governo di C5ivita Castellana e 
di Orvieto. Il consentire era ancor peggio che 
simonia, era far serva la Chiesa dei signori orgo- 
ghosi, che le si stringevano intorno; e pure lo 
Sforza ed il Borgia promisero, sperando forse 
di trovar modo a non mantenere (88). 



VI. 

Ma il cardinale Orsini, nell'atto di conchiudere 
il turpe mercato, non pensava a sé solo: le for- 
tune della sua casa erano ormai così strettamente 
legate con quelle de' Medici che ogni crescere o 
diminuire di queste doveva parergH anche suo. 
Chiese perciò che al cardinale de' Medici fosse 
confermata la legazione del Patrimonio: ed il 
Borgia rispondeva già di essere contento, quando 
Ascanio lo ammonì che aveva fatto promesse 
già troppe, le quah non avrebbe potuto poi os- 
servare, e che il cardinale era giovine e non 
adatto a reggere ufficio di tale importanza. Re- 
plicò l'Orsini che v'era pure differenza dal cardi- 
nale de' Medici a un altro cardinale; e il Borgia, 
a cui premeva non avere nemici i Fiorentini, 
parve consentire di buon grado, nonostante il mal 
viso di Ascanio (89). Occorre appena aggiungere 
che la legazione non era chiesta o concessa, se 
non in compenso del voto. 

Conosceva Giovanni de' Medici quella do- 
manda e quel tacito impegno dell'Orsini? È, più 
che probabile, certo. Il giovinetto cardinale, seb- 
bene a dire del suo balio Michelozzi fosse di « in- 
gegno et animo », era rimasto, da prima, nuovo 



NEL CONCLAVE 431 



com'era a siffatti intrighi, profondamente turbato 
dai maneggi di Ascanió. Lo Sforza, sebbene ne 
avesse promessa di conformarsi nel voto con lui, 
non gli aveva mai rivelato il suo disegno di con- 
durre il vicecanceUiere al papato (90): e non 
credo già che lo ritenesse di così deUcata coscienza 
da repugnare alla candidatura del Borgia, per- 
chè male si poteva pensare che quel giovinetto 
fosse restio a seguirlo dove gh tenevano dietro 
senza scrupolo gh altri della sua fazione, tra i 
quah non mancavano pure uomini prudenti e 
onìorevoli; piuttosto, ammaestrato dal dubbio 
contegno di Lorenzo nella questione del Mallea- 
cense, non si fidava molto dei Fiorentini e meno 
riposava sulla discretezza del giovine porporato, 
una cui imprudenza, volontaria q no, poteva 
guastare quella trama fin dal principio. La pre- 
mura stessa, con la quale il Medici aveva solle- 
citato il Vincola in favore del Carafa, dovette 
essergh sgradita, perchè non di pacieri egh aveva 
bisogno in quell'ora, né gli poteva garbare una 
elezione, relativamente, non partigiana. D'altra 
parte, egh, che ignorava le istruzioni segrete di 
Piero, poteva pure tenere per certo che il cardi- 
nale gH osservasse la fede, anche se lo voleva con- 
durre a occhi chiusi a una meta nota per allora 
a lui solo. Ma Giovanni, quando si scoprirono i 
disegni di Ascanio, n'ebbe dispetto, parendogH, 
com'era, che questi non avesse fatto molto conto 
di lui e non lo considerasse degno di fiducia; 
non volle perciò dare al Borgia il suo voto è si 
tenne, come certo anche altri, al Carafa (91); lo 
sdegno, più forse che i consigh di Piero, lo face- 
vano restare sulla via, che Piero aveva segnata 
e ch'era, in quel momento, la più onorevole. 
Egh si avvide tuttavia presto che gli altri in- 



432 CAPITOLO VII 



tomo a lui vacillavano e. che la creazione del 
Borgia si faceva da un istante all'altro più pro- 
babile. AI suo orecchio parlò aUora la voce di 
accorti, forse, ma né onesti, né disinteressati 
consiglieri. Rodrigo Borgia non s'era vergognato 
di comprare il favore dei conclavisti de' cardi- 
nali, perchè disponessero i loro padroni a favo- 
rirlo; e il Michelozzi aveva ricevuto duemila du- 
cati per comperarsi l'uf&cio di scrittore aposto- 
lico; l'altro servitore del Medici aveva avuto 
promessa dell'ufficio di piombatore, che gli po- 
teva rendere da trecento ducati aU'anno (92). 
E certo essi davano ora al cardinale i mali sug- 
gerimenti della prudenza: non essere conveniente 
né per lui né per Firenze ch'egli fosse pertinace 
nell'opposizione a chi doveva ormai, piacesse 
o no, riuscir papa; pensasse piuttosto ad accomo- 
darsi bene e darsi grado col nuovo pontefice. 
E Giovanni cedette. Il Borgia promise, come 
vedemmo, all'Orsini di confermare al Medici la 
legazione del Patrimonio, assicurò a questo la 
retribuzione spettante ai legati, gh concedette 
la rocca di Viterbo: Griovanni die il voto (93). 

Scrisse il Michelozzi a Piero de' Medici ch'egli 
era stato di qua dal segno comune agH altri e ne 
aveva « tratto nome di retto et di immaculato » (94); 
ma, se quegli non aveva torto nel dire che gli altri 
s'erano spinti più innanzi nella strada del male, 
nemmeno avea torto Sigismondo Tizio, quando 
considerava le promesse fatte al cardinale come 
un patto simoniaco (95). Potremmo dire che Gio- 
vanni piegò, quando già i più avevano ceduto, che 
il Borgia sarebbe stato eletto probabilmente anche 
senza il suo voto; le parole di Ascanio, nelle pra- 
tiche con l'Orsini, sulle legazioni già promesse 
dal papa, e la scarsa importanza,, ch'egh mo- 



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s-^iLi-ti.''^ .-'- ' *^-^'"''^">'^-'^-TZ! "'^,~^~""~'^????'!^g»ig-''"fv^ 




L'ultimo ritratto del Magnifico. 

R. Soprainfendenza - Firenze. 



Maschera funebre dì Lorenzo de' Medici 
Soc. Colombaria. Firenze. 



432 CAPITOLO VII 



torno a lui vacillavano e che la creazione del 
Borgia si faceva da un istante all'altro più pro- 
babile. Al suo orecchio parlò allora la voce di 
accorti, forse, ma né onesti, né disinteressati 
consigheri. Rodrigo Borgia non s'era vergognato 
di comprare il favore dei conclavisti de' cardi- 
nah, perchè disponessero i loro padroni a favo- 
rirlo; e il Michelozzi aveva ricevuto duemila du- 
cati per comperarsi l'ufficio di scrittore aposto- 
lico; l'altro servitore del Medici aveva avuto 
promessa dell'ufficio di piombatore, che gli po- 
teva rendere da trecento ducati all'anno (92). 
E certo essi davano ora al cardinale i mali sug- 
gerimenti della prudenza: non essere conveniente 
né per lui né per Firenze ch'egh fosse pertinace 
nell'opposizione a chi doveva ormai, piacesse 
o no, riuscir papa; pensasse piuttosto ad accomo- 
darsi bene e darsi grado col nuovo pontefice. 
E Giovanni cedette. Il Borgia promise, come 
vedemmo, all'Orsini di confermare al Medici la 
legazione del Patrimonio, assicurò a questo la 
retribuzione spettante ai legati, gU concedette 
la rocca di Viterbo: Giovanni die il voto (93). 

Scrisse il Michelozzi a Piero de' Medici ch'egli 
era stato di qua dal segno comune agli altri e ne 
aveva « tratto nome di retto et di immaculato » (94); 
ma, se quegh non aveva torto nel dire che gli altri 
s'erano spinti piti innanzi nella strada del male, 
nemmeno avea torto Sigismondo Tizio, quando 
considerava le promesse fatte al cardinale come 
un patto simoniaco (95). Potremmo dire che Gio- 
vanni piegò, quando già i più avevano ceduto, che 
il Borgia sarebbe stato eletto probabilmente anche 
senza il suo voto; le parole di Ascanio, nelle pra- 
tiche con l'Orsini, sulle legazioni già promesse 
dal papa, e la scarsa importanza, ch'egli mo- 




L'ultimo ritratto del Magnifico. 

R. Sopraìnfendenza - Firenze. 



Maschera funebre di Lorenzo de' Medici. 
Soc. Colombaria. Firenze. 



NEL CONCLAVE 433 



strava di dare al Medici, stanno a dimostrare 
che si era già all'ultima ora e l'elezione era dallo 
Sforza, se non ancora, come avviene, dal Borgia 
stesso, tenuta per certa. Ma il ridursi tardi a mal 
fare, l'avere molti compagni più rei, il non essere 
causa né prima ne la più efficace del male non 
iscusa che in parte; e la colpa di Giovanni de' Me- 
dici è attenuata, non tolta. Ed era, oltre che colpa 
— alcuno direbbe peggio che colpa — un errore, 
perchè il tardivo consenso non bastava a far di- 
m:enticare al nuovo pontefice e al suo grande elet- 
tore la prima opposizione, mentre la debolezza del 
Medici e quel suo stesso farsi valer così poco ne 
diminuivano il credito: in un'età, nella quale si 
poteva discutere se convenisse meglio farsi amare 
temere, Giovanni de' Medici a Roma non era più 
ne temuto, ne amato: offendeva ora il Vincola e 
il re, senza riconciliarsi gli Sforza. 

Poco dopo, del resto, cedettero anche gli altri: 
ultimo de' cardinah romani piegò il SaveUi; il 
vecchio Gerardo, non sappiamo se per la debolezza 
della grave età, o per le parole accorte di Ascanio, 
per i raggiri de' suoi conclavisti guadagnati col 
danaro dal Borgia, s'indusse a promettere a questo 
il suo voto, e n'ebbe fama immeritata di simo- 
niaco (96). « Alhora », narrava con molta ed in- 
genua efficacia, qualche mese più tardi, l'oratore 
ferrarese Boccaccio, « San PiedroHn Vincula, ve- 
dendo non poterla ni vincere ni impatare, trovò il 
'papa alhora vice'cancellero, el qual haveva già 17 
voce ferme, che erano più del bisogno, et li disse: / Io 
vi voglio. ad ogni modo far papa ', el qudl lo rengratiò 
genibus flexisi). Così Giuliano della Rovere, che 
pure aveva protestato da prima di voler essere 
fermissimo ed era stato inopportunamente perti- 
nace contro l'elezione del Carafa, si riduceva 

28. — PicoTTi, Leone X. 



434 CAPITOLO VII 



« 'presto et con grado » a quella del Borgia; e, come 
lui, calavano quei cardinali, che, amici od opposi- 
tori, della prima ora, s'erano per la necessità 
stretti con lui, il Costa, lo Zeno, il Piccolomini, Ge- 
rolamo Basso della Rovere, Oliviero Carafa(97), 
Nel calare, scrive il Michelozzì «tennonsi modi 
da ciò» (98). Quali modi? Fu data lode già da 
alcuno de' contemporanei e da presso che tutti 
i posteri almeno a quei cardinali d'essere rimasti 
puri da simonia (99); ma, se nulla ebbe il cardi- 
nale di Siena e i piccoli o tardivi benefizi, che pur 
non fu lodevole avere accettati, non danno argo- 
mento sufficiente ad accusa per il Costa, lo Zeno, 
il Carafa (100), dà troppo grave sospetto il vedere 
che a Gerolamo della Rovere è concesso il vesco- 
vado di Palestrina, in quel concistoro del 31 d'a- 
gosto, in cui fingono tenute le altre promesse simo- 
niache (101), e che lo stesso Giuliano ebbe, oltre 
a benefìzi minori, la legazione avignonese e fece 
segnare prima della coronazione di Alessandro 
l'investitura a vita di quel castello di Ronci- 
glione, che dette poi neUe mani di lui tanta noia 
al pontefice (102). 



VII. 

La mattina seguente, che fu l'il agosto del 1492, 
forse il più tristo pontefice, che mai avesse la 
Chiesa, era eletto a pieni voti; il solo Borgia, per 
ipocrisia o per irrisione, diede il suo a colui, che, 
candidato da prima della sua parte, era stato 
poi e doveva essere uno de' suoi più fieri avver- 
sari, al cardinale di Napoli (103). E non soltanto 
gli adulatori di Alessandro VI poterono recare 
a prova de' grandi meriti suoi ed egH meo esimo 



NEL CONCLAVE 435 



dire frutto degli inscrutabili disegni di Dio l'una- 
nimità di quella elezione (104); ma gli stessi car- 
dinali affermavano in un solenne documento che, 
dopo alcime consultazioni, con unanime voto e 
concordia di tutti, quasi senza che ninno dissen- 
tisse, per consenso comune, avevano eletto il 
vicecancelliere, uomo ricolmo d'ogni lode e pro- 
vato per lunga esperienza, a piastore e pontefice de- 
gnissimo: il documento aveva i suggelli de' tre più 
anziani di ciascun ordine, presenti a Roma, Ca- 
rafa, Basso della Rovere, fìccolomini, che erano 
stati fra i più tenaci oppositori del Borgia (105). 
E non minore concordia parve essere nella 
pubblica esultanza per quell'elezione. Se alcuno 
mormorava in segreto ch'essa non fosse piaciuta 
ai Veneziani o a Ferrante, quelh dichiaravano 
che le eccellentissime e quasi divine virtù del vi- 
cecanceUiere ne avevano fatto già presagire ed 
ora ne facevano accogliere con infinita gioia la 
elevazione alla, tiara e contro a certe voci « de 
mala et scandalosa sorte y), compiacentemente sus- 
surrate a Giuliano della Rovere, protestavano la 
sincerità del loro gaudio; e il re non lasciava oc- 
casione di mostrarsi lieto della nomina e devotis- 
simo al nuovo pontefice (106). Ma gh Sforza e i loro 
amici ostentavano troppo chiaramente il loro 
trionfo. Se Ascanio non iscrisse a Lodovico pro- 
prio le parole, che gh sono attribuite dal faceto 
Pistoia, (.(.Nostro... è Vim'perio ronfiano — che a 
chi fé 'parso è tocco il manto d'oro » (107), certo 
diceva di ringraziare Iddio d'avergh fatto una 
grazia tanto da lui desiderata, e gh rispondeva 
il Moro di non conoscersi per il piacere (118). 
E a Milano si diceva palesemente che Ascanio 
sarebbe « un altro papa lui » e si ripetevano le 
(( formule parole )), che Alessandro VI aveva dette, 



436 CAPITOLO VII 



voler essere egli conosciuto per il più grato pon- 
tefice che fosse mai, volere che sedessero Ascanio 
e Lodovico neUa sua sedia e quello disponesse 
dello stato spirituale e del temporale (109). Scri- 
verà molto piti tardi Lodovico ad Ercole d'Este 
di avere voluto che il nuovo papa a fosse a hene- 
ficio comune de li colligati)); ma chi poteva cre- 
derlo, quand'egh stesso dichiarava che quel papa 
era stato eletto «.per mano)) di Ascanio 1 (110). 
A Firenze l'elezione di Alessandro VI riuscì 
affatto inaspettata (111) e non piacque. Già Fi- 
lippo Valori, annunziandola, aveva fatto capire, 
sia pure con la prudenza del linguaggio diplo- 
matico, di non essere molto sodisfatto, anche se 
n/per non essere notato dalli altri », faceva riverenza 
al papa e, mentre attendeva istruzioni da Fi- 
renze, lodava « con ogni homo universalmente 
questa promotione )) e se ne mostrava scontento 
assai)): troppo significavano. quel rimettersi, quan- 
to alla natura del nuovo pontefice, al giudizio di 
chi era stato più a lungo di lui in quella legazione, 
al Pandolfini, certo, e a Piero Alamanni, e quel 
suo consiglio di « governarsi col tempo » (112). 
E Niccolò Michelozzi lodava, s'intende, l'elezione 
del -pajpa.ii veramente m£tgnifica et Jionorevole» e 
diceva aversi (nuno hello pontefice et apio a fare 
trionfare questa Corte ed a rendere a questa Santa 
Sede là sua dignità)); ma né il magnifico padrone 
poteva ingannarsi allora, né ci possiamo ingan- 
nare noi sul significato vero delle sue parole, 
mentre nella stessa lettera egh scriveva a Piero 
di voler venire a Firenze a ragguagharlo a voce 
di molte cose « impertinenti ad scrivere », perchè 
potesse dehberare megMo e aiutar monsignore a 
dehberare (113). La lettera stessa, che Ascanio 
scriveva a Piero e il pontefice firmava di sua mano, 



NEL CONCLAVE 437 



per protestare le buone disposizioni di ambedue 
per i Medici (114), e l'assicurazione, data al ma- 
gnifico in nome del duca di Milano, che la nuova 
potenza di Ascanio sarebbe giovata anche ai Fio- 
rentini, raddolcivano appena, con frasi melate, 
la verità amara, che Foratore milanese andava 
ripetendo a Roma a gran- voce, con mille parole 
insolenti, che quei Korentini, così potenti già 
con Innocenzo, avrebbero ormai dovuto far capo 
ai Milanesi e venirgh dietro (115). 
. A buona ragione perciò mormoravano in Fi- 
renze, udendo il nome del nuovo pontefice, che 
(.(allo Stato... presente quello cardinale amico non 
era » (116). Ma a Piero conveniva nascondere i sen- 
timenti suoi veri, nasconderh al papa, del quale 
occorreva ormai tentar di guadagnare il favore, 
nasconderh al popolo, presso il quale era dimi- 
nuito per queUa elezione il credito de' Medici. 
Di qui lo splendore delle pubbhche feste, la let- 
tera di Piero al papa, nella quale era detto che 
la consolazione di lui superava « quella di qua- 
lunque altro... servitore)) del pontefice, l'altra let- 
tera ad Ascanio, le proteste di gioia del gonfalo- 
niere e de' priori per lo a excellentissimo dono)), 
e il ((singulare et infinito beneficio)), che Dio 
aveva fatto al suo popolo con un tale ponte- 
fice (117): appena dalle istruzioni segrete agH ora- 
tori traspariva qualche dubbiezza o riserva, perchè 
al Valori si ordinava di non uscire nelle sue ma- 
nifestazioni di giubilo o nelle profferte dai termini 
generah, e a Piero Alamanni, dopo avere quasi 
scusato le « consuete dimostrationi » come fatte 
((per non- mancare dallo ufficio di catholici cri- 
stiani », si domandava con sollecitudine ansiosa 
che pensasse di quella elezione l'uomo, la cui 
stretta alleanza era ormai per i Fiorentini con- 



438 CAPITOLO VII 



trappeso necessario alla vittoria sforzesca, Fer- 
rante di Aragona (118). 

H dispetto, che Piero de' Medici doveva con- 
tenere in quei primi giorni nell'animo, egli sfogò 
sul fratello. Ser Niccolò, che sapeva troppo bene 
come questi si fosse indotto a cedere, ne aveva 
fatto nelle sue lettere alta lode, ma non s'era te- 
nuto dall' accennare al non aver egh voluto se- 
guire da prima i consigU di Piero. E questi pen- 
sava che una piti stretta unione di lui col deUa 
Rovere e con la parte napoletana avrebbe reso 
pili difficile il trionfo dello Sforza e del Borgia 
e che malamente egh s'era legato prima con Asca- 
nio per abbandonarlo poi nel conclave e tor- 
nare a lui nell'ultima ora. Scrivendo perciò al 
papa e allo Sforza, egh taceva affatto del cardi- 
nale, come se questi non fosse cosa sua, o come 
non avesse concorso col suo voto all'elezione (119); 
e il silenzio di Piero doveva pesare tanto più a 
Giovanni, perchè anche Ascanio, dando notizia 
al fratello dei nomi di coloro, che avevano dato 
la loro voce per la creazione del Borgia, aveva 
taciuto quello del Medici, il quale sembrava cosi 
rimasto fra gh oppositori fin aUa fine (120). 

Ma peggio fece Piero qualche giorno più tardi. 
Non sappiamo quaM relazioni avesse il cardinale 
con Michele Manilio, o quah disegni gh attri- 
buissero a ^Firenze rispetto a costui. Il tono di 
dispregio, col quale ne parla, può far supporre 
che egh non lo vedesse volentieri e che il greco 
fosse invece fra i protetti di ser Piero da Bibbiena. 
Né farebbe maravigha, perchè il MaruUo, pur 
godendo assai largo favore dai figUuoh di Pier- 
francesco de' Medici, non isdegnava di cercare 
l'appoggio anche dell'altro più potente ramo della 
casa paUesca (121). Certo è che Piero scrisse al- 



NEL CONCLAVE 439 



l'oratore Valori ^luna grande querimonia n, com- 
mettendogli di ordinare al cardinale che non fa- 
cesse in alcun modo quello di cui si dubitava; 
ser Piero, a sua volta, aggiunse una lettera assai 
calda e presso che minacciosa. Giovanni, vera- 
mente, non aveva avuto mai, o diceva ora di 
non aver avuto, il pensiero, che gH addebitavano. 
Ma ebbe a male che, mentre la Signoria fiorentina 
ordinava all'ainbasciatore di conferire ogni sua 
commissione con lui e governarsene in più e in 
meno come gli paresse (122), Piero gli facesse 
comandare da quell'oratore stesso, il quale ora, 
forse per l'accorta sua preveggenza della vit- 
toria di Ascanio, o per il lavorio sottile dei Bib- 
biena in favor suo, era tornato nella stima e nel- 
l'amicizia del magnifico padrone (123); il balio, 
sì, era mutato, ma il fanciullo non si considerava 
fuor di tutela. 

E, venuto in tanto fastidio che non era forse 
« el peggio contento huomo... sopra la terra », scrisse 
a Piero, il 21 d'agosto, una lettera, nella quale 
diceva egH stesso di non sapere quel che scri- 
vesse: il disordine del .pensiero, il carattere con- 
vulso, l'obliquità deUe linee, le correzioni frequenti 
palesavano l'agitazione dello spirito. Protestava 
egli di voler mantenere a ogni costo l'accordo 
con Piero, a cui sarebbe sempre fratello e figliuolo, 
pronto a stare a ogni cosa che venisse da lui; ma 
Piero non doveva tenerlo per suo ministro e suo 
scudo, ne comandargH, quando bastava ricordare, 
né minacciare lui, che non era avvezzo ad andar 
per minacce: non pigliasse Piero l'esempio delle re- 
lazioni fra Ascanio e Lodovico Sforza, perchè egli 
era cardinale « proprio come Ascanio » — ingenuo, 
che non vedeva come una dignità valesse tanto, 
quaiìto valeva colui che n'era rivestito! — ma 



440 GAPITOiO VII 



non credeva che Piero fosse un altro Lodovico. 
Al fratello aveva lasciato e lasciava molto volen- 
tieri le cose temporali, ma a lui si dovevano la- 
sciare le beneficiali; così le relazioni fra lui e Piero 
non sarebbero come d'un suddito e d'un padrone, 
ma come di due fratelli, che si dessero reputa- 
zione a vicenda, e Piero parrebbe aver un cardi- 
nale a' suoi propositi e Giovanni a' suoi lo r Stato 
di Firenze (124). 

La lettera, che Giovamii avrebbe voluto strac- 
ciata e che Piero conservò invece tra le sue carte, 
manifestava, pur in mezzo a tanto turbamento, 
quah fossero ancora le speranze o le illusioni del 
giovinetto. A lui, che pure, nei primi giorni dopo 
la. morte del padre, aveva consighato al fratello 
moderazione e prudenza, pareva tuttavia che 
l'autorità de' Medici dovesse stendersi così da 
ridurre nelle mani del fratello "e nelle sue tutte 
le cose spirituaH e temporah, che avessero atti- 
nenza col dominio fiorentino; la partecipazione 
alla signoria doveva essere comune, pur essendo 
diverso il campo assegnato a ciascuno; e, come 
egh avrebbe posto ai servigi di Piero e dello Stato 
di Firenze l'alto ufficio, che teneva nella Chiesa, 
così Piero doveva con l'autorità propria essere 
sostegno aUa sua. Egh dimenticava che non solo 
il carattere di Piero, uso a comandare come 
« maestro » e a dire al fratello « 'parole che non si 
dirébbono a uno... famiglio y> (125), ma la natura 
stessa del dominio signorile repugnavano a un 
tale sdoppiamento dell'autorità suprema, che, 
dovunque era stato tentato, aveva, fatto mala 
prova. E, a ogni modo, perchè egh potesse otte- 
nere in Firenze alcun credito, conveniva che 
avesse saputo in Roma procacciarlo a se ed al 
fratello. 



NEL CONCLAVE 441 



Ed era tutt'altro. Ascanio Sforza, offeso per 
il distacco di Giovanni dalla sua parte neUe prime 
praticlie per il Borgia e pel riserbo stesso, in cui 
per il suo atteggiamento non amichevole si te- 
nevano con lui il cardinale e il Valori, persuaso 
anche, ormai, di non aver più bisogno de' Medici 
e di Firenze, si era allontanato in tutto da lui (126). 
Degli altri cardinali, la. maggior parte s'era ri- 
volta ai nuovi padroni e ne accettava favori: 
Giuliano deUa Rovere nell'anima era ancora 
odiatore del Borgia e n'era odiato, ma nell'ap- 
parenza era tenuto in maggior conto che il Col- 
legio tutto intiero (127); Giovanni de' Medici, 
ora che il padre era morto ed era morto quel- 
l'Innocenzo Vili, che pareva nato a fare « la 
voglia di Lorenzo » (128), appariva aUa Curia 
come un ragazzo da poco; l'oratore estense Boc- 
caccio scriverà più tardi ch'egH, o per i cattivi 
ministri o per difetto del naturale, era venuto in 
derisione (129). N'ebbe una prova fin da quei 
giorni. Per compiacere al fratello, col quale ten- 
tava ora, dopo quello sfogo sincero e imprudente, 
di riamicarsi (130), volle ottenere a un Vincenzo 
Pappacoda la commenda di Sant'Antonio di Pi- 
stoia; ma l'abbate, per quanto egH lo pregasse 
di fargh « questa gratta », non si lasciò persuadere; 
ed egli dovette mandare a Piero il 30 agosto, 
una lettera, la quale mostrava insieme la pre- 
mura sua di servirlo e l'impotenza, a cui era 
ridotto (131). 

n giorno dopo, scrivendo ancora al fratello 
per dargh notizia del concistoro, diceva di non 
avere maggiore desiderio che di partirsi da Roma 
per essere a Firenze e rivedere Piero e tutta la 
brigata (132). A così nuovo affetto per Piero è 
difficile credere, quand'egh nemmeno aveva in- 



442 CAPITOLO VII 



terrotto la sua prima dimora in Roma per rive- 
dere il padre morente o baciarne la salma. Piut- 
tosto, il soggiorno nella Curia gli era ormai in- 
tollerabile. Non già ch'egli avesse paura del 
nuovo papa, come si favoleggiò (133), perchè alla 
fine gli aveva dato anch'egH il suo voto, né il 
Borgia del 1492 era tale quale fu otto o dieci 
anni più tardi; ma egli sentiva di non poter più 
trattenersi in Roma con decoro, quando né gh 
altri, né gh stessi suoi l'avevano in credito. Per- 
ciò, dopo avere assistito alla pomposa corona- 
zione di Alessandro VI e al concistoro del 31 d'a- 
gosto, nel quale il papa lo confermò legato del 
Patrimonio (134), s'affrettò a chiedere Mcenza al 
pontefice e il 2 settèmbre lasciò Roma, Partiva 
« con buona gratià di nostro Signore », scrisse 
agh Otto il Valori (135). Ma in verità egh la- 
sciava presso il pontefice un uomo, che pareva 
allora onnipotente e che non cessava di mah- 
gnare a danno di lui e di Piero, un uomo, al quale 
egh solo, cardinale, si sarebbe potuto opporre, 
dovunque fosse, a viso aperto, con qualche spe- 
ranza. Già dai primi giorni del nuovo pontificato, 
il Mchelozzi aveva scritto che alcuno tentava il 
pontefice contro i Fiorentini: non diceva chi, 
ma Piero poteva indovinare troppo bene ch'era 
Ascanio Sforza (136). E ora il nuovo vicecancel- 
Here rimaneva in Curia a proteggere gH interessi 
di Lodovico, ma Piero de' Medici non aveva" più 
chi lavorasse per lui, fuor che l'oratore, uomo de- 
stro certamente, ma non tale da poter competere 
con un porporato. E il fine primo, per cui Lo- 
renzo aveva procurato a Giovanni il cappello 
cardinalizio, veniva meno, perché quel fanciullo 
era e si sentiva impari al troppo diificile compito. 
Non si fermò, come aveva pensato da prima, 



NEL CONCLAVE 443 



a Viterbo, finché venisse « il tempo del tornare a 
ì)ottegha)) (137); nella legazione stessa, ormai, si 
trovava a disagio, mancandogli ogni autorità per 
governarla; forse aveva anche bisogno, povero 
ragazzo! di qualche riposo dopo tanta tempesta. 
Venne a Firenze « per la diritta »; e, sei giorni dopo, 
rs di settembre, entrava in città, non più legato 
del dominio fiorentino, non accolto più, come 
quattro mesi innanzi, quasi in trionfo. Il si- 
lenzio, di cui i diaristi e gli stessi documenti 
ufficiaK avvolgono il suo ritorno, mostra com'egH 
contasse poco neUa vita della città. E, se egli 
era davvero, come parve all'oratore Manfredi, 
« fresco et lieto » meglio ch'ei non l'avesse veduto 
mai (138), potè soltanto essere segno che la legge- 
rezza deUa sua natura non gh permettesse di con- 
siderare durevolmente la mutazione profonda, che 
nelle sorti di lui, di Piero, della signoria medicea 
in Krenze, aveva recata quella « maladetta crea- 
tioney> (139), alla quale, fosse pure a mahncuore 
e sull'ultimo, s'era indotto a contribuire egli 
stesso. 



444 NOTE AL CAPITOLO VII 



NOTE AL CAPITOLO Vn. 



(1) Sulle intelligenze dello Sforza con i Veneziani, e con 
Piero, cfr. le lettere di Agnolo Niccolini, oratore fiorentino 
presso il duca di Milano, del maggio 1492, in Canestrini- 
Desjaedins, p, 532 sgg., dove si legge, a p. 545, la frase ci- 
tata. Gli apparecchi dei Turchi erano comtmicati ai Fioren- 
tini da Marino Tonaacelli, oratore regio, intomo alla metà di 
maggio (lettera degli Otto a Nicolò Michelozzi, oratore a 
Napoli, 17 maggio: ASF., Dieci di Balia, Leg. e Commiss., 
Istr. e Lett. Miss., 11, 52 &); il 26 scrivevano daNapoli insieme 
il Michelozzi e Antonio Stanga, oratore milanese, ai quali 
aveva parlato don Federigo in nome del re (ivi. Otto, di Pra- 
tica, Cart., Resp., 8, 299 a sgg.). 

(2) BuBCKAEDi lÀb., I, 354, 360 sgg.; Infessuba, 273; 
Pastob, in, 216, n. 4. 

(3) BxJBCKARDi Lib., 369; Trincheba, voi. II, par. 1, 
p. 115 sgg. 

(4) TRnsrcHERA, 1. cit., 110; Bubckabdi Lib., 368. 

(5) Su tutto questo, ch'io accenno in fretta per non uscire 
troppo di via, si veda, oltre ai documenti sforzeschi ed 
estensi, usati per vero non molto ordinatamente dal Negri 
(1. cit., p. 33 sgg.), il carteggio degli Dtto di Pratica fioren- 
tini con gli oratori a Napoli, a Milano e a Roma dai primi di 
giugno al 21 luglio: le missive, in ASF., sono in Diecidi Balia, 
reg. cit., 56 6 sgg., le responsive in Otto di Pratica, reg. cit., 
299 a sgg. ; le frasi citate sono, la prima, in una lettera degli 
Otto a Piero Alamanni, 14 luglio {Dieci di Balia, 60 6), le 
altre in una lettera dell'Alamanni, 17 luglio {Otto di Pratica, 
393 b). Sulle disposizioni del Moro per il re e per la duchessa 
cf. anche una lettera scritta, per ordine di Lodovico, al Tri- 
vulzio, il 25 giugno 1492, in C. De Bosmest, DelVistoria.... 
di O. J. Trivìdzio.... libri XF, voi. II, Milano, Destefanis, 1815, 
p. 191, n. 7; suUe galee genovesi, lettere di G. S. Castiglione 
al duca di Milano, da Firenze, 14.e 26 luglio, in ASM., Pot. 
est., Firenze, busta 67. 

(6) Tra le varie asserzioni- sul giorno e l'ora della morte 
(cf. Pastob, III, 241 e n. 5), credo più probabile quella che 



NEL C02S CLAVE 445 



è nella minuta della lettera dell'oratore fiorentino, che ci 
dà r« hora quinta » fra il 25 e il 26 (ASF., Otto di Pratica, Leg. 
e Corrvm., Miss., 9, s, n.), la quale s'accorda non solo con altre 
testimonianze autorevoli, ma con quella ' autorevolissima 
di Francesehetto Cibo, che lo dice morto il 25 (l'errore del 
giorno è facilmente spiegabile) a ad hore -5 de note, in le mie 
brase » (Stappetti, 4). 

(7) Valori agli Otto, 16 luglio (Resp., 8, 368 a-b; ThttaSne, 
Burckardi.... diarium, I, 568); il Moro a Giovanni Stefano 
Castiglione, 19 luglio (ASM,, 1. cit.); gli Otto al Valori, 16, 
18, 20, 21, 22 (Resp., 8, 409 a sgg.; Dieci di Balia, 1. cit., 
68 a sgg.). 

(8) Lettera del re al S. Collegio, 25 luglio: Tbincheba, 144; 
e degli Otto al Valori, 24 luglio: Resp., 418 a; Dieci di Balia, 
72 6 sg. La serenissima lega comprendeva, com'è ben noto, 
Napoli, Milano, Firenze, Ferrara. 

(9) Si vedano la lettera collettiva del Fontano, del Ta- 
verna e del Valori agli Otto, 31 luglio (ASF., Signori, Gart., 
Resp. originali, 9, 6 a-1 h) e la parte aggiunta in quel giorno 
dal Valori alla sua lettera del 30 {Otto di Prat., Resp., 8, 383 6). 

(10) Lettera di Piero Alamanni agli Otto, 23 luglio, in 
M. a. P., LXXII, ^1 e Otto di Pratica, Resp., 8, 396 o-6; 
è pubblicata in Ar., XLIV, 1921, p. 153 sg. 

(11) Lettere del Valori 16 e 26 luglio {Resp., 8, 368 a-6, 
379 a sgg.; Thtjasne, op. cit., I, App., nn. 45 e 52, pp. 568 e 
572-73); cf. la lettera della Signoria di Venezia al S. Collegio e 
le istruzioni ad Andrea Capello, oratore a Roma, del quale è 
lodato il contegno « oh raiionem a vobis bene consideraiam, ut 
XMrearmis omni su^pitione parcialitatis ìy. ASV., Sen. Secr., 
XXXIV, .124 6-125 a, e Race. Podocataro, IV, 195). 

(12) Nella nota che fu citata più su (cap. V, n. 25) si danno 
come aderenti ad Ascanio i cardinali Borgia, Carafa, Conti, 
Sclafenati, d^a Porta, Savelli, Zeno; probabili ma non si- 
curi Pallavicino, Piccolomini, Riario, Orsini; partigiaxii si- 
curi di Giuliano il Barbo, il Balue, il Costa, i due della Rovere, 
il Fregoso, il Michiel, il Cibo, il Colonna: si ritiene probabile 
l'elezione del cardinale di Lisbona o di quel di Aleria, ma 
più la prima « salvo se il caldo de questo illusirissimo Stato non 
aiutasse Aleria k 

(13) Antonello Salerno scrive, il 21 luglio, al Gonzaga 
che, avendo il Borgia fatto invito ài papa, a nome dei car- 
dinali, di consegnare Castel Sant'Angelo al Sacro Collegio — 
non si dimentichi ch'egli era decano — , il Vincola irruppe 
nella stanza del morente e «li disse. che se arecordasse che lo 
Veze Canzelere era catalano et che intendea de fare papa Na- 



446 NOTE Ali CAPITOLO VII 



poli o Sena-», disponesse quindi che^ il castello fosse conse- 
gnato solo al papa futuro; i due vennero allora a minacce e 
« se diseno de marrani . et de more bianche » ( Arch. Gonzaga, 
Estemi, Roma, E. XXV. 3, busta 849; A. Ltrzio, Isabella 
d'Uste e i Borgia, néH'Arch. stor. lombardo, ser. V, anno XLI, 
1914, p. 473). Siccome il Salerno scrive da Rimini, possiamo 
dubitare sull'esattezza dei particolari; ma la altercazione 
ci è confennata con sicurezza per altre vie (cf. p. es. Sigi- 
smondo DEI Conti, 56); e il Valori, scrivendo agli Otto, il 19 
luglio, accenna molto prudentemente ad « alchune emulazioni 
sono tra loro », ma nella minuta aveva scritto più chiaro di 
«alchune parole occorse tra loron {Resp., 8, 372 a; Thitasne, 
569-70; ma cf. Miss., 9, s. n.). 

(14) Vedi la lettera del duca di Milano a Giovanni Ste- 
fano Castiglione, 26 luglio (ASM., Fot. est., Firenze) e quella 
degli Otto al Valori, 28 luglio {Resp., 8, 421 a-b; Dieci di 
Balia, 7éa-b); cf. pure le istruzioni del Moro ad Ascanio e 
agli oratori a Roma, 26 luglio (ASM., Roma). 

(15) Fin dal 16 luglio, Giovanni Antonio d'Arezzo scrive 
a Piero correre voce di un abboccamento a Castelgandolf o fra 
i due cardinali, che si sarebbero messi d'accordo (M. a. P., 
LII, 195); il 4 d'agosto il Taverna accenna a un colloquio 
neUa sagrestia di San Pietro, nel quale Giuliano avrebbe pro- 
messo ad Ascanio i voti suoi e degli amici (Pastob, III, 293). 

(16) H 26 luglio, Ascanio scrive al duca di Milano che 
il Malleacense è stato pubblicato e ricevuto cardinale quella 
mattina « con grandÌ8sim,o plausu, solemnità et demonstra- 
tione de tucto lo Sacro Collegio y> (ASM., Roma). L'Infessura, 
ch'è testimone non sempre degno di fede, narra di grandi forze 
con cui egli sarebbe gitinto a Roma, quasi per far violenza al 
Collegio (p. 278); ma non ho di questo altra notizia. Meglio il 
Conti dice ricevuti lui e il Gerardo « concordiae causa » (p. 52). 

(17) La Signoria, che da prima, per la poca fiducia nel 
patriarca, lasciava in dubbio s'egli venisse a Roma, all'an- 
nunzio delle opposizioni contro di Itii, aveva preso vox contegno 
assai risoluto, fino a minacciare di non riconoscere come cano- 
nica l'elezione, se egli non fosse accolto {Sen. (Secr., XXXIV, 
125 a; lettere del Consiglio dei X con la zonta all'oratore 
a Roma Andrea Capello e dei Capi a lui e al S. Collegio, 1 e 
2 agosto: Oons. dei X, Misti, 25, 113 a; Capi, Lettere. Slza, 6, 
nn. 369-70). H della Rovere s'adoperava assai per Itii, tanto 
che a Milano ritenevano addirittura che il Gerardo fosse il 
candidato suo (lettera ad Ascanio, 31 luglio: ASM., Roma). Si 
disse alla fine che il cardinale Cibo avesse trovato la bolla di 
creazione (lettera dei Capi dèi X a lui e al Capello, 10 agosto 



NEL CONCLAVE 447 



, 1492: 1, cit., 372 e 373); il 1° agosto il CoUegio deliberò di 
accoglierlo e lo ricevette il 3 (AV., Acta consist., Acta Misceli., 
3, fol. 1; cf. Etjbel, Hier. cath., II; e vedi anche una tetterà 
del Valori, del 1° agosto, Resp., 8, 424 b). 

(18) Lettere del Valori, 20, 26, 30 luglio, 1° e 3 agosto 
{Resp., 8, 372 a, 379 a sg., 383 a, 424 a-h, 426 a-h; cf. anche 
Thuasne, I, 570 sgg.). 

(19) Lettere del Valori, 25, 28, 31 luglio, 1°, 3, 6 agosto 
{Resp., 8, 376 o sgg.; Thxtasne, I, 572 sgg.). L'oratore fioren- 
tino Lanfredini lo diceva candidato di Ascanio in tina let- 
tera del 1° dicembre 1488 (M. a. P., LVIII, 89-90); sul con- 
tegno di lui nella questione del Sanseverino cf. lettere del 
Taverna, 22 febbraio e 2 marzo 1492 (ASM., Roma); sulle re- 
lazioni col re e con Giuliano della Rovere vedi Btjbckabdi 
Lib., I, 362, e una lettera di G. A. Boccaccio, oratore estense, 
da Roma, 4 agosto (ASMo., Cane. Due., Disp. da Roma, 
busta 8, mazzo 65; Pasto», III, Anh., n. 9, p. 879); sull'opera 
contro i Turchi Ciaconii-Oldoini Vita et res gestae pontiflcum 
roìKuinorum et S. R. E. cardinalium,, II, Roma, De Rossi, 1677, 
p. 1098 sgg. 

(20) Lettera del Boccaccio, citata, e del Taverna, dello 
stesso giorno (ASM., Roma; Pastob, HI, 293). 

(21) Il Costa era tenuto per il candidato del Vincola 
già dal dicembre 1488 (lettera del Lanfredini citata) e tale 
appariva nello specchiettp di voti del 1490; lo confermavano 
ora, tra molt' altre testimonianze, la lettera del Valori del 
1° agosto e due di Manfredo Manfredi, oratore estense a Fi- 
renze, 1° e 3 agosto, nelle quali erano riassuate le notizie 
giunte da Roma in quei giorni (ASMo., Disp. da Firenze, 
busta 7). Sulle disposizioni poco benevole del re per lui, 
vedi la minuta di lettera a Iacopo Pontano, 22 luglio 1492, 
in Ntjnztatjte, 543. B Giacomo, appoggiandosi alla iscri- 
zione postagli a S. Maria del Popolo, dice che egli morì 
nel 1508 a 102 anni (IH, 55-56); Paride Grassi raccoglie la 
voce ch'egli avesse allora 113 anni {Diarium, nel cod. deUa 
Com. di Bologna 1596, cart. 268 a), e Paolo Cortesi lo ricorda 
quasi centenario, ma infaceta senectute gravis» e dotato ancora 
nsumma sensuum integritate y> {De cardinalatu, xvm 6); ma 
erano, probabilmente, esagerazioni: Polo Capello nella sua 
diligentissima relazione del 28 settembre 1500. lo dice di 
84 anni (S anudo. Diari, UE, 842). 

(22) Il cardinale di Santa Maria in Portico, che non 
era già il Mendoza, come scrisse il Nunziante (1. cit., 526) 
e ripetè il Pastob (III, 292), ma lo Zeno, era indicato da) 
re Ferrante, il 22 luglio, come il cardinale, di cui il della Ro- 



448 NOTE AL CAPITOLO VII 



vere avrebbe dovuto favorire l'elezione (lettera citata a Iacopo 
Fontano); e il Manfredi lo dice, insieme con Lisbona, candi- 
dato del Vincola; ma il Taverna pensava che questi non si 
sarebbe volto a Ivii, se non quando avesse perduto ogni spe- ' 
ranza del Costa. Stille relazioni sue con Ascanio e col Mal- 
leacense, si vedano lo specchietto e la lettera del Taverna 
del 22 febbraio 1492, citati più su. Fin dal febbraio 1489 
il Lanf redini gli faceva sperare che Ascanio e il Vincola 
s'accorderebbero sul suo nome (lettera del 7 a Lorenzo de' 
Medici: M. a. P., LVIII, 99-101). Sul carattere di Ivii cf. Ja- 
copo Ghebabdi da Volterba, 50, 132; Matthaei Bossi, .... 
epistolarum tertia pars, Venezia, per Bernardino Veneto de' 
Vitali, 1502, Ep. xvn e LXim. 

(23) Del Caraf a e del Costa il Valori scrive, il 6 agosto, 
doversi augurare assai la elezione « et per età et per lo exemplo 
danno ». 

(24) Lettera di Piero Alamanni, 23 luglio citata. 

(25) Lettera dell'Alamanni agli Otto, 6 agosto: Resp., 
8, 445 a. E l'oratore milanese s'ingannava stranamente sulle 
vere intenzioni del re (cfr. Pastob, III, 291). 

(26) Lettera del Fontano al re, 26 aprile 1492 (Pércopo, 
Leti, del Fontano, 41). 

(27) V. CiAN nella recensione al terzo volume del Pastob 
{Osli., XXXVI, 1900, p. 215, n. 1), come prova che il car- 
dinale della Rovere si dilettava della conversazione dei mag- 
giori umanisti, adduce un passo di una lettera dell'Alamanni, 
del 9 febbraio 1491-92: « IZ Pantano desinò stamani col Vin- 
cula ». Ma in quel desinare si dovette discorrere di ben altri 
argomenti che letterari! Sulle accoglienze al principe di 
Capua, cf. Sic. de' Conti, II, 34. 

(28) Maestro Giovanni da Prato, che lo conosceva bene, 
ricorda, il 25 giugno 1492, il suo « gran disegno ad volere ascen- 
derei) e per certo suo fine esorta Piero de' Medici a rivolgersi 
al re perchè operi sopra di 'ini (M. a. P., LX, 211). 

(29) Lettere del re a Iacopo Fontano, 17, 20, 22 luglio 
(le prime due in Teincheba, Ti, i, 141 sgg.; la terza fu citata 
più su). 

(30) Silvestro della Calandra, agente del Gronzaga, scrive 
da Urbino, il 6 d'agosto, che il re di Napoli aveva offerto al 
cardinale centomila ducati e altrettanti il Banco di San 
Giorgio di Genova (Arch. Gonzaga, Esterni, Boma): una 
voce simile era raccolta a Rìminì da Bartolomeo Cavalieri 
agente ferrarese, che però faceva salire l'offerta, o anzi il 
deposito fatto dal re, a dugentomila ducati (A. Cappelli, 
Di Paìidolfo Malatesta, ultimo signore di Rimini, negli Atti 



NEL CONCLAVE 449 



e Mem. delle RR. Dep. di st. patr. per le prov. modenesi e par- 
mensi, I, Modena, 1863, p. 429). Giovanni Antonio d'Arezzo 
scrive a Piero de' Medici, il 16 luglio 1492: « Uno amico di 
fede mi dice che il Vincula accetterebbe l'invito per sé et vedete 
che ha da dare assai, benché se ne mostri schifo al promettere » 
(M. a. P., LII, 195). 

(31) Sul parentado conchiuso il 22 giugno, per il quale 
una figliuola dell'Orsini sposava un figliuolo del Colonna 
e un'altra un nipote del cardinale della Rovere, figliuolo 
del prefetto Giovanni, cf. una lettera del Valori agli Otto, 
del 23 giugno {Resp., 8, 338 a), e la citata lettera di Giovanni 
da Prato del 25. Sull'abitazione dell'Orsini e del Colonna 
cf. Infesstjea, 276. 

(32) Lettere del Valori agli Otto, 23 luglio {Resp., 8, 375; 
Thtjasne, I, 571) del re a Iacopo Pontano, 20 luglio, citata, 
di Piero Alamanni al cardinale de' Medici, 26 luglio (M. a. P., 
LXXII, 38, pubblicata in Ar., 1. cit., p. 155 sg.); il nome 
di Fabrizio dev'essere qui un errore per Prospero. 

(33) Virginio era atteso in Roma fin dalla sera del 26 
luglio, e ne aveva ombra, scrive il Valori, qualche cardinale; 
entrò invece il 31 (lettere del 26 e 31 citate). Si presentò al 
Collegio il 1° di agosto e, dichiarandosi soldato del re, fece 
offerte a nome di questo: il Collegio lo ringraziò, dicendo di 
non aver bisogno dell'opera sua né di altri; ma, essendo 
Virginio in casa propria, non lo potè licenziare (lettera del 
Valori, 1° agosto). Il Conti (II, 56) scrive che il re l'aveva 
mandato a Roma per favorire l'elezione del Vincola e impedire 
quella del Borgia; meglio si sarebbe detto quella di un par- 
tigiano di Ascanio. 

(34) Il re da prima aveva annunziato l'invio di Camillo 
Pandoni; ma, la notte dal 25 al 26, faceva partire il Pontano 
« come homo che ha più experientia di quella corte et conditioni 
de cardinali n (lettere di Piero Alamanni, 23 luglio, citata, e 
26 in Resp., 8, 398.a). Sulle opinioni del Pontano vedi la sua 
lucida e franca lettera al re del 26 aprile 1492, citata, e cf. 
G. M. Tallabigo, Giovanni Pontano e i siioi tempi, I, Napoli, 
Morano, 1874^ p. 234 sgg., dove però,, a p. 241, è confuso 
Gioviano con Iacopo;. ..,• 

(35) Lettera di Piero, Alamanni al. cardinale de' Medici, 
26 luglio, citata, 

(36) Cf.. la lettera degli Otto al Valori, 31 luglio {Resp., 
8, 423 a). 

(37) Per il danaro vedi una lettera di Lodovico ad Asca- 
nio, 28 luglio; per le galee una senza data,, pure ad Ascanio, 
nella quale si dice che, se le cose vanno meglio, come pare, 

29. — PicoTTi, Leone X. 



450 NOTE AL CAPITOLO VII 



le mandi nel régno, ma non oltre il Faro (ASM., Roma); cf. 
anche una lettera del 27 luglio e una senza data al Casti- 
glione (ivi, Firenze) e una del Valori agli Otto, del 10 agosto, 
nella quale è detto ch'erano giunte ad Ostia diie giorni innanzi 
{Resp., 8, 428 a-6; in Pastob, III, Anh., n. 10, pp. 880-81, 
con la data dell' 11), Che Lodovico temesse davvero una 
violenza del re appare da una lettera a un cardinale, pro- 
babilmente al Sanseverino, nella quale, dopo avere detto 
che il particolare del Vincola era « una mala cosa », aggiunge 
che era meglio si sciogliesse il conclave, anzi che fosse imposto 
con lai forza un papa ad arbitrio d'altri (lettera, da Pavia, 
6 [?] agosto 1492: ASM., Roma). 

(38) Nettamente opposta alla mia è l'opinione espressa 
da studiosi di molto valore, i quali non vedono nel conclave 
del 1492 che un affare simoniaco: L. von Ranke's, Oeschich- 
ten der romanischen und germanischen Vòlker Jé9à-I5t4, in 
Sàmmtliche Werke, 33-34, Leipzig, Duncker u. Humblot, 
1874, pp. 21-22; Wahrmtjnd, 58; Saegmìtller, 116-117. 
Lo stesso Pastor, sebbene rilevi giustamente il contrasto fra 
Milano e Napoli (290-91), si lascia poi. deviare da due equi- 
voci, sicché non riesce a chiarir bene come praticassero i rap- 
presentanti de' due Stati nel conclave e finisce col dare alla 
simonia un rilievo maggiore di quel che convenga. 

(39) La frase è in una lettera, aspra, anche se addolcita 
da parole convenzionali di cortesia, che il Taverna scrisse, 
il 22 settembre 1492, a Piero de' Medici (M. a. P., C. 133). 

(40) Si vedano una lettera del duca Giangaleazzo, 26 lu- 
glio, e due di Lodovico al Castiglione, 27 (ASM., Firenze; 
l'ultima è pubblicata in Ar., 1. cit., p. 156). 

(41) La frase è scritta da Giovanni da Prato a Lorenzo 
in una lettera del 26 marzo 1492 (M. a. P., LX, 155). 

(42) Lettere al Castiglione, 19, 20, 27 luglio. 

(43) La lettera di Ascanio, con firma autografa, è in 
M. a. P., LXVI, 216 (pubblicata in Ar., 1. cit., pag. 152); ar- 
rivò a Firenze il 18 (G. S. Castiglione al duca, 19 luglio: ASM., 
Firenze). Sull'andata di Ascanio a Valmontone, cf. una let- 
tera del Valori agli Otto, 30 giugno {Resp., 8, 342 a). 

(44) Lettera autografa a ser Piero da Bibbiena, 1° agosto 
1492: M. a. P., LXXII, 40-41; qui App. II, doc. XXX. 

(45) Lettere all'Alamanni, 16 e 29 luglio {Dieci di Balia, 
68 6 sg., 75 a-6) e al Valori, 28 (ivi, 74 a sg,; Resp., 8, 421 a-b) 

(46) Piero scrive a ser Piero nella citata lettera del 1° ago- 
sto essere il contegno di Giovanni a Roma, che vedremo 
tosto quale fosse, « de directo contrario a quello che io rimasi 
con el cardinale alla sua partita »; e fin dal 18 luglio si commette 



NEL CONCLAVE 451 



da Firenze « a messer Piero Alamanni che facci intendere al 
re come il cardinale nostro partì di qua con ordine da Piero 
di fare in Collegio quanto intenderà essere desiderio del re » 
(M. a. P., LXIV, 37 a). Cf. poi la lettera dell'Alamanni al 
cardinale, 26 luglio, citata. 

(47) Lettera degli Otto a Paolo Orsini, 18 luglio (Dieci 
di Balia, 70 a). Della partenza del cardinale, avvenuta il 
giorno prima alle ventvina (circa le diciotto), dà notizia G. S. 
Castiglione il 19 (ASM., Firenze). Sulla compagnia di Giulio, 
cf. una lettera di Giovanni, 30 agosto, M. a. P., LXVI, 219. 

(48) Si veda la deliberazione degli Ufficiali di balia, 19 
luglio 1492 (A. S. Siena, Délib. di Balia, 35, cart. 29 h; pub- 
blicato in Ar., 1. e, p. 153); cf. pure cart. 42 6 e 64 6, 7 e 
27 agosto, dov'è provveduto al pagamento del pranzo in 32 
lire e 2 soldi. Sul desiderio dei Senési di vedere papa il loro 
cardinale e sulla ritrosia di questo, vedi Lett. di Balia, 62, 
n. 43; e LisiNi, 7. 

(49) Valori agli Otto, 23 luglio: Resp., 8, 375 a-h; Thuasne, 
I, 571. 

(50) Lettera degli Otto al Valori, 29 luglio, e risposta 
di questo, 3 agosto: Resp., 8, 420 a, 426 6. 

(51) Lettera di G. S. Castiglione, 19 luglio, citata. 

(52) Di Niccolò Michelozzi fecero grandi lodi, tra i con- 
temporanei, il Poliziano (278) e il Ficino (spee. I, 622 e 635). 
Sul personaggio vedi Passerini, p. 12 sgg. e cf., fra i molti 
moderni, Villabi, Machiavelli, 2" ed., II, 211; Della Torre, 
716 sgg.; Marzi, 263, n. 4, 306-7, 312 sgg. 

(53) Cf. la lettera del cardinale a Piero, 21 agosto 1492: 
M. a. P., XIV, 296; qui App. I, n. 20. 

(54) Lettere del Moro a G. S. Castiglione, 19, 20, 26, 27 
luglio (ASM., Firenze; l'ultima pubblicata in Ar., 1. e, p. 156). 
La lettera di Piero al cardinale è segnata così nel registro 
della cancelleria privata de' Medici (M. a. P., LXIV, 37 6): 
« al cardinale mio che si conformi con monsignor Ascanio ». 

(55) Ivi. 

(56) L'ordine, che vedemmo dato il 29 luglio dagli Otto 
al Valori, di obbedire al cardinale de' Medici, del quale Piero 
non conosceva ancora le vere disposizioni, lascia trasparire, 
se non erro, ima sfiducia, che dovette derivare da notizie 
giunte allora da Roma; poiché è un evidente pretesto quello 
addotto, che s'era dimenticato quell'ordine nella lettera del 
giorno prima: l'oratore, nella risposta, mostra di essere sor- 
preso di quell'ammonimento. 

(57) Cf. la lettera di Piero del 1° agosto, citata. 

(58) Si veda la lettera del re a Iacopo Pontano, 20 luglio 



452 NOTE AL CAPITOLO VII 



1492, citata. Le relazioni amichevoli fra il cardinale della 
Rovere e i nipoti d'Innocenzo Vili sono dimostrate, oltre 
che da molti altri indizi, dalla premura, che il cardinale di 
Benevento s'era data per fare ammettere nel conclave il pa- 
triarca Gerardo, e dal disfavore in cui li ebbe poi Alessandro. 

(59) È opinione comune che ì Francesi fossero favo- 
revoli all'elezione del cardinale della Rovere: qualcuno anzi 
arrivò a supporre che nel conclave fosse eletto il Borgia per 
contrapposizione al candidato francese (cf. Gregorovius, 
Storia della città di Roma, IV, 20). La cosa in verità sarebbe 
sorprendente: quali ragioni potevano muovere la Francia 
ad appoggiare il candidato aragonese e a combattere i suoi ■ 
alleati di Milano? Ma l'asserzione non ha, credo, altro fonda- 
mento che un equivoco. H Cappelli, trovando scritto nel di- 
spaccio del Cavalieri, che ho citato più su, che il re aveva 
depositato dugentomila ducati in favore del Vincola, spiegò 
arbitrariamente che il re fosse quello di Francia, e gli altri 
e lo stesso Pastor (III, 291) lo ripeterono senza badare più 
in là. Ma il re era quello di Napoli, come vedemmo risultare 
dal confronto con altro documento e com'è sempre inteso 
« il re » in questo tempo. Sugli atti del Riario e sulla nomina 
dell'abate di Saint-Denis, ch'era Jean de Bithères-Lagraulas, 
vescovo di Lombez, vedi la lettera del Valori, 23 luglio, citata. 

(60) Cf. le lettere del Valori, 23 e 26 luglio. 

(61) Il 16 luglio, Giannantonio d'Arezzo, cancelliere del- 
l'ainbasciata fiorentina, indicava i papabili per ordine così: 
Lisbona, Napoli, Aleria, Portico (M. a. P., LEE, 195); ma nei 
giorni seguenti il Valori crede più probabile che sia eletto il 
Carafa. La lettera del Boccaccio è quella del 4 agosto, citata. 

(62) Di questa promessa del cardinale de' Medici parla 
una lettera del Manfredi al duca di Ferrara, del 15 ottobre 
1492 (ASMo., Firenze, busta 7; qui App. II, doc. XXXIII). 
E Ascanio Sforza disse più tardi all'oratore del duca, accen- 
nando alla creazione cardinalizia d'Ippolito d'Este: n So ch'io 
haverò in questo nostro Sacro Collegio uno del quale so cKio me 
ne poterò valere et altramente dia del Solicitat [sopra la riga: 
^li cardinale di Medici v"], el qval non erubuit mihi deflcere in 
conclavi contra iusiurandum » (lettera del Boccaccio al duca, 
19 marzo 1493: ivi^ Roma, busta 8, mazzo 65). E che non 
si trattasse di malignazioni degli Sforza dimostra la lettera di 
Piero del 1° agosto, nella quale è detto che il cardinale, per 
istaccarsi da Ascanio, era ormai «forzato rompere la fede». 

(63) Lettera di Piero de' Medici al Bibbiena, 1° agosto, 
citata (qui doc. XXX). Piero, in mezzo a così delicate pra- 
tiche, se ne stava al Poggio a Caiano e rimetteva molti prov- 



NBL CONCLAVE 453 



vedimenti alla dimane, perchè era « stracco », d'ucceUare, 
certo, e di divertirsi, sciagurato ragazzo! 

(64) Cf. la lettera del cardinale a Piero del 21 agosto, 
citata {App. I, n. 20). 

(65) Nel registro (M. a. P. LXIV, 38 b), si legge, sotto 
l'agosto 1492: «A dì 2.... aNofri Tomabuoni risposta ad una 
sua.... A ser Nicolò che faccia di rihavere la lettera dal car- 
dinale.... A di 3 al cardinale mio che si conformi nel voto suo 
con.,,. Al cardinale m,io che,.,, » I puntini, che appaiono qui 
più distinti, si trovano anche nel docmnento. 

(66) Cf. la lettera del Michelozzi a Piero, 12 agosto 1492: 
M. a. P., XWII, 61; qui App. II, dee. XXXI. 

(67) Testimonianze concordi assicurano che, negli ul- 
timi giorni prima dell'apertura del conclave, tutto era tran- 
quillo in Roma. 

(68) Il Manfredi, nella citata lettera del 15 ottobre 1492, 
dopo aver detto, come vedemmo, che il cardinale de' Medici 
aveva promesso di dar la voce sua a piacere di Ascanio scrive 
che questi Kmai ne al dicto cardinale, ne a lo ambasadore 
fiorentino se volse alargare de dirgli che la la volesse, se non 
per il cardinale de Napoli». 

(69) « A dì 4. Al cardinale nostro che al primo squittinio 
dia dua voti, uno al cardinale di Napoli, Valtro al Portico et 
poi in sul fare del papa si governi con più, grado suo che può »: 
M. a. P., LXIV, 38 6. 

(70) Si veda il raro libretto, del quale è una copia nella 
Marciana, Incun., 762. a. 65: « Oratio de eligendo summo 
pontifice habita Rome in ecclesia Sancii Petri ad sacratissi- 
mum Senatum cardinalium Innocentio octavo demortiio . per 
E., in Christo patrem Bemardinum Garvajal Pacen. episcopum 
regis et regine Hispanie oratorem: die transfigurationis domi- 
nice sexta augusti millesimo quadring&ntesimo nonagesimo 
secundo », s. n. t. 

(71) Nell'istruzione citata a Iacopo Fontano, del 22 
luglio, il re gli ordina di usare « bona cautela » nel comuni- 
care al cardinale i disegni suoi. 

(72) Quello ch'è detto più su, non aspirare Ascanio al- 
lora al papato per sé, e quello che aggiungo ora, essere stato 
sempre il Borgia il suo candidato segreto, contraddicono 
anche una volta all'opinione comune. Presso che tutti gli 
storici anche più autorevoli (Ranke, 22; VilIìABI, 241; Pa- 
STOR, 293-94) indicano come concorrenti al papato il della 
Rovere, lo Sforza e il Borgia: anzi il Wahkmttnd (58) limita 
la gara ai due ultimi. In realtà, se, dopo la elezione, alcuni 
dei contemporanei, come il Parenti (133 6) e il Gobio (Hi- 



454' NOTE AI, CAPITOLO VÌI 



stòria... di Milaìw, Milano, Minuziano, 1503, Riii a) annove- 
rano, il Borgia con gli altri due fra quelli che fin dal principio 
del conclave aspiravano alla tiara, questo si spiega facUmente, 
perchè la sua elezione lasciava supporre una sua candidatura. 
Ma, prima del conclave, appena di passaggio gli oratori lo 
nominano come un cardinale autorevole, che poteva avere 
qualche probabilità (lettere del Valori, 25 luglio, e del Boc- 
caccio, 4 agosto, citate); nessuno pensava seriamente ch'egli 
fosse eletto e l'elezione riuscì, come tutte le testimonianze 
provano, affatto inattesa. Né alcuno poteva allora, o può 
oggi credere ch'egli fosse oppositore di Ascanio, del quale 
era anzi uno de' più antichi e fedeli sostenitori. Vero è invece 
che Ascanio aveva condotto le cose per modo da far rimanere 
« stupido et quasi attonito » lo stesso Lodovico Sforza (lettera 
di questo, 12 agosto: ASM., Roma); e il Valori scrive il 
14 agosto agli Otto ch'egli aveva nascosto a tutti il suo de- 
siderio di promuovere il Borgia {Eeap., 8, 432 a-b; Thuasne, 
II, 612-13). 

(73) La frase riferita è nella lettera del Moro, del 12 
agosto. Bene perciò cantava il Pistoia di avere pronosticato 
a che Ascanio dar pò e tor a Pietro il manto, — se ben il fusse 
in Vincula legato; — ben sapea lui di cui saria il papato » 
(A. Cammelli, I sonetti faceti, ed. Péecopo, Napoli, Jovene, 
1908, p. 423). 

(74) Lettere del Michelozzi, 12 e 14 agosto: M. a. P., 
XVIII, 61; XIV, 293; qui App. II, doc. XXXI e XXXII. 

(75) Si vedano la lettera del Valori « ex custodia conclavis », 
10, non 11, agosto, in Otto di Pratica, Resp., 8, 428 a-b, e 
in Pastor, III, Anh., n. 10, pp. 880-81, e quelle del Miche - 
lozzì, 12 e 14 agosto, citate. Un manoscritto dell'abbazia di 
Cava, citato dal Balan (p. 333, n. 1) dice che il Carafa era 
gitmto ai quiadici voti e gliene mancava uno solo: non so 
però quale fede meriti la testimonianza. 

(76) Lettera del Michelozzi, 14 agosto, citata. 

(77) Cf, Infesstjba, 282; Coeio, 1. cit., e dietro a loro, 
con amplificazioni molte, com'è suo costume, il Petrtjccelli 
DELLA Gattina {Histoire diplomatique des conclaves, I, Paris, 
Lacroix, Verboeckoven et C.ie, 1864, pp. 351-52) e, almeno 
quanto alla sostanza, se non ai particolari dell'accordo, tutti 
i moderni. Si osservi, per la storiella dei muletti, che l'In- 
fessura stesso non la dà per sicura e che sarebbe stato impru- 
dentissimo quell'invio prima del conclave quando Ascanio 
celava studiosamente le sue disposizioni per il Borgia. 

(78) I principali doni fatti dal papa ad Ascanio, nei primi 
giorni dopo il conclave, sono ricordati nelle lettere del Va- 



NEL CONCLAVE 455 



lori, 12 agosto {Resp., 430 a-b; Thuasne, II, 610, ma leggi 
«Acria)> non a Accia») e del Manfredi, 14 agosto (ASMo., 
Firenze, 1. cit.; Cappelli, Savonarola, p. 322, con la data 
del 16) e sono enumerati diligentemente dal Pastob (294, 
n. 2), ne qui importa ripeterli: aggiungo la conferma della 
legazione di Bologna, dell'Esarcato e della Romagna (AV., 
Acta cons. Misceli. 3, cart. 2 b; copia della bolla, del 
31 agosto, è nell'A. S. Bologna, Q, 23, cart. 3 a sgg.), la 
concessione del monastero di Bipoli (Rivipuli) nella diocesi 
di Vich e alcune pensioni sulla mensa arcivescovile di Si- 
viglia e su monasteri e Chiese della diocesi di Siviglia e di 
Cadice (26 agosto e 28 settembre 1492: AV., Reg. 772, cart. 
196 a, 209 a, 265 a). SuUe cose dell'Ungheria, cf . A. de Beb- 
ZEViczY, Beatrice d'Aragon, reine de Hongrie, Paris, Cham- 
pion, 1912. 

(79) Vedi le lettere del Valori, 12 e 14 agosto, citate, e 
dell'ultima